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10 09 2010
 
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La casa dei matti

film_lacasadeimatti.jpgDom Durakov

Andrei Konchalovsky, 2002

Sultan Islamov, Eugenj Mironov, Julia Vysotsky.

Venezia 2002, Gran Premio della Giuria.

 

La “Casa dei matti” è un ospedale psichiatrico della Cecenia. Siamo nel 1996 e la guerra arriva anche lì, sconvolgendo la vita dei poveri malati. Tra di loro, Janna, ragazza più ingenua che veramente matta, una specie di Gelsomina felliniana. Janna suona la fisarmonica e sogna d’essere fidanzata col cantante Bryan Adams. I matti sono spesso “bocche della verità”. La metafora sulla “pazzia” del mondo, sull’orribile guerra e sui destini di ciascuno è perciò forte. Ma i matti parlano anche “sopra le righe” e possono produrre una poesia facile.

 

Franco Pecori

31 gennaio 2003

Prova a prendermi

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Catch me if you can

Steven Spielberg, 2002

 Leonardo Di Caprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Nathalie Baye, James Brolin, Martin Sheen.

 

Con chi stare? Con Frank l’imbroglione, o con Carl l’agente Fbi che gli dà la caccia? Risposta semplice: stare dalla parte della storia, della storia vera da cui è tratta questa ennesima “fiaba” di Spielberg. Questa volta non si tratta di meraviglie della tecnologia, ma il “motore” che muove l’azione è forse anche più sofisticato. L’intelligenza di Frank Abbagnale (Di Caprio) non è artificiale e non sappiamo se l’infernale meccanismo di “Minority Report” sarebbe utile alle indagini di Carl Hanratty (Hanks). Pilota, medico, avvocato: tutti ruoli falsi. Frank eredita dal padre l’irresistibile istanza di tuffarsi nella vita indossando maschere fittizie, al fine di ricavarne agio, ricchezza e, soprattutto, segreta gloria. Si parte da una storia realmente accaduta (anni ‘60), ma Spielberg sa donare alla “verità” dei fatti una tale pregnanza di senso che alla fine il mondo falso sembra proprio quello “reale”. Bravo Di Caprio nel ruolo alquanto impegnativo, per i risvolti anche negativi del personaggio. E bravissimo Hanks nel costruire una dimensione riflessiva nei panni dell’agente indagatore, il quale sembra anche indicarci una possibile lettura profondamente sociologica.

Franco Pecori

31 gennaio 2003

Gangs of New York

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Gangs of  New York
Martin Scorsese, 2002
Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Jim Broadbent.

“Come se nessuno di noi fosse mai esistito”. Lo dice, sul finale, la voce narrante di Amsterdam (DiCaprio), il giovane protagonista. Le tracce dell’orribile nascita di New York, con la feroce lotta tra bande, sarebbero state cancellate e la metropoli sarebbe presto apparsa “come se nessuno…”. Del resto, quelle stesse brutali gang della metà ‘800 sembrarono non accorgersi del grande travaglio in cui erano immerse. Il loro chiodo fisso, mentre divampava la guerra civile, fu solo l’eliminazione dell’avversario per il dominio assoluto sulle strade. La brutalità degli scontri tribali fu pari all’insensatezza, tanto che Bill il Macellaio, capobanda dei “nativi”, esclama - lui che difende i propri soprusi armato di coltelli e asce: “La civiltà va a rotoli!”. E quando infine, nel sangue e nella distruzione totale, muore per mano del figlio di colui che egli stesso trucidò nella prima “battaglia”, dichiara, senza pudore, di morire “da americano”. Tratto da documenti storici, girato a Cinecittà, il film è molto spettacolare, a tratti eccessivo, forse a causa di qualche taglio sulla durata. Restano alcune sacche di mostruosità circense, che rischiano di distrarre dal senso del racconto.

Franco Pecori

24 gennaio 2003

Il cuore altrove

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Il cuore altrove

Pupi Avati, 2002

Neri Marcorè, Vanessa Incontrada, Giancarlo Giannini, Lina Longhi, Alfiero Toppetti, Nino D’Angelo,Giulio Bosetti, Edoardo Romano, Sandra Milo, Chiara Sani.

