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09 09 2010
 
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In linea con l’assassino

film_inlineaconlassassino.jpgPhone Booth

Joel Schumacher, 2003

Colin Farrell, Kiefer Sutherland, Forest Whitaker, Katie Holmes, Radha Mitchell, Paula Jai Parker.

 

Metaforico. La figura del killer che da una finestra punta un “nemico” a caso, secondo un metro di antipatia tutto proprio, sa di letteratura. Però la carica di esistenzialismo “gratuito” è ben impiantata nella New York di oggi e la sensazione è che possa esplodere da un momento all’altro. Il povero tizio (un press agent!) che resta nella cabina telefonica, prigioniero dei ricatti psicologici del suo misterioso “giustiziere” è la regola confermata dall’eccezione. Siamo tutti “in linea con l’ assassino”, ad ogni ora del giorno.

 

Franco Pecori

27 giugno 2003

Piccoli affari sporchi

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Dirty Pretty Things

Stephen Frears, 2003

Chiwetel Ejiofor, Audrey Tautou, Sergi Lopez.

 

Il cinema dell’inglese Frears, da “My Beautiful Laundrette” a “Liam”, si nutre di generi ma produce film originali, che approfondiscono un tema senza enunciarlo didascalicamente. Anche qui, lo strazio dell’immigrazione e della necessità di un lavoro a Londra si fonde con il tragico fenomeno del traffico di organi, in un’atmosfera “gialla”, ma con i gesti della “normalità”. Okwe - bravissimo Chjwetel Ejiofor -, immigrato nigeriano, fa il portiere di notte e di giorno il taxista; ma è medico e riesce a “liberare” se stesso e una compagna di “schiavitù”.

Franco Pecori

27 giugno 2003

La meglio gioventù

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La meglio gioventù

Marco Tullio Giordana, 2003

Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco,

Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Jasmine Trinca, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Camilla Filippi, Claudio Gioè, Mario Schiano.

 

Volevano essere speciali. Faticosamente, drammaticamente anche, trovano una loro normalità. Sono i personaggi de “La meglio gioventù”, italiani che nel pieno degli anni ‘60, giovani, sognarono il Capo Nord e che i decenni hanno immerso e disperso nelle vicende del Paese. Ancora la storia di una famiglia - sei ore di film (per Raiuno, ma esce prima nelle sale, in due parti) e poi forse basterà. Due fratelli, i genitori, gli amici, tutta una storia italiana, utile a chi la storia non la sa, o non l’ha voluta sapere. Misurato, pacato, Giordana mette in fila le cose. Alcuni momenti lasciano il segno. Giusto l’equilibrio tra “documentario” e poesia. La vicenda di Giorgia (Trinca), salvata dall’elettrochoc, funziona da idea guida: uscire dal manicomio. Ed è l’altra faccia della luna, rispetto al muro che impedisce a Matteo (Boni) di vivere con dignità il suo bisogno di regole, fuori dalla “sinistra”. Via la vecchia cultura (geniale Schiano/ professore), corruzione e crisi economica lasciano spazio al terrorismo (inquietante Giulia/Bergamasco). La scansione degli avvenimenti italiani fluisce in trasparenza. Essenziale è la qualità degli attori - e bravo il regista nel rendere credibili i loro ruoli. Il piano narrativo se ne avvantaggia, sia sul versante “privato” (la madre/Asti), sia su quello socio-politico (perfetto Carlo, l’economista/Gifuni). Esemplare la sintesi, al femminile, dello sguardo al futuro concretizzato nella figura di Mirella/Sansa, la fotografa che viene dalla Sicilia. Antica e modernissima, s’invaghisce di Matteo e poi fissa la propria maturità sul fratello Nicola/Lo Cascio, lo psichiatra, coscienza del film. Pertinente il premio ottenuto a Cannes, nella sezione “Un certain regard”.

 

Franco Pecori

20 giugno 2003

Giulietta degli Spiriti

film_giuliettadeglispiriti.jpgGiulietta degli Spiriti
Federico Fellini, 1965
Giulietta Masina, Mario Pisu, Sandra Milo, Sylva Kiscina, José-Luis De Villalonga.     

