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10 09 2010
 
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The Quiet American

film_thequietamerican.jpgThe Quiet American

Phillip Noice, 2002

Michael Caine, Brendan Fraser, Do Thi Hai Yen, Rade v.

 

Intimo e avventuroso. Giallo. Giallo da Graham Greene. Lontano e vicino. Attuale. Tranquillo? Falso. Quell’americano non era tranquillo. Phuong, fiore vietnamita, còlta nell’inferno dei locali di Saigon (1952), se ne invaghisce ma non sa. Pyle, l’americano, sorridente ottimista all’apparenza, ha una missione da compiere. L’incontro col reporter inglese Fowler (Caine) andrà ben presto oltre il casuale interesse per Phuong. Il triangolo amoroso, drammatico e fatale, si evolverà in intrigo politico, nel cuore d’un evento nascente, da cui poi l’atroce guerra del Vietnam. L’omicidio c’è, il giallo è classico. Ma Green non è scrittore da leggersi alla fermata del bus. E Noyce lo rispetta, cercando e trovando per il suo film quella profondità di “scrittura” che nel libro si realizza con la credibilità dell’ambientazione e con l’aderenza dei personaggi alla situazione vissuta. I primi piani di Caine sono, insieme, un pezzo di storia del cinema (Alfie è del 1966) e l’occhio curioso e appassionato dell’anziano corrispondente del Times di Londra, che, mentre vive la sua storia sensuale, vede la Cia manovrare tra francesi perdenti e comunisti resistenti. Ha l’aria indifferente, come di chi la storia non la può cambiare.

 

Franco Pecori

28 febbraio 2003

007 La morte può attendere

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007 Die Another Day

Lee Tamahori, 2002

Pierce Brosnan, Toby Stephens, Halle Berry, Judi Dench,

Lindy Hemming, Rosamund Pike.

 

Ordinereste un “Vodka-Martini con molto ghiaccio” mentre siete in una casa o, meglio, in un palazzo tutto di ghiaccio? E’ l’umorismo “alla 007″, inglese di fondo, cioè tradizionale, e integrato in un sistema o, meglio, in uno scenario ultramoderno. Ad ogni mossa, ad ogni sguardo di Bond, una sorpresa, un’emozione: ritmo infernale, infinita varietà di trovate. Ma sempre “alla 007″, dentro a quel sistema chiuso a doppia mandata, che garantisce un comportamento perfetto, da gentiluomini, sia pure spietati, inglesi. In questo senso, 20° Bond e nessuna novità. Ovvio. Gli antagonisti (Brosnan e Stephens) duellano con la spada e si inseguono con macchine superattrezzate o invisibili; Bond vive avventure al millesimo di secondo e trova il tempo per il relax sessuale (un briciolo di sentimento è solo vagamente intuibile); ma ogni contraddizione si trasforma in attrazione, in quanto “protetta” dal sistema rigido e quindi classica nel suo genere. Del cattivo che potrà nuocere al mondo, diciamolo, non ce ne importa granché. Se c’è Bond, lo spasso non è nel trionfo del Bene quanto piuttosto nella verifica del paradosso, un sistema assurdo che deve funzionare senza scampo. E’ la perfezione la nostra felicità di spettatori. E questo è un grande Bond.

Franco Pecori

28 febbraio 2003

La finestra di fronte

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La finestra di fronte

Ferzan Ozpetek, 2002

Giovanna Mezzogiorno, Raoul Bova, Massimo Girotti, Filippo Nigro, Serra Yilmaz, M.Grazia Bon, Olimpia Carlisi.

 

La finestra di fronte non è sufficiente per vedere il mondo, né fuori né dentro di sé. Di tale ristrettezza fa esperienza diretta Giovanna (Mezzogiorno), sposata, con 2 figli piccoli, all’ immaturo Filippo (Nigro). Fumarsi una sigaretta e “spiare” il bancario dirimpettaio non è proprio il massimo, eppure la giovane donna cova il suo sogno impossibile. Tanto impossibile, che al dunque, svanirà nel nulla. Potrebbe già essere il film, ma la sceneggiatura prevede un innesto “misterioso”, affidato a Massimo Girotti. Ultima e bella interpretazione, quella di Girotti, nei panni di Davide, vecchio pasticcere ebreo, omosessuale, “smemorato”, depresso, perseguitato dall’incubo di un antico amore segreto e dall’ impressione incancellabile di una tragica notte del ‘43. La sua pena indicherà a Giovanna, costretta ad occuparsi di quell’uomo vagolante, la via di un recupero di coscienza, giacché memoria e coscienza stanno bene insieme, nei singoli e nella storia. Il film fatica un po’ a giustificarsi, nell’ integrazione delle sue parti, ma, a tratti, l’intenzione poetica si concretizza e commuove. Notevole la musica di Andrea Guerra. Giorgia canta il tema principale sui titoli di coda.

 

Franco Pecori

28 febbraio 2003

Chicago

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Chicago
Rob Marshall, 2002
Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, Queen Latifah, John C. Reilly, Kucy Liu.

