|
oltre lo schermo film musica poesia filosofia
10 09 2010 |
|
|
|
My name is Tanino
My name is Tanino Paolo Virzì, 2003 Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Frank Crudele, Jessica De Marco, Mary Long.
Sbalordito dalla meraviglia del cinema, così sembra, Virzì sgrana gli occhioni di Corrado Fortuna e raccoglie frutti appena maturi, qualcuno ancora un po’ acerbo, utilizzando l’occhio della piccola videocamera che resta a Tanino dal fugace incontro con la ragazza americana nel suo paesino in Sicilia. E’ il senso di freschezza che viene da questa sorta di lettera illustrata, una e-mail inviata dal giovane Tanino da New York al suo amico Giuseppe, rimasto a casa. E’ uno strano “sogno americano”, moderno e antico, ingenuo, rivelatore. Nella mente di Tanino, la “confusione” delle informazioni e delle impressioni deriva, si desume dalla lettera, dall’ immaginario di origine. Stereotipi culturali e voglia di novità radicali producono un linguaggio misto, sostanzioso, ben al di là del pittoresco. Il linguaggio “stentato” del ragazzo, che non riesce a tradurre i disagi nei confronti della diversa realtà , finisce nel consistere nella vera e propria denuncia, piena di umorismo e di sarcasmo, di una sostanziale e profonda incomunicabilità . Rivelatrici le sequenze della visita alla famiglia americana della ragazza e dell’incontro con il “mitico” filmaker d’avanguardia. Due autentici smascheramenti. Franco Pecori 30 maggio 2003
Antwone Fisher
Denzel Washington, 2003 Derek Luke, Denzel Washington, Earl Billings, Joy Bryant, Kevin Connolly, Viola Davis, Rainoldo Gooding, Novella Nelson, Salli Richardson.
Gli anni passati nella Marina americana e poi, come agente, al penitenziario federale, hanno lasciato il segno in Antwone Fisher, che ha scritto un libro sulla propria esperienza. Ed ora ecco il film. Washington debutta nella regia, impegnandosi in un lavoro di approfondimento psicologico e riuscendo a non cadere nel didascalico. La sua maschera di attore maturo lo aiuta a calarsi nella difficile parte dell’ufficiale psichiatra, che mettendo in gioco anche se stesso riesce a far “nascere” una coscienza di uomo nel giovane marinaio dal passato incerto. In bilico tra il romanzone di sentimenti e il racconto-saggio, alla ricerca di una radice profonda dei disagi che nel giovane Antwone (Luke) sfociano in comportamenti violenti, il film trova una cadenza compassata e riflessiva, mantenendo comunque in primo piano la sua ragione psicologica. Il tema dell’educazione del bambino affiora discretamente e non diventa mai “facile”. Le sofferenze del piccolo Antwone emergono rispettando il ritmo dell’analisi, in una progressione drammatica che, a tratti, sfiora la prospettiva epica. Washington sforna una regia ben consapevole, articolata e “tranquilla”, quasi mimetica rispetto al personaggio ch’egli interpreta.
Franco Pecori 23 maggio 2003
Matrix Reloaded
Matrix Reloaded Larry e Andy Wachowski, 2003 Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Jada Pinkett, Monica Bellucci, Gloria Foster.
Coincidenza/provvidenza/scopo, il problema è la scelta. Il problema, nel film e fuori dal film, è la filosofia: questa filosofia, per i cui necessari riferimenti occorrerebbe una competenza non superficiale, giacché il rischio è l’approssimazione delle deduzioni e la confusione tra spettacolo e ragionamento. Dopo il primo Matrix, questa seconda parte insiste decisamente sulla ragione filosofica che contrappone l’uomo alla macchina, facendone una ragione di vita o di morte. E si serve di effetti davvero straordinari. Lo spettacolo è molto attraente, la capacità di montaggio e di missaggio dei materiali, anche digitali, è strabiliante. Nel complesso si ha l’impressione di un ciclopico balletto, in cui violenza e dinamismo si sposano, per il buon fine dell’umanità . La lotta del “super-superman” Neo (Reeves) e del “disobbediente” Morpheus (Fishburne) contro la repressione e lo sfruttamento programmato culmina nel “faccia a faccia” di Neo nel cuore della macchina. E sembrano sublimarsi, in un’ultima astrazione le paccottiglie Medioevali e della New Age. La memoria va con un guizzo alla mitica “Alphaville” di Godard (1965), anteriore anche all’Odissea di Kubrick (1968).
Franco Pecori 23 maggio 2003
Scrivere per molti, per chi?
Parlare di libri è più difficile che scrivere libri. Risulta dai dibattiti e dalle interviste, che in occasioni come quella della Fiera di Torino, finiscono per poggiare, più o meno implicitamente, sull’insidioso - e falso - tema di fondo: scrivere per molti o per pochi? Di libri se ne scrivono molti e di tutti i colori, è vero. Ma non abbiamo ancora sentito un autore affermare la necessità della scrittura, indipendentemente dal target. Intendiamo che un testo, per esistere davvero, ha da tenersi in sé, nella sua necessaria coerenza. Necessità misurabile come? misurabile da sé, dal testo nel suo contesto, durante il tempo, nella storia.
