oltre lo schermo film musica poesia filosofia
10 09 2010
 
Home | News | Festival | Cinema | Film | Mondo | Dicono | Filosofia | Scienza | Musica | Poesia | Chi

Solaris

film_solaris.jpgSolaris

Steven Soderbergh, 2003

George Clooney, John Cho, Jeremy Davies, Viola Davis, Natascha McElhone, Ulrich Tukur.

 

Il romanzo di fantascienza, dello scrittore polacco Stanislaw Lem, è lo stesso a cui si ispirò Andrei Tarkovsky per la prima versione cinematografica di Solaris. Ma il film del 1972 cercava soluzioni immaginifiche, che rendessero finemente spettacolare il tema della coscienza in un mondo “altro”. Soderbergh rafffredda, per così dire, l’immaginazione e tenta di rappresentare la dialettica esterno/interno, conoscenza/memoria, identità/doppio, sviluppando un immaginario antiromantico, simmetrico - si direbbe in geometria. Il rompicapo non ha soluzioni emotive. La storia sarebbe semplice. L’esplorazione del pianeta Solaris sembra produrre effetti strani sugli scienziati della stazione spaziale Prometeo. Da Terra non si hanno più segnali. Uno psicologo, inviato per indagare, si trova coinvolto in una dimensione fantascientifica, in cui la mente di ciascuno materializza “visitatori” dal proprio passato. Tra le copie disumane c’è anche la donna con cui l’inviato (Clooney) ebbe una relazione. Ma la storia d’amore resta bloccata, incastrata nel problema più generale, filosofico, se l’Uomo sia alla ricerca di “altri mondi”, o se invece voglia semplicemente degli “specchi”, doppioni inutili della sua vita.

 

Franco Pecori

28 marzo 2003

Ebbro di donne e di pittura

film_ebbrodidonne.jpg

Chihwaseon

Kwon-Taek Im, 2002

Sung-Ki Ahn, Min-Sik Choi, Sung-Nyu Kim, Yeo-Jin Kim,

Ho-Jeong You.

Cannes 2002: Kwon-Tark Im (re)

 

Premio miglior regia a Cannes 2002, il film coreano racconta la vita del grande pittore Jang Seung-ub. Ma non è un film “biografico”. Intanto, il rigore con cui la vicenda dell’artista viene mantenuta nel contesto storico: dal 1850 al 1897, gli anni della Corea in declino, il re, i riformisti, la rivolta contadina, i cinesi. E in questo quadro il tema della libertà dell’arte, non come dato bensì come necessità dell’artista, un grande artista di umili origini, che non rinuncia alla ricerca e al cambiamento, contro la morsa e l’asservimento del “realismo”. L’incompatibilità tra arte e potere è espressa dal regista con una meticolosa e appassionata attenzione al corpo e allo spirito del protagonista, lottatore “romantico” e insieme “moderno” contro le convenzioni dell’immaginario: “Nei miei dipinti - dice - la gente trova ciò che si aspetta di trovare e così resto prigioniero”. La paura di tale prigionia fa fuggire Jang dalle lusinghe dei potenti, nel continuo inseguimento della propria libertà. Le immagini, bellissime, non sono un semplice “abbellimento” della storia, ma ne costituiscono la sostanza estetica. Tanto che Jung Il-Sung, direttore della fotografia, può essere considerato come vero coautore del film.

Franco Pecori

28 marzo 2003

La regola del sospetto

film_laregoladelsospetto.jpgThe Recruit

Roger Donaldson, 2003

Al Pacino, Colin Farrell, Gabriel Macht, Bridget Moynahan.

 

Il sospetto come valore. «Niente è ciò che sembra»: è più di una regola, è il principio su cui si fonda il giusto comportamento di ciascun agente della Central Intelligence Agency, CIA. Non per soldi, sesso, fama, ma per una causa giusta. Questa è la ragione che muove la scelta. Lo insegna Walter Burke (Pacino) alla recluta James Clayton (Farrell) sin dal primo giorno di addestramento. E tutto è un test. Burke svolge l’incarico di reclutatore con la perfetta perfidia del super-agente e Clayton, entrato nel gioco, rischia la propria identità profonda. Lo svolgimento del thriller è abbastanza normale, rispettoso del genere, compresa la “complicazione” dovuta all’intreccio amoroso tra colleghi di addestramento. Ma c’è qualcosa in più. A parte la bravura di Pacino (prestazioni a mitraglia, negli ultimi tempi), la dimensione psicologica supera la portanza della trama e anche dell’intento “documentario” sul funzionamento e sull’efficienza dell’Agenzia. Il racconto della scelta e della preparazione dei nuovi reclutati si sposta infatti sul piano di una sfida assoluta, in una tensione decisiva tra rispetto delle regole e conoscenza dei propri confini interiori. E allora si va ben oltre la CIA, in una dimensione universale.