“E’ come un circo, i processi sono solo uno spettacolo, basta far tanto scalpore e nessuno capirà”. Per essere la filosofia di un musical, non c’è male! Eppure, è proprio questa l’idea-guida, riassunta esplicitamente nel finale, che muove il racconto, supportata e anzi ben integrata nella musica jazz. Siamo nella Chicago fine anni ‘20 e il regista è rispettoso del sound dell’epoca, sicché il film è anche una buona occasione per verificare l’assoluto valore di una musica che tanto ha stentato a venir considerata assoluta. La forma musicale, paradossalmente,  rafforza il carattere “impegnato” del film. Non per niente, si dice “gliene ha cantate quattro”, per significare che qualcuno ha spiattellato la verità in faccia a qualcun altro. Bravissimi tutti i protagonisti (particolarmente la Zellweger) a ballare e cantare, pieno e piacevole il ritmo, mai un momento di stanca. La storia di un processo, in cui il virtuosismo del difensore traforma in innocente la cliente assassina, costruendole addosso una mitologia spettacolare e dandola in pasto a radio e giornali, colpisce per il carattere attuale. Un bel ritorno del genere “musical”. Sullo sfondo, Fred e Ginger se la spassano.

Franco Pecori

21 febbraio 2003

Sweet Sixteen

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Sweet Sixteen

Ken Loach, 2002

Martin Compston, Michelle Coulter, Annmmarie Fulton, William Ruane, Gary McCormack.

 

Non saranno dolci i 16 anni di Liam, ragazzo di Greenock, Scozia. Il fiume sì, è dolce, il panorama della città, vicino a Glasgow, è gradevole, ma contrasta con l’aspra adolescenza del ragazzo. Sua madre uscirà dal carcere proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno e Liam vuole farle la grande sorpresa: una casa normale, tutta per lei e, magari, per Chantelle, la sorella più grande col suo bambino; una casa dove non troverà posto Stan, l’uomo che con la droga ha rovinato la donna e tutta la famiglia. Ma il sogno di Liam costa molto caro.  Premiata a Cannes, la sceneggiatura di Paul Laverty, al quarto film con Loach, traccia spietatamente un solco sulla pelle viva di Liam, senza cercare zucchero che attenui l’amarezza della storia molto realistica, storia di disoccupazione, di droga, di violenza, di disperata sopravvivenza. Eppure, anche per merito dello straordinario protagonista (l’esordiente Martin Compston), Loach riesce a coniugare la durezza delle situazioni con il profondo bisogno di amore, di comprensione, di giustizia, che spinge Liam, paradossalmente, verso il precipizio irreversibile. La legge degli spacciatori, senza l’aiuto della società, si rivelerà troppo più forte.

Franco Pecori

21 febbraio 2003

Il fiore del male

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La fleur du mal

Claude Chabrol, 2003

Nathalie Baye, Benoit Magimel, Suzanne Flon, Bernard Le Coq,

Mélanie Doutey, Thomas Chabrol.

 

Un grande Chabrol. L’autore francese indaga ancora sulla provincia del suo Paese e più specificamente sulla borghesia, questa volta con una storia ambientata nella regione di Bordeaux. Tutto fila liscio come olio e tutto è orribile. Senza accorgersene, si passa dalla commedia all’incubo, in un sommesso quanto inquietante crescendo di nefandezze, non esibite ma rivelate come in un flash della mente. Inutile accennare al racconto, integrato nello stile di Chabrol, regista che pratica un “noir” raffinato e complesso. Nel tessuto della vicenda, i punti di vista sembrano equivalere. Il “reato” è nascosto e non è semplice da valutare; può riguardare, al di là della legge, i drammi interiori dei personaggi, i loro segreti, le loro velenose ipocrisie. L’ “allegra tragedia greca”, così Chabrol definisce il film, riguarda le colpe (ma chi è il colpevole?) di due  famiglie che, da generazioni, cambiano restando uguali nelle loro sottili perversioni. E il malessere, dietro i volti normalmente “distesi”, si diffonde nell’ambiente, nelle azioni politiche in quelle private, finché il disgusto non induce l’anziana zia Lina a portare a termine il suo processo intimo. Ma non è pentimento. E’ comunque delitto.

Franco Pecori

14 febbraio 2003

Ricordati di me

film_ricordatidime.jpgRicordati di me
Gabriele Muccino, 2002
Fabrizio Bentivoglio, Laura Morante, Monica Bellucci, Silvio Muccino, Nicoletta Romanoff, Gabriele Lavia.

 

I mali del mondo restano fuori dal film. fame, guerra, religione: niente. Muccino lo dice: «Racconto quello che conosco». E allora teniamo fuori anche il dibattito: «Il dibattito no!». Il film comincia con un andamento documentario. La scena, i personaggi scelti secondo tipicità, quindi una serie di sequenze emblematiche, tra il frequentativo e lo stereotipo, rafforzano l’ idea che stiamo vedendo la vita molto verosimile, se non vera, di una famiglia della Roma media. Nido di insoddisfazioni, la cui radice sta nella vacuità delle aspirazioni, la famiglia di Muccino, genitori e due figli, non ha progetti sostanziosi, non ha ideali di riferimento. Adulti e ragazzi urlano la loro disperazione fittizia, come tanti nostri vicini, al piano di sotto o di sopra. Gli attori recitano bene, fanno ciò che il regista chiede loro. Il film è compiuto e definito, quasi recintato, nel suo stile massmediatico. Cinema e tv si danno la caccia, come cane e gatto rinchiusi in un box al buio. La borghesia che non c’è sembra l’eterno problema italiano, da Antonioni in poi. Qui si aggiungono i figli. Generazione perduta? Ricordati di me. Chi?