Franco Pecori Scrivere per molti ma per chi? Rai Televideo, 16Â maggio 2003
16 maggio 2003
The eye
Oxide e Danny Pang, 2003 Lee Sin-Jie, Lawrence Chow, So Yut Lai, Candy Lo, Ko Yin Ping, Edmond Chen.
Il nuovo orrore viene da Hong Kong. Sensazioni forti, forma “facile”, ingenuità esibita ammiccando a possibili spessori. In sostanza, un cinema “primitivo”, che fa pensare al “muto”, anche espressionista, per ottenere un effetto metafora, buono soprattutto per il pubblico giovane, meglio se cinefilo. Quasi superfluo indicare il contenuto. Semplicissimo. Divenuta cieca da piccola, Mann (Lee Sin-Jie), dopo un trapianto di cornea, comincia a “vedere” in un altro modo, allucinazioni e incubi da un mondo che non sembra essere il suo. Il passaggio dalla “realtà ” esterna a quella “interiore” avviene grazie ad un certo potere del cinema - almeno, tale lo credono alcuni: di poterci mostrare ciò che il nostro occhio normalmente non può vedere. Esperto di post produzione, Oxide Pang, il primo dei due fratelli registi, dà una bella mano a Danny. Di particolare efficacia l’impatto del sonoro, che a tratti entra prepotentemente nello spettatore, rendendolo vulnerabile all’invasione del senso.  «La felicità - dicono i Pang - non è tutto nella vita. Anche la sofferenza è un dono molto speciale. Scartatela e ingeritela, assaggiate il massimo del dolore». Niente paura, è solo un film.
Franco Pecori 16 maggio 2003
Pollock
Pollock Ed Harris, 2000 Ed Harris, Marcia Harden, Hart Benton, Tom Bower, Jennifer Connelly, Bud Cort, John Heard, Val Kilmer, Robert Knott, Amy Madigan, Stephanie Saymour, Jeffrey Tambor. Oscar: Marcia Harden (atrnp)
Jackson Pollock (1912-1956) fu un grande pittore, facile e difficile. Partito dal Surrealismo, approdò ad un espressionismo informale, la cui carica d’avanguardia gli portò incomprensioni e gloria, fino all’approdo drammatico dell’incidente/suicidio. Vita romantica la sua, come poteva essere nella New York del “Village”. Il film di Harris, il primo da regista, ha però il merito di mantenere l’equilibrio tra biografia e critica d’arte. Il problema estetico resta sempre centrale. La pittura di Pollock è un urlo necessario, che sfonda il muro delle convenzioni letterarie sulla “modernità ” dell’arte, negando provocatoriamente la casualità del gesto artistico. Nessun segno, anche il più “informale” può essere “semplice” frutto del caso. E il senso che ne deriva porterà necessariamente con sé la complessità del mondo in cui nasce. E’ questo, al di là della storia con i mercanti d’arte e con gli affetti quotidiani, il messaggio dell’artista, messaggio ancora da cogliere, nonostante e/o proprio a causa dell’invasione del post-modernismo. Perfetta lezione di Harris, che, da regista, mette in gioco il suo stesso corpo d’attore. Franco Pecori 16 maggio 2003
Oasis
Lee Chang-Dong, 2003 Sol Kyung-ku, Moon So-ri, Ahn Nae-sang. Venezia 2003, Lee Chang-Dong regia.
Il coreano Lee Chang-Dong conferma, al terzo film, passato in concorso a Venezia, di aver meritato il successo di critica già al debutto, nel 1996 a Vancouver (Green Fish). Poesia estrema si può definire la sua, per il tema scelto e per l’intensa emozione che trasmette col suo modo di svolgerlo. Due giovani vivono la loro emarginazione nei quartieri popolari di Seul. Ritardato mentale, Jong-Du è un fastidio per i suoi. Però è stato capace di farsi 2 anni di carcere per coprire il fratello, pirata della strada. Gong-Ju, disabile per una paralisi cerebrale, è rinchiusa nella sua stanza-oasi. Jong-Du scopre Gong-Ju quando va a trovare la famiglia della vittima dell’incidente per cui era finito in prigione. Handicap e follia si mescoleranno in una sorta di paradossale armonia, a riscatto delle disuguaglianze e delle crudeltà del mondo. Il regista evita la retorica, usando l’obbiettivo con giusto pudore, senza evitare il realismo dei corpi. Si esce turbati. Grande merito va agli attori, specialmente a Moon So-ri, bravissima nel trasformarsi e nel deformarsi, nella terribile sofferenza e nella sconfinata tenerezza della sua passione. Passione estrema, di cose semplici, tanto da sembrare impossibili, “proibite”.
Franco Pecori 2 maggio 2003
|