 

Poetico. Emozionante, anche divertente. Il cinema di Pupi Avati offre al pubblico quello che chiameremo un autobiografismo garantito. E cioè il riferimento profondo non necessariamente ai fatti della propria  vita, ma ai sentimenti più intimi dell’autore. Nel caso del “Cuore altrove”, il regista viaggia, anche più che in altre occasioni, sul filo del paradosso, facendoci entrare nel “sogno” estremo di un uomo timido, che, a 35 anni, vergine, incontra una donna bellissima e cieca. segue. I due protagonisti, Marcorè e Incontrada (la modella passa dalla tv al cinema) rendono bene i risvolti psicologici, evitando il rischio del grottesco. Nella parte dell’infantile Nello Balocchi, professore di latino e greco nella Bologna anni ‘20, Marcorè accentua forse un po’ troppo il tono della mezza voce, ma l’ironia allusiva della sua mimica, misurata fin quasi a divenire esplosiva, mantiene al personaggio la giusta credibilità. Un Giannini sempre grande (sarto del Papa e padre di Nello) rende non macchiettistico lo sguardo sulla Roma popolare e papalina. In sintesi, un bel film “minore”, come tanta poesia italiana, che non è solo Dante.   

Franco Pecori

24 gennaio 2003

L’appartamento spagnolo

film_lappartamentospagnolo.jpgL’auberge espagnole

Cédric Klapisch, 2002

Romain Duris, Judith Godreche, Audrey Tautou, Cecile De France, Kelly Reilly, Xavier De Guillebon, Kevin Bishop, Federico D’Anna.

 

«Voglio fare lo scrittore», si diceva   sempre Xavier da bambino. Quest’impulso continua in lui, parigino, anche ora che ha 25 anni ed è all’ultimo anno di Economia. Il padre però gli ha preparato un posto alle Finanze e Xavier parte per Barcellona, cogliendo l’opportunità del Progetto Erasmus, dell’Unione Europea. Lascia piangendo la fidanzata Martine e prende il volo. Da questo momento, la vita di Xavier  si viene come riformulando. “Una volta il mondo era più semplice”, gli viene da dire al primo approccio con l’avventura. L’Erasmus mette a contatto gli studenti europei nelle diverse Università dell’UE. Lingue, usi, modi di pensare si rimescolano in una specie di “meccano” della civiltà, nella costruzione di un modello basato sull’ interconnessione non solo ideale, ma anche pratica. Il carattere sperimentale (e simpatico) dell’esperienza si tocca con mano nell’appartamento spagnolo, dove sette ragazzi mettono a punto il motore di una nuova vita. Xavier rischia di perdere la bussola   dei propri sentimenti, ma alla fine, quando il gruppo si scioglie, ritrova intatta la sua istanza poetica. Erasmus lo avrà aiutato anche a fuggire dal “ministero” di papà.

 

Franco Pecori

21 gennaio 2003

Ticket to Jerusalem

film_tickettojerusalem.jpgTicket to Jerusalem

Rashid Mashrawi, 2003

Ghassan Abbas, Najah Abu Al-Heja, Imad Farageen, George Ibrahim, Reem Ilo, Areen Omary.

 

«Che gliene importa alla gente di un film, quando sta morendo di fame?». Antica questione dell’arte. La domanda se la sente rivolgere Jaber, che vive nei campi profughi, non lontano da Gerusalemme, e si ostina ad andare in giro con la sua auto scassata a proiettare cartoni animati ai bambini. Ma Jaber coltiva con ferrea dolcezza la sua utopia: un film contro i carri armati; e la moglie lo segue, lo aiuta a superare i momenti difficili della loro fiaba crudele. Il palestinese Masharawi ci ricorda una cosa molto semplice, che il cinema stesso nasce come utopia. E spesso ha bisogno di crescere sul terreno fertile del realismo.

 

Franco Pecori

17 gennaio 2003

Prendimi l’anima

film_prendimilanima.jpgPrendimi l’anima
Roberto Faenza, 2002
Iain Glen, Emilia Fox, Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander, Michele Delega, Daria Galluccio. 

 

Lo sapevate che Stalin affossò le istanze rivoluzionarie di Lenin? E che perseguitò gli ebrei, psicoanalisti compresi? Probabilmente sì, ma un ripasso non può far male. E il merito del film di Faenza sembra soprattutto di aver recuperato nel quadro storico la vicenda “scabrosa” dell’amore tra lo psicoanalista Jung, allievo di Freud, e la giovane ebrea-russa, Sabina Spielrein, ricoverata inizialmente con una diagnosi di isteria. Sabina guarirà e diverrà psichiatra, responsabile di un asilo infantile in Russia. La psicoanalisi, vista come fumo negli occhi, fu bandita da Mosca nel 1936. Faenza ha cercato la verità sulla fine della Spielrein ed ha avuto la fortuna di scovare, ancora vivo, un suo ex alunno. Bravi gli attori, Iain Glen (Jung) ed Emilia Fox (Sabina), nel difficile compito di dare consistenza scenica al rapporto dei personaggi, così problematico nei risvolti scientifici. L’antica questione freudiana del transfert è sempre stata centrale nel dibattito psicoanalitico. Quanto alla struttura  narrativa del film, la finzione dei due giovani ricercatori sulle tracce di Sabina non appare necessaria per misurare il distacco del regista dalla materia.