 

Franco Pecori

14 febbraio 2003

L’importanza di chiamarsi Ernst

film_limportanzadichiamarsiernst.jpgThe Importance of Being Earnest

Oliver Parker, 2002

Rupert Everett, Colin Firth, Frances O’Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench, Tom Wilkinson.

 

Il nome, le cose. La distanza può essere molta, persino incolmabile. A volte, invece, parola e vita coincidono, tanto da rendere possibile un sogno. Nella Londra vittoriana di Oscar Wilde, il nome Earnest (Ernesto, che diventa, misteriosamente Ernest nel titolo italiano del film di Parker), fa sognare due giovani da marito, disposte a sposare un uomo per il solo fatto che il suo nome è, appunto, Ernesto. La parola significa “onesto”. Su questo gioco si basa la commedia di Wilde, lieve ed arguta. E tale resta nel film. Non staremo a riaffermare il valore del teatro di Oscar Wilde. Qui conta piuttosto apprezzare il lavoro del regista, il quale aveva già affrontato Wilde con la trasposizione di un’altra commedia (Un marito ideale, 1999) e che ora tenta coraggiosamente di rendere più    moderno l’Earnest di Asquith (1952). Non si tratta di chissà quale stravolgimento scenico. Costumi e ambienti sono quelli tradizionali. Parker opera sulla fluidità del montaggio, insistendo sulla simmetria, rispettosa e rispettata, dello svolgimento teatrale. E confidando, il che non è poco, sulla bravura di attori come Everett e Firth, perfetti Ernesti finti nella commedia degli ostentati e smascherati equivoci.

 

Franco Pecori

7 febbraio 2003

A proposito di Schmidt

film_apropositodischmidt.jpgAbout Schmidt

Alexander Payne, 2002

Jack Nicholson, Hope Davis, Kathy Bates.

   

Mezzo secolo dopo “Umberto D”, un uomo va ancora una volta in pensione, drammaticamente. Certo, il personaggio del capolavoro di De Sica era ben diverso dallo Schmidt di Payne - basti aver presente la maschera di Jack Nicholson: il ghigno sempre pronto ad esplodere contro lo sguardo mite e quasi liquido di Carlo Battisti. Eppure, qualcosa di profondo accomuna i due, pur così lontani. Ed è la forza interiore, la spinta a superare quello che ad un certo punto, per ragioni diverse, sembra essere il limite di un baratro, l’abisso della solitudine. Nel 1952, Battisti/Umberto rinuncia al suicidio per non abbandonare il suo cane; ora Nicholson/Schmidt riesce a controllare la sua rabbia e la sua paura di solitudine, mantenendo acceso il contatto col suo bambino adottato a distanza, in Tanzania. La grande interpretazione dell’attore americano, sul filo del paradosso, tra sublimi tenerezze e scatti inusuali, fuori dagli stereotipi della “recitazione”, rende assolutamente credibile e fortemente simbolica l’avventura umana di un uomo che, dopo una vita di lavoro e di matrimonio, resta disperatamente solo. E la sola inquadratura finale, in primissimo piano, vale tutto il film, che pure è un bel film.

Franco Pecori

7 febbraio 2003

Essere e avere

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Être et avoir
Nicolas Philibert, 2002
Georges Lopez e i bambini della scuola di Saint-Etienne sur Usson (Puy-de-Dome).

Da Cannes, un puro e semplice gioiello. La cinepresa entra in una piccola scuola di campagna, nell’Alvernia, in Francia, e ci resta per un intero anno scolastico, dall’autunno all’arrivo delle vacanze estive. La classe è unica, seguono le lezioni del maestro agli alunni di diversa età, dall’asilo alla quinta elementare. Si comincia con l’ imparare a tenere la matita in mano, poi  i due  verbi fondamentali, essere e avere; e via via, il dettato, le tabelline. Il maestro è paziente, lucido, sicuro nella difficile guida. Di momento in momento, si delineano i caratteri dei piccoli allievi, senza la pretesa di un disegno sistematico, attraverso l’amorevole e puntigliosa attenzione ai particolari. Si impara a leggere e scrivere insieme agli alunni, si capisce che niente, delle cose “semplici”, è semplice. Meno che mai i sentimenti. Si tocca con mano come sia complesso il compito del maestro, il quale deve armonizzare senza rinunciare, stimolare e non forzare, tener conto della realtà circostante e tuttavia aprire gli orizzonti della conoscenza, in vista della nuova fase di vita che attende i suoi allievi. Il cinema regala alla tv un “piccolo fratello” molto istruttivo.

Franco Pecori

7 febbraio 2003