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09 09 2010 |
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Hollywood ending
Hollywood Ending
Se qualcuno, per assurdo, non avesse ancora capito il cinema di Woody Allen, le sue leggi interne, le passioni e le regole dell’autore, questa è l’occasione per farsi un’idea precisa. Il film, pur autonomo nella sua “esile” struttura, è esemplare nell’esposizione, stavolta proprio diretta, della filosofia del regista. La nevrosi e la sua rappresentazione, la distanza che passa: come fare un film non nevrotico sulla nevrosi. Quale nevrosi? Ma quella dell’autore che non riesce a “vedere” il suo film, tanto da diventare cieco! Ma niente paura, il regista cieco farà ugualmente il suo film. Sulle prime non piacerà al pubblico né alla critica americana, ma poi, grazie ai francesi, l’autore sarà considerato un genio. E vissero felici e contenti. Già , perché “Hollywood Ending”, al di là della “filosofia”, racconta una storia d’amore. E se non vi interessano i discorsi sulla poetica, verrete presi dalla poesia dell’amore, che è la vera specialità di Allen. Lui fa l’ironico, ma alle donne ci tiene davvero. Quanto alla nevrosi, nessun pericolo. Allen è un mito e i miti non hanno nervosismi interni. Perciò si può ridere tranquillamente, “rispecchiandosi” in ogni spiritosa raffinatezza.
Franco Pecori 31 ottobre 2002
Le quattro piume
Seconda metà dell’800. Gli arabi sudanesi si ribellano ai dominatori britannici. Assedieranno Khartoun fino alla sua caduta. Da Londra parte il reggimento di Harry e Durrance, amici per la pelle. Ma Harry, il più valoroso, preso dal dubbio, resta accanto a Kate, la sua fidanzata. E si vede arrivare in una busta 4 piume, simbolo di codardia. Harry non regge. Partirà in soccorso dei suoi amici nel deserto. Intanto, Kate scrive lettere a Durrance, che però resta accecato da un colpo di fucile. Il drammone romantico si svolge nel pieno rispetto del genere. Ogni film storico è sempre un documentario su come si fa un film storico. Si tratta di vedere in che senso queste ”piume” ci raccontano la storia. Vediamo Heath, Wes Bentley e Kate Hudson e pensiamo a The Patriot, ad American Beauty e a Quasi famosi. Sarà un peccato? No. E’ il prezzo del cinema, dove le immagini si legano. E se il richiamo dell’immaginario attinge alla grande riserva dei “sentimenti” la Storia può farsi da parte. E vivano le “attrazioni” della battaglia cruenta nel deserto, battaglia “americana” tra arabi e inglesi. Volendo, poi, si può leggere anche in chiave ironica l’improvvisa cecità di Durrance. E sarà  un giusto tocco di humor. Franco Pecori 31 ottobre 2002
Angela
Roberta Torre, 2002 Donatella Finocchiaro, Andrea Di Stefano, Mario Pupella, Erasmo Lobello, Matteo Gulino, Toni Gambino, Giuseppe Pettinato, Maria Mistretta.
La regista milanese, al terzo film, conferma di saper guardare con occhio comprensivo una certa realtà palermitana. “Angela”, in particolare, conserva in tutto l’arco del racconto il carattere di “storia vera”, vista e rivissuta con passione. Lo sguardo spesso molto ravvicinato conferma una lettura “zoomata” della vicenda. I dettagli evidenziano il respiro sofferto della regia. La droga non è che l’ambiente “naturale” in cui Angela (brava Finocchiaro) vive la sua vita, libera, come in una lunga sequenza in “soggettiva”.
Franco Pecori 30 ottobre 2002
Febbre da cavallo - La mandrakata
Non è sulle vincite che si misura la febbre da cavallo. Lo scommettitore incallito è perdente, la sua passione per gli ippodromi è misteriosa. Indovinare il cavallo è il sogno della vita, l’utopia senza prezzo che fa di un Bruno Fioretti un Mandrake della piccola truffa. Truffa, o “sòla”, divertente, che si nutre di risate, bonarie o anche sarcastiche e perfino crudeli. L’unica cosa importante è puntare sul cavallo “sicuro”, mentre gli altri vivono ignari i loro giorni normali. E le risate si sprecano. A distanza di un quarto di secolo, la febbre da cavallo non è scesa. Stefano Vanzina, regista del primo film, l’ha trasmessa al figlio Carlo, il quale col fratello Enrico ha costruito una sceneggiatura scoppiettante, con delle raffiche di battute da mal di pancia. Il popolaresco non si fa genere, ma resta ingrediente prezioso per un esito di “spontaneità ” ben costruita. Lo spirito romanesco non si trova in natura. Proietti, grande attore italiano, forse l’unico ormai, illumina di una verve profonda questo “filmetto” da corsa, tanto che Montesano sembra davvero risvegliarsi da un lungo sonno. E Nancy Brilli è più brillante del solito. Franco Pecori 30 ottobre 2002
Red dragon
Brett Ratner, 2002 Anthony Hopkins, Ralph Fiennes, Harvey Keitel, Anthony Heald, Philip Seymour Hoffman, Mary Louise Parker, Edward Norton, Emily Watson.