Nobile risarcimento verso la sua “Pallina”, atto d’amore di Fellini per la donna che lo accolse, sperduto e in cerca di fortuna, nella Roma della “Ricostruzione”, luogo dell’arrangiarsi. Giulietta chiude il capitolo conclusivo del viaggio autobiografico di Fellini, culminato nell’introspezione sperimentale (Otto e mezzo) ed ora planante sul prato della “riconciliazione” psicologica. La Masina de La strada (1954) e de Le notti di Cabiria (1956) era servita alla rappresentazione letteraria di un’idea di donna astratta, identificabile col mondo intero, un mondo ideale, di sentimenti puri da contrapporre alla “bestialità”. Qui Giulietta è, paradossalmente, più felliniana, meno se stessa e più dedita alla personificazione di un sentimento che risiede nel suo regista (e nel suo marito). Ma, nello stesso tempo, Fellini riesce a portare l’immagine di Giulietta sul piano universale, affidandola agli ”spiriti” che la guidano, obbiettivati nella presa di coscienza finale, segno strano di un femminismo a venire.

 


Franco Pecori Giulietta degli Spiriti Rai Televideo, 16 giugno 2003

 

16 giugno 2003

8 1/2

film_ottoemezzo.jpg8 1/2
Federico Fellini, 1963
Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Sandra Milo, Claudia Cardinale, Rossella Falk, Barbara Steele, Mario Pisu, Annibale Ninchi, Caterina Boratto, Rossella Como, Eddra Gale.
Oscar: film str.

 ”Un film su un film che a sua volta  verte sul cinema”. Il percorso di Moraldo/Fellini si complica. La definizione dell’ottavo film (e mezzo: Luci del varietà, 1950, è firmato insieme a Lattuada) è di Christian Metz e suggerisce di vedere in Guido, il protagonista regista in crisi di ispirazione, la personificazione stessa del cinema. Fellini è il cinema. Per ritrovare l’ispirazione, il regista Guido decide di andare in profondità, nel suo immaginario, resuscitandone le figure, anche le più remote; indica così, esplicitamente, il “pozzo” da cui attinge. E però, la rappresentazione di questo sguardo all’interno è opera di Fellini: la messa in scena è riconoscibilissima. Dunque possiamo leggere Otto e mezzo come metafora di tutto il cinema di Fellini. E cioè del cinema. Da questa sorta di autoanalisi nascono scene indimenticabili, come l’infanzia nella casa romagnola, la Saraghina, il Cardinale alle terme, l’harem; e la ”giostra” finale, che rimette tutto in discussione, rivalutando l’ambiguità.

 


Franco Pecori Otto e mezzo Rai Televideo, 16 giugno 2003

 

16 giugno 2003

28 giorni dopo

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28 Days Later

Danny Boyle, 2002

Richard Harris, Naomie Harris, Christopher Eccleston, Brendan Gleeson, Megan Burns, Cillian Murphy.

 

Remake de “La notte dei morti viventi”, George A. Romero, 1968. La rabbia può uccidere il mondo, può diffondersi come un’epidemia ed annientare la società. Il film di Boyle sa di incubo premonitore. Un paziente si risveglia dal coma e trova il deserto attorno a sé. Nessuno in ospedale, nessuno in città. L’infezione è nata in laboratorio, da un gruppo di scimpanzè sottoposti a flusso di immagini violente. Ora sciami di infetti inferociti sono alla caccia di “sopravvissuti”. Impressionante il realismo del racconto, che evita sottolineature moralistiche e “suggerimenti” letterari.