 

Franco Pecori

28 marzo 2003

Ubriaco d’amore

film_ubriacodamore.jpg

Punch-drunk love

Thomas Anderson, 2002

Adam Sandler, Amuly Watson, Philip Seymour Hoffman, Luis Guzman.

 

Barry (Sandler) è un tipo non tanto normale. Le sue 7 sorelle, da piccolo, gli dicevano “gay” e lui si agitò con un martello contro un vetro. Ora, tutto ciò che gli è attorno sembra avere un carattere di eccezionalità. Ciò si riflette nella geometria delle inquadrature. Il regista (premiato a Cannes) le taglia con chiaro intento asimmetrico, ponendo anche i suoni su dislivelli antinaturalistici, in contrappunto con le variazioni psichiche del personaggio. Per Barry comunicare è difficile, le parole gli escono come frullati al sapore di dubbio. E lui lo sa. Barry stesso si rende conto delle sua difficoltà, tanto che vorrebbe parlare con uno psichiatra, ma nessuno gli dà retta. Si arriva al dunque solo quando un truffatore lo mette in mezzo, per via dell’ingenua telefonata ad una linea sexy. Insomma, questo Barry abbiamo l’impressione di averlo già incontrato da qualche parte. E’ una specie di disadattato che ci rimanda a certi film di Jerry Lewis. La sua commedia finirebbe male se non ci fosse Lena (Watson), una biondina dagli occhi spiritati, capace di sciogliere in amore ogni grumo, ogni sbornia esistenziale. Almeno, così sembra a Barry.

Franco Pecori

21 marzo 2003

8 Mile

film_8mile.jpg8 Mile

Curtis Hanson, 2002

Eminem, Chloe Greenfield, Craig Kitson, Brittanny Murphy,

Mekhi Phifer, Kim Basinger.

 

Fare il proprio sound a Detroit. E’ il chiodo fisso dei “rapper” della 8 Mile Road, la strada che segna il confine con la periferia e separa i bianchi dai neri della città. Siamo nel 1995 e Detroit vive le conseguenze del crollo del sogno industriale. Nei quartieri degradati, bande di ragazzi senza prospettive cercano di dare voce alle proprie emozioni, spesso violente. Si respira un’aria di creatività che ha radici nella tradizione musicale: il “Detroit sound”, il gospel di Aretha Franklin ed ora il rap, che domina la scena “hip hop” della città. Jimmy (Eminem), Sol, DJ Iz e Cheddar Bob passano le giornate nei garage e vicino ai cassonetti, cercando una strada che porta all’incisione del primo “demo”. Sera dopo sera, il bianco Jimmy combatte con gli altri rapper, neri e aggressivi. L’arma è l’improvvisazione di filastrocche ritmate, nutrite di insulti e metafore forti. Come nel pugilato, ci si elimina due alla volta, fino alla vittoria del più duro. Spesso gli scontri diventano fisici, fuori dal “ring”. Eminem, al suo esordio cinematografico, testimonia personalmente del realismo del film, attingendo alla propria memoria: “Quando perdevo una sfida - ricorda - mi crollava il mondo addosso”.

 

Franco Pecori

14 marzo 2003

Io non ho paura

film_iononhopaura.jpg

Io non ho paura

Gabriele Salvatores, 2002

Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Aitana Sanchez-Gijon, Dino Abbrescia, Diego Abatantuono.

