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10 09 2010
 
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Lontano dal Paradiso

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Far From Heaven

Todd Haynes, 2002

Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert, Viola Davis,

Patricia Clarkson.

Venezia 2002, Julianne Moore atr.

 

Segreti e bugie dell’America casalinga a metà del ‘900. Hertford, Connecticut, 1957. Julianne Moore (Coppa Volpi a Venezia), nella parte di Cathy, è moglie e madre felice.Suo marito Frank (Quaid) vende televisori e la vita della famiglia è più che dignitosa. Ma il paradiso è lontano. Sotto la normalità quotidiana covano scandalosi sconvolgimenti. Frank si rivela omosessuale e Cathy è sempre più attratta dal giardiniere “negro”. Cosa diranno le amiche? La casalinga resterà prigioniera del suo melodramma. La “total immersion” negli anni ‘50 è dichiarata ed esibita dal regista. Il film si propone come un vero e proprio oggetto di “culto”, perfettamente realizzato nei suoi aspetti non solo contenutistici ma anche stilistici. Il prodotto impressiona per l’assoluta organicità. Si esce provando una sorta di spaesamento nei confronti della realtà circostante. Dopo la proiezione, il ritmo, i colori, i gesti, i suoni, tutto sembra accelerato, quasi brutale. Haynes è riuscito a realizzare il miracolo artistico di far palpitare l’iperrealismo del film, in una sorta di anelito alla “libera uscita”.

Franco Pecori

20 dicembre 2002

Era mio padre

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Road to Perdition

Sam Mendes, 2002

Paul Newman, Daniel Craig, Tom Hanks, Jennifer Jason Leigh,

Liam Aiken, Jude Law, Tyler Hoechlin, Stanley Tucci

 

La strada che porta alla perdizione,   “Road to Perdition”, è la strada che il gangster Michael Sullivan (Hanks) ha per sua disgrazia scelto. A suo figlio il killer spietato, soprannominato l’ “Angelo”, consiglia di non seguirla. E lui, Michael Junior, non la seguirà. Prenderà la decisione dopo aver assistito, accanto al padre, alla serie impressionante di atrocità tipiche dell’ epoca (Illinois 1931). Quanto al giudizio, il giovane lo lascia a noi. E il regista ci invita a seguire il racconto con gli occhi di Michael Junior. La traduzione italiana del titolo rende bene, una volta tanto, il senso dell’originale. Il film è ricco, oltre che di sostanza morale, anche di senso stilistico. Mendes (Oscar per “American Beauty”) dimostra tutta la sua passione per il genere e confeziona un prodotto volutamente astratto (perfetta la fotografia di Conrad L. Hall), in cui la storia del cinema americano “gangster” rivive come per miracolo in un solo grande film. Inutile sottolineare la bravura degli attori (cast da capogiro). Colpisce la prova del piccolo Tyler Hoechlin. E indimenticabile è il finale, dove astratto e concreto si fondono in un momento di assoluta rilevanza scenica.

Franco Pecori

13 dicembre 2002

La leggenda di Al, John e Jack

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La leggenda di Al, John e Jack

Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti,

Massimo Venier, 2002

Aldo (Baglio), Giovanni (Storti) e Giacomo (Poretti),  Antonio Catania, Frank Crudele, Giovanni Esposito, Ivano Marescotti.

 

“Johnny, a te te lo devono dare il Nobel per la mafia! E se non te lo danno è perché è tutto un magna-magna!”. La parodia del film-gangster è meno ovvia e immediata di quanto sembri ad una prima lettura. Questa “Leggenda” all’italiana la dice già lunga con la scelta delle musiche: pezzi da intenditore, interpretati da Louis Prima, Marilyn Monroe, Nat King Cole, Billie Holiday, Joe Williams. E la sceneggiatura chiama risate coscienti, non certo “primitive”. Se Franco e Ciccio hanno insegnato qualcosa, quella dell’ ammiccamento è una chiave che può aprire scrigni preziosi. Viene anche da pensare al western all’italiana, che trasferì sulle nostre corde un genere lontano, con quel modo di stressare il linguaggio fino a decomprimere l’interesse per la storia, a tutto vantaggio dei modi di rappresentarla. Della “Leggenda di Al John e Jack” non è la trama che interessa. Altri sono i pregi della sceneggiatura, primo fra tutti quello di restare unita al corpo stesso degli attori. E paradossalmente il film si fa astratto: astratto e “vero” come una parodia all’italiana. Intraducibile se non la si vede.

 

Franco Pecori

13 dicembre 2002

Sognando Beckham

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Bend it like Beckham

Gurinder Chadha, 2002

Parminder Nagra, Keira Knightley, Ralph Holes, Anupam Kher,

Archie Panjabi, Maria Teresa Pintus.

 

Tradizione, integrazione, problema femminile, vita nella metropoli, miti e riti, usanze e costumi di gente diversa, vicina e lontana per storia e cultura. Jess, diciottenne indiana di buona famiglia, a Londra, ama il calcio e sogna Beckham. Ma tutto quello che Jess vuole non è abbastanza indiano per i genitori, meno che mai il calcio giocato dalle ragazze. D’altra parte, la sua amica Jules ha a che fare con una madre che la vorrebbe più femminile e non approva certo che indossi la maglietta numero 9. Complici per il calcio, Jess e Jules, mentre sono invaghite dell’allenatore irlandese, rischiano di essere credute lesbiche, unite come sono nella passione per il pallone. Sui pregiudizi vincerà la loro voglia di giocare e la spontaneità della loro scelta. A raccontarlo, può sembrare un film a tesi: un po’ di etnico, un po’ di femminismo, un po’ di antirazzismo. Ma la commedia è divertente e a tratti appassionante, gli interpreti bene assortiti e la regìa non ha pretese metaforiche. Il risultato è un raccontino intelligente e piacevole, che utilizza il calcio come sintesi leggera di questioni complesse. Apprezzabile la prova dell’esordiente Nagra (Jess).