Finito lo stupore per la terribile malvagità del protagonista dei due film dedicati al dottor Lecter (Il silenzio degli innocenti e Hannibal), ora con Red Dragon, che in realtà apre la trilogia, siamo condotti passo passo a comprendere le “ragioni” profonde di quella perversione cannibalesca. Niente di didascalico. Il film mantiene la tensione per tutta la durata. Con lucida trasparenza e rispettando il libro di Thomas Harris, il regista ci mette di fronte a quello che chiameremo lo specchio della verità . La maschera di Hopkins non è qui misteriosa, rafforza invece il valore simbolico di riferimento psicoanalitico. L’investigatore Fbi, Will Graham, si trasforma, per forza di cose, in “assassino”: è il prezzo che deve pagare per l’eliminazione del “male”. Vince, ma la vittoria non è così ovvia come in un normale thriller. Se ne deduce che identificarsi con il cattivo, averne coscienza, è indispensabile per combatterlo. Il cannibalismo è il massimo livello dell’identificazione. Il problema, che lasciamo allo spettatore, è se “leggere” con distacco o identificarsi; e fino a quale grado. Lettura impegnativa.
Franco Pecori 25 ottobre 2002
Il pianista
The Pianist Roman Polanski, 2002 Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Frank Finlay, Maureen Lipman, Ed Stoppard, Julia Rayner, Jessica Kate Meyer, Emilia Fox, Ruth Platt, Cannes: Palma d’oro
E se i “cattivi” amano l’arte, la musica? Il pianista del film, l’ebreo polacco Wladyslaw Szpilman, sopravvive alle atrocità del ghetto e al bombardamento di Varsavia perché alla fine l’ufficiale tedesco lo salva, dopo averlo ascoltato suonare. Ci sembra questo il vero tema de “Il pianista” (titolo non casuale), Palma d’oro a Cannes. La persecuzione degli ebrei non è certo assente, predomina anzi in quantità . Ma la questione resta l’altra. La tragica desolazione che risulta dalla ferocia dei nazisti si riscatta, nel film, col risarcimento, sia pure dolorosissimo, della musica. Nessun’altra ragione “personale” sembra poter competere con tale istanza estetica. Istanza parzialmente equilibrata dal modo impietoso con cui Polanski racconta la fredda determinazione di quei tedeschi, senza cedimenti ai codici hollywoodiani. Di alto livello l’interpretazione antieroica dell’americano Adrien Brody. E notevole la scenografia di Allan Starski, per la continua trasformazione dal documentario al teatrale, realizzata in modo funzionale al progredire del racconto, anche in senso emotivo. Franco Pecori 25 ottobre 2002
Bowling a Colombine
Bowling for Colombine George W. Bush, Dick Clark, John Nichols, Charlton Heston, Michael Moore. Cannes: Prix du 55ème Anniversaire. Oscar: documentario.
Siamo tutti matti? Se lo chiede il regista americano, data l’impressionante diffusione di armi tra i cittadini statunitensi.”Chi non è armato - dice serio uno degli intervistati (il film richiama la forma del cinema-verità ) - viene meno al proprio dovere di cittadino”. Il documentario, premiato a Cannes, parte con lo stesso Moore che, per prova, apre un conto in banca: gli viene dato in omaggio un fucile. Siamo nel Michigan, patria del regista. Moore pensa anche alla strage del ‘99, quando due ragazzi uccisero 12 alunni e un insegnante del liceo di Columbine, a Littleton, nel Colorado. A tratti feroce nel confronto tra l’humor provocatorio del regista e l’assenza assoluta di dubbio nelle testimonianze a favore della cultura delle armi, Moore avanza la tesi che tutto nasca dalla paura, sentimento storico degli americani. Si cominciò con gli indiani e poi vengono, via via, i neri, gli inglesi, gli arabi. Dalle pistole ai missili, secondo Moore, il passo è breve. Si può essere d’accordo o meno. Non è la tesi che può fare del film un bel film. Ma l’umorismo, netto e pertinente, colpisce e diverte. E quando il dramma si personifica in un personaggio come Charlton Heston, la scena culmina in un cupo e pensieroso finale. Franco Pecori 18 ottobre 2002
8 donne e un mistero
8 femmes François Ozon, 2002 Fanny Ardant, Emmanuelle Béart, Danielle Darrieux, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Virginie Ledoyen, Firmine Richard, Ludivine Sagnier.