 

Primitivo, povero, dolce, violento, misterioso, documentario e soggettivo, tragico. Passato ma presente. Anche “eterno”, se letto in chiave simbolica. Ma non “astratto”, perché gli occhi e i corpi dei bambini protagonisti, sette, per la prima volta sullo schermo, bravissimi, hanno una rilevanza insostituibile nel racconto, che, altrimenti, rischierebbe di fermarsi all’allegoria, classica e letteraria. I bambini incarnano la verità. E la storia, vista dal regista con i loro occhi, è impressionante, terribile. Salvatores ha rappresentato degnamente il cinema italiano al festival di Berlino 2003. Ha scelto ancora una volta il Sud. Tra Basilicata e Puglia, campi di grano e immaginario agricolo, “disturbato” da ansie moderne di anni fa (si vede il Tg1 condotto da Fede). La famiglia di contadini nasconde in un buco il bambino rapito al Nord da Abatantuono, “orco” emigrato e tornato maestro di crudeli scorciatoie. Ma il piccolo Michele, serio nei giochi come ogni bambino, scopre il recluso e gli tende la mano, da povero a ricco, secondo naturale eguaglianza. Suspense da thriller, ma anche “sospensione” da Bergman, ché la morte è qui destino inevitabile. 

Franco Pecori

14 marzo 2003

Hotel Rwanda

film_hotelrwanda.jpgHotel Rwanda
Terry George, 2005
Don Cheadle, Sophie Okonedo, Joaquin Phoenix, Nick Nolte.

Cento giorni, dal 6 aprile al 16 luglio 1994. Un milione di persone massacrate a colpi di machete. E’ il genocidio in Rwanda, Africa centrale. Culmina così una lunga storia di razzismo, risalente alla colonizzazione belga dell’inizio ‘900. Gli hutu, più neri, poveri e meno somiglianti agli europei, si ribellano violentemente al dominio dei tutsi, più ricchi e ritenuti più “belli” e intelligenti. Dopo il massacro, l’Onu ha creato un tribunale per il Rwanda. Una decina le sentenze emesse finora. Il film di George, di coproduzione italiana, si basa su questi fatti. L’atrocità della situazione traspare drammaticamente, rendendo la vicenda di Paul Rusesabagina (Cheadle) più vera del vero, grazie alla discrezione stilistica del regista e alla terribile semplicità degli avvenimenti. Paul, di etnia hutu, dirige l’hotel Mille Collines di Kigali, la capitale. Sua moglie è una tutsi. Hanno tre bambini. All’arrivo del cataclisma, Paul si trova da solo a dover proteggere la propria famiglia e il personale dell’hotel. Ma presto la coscienza gli impone di non chiudere la porta a quanti cercano un rifugio. Mentre la comunità internazionale resta indifferente, Paul può contare solo sulla propria dignità.

Franco Pecori

11 marzo 2003

The Hours

film_thehours.jpg

The Hours

Stephen Daldry, 2002

Meryl Streep, Julianne Moore, Nicole Kidman, Ed Harris, Toni Collette, Claire Danes.

Berlino: Nicole Kidman Julianne Moore Meryl Streep (atr)

 

Intenso, coinvolgente, ma lucido nella costruzione del triplice racconto, il film tratto dal romanzo “Le ore”, di Michael Cunningham, rispetta l’intenzione dello scrittore (premio Pulitzer 1999), il quale s’era ispirato al romanzo di Virginia Woolf, “Mrs. Dalloway”, del 1925. Sicché, le storie di tre donne, nell’arco di quasi un secolo, dagli anni ‘20 alla fine dei ‘90, si articolano e confluiscono, senza mescolarsi, in un disegno intellettuale e sentimentale, che attraversa tempi e luoghi, sempre ridefinendosi, inesausto. Il merito del film è di dominare la  struttura non semplice, mantenendo in primo piano il feeling forte, quasi esplosivo, che lega la vita interiore delle tre fantastiche protagoniste; e che traccia una linea di contatto emozionante tra epoche e mondi diversi, accomunati dal tema di base: la sofferenza del vivere, la coscienza della difficile armonia di tempo e amore, di vita e ore, nella relazione interna che ciascuna esistenza ha necessariamente con quella altrui. Virginia (Kidman), Laura (Moore) e Clarissa (Streep), tre grandi attrici di sublime bravura, riescono a riscattare questa angoscia in un implicito quanto palpabile messaggio di speranza.

 

Franco Pecori

7 marzo 2003