 

Franco Pecori

13 dicembre 2002

Harry Potter e la camera dei segreti

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Harry Potter and the chamber of secrets

Chris Columbus, 2002

Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Kenneth Branagh,

Alan Rickman, Bonnie Wright. 

 

Fuga fantastica nel “Medioevo”. Harry, ragazzino infelice nella vita normale, si rifugia appena può nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, dove le sue doti straordinarie lo hanno reso famoso. E odiato. Da cui la serie di “prove” difficilissime da superare, come nella migliore tradizione favolistica. Il sentimento più diffuso è il terrore derivante da un mistero da risolvere e dai mezzi per risolverlo. Ma il ragazzo è bravo e merita le protezioni giuste che lo aiuteranno a farcela. Conoscere già la trama (42 i milioni di copie vendute nel mondo del libro da cui è tratto il film) non conta molto, giacché a prevalere sono le soluzioni fantastiche, “incorporate” in una tecnologia immaginifica, che bilancia il ritorno al passato con la spinta al futuro. La dimensione “interiore” della magia s’incontra (e si scontra) con l’apparato inventivo ultramoderno (digitale), che, per esempio, fa produrre ad ogni intervento delle bacchette magiche schianti sonori degni di guerre intergalattiche. Rispetto al primo, questo Potter è più “aggressivo”, forse perché ormai esprime con piena convinzione la fede nelle capacità protettive della magia.  

 

Franco Pecori

6 dicembre 2002

Il mio grosso grasso matrimonio greco

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 My big fat greek wedding

 Joel Zwick, 2002

 Nia Vardalos, John Corbett, Michael Constantine.

 

Duecento milioni di dollari incassati in America. Una favola. “Etnica” e “romantica”, la commedia parla di una Grecia tutta americana, a Chigago, più greca della Grecia autentica, come accade nelle comunità di emigrati oltreoceano, che nell’iniziale sradicamento trovano la ragione di un rigido spirito conservatore di usi e costumi. Con una scelta “estremista”, viene esibita una  protagonista che non è precisamente la Venere di Milo, controbilanciata da un Partenone finto, optional caratteristico dello scenario nuziale, prevedibile bersaglio di raffinate ironie. La greca Toula (brava Vardalos) cerca disperatamente di liberarsi dalla morsa del piccolo mondo che la annienta. E a 40 anni, misteriosamente, riesce un bel giorno ad attrarre un giovanottone americano, vegetariano, di mentalità avanzata. Egli si mostra stupito e non sapremo mai la vera origine della scintilla. Ma tant’è. Le due famiglie si confrontano. Il contest è degno di un seminario di antropologia culturale. La comicità e il romanticismo del film sono esemplari quanto la coscienza kitsch della sceneggiatura. Il critico rischia una vertigine onirica, in fondo alla quale può ritrovarsi con in mano un bel lecca-lecca, colorato di bianco e celeste, come la bandiera greca.

Franco Pecori

6 dicembre 2002

L’uomo senza passato

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Mies Vailla Menneisyytta 

Aki Kaurismäki, 2002

Sakari Kuosmanen, Juhani Niemelä, Kati Outinen,

Kaija Pakarinen, Markku Peltola.

 

Si è parlato di Neoralismo, di “Ladri di biciclette”, di Brecht, di Fassbinder, ma quella del finlandese Kaurismaki è una “poesia” che vuole restare discreta. La critica al mondo “disumano” è talmente gelida da non permettere un risvolto alternativo. Non per niente, il protagonista preferisce, alla fine, tornare e restare nel recinto dei diseredati. Lo stile si propone legittimamente come “diverso” e attrae la curiosità “colta” di chi non ama il rischio dei sentimenti espliciti. In questo senso, Kaurismaki è il massimo e va visto.

Franco Pecori

6 dicembre 2002

Bara con vista

film_baraconvista.jpgPlots with a vies

Nick Hurran, 2002

Alfred Molina, Brenda Blethyn, Lee Evans, Christopher Walken, Naomi Watts.

 

Delizioso e profondo, acuto, spiritoso, ironico, equilibrato nella scrittura. Provocatorio nella scelta del tema (il funerale come momento rivelatore di verità e bugie), il film tocca con delicatezza le corde di quanti, al giro di boa dei 50, scoprono di essere ancora capaci di ascoltare il proprio cuore e di dare corpo ai sogni che hanno cullato per una vita. L’impresa di pompe funebri, di cui Boris (Molina) è titolare non volontario, è il “luogo” di una vicenda che si nutre del paradosso come del piatto centrale nel più velenoso e digestivo dei pranzi. Boris sogna d’essere Fred Astaire e di avere in Betty la sua Ginger. Betty (la Brenda Blethyn di Segreti e bugie) lo può finalmente assecondare, quando la morte della suocera la libera dalla fedeltà “obbligata” al marito infedele. E si organizza un vero/finto funerale di lei, sognando la fuga e la felicità. Spettacolo e inverosimiglianza si coniugano nella satira dei funerali “a tema”, importati dall’America dal concorrente sgangherato di Boris; e nella fanciullesca “scommessa” dell’incidente “mortale” di Betty. Il risultato è una verità poetica, ancorata alla realtà, tutta interna e non per questo meno vera, di un amore possibile al di là delle convenzioni della piccola società.

 

Franco Pecori

4 dicembre 2002