Film complesso, al di là del grande cast e della forma commedia/giallo. Il regista francese mette in scena un intreccio di genere risaputo - l’assassino è tra di noi (Agatha Christie) - ma sfoderando una consapevolezza che va dal grande cinema amaricano degli anni ‘50 al musical, al teatro francese “leggero”, mai troppo “leggero”. “8 donne”, tratto da una pièce di Robert Thomas, non è tanto “teatro filmato” quanto film teatrale. Raffinato, composto nella forma, scandaloso nella sostanza. Lungi dal guardare agli anni ‘50 con venerazione, Ozon trasforma la riunione di Natale delle 8 donne in una sorta di polveriera, producendo una serie di “esplosioni” morali che svelano un vero campionario di mostruosità . Più che dalla scoperta dell’assassina, le “sorprese” verranno dalle rivelazioni odiose messe in scena da ciascuna protagonista per salvarsi dal sospetto delle altre. In maniera “lieve” e divertente (qui sta il bello), il regista smaschera il tradimento e l’incesto, l’omosessualità femminile, il ricatto, l’avarizia, l’ipocrisia, la violenza, il cinismo e, insomma, la “cattiveria” di tutto un mondo “rispettabile”. Franco Pecori 18 ottobre 2002
Signs
Signs Night Shyamalan, 2002 Mel Gibson, Rory Culkin, Cherry Jones, Joaquin Phoenix, Night Shyamalan
Gli extraterresti non c’entrano molto. “Sembra la ‘Guerra dei mondi’”, osserva il coprotagonista al culmine della vicenda, ma la citazione serve più che altro a giustificare il finale. Il film è piuttosto sulla famiglia e sull’esistenza di Dio. Strane tracce su un campo di mais della Pensylvania impressionano una famigliola che vive lì vicino. Il padre, vedovo con due bambini, ha perso la fede e s’è tolto l’abito di pastore episcopale, interpretando come “segno” negativo l’incidente che lo ha privato della moglie. Il fratello lo assiste moralmente. Ora il dubbio che qualcosa di definitivo, la “fine del mondo”, sia annunciato con l’arrivo di esseri misteriosi s’insinua progressivamente nella piccola casa di campagna. Segni o solo il caso? Le news della Tv riferiscono del moltiplicarsi dei “segni” in tutto il mondo. E quando la minaccia si fa più concreta non resta che barricarsi in casa. Il regista indiano riattinge alla fantascienza anni ‘50, esibendo un’ intricante chiave di “ingenuità ” e affidando per converso ai bambini una serie di battute “stranianti” (e divertenti). Come poi il mondo risolva la vicenda dell’”invasione” non lo sappiamo, ma non è l’essenziale. Qui la questione è più alta e più vicina a ciascuno di noi. Franco Pecori 17 ottobre 2002
Pinocchio
Pinocchio Roberto Benigni, 2001 Roberto Benigni, Carlo Giuffrè, Beppe Barra, Nicoletta Braschi, Bruno Arena, Alessandro Bergonzoni, Kim Rossi Stuart, Aroldo Tieri, Corrado Pani.
“Non ci garba punto di fare cri cri”, dice la canzoncina alla fine del film. Pinocchio spera proprio di non incontrarlo più il Grillo parlante, prescrittivo e pedante com’è. Lui, il burattino, ne combina di tutti i colori, ma non per cattiveria. Ed è un burattino che a tratti commuove o fa sorridere, come se non fosse di legno. Merito di Benigni, la prova del passaggio dal libro al film è superata. Scenografia e musica, degne dei loro autori, Danilo Donati e Nicola Piovani, suggeriscono a tratti una lettura felliniana, ma la suggestione è più stilistica che sostanziale. Il cuore del film batte col ritmo del regista. La fotografia di Dante Spinotti, bellissima, se “illustra” il racconto quasi disegnandolo, non impedisce al regista di renderci un Pinocchio per adulti, tra allegria e disperato ottimismo. Non è vietato ai grandi leggere le fiabe. Rispetto al libro, toccante è la Fata che soffre quasi per un amore inconfessato; e provocatoria (ma poeticissima) è l’avidità con cui Geppetto beve il latte che Pinocchio gli porta al prezzo di una fatica per lui estrema. Consapevole dell’irrealismo, Benigni recita il burattino-bambino in una magistrale chiave di “come se”, che rende difficile distinguere se egli interpreti o se sia interpretato. Franco Pecori 11 ottobre 2002
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