 

Franco Pecori

17 gennaio 2003

Frida

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Frida

Julie Taymor, 2002

Salma Hayek, Alfred Molina, Antonio Banderas, Valeria Golino,

Ashley Judd, Edward Norton, Geoffrey Rush.

 

L’amore, il dolore, il talento, l’arte, cioè Frida Kahlo, grande pittrice messicana che dagli anni ‘20 amò disperatamente il pittore “Panzon” Diego Rivera (Alfred Molina), e amò tutta la vita, donne comprese, con tutte le sue risorse fisiche e mentali, tormentata nel corpo dall’incidente del bus occorsogli da ragazzina. Acida e tenera, dura e sottile, l’artista è incarnata da Salma Hayek, attrice affermatasi a Berlino e Cannes e qui superba nella sensibilità e nei toni, gestiti con uno stile modernissimo e classico, tanto da far pensare a Bette Davis. “Frida” è un film emozionante. La regista americana, stimata nel teatro (ha debuttato nel cinema nel ‘99 con un “Titus” da Shakespeare), articola il linguaggio cinematografico esprimendo passione per tutto il materiale plastico, colori, forme e anime. La trama passa, per così dire, in secondo piano, tanto che perfino i riferimenti alle vicende politiche - il comunismo centroamericano, Trotsky, Stalin, Lenin - perderebbero di sostanza se separati dallo sguardo passionale di Frida. Il Messico ha un ruolo decisivo, fotografato da Rodrigo Prieto, premiato a Cannes nel 2000 per “Amores Perros”.

Franco Pecori

17 gennaio 2003

Il signore degli anelli: Le due torri

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The Lord of the Rings: The Two Towers

Peter Jackson, 2002

Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen, Christopher Lee,

John Rhys-Davies, Liv Tyler

 

Belve medievali marciano in diecimila contro la fortezza di Helm’s Deep, dove s’è rifugiata la gente buona. Quel passo rimbomba attraverso i secoli, fa pensare all’esercito nazista. L’assalto è micidiale, sono scontri mai visti. I cattivi stanno per vincere, ma dall’alto di una montagna spuntano cavalieri. Decisivo sarà anche l’intervento delle forze della Natura, alberi animati e acqua dilagante. Anello e Due Torri ci sono, ma restano in secondo piano, almeno a livello percettivo. Seconda puntata del Signore degli Anelli, “Le due torri” ha occupato 800 sale italiane. Dura 3 ore. E’ pensabile un’invasione totale dell’immaginario. Mostruoso in tutti i sensi, nella scenografia, nella fotografia, nella manipolazione digitale, il film impressiona soprattutto per l’infernale crescendo della violenza di massa, incarnata in impatti bestiali, resi ancor più aggressivi dal sonoro esplosivo. Buoni e cattivi si mescolano nel cieco corpo-a-corpo, in una dimensione indefinita. Soltanto s’intuisce che il Male dovrà essere sconfitto. L’intrigo degli orchi, degli elfi, degli hobbit sembra moltiplicarsi senza fine, nel sogno non infantile.

Franco Pecori

16 gennaio 2003

Ma che colpa abbiamo noi

film_machecolpaabbiamonoi.jpgMa che colpa abbiamo noi

Carlo Verdone, 2002

Carlo Verdone, Margherita Buy, Antonio Catania, Gaetano Amato, Max Amato, Anita caprioli, Luciano Gubinelli, Maurizio Millenotti, Stefano Pesce, Lucia Sardo, Fiamma Satta, Raquel Sueiro.

 

Questioni personali analizzate in gruppo. A 3 anni dal Cinese in coma, Verdone sceglie ancora il semiserio, nel tentativo di uscire definitivamente dalla macchietta. Il film è la storia, compilata a mosaico, di un gruppo di persone in analisi, le quali, persa l’analista, decidono di continuare con l’autogestione. È una piccola serie di casi clinici, non gravi, che suscitano riflessioni non tanto impegnative, e invitano, più che all’approfondimento analitico, all’uso del buonsenso. Risate vere il film non ne suscita. Verdone preferisce qui farci sorridere. Solo a tratti fa capolino, e subito si ritrae, la tentazione del grottesco spinto. Gli attori, nella piena sufficienza, eseguono la sceneggiatura, rispettandone le enunciazioni e salendo, a tratti, il gradino dell’interpretazione, soprattutto la Buy. Sul fondo, resta la critica alla psicoanalisi, da non prendere sul serio, utilizzata più che altro come spunto per la commedia. Il meno lieve dei casi clinici è proprio quello di Gegè/Verdone, il cui riscatto dalla soggezione paterna sembra un po’ sempliciotto, con quel “vaffa” in finale.

 

Franco Pecori

10 gennaio 2003