 

Franco Pecori

16 giugno 2003

La dolce vita

film_ladolcevita.jpgLa dolce vita
Federico Fellini, 1960
Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Magali Noël, Yvonne Fourneaux, Nadia Gray, Anouk Aimée, Alain Cuny, Adriano Celentano, Annibale Ninchi, Valeria Ciangottini, Umberto Orsini, Jacques Sernas, Walter Santesso,  Audrey McDonald, Lex Barker, Laura Betti, Enzo Cerusico, Riccardo Garrone, Reneé Longarini, Liana Orfei, Gino Talamo, Archie Savage, Fabrizio Capucci, Renée Longarini, Ida Galli, Donato Castellaneta, Giuliana Lojodice, Mario Conocchia.
Cannes: Palma d’Oro. Oscar sgr: Piero Gherardi.

Nel 1959, fu scandalo. Ma, viste oggi, quelle polemiche su una certa società romana, le “dissolutezze” di Via Veneto, le vacuità dei cinematografari, fanno sorridere. Eppure, La dolce vita resta un capolavoro. Il fatto è che il “polverone” impedì di vedere il film per ciò che era: un film di Fellini! La dolce vita non è un documentario, né un “affresco”. E’ semplicemente il proseguimento del “viaggio” di Moraldo, il giovane che da Rimini va a Roma e in cui Fellini si identifica. Dopo Moraldo/Interlenghi (I vitelloni), ecco  il Moraldo/Mastroianni, un po’ spaesato e incantato dalla favola romana, giornalista e scrittore che trova difficoltà ad armonizzare ispirazione e “realtà”. L’occhio del regista vede “mostri” intorno a sé e la cinepresa li fotografa. Solo in questo senso il film è documentario. Documento meraviglioso, anche, di grandi interpretazioni (Mastroianni, Cuny), figure (Ekberg), situazioni (la Roma notturna).

 


Franco Pecori La dolce vita Rai Televideo, 16 giugno 2003

 

16 giugno 2003

Lo sceicco bianco

film_losceiccobianco.jpgLo sceicco bianco
Federico Fellini, 1952
Brunella Bovo, Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Ernesto Almirante.

Dopo le “Luci del varietà” (1950), il mondo dei fumetti. Siamo nel ‘52. Fellini consolida la propensione all’uso delle mitologie e va costruendo il suo sguardo espressivo, dove nasce la realtà come finzione. Roma è il primo grande sogno, per il regista di Rimini e  per i due sposini (Bovo e Trieste) in viaggio di nozze. La mogliettina, in particolare, vuole incontrare lo Sceicco (Sordi), eroe dei fumetti. Il fumetto come metafora stessa della vita è una delle interpretazioni che già prefigurano l’approccio di Fellini alla realtà. Sordi, anch’egli “in costruzione” ma già definito nel suo lato cinico, è la chiave ideale per portare in primo piano, a contrasto, le “ingenuità” di un mondo “piccolo piccolo”, non meno finto di quanto non lo rappresenti la satirica sceneggiatura dei grandi Pinelli e Flajano. Il film è pieno di fulminanti osservazioni degli ambienti che, paradossalmente vengono a contatto, quello dei  ”fumettari” e quello bigotto della “rispettabile” famiglia dello sposo, nella Roma papalina. 

 


Franco Pecori Lo sceicco bianco Rai Televideo, 16 giugno 2003

 

16 giugno 2003

Aspettando la felicità

film_aspettandolafelicita.jpgHeremakono

Abderrahmane Sissako, 2002

Maata Ould Mohamed Abeid, Fatimetou Mint Ahmeda, Nèma Mint Choueikh, Makanfing Dabo, Nana Diakité, Khatra Ould Abdel Kader, Mohamed Mahmoud Ould Mohamed.

Cannes: Un certain regard, Premio Fipresci

 

Dalla Mauritania il film vincitore a Cannes del premio Fipresci, nella sezione “Un Certain Regard”. La felicità è un mito “europeo”, inseguito dal giovane Abdallah, che prima di partire va dalla madre per salutarla. E nel villaggio lambito dal deserto, la vita di tutti i giorni è un sogno mite e intenso. Colori, gesti, musiche di un mondo passato e incompiuto, si addensano nella “fiaba” di Khatra, il bambino “elettricista”, con la sua lampadina che finisce in mare e si spegne con la morte del vecchio Maata.

 

Franco Pecori

13 giugno 2003