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09 09 2010
 
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Confessioni di una mente pericolosa

film_confessionidiunamentepericolosa.jpgConfessions of a dangerous Mind

George Clooney, 2003

Geroge Clooney, Sam Rockwell, Julia Roberts, Drew Barrymore, James Bissell, Rutger Hauer.

Berlino: Sam Rockwell (at)

 

Istruttivo. Ci fa vedere l’origine di format Tv come “La Corrida” o “Il gioco delle coppie”. E’ la storia di Chuck Barris (Rockwell), il produttore che inventò un modo nuovo di concepire il quiz televisivo, sfruttando le risposte spontanee dei concorrenti e integrando così la vita nella finzione del gioco. E, con un accostamento ardito, suggerisce una metafora inquietante, mettendo in gioco nientemeno che la Cia. Chuck, infatti, viene scelto come killer dall’Intelligence proprio per certe caratteristiche del suo lavoro. Confessa Barris, nel libro da cui è tratto il film: «Sono responsabile di aver inquinato l’etere con dell’ intrattenimento puerile e intorpidente. Inoltre, ho ucciso trentatre esseri umani». Amarezza e ironia si fondono nel primo lavoro di Clooney da regista. Senza rinunciare alla chiave umoristica né al tono brillante “televisivo”, il film dà l’adeguato rilievo drammatico alla parte “sgradevole” della storia, sicché Rockwell passa dalla scena Tv all’azione “noir” restando perfettamente credibile. E alla fin fine, le due facce della vita di Chuck rappresentano un’unica vera “missione segreta”: non perdere, o ritrovare, il pieno controllo di sé.

 

 

Franco Pecori

24 aprile 2003

La 25a ora

film_la25ora.jpg25th Hour

Spike Lee, 2003

Edward Norton, Rosario Dawson, Brian Cox, Philip Seymour Hoffman, Anna Paquin, Barry Pepper.

 

Sette anni di carcere attendono Monty (Norton). Ha smerciato droga e l’hanno preso. Prima dell’inferno, dedica l’ultimo giorno ad una “ricognizione” del proprio dolore. Rimasto a 11 anni senza madre e col padre ubriacone, ha perso le “normali” certezze e cerca, disperato, di aggrapparsi agli amici più vicini. Uno di essi gioca in borsa, l’altro interpreta in modo sofferto il ruolo di insegnante; Naturelle (Dawson) è la ragazza che lo ama e che forse lo ha denunciato. E, non ultimo, c’è il cane, raccolto morente in strada. Spike Lee mira al cuore della storia, evitando facili evoluzioni sul versante “giallo” e/o “noir”, ed esaltando le qualità discrete dei personaggi, ciascuno dei quali offre una chiave d’interpretazione della realtà americana. Evitata anche una eccessiva coloritura del linguaggio, che avrebbe dato al film un sapore “popolare” non consono alla sostanza esistenziale del racconto. Bravo Edward Norton a sostenere questo piano dell’interpretazione. «Vorrei essere come quella ragazza di X Man, quella che passa attraverso i muri», dice Monty, al culmine dell’insofferenza. Sognerà di andarsene via col padre, nel deserto, dove le giornate sono vestite di beata normalità.

 

Franco Pecori

18 aprile 2003

Cose di questo mondo

film_cosediquestomondo.jpgIn this World

Michael Winterbottom, 2003

Enayatullah, Jamal Udin Torabi.

Berlino: Orso d’oro

 

Più di 50 mila profughi afghani, al confine con il Pakistan, pronti a partire verso l’ignoto, per sfuggire alla misera sorte. E’ lo scenario che ha spinto il regista inglese, già apprezzato a Cannes (Benvenuti a Sarajevo, 1997), a realizzare questo film-viaggio, documento drammatico del disperato tentativo di due ragazzi di raggiungere Londra, mitico luogo di vita moderna. I due attori sono non professionisti e il film è girato con una piccola telecamera, senza gli apparati del “grande cinema”. Winterbottom ha “donato” al montatore 200 ore di immagini. La scrittura che ne risulta dà l’impressione di un’immediatezza non improvvisata. Al contrario di quanto ci si aspetterebbe dal contatto “diretto” dell’obiettivo con la realtà, le tappe dell’avventura di Jamal ed Enayat non restano materiale “grezzo”, ma si trasformano in discorso profondo, pieno di sentimento, lucido e insieme coinvolgente. Utile a comprendere e a “sentire” certe cose di questo mondo, In This World, il film lascia pensierosi sul futuro e desiderosi di “umanità”. Winterbottom riesce a trasmetterci la sofferenza di un popolo e a farcela sentire come universale.

 

 

Franco Pecori

4 aprile 2003