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10 09 2010
 
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Caterina va in città

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Caterina va in città

Paolo Virzì, 2003

Sergio Castellitto, Margherita Buy, Alice Teghil, Margherita Mazzola, Federica Sbrenna, Claudio Amendola, Flavio Bucci, Lele Vannoli.

 

Amaro. Giancarlo (Castellitto), depresso dall’insegnamento in provincia, invidioso dei successi facili nell’Italia del “benessere”, lascia il paesino e porta la famiglia a Roma. L’amore devoto della moglie, donna semplice (Buy), non gli basta. Lui spera in Caterina (Teghil), brava figlia, 13 anni, che potrà inserirsi nella società che conta e lo solleverà da tante frustrazioni (un manoscritto nel cassetto). E Caterina va in città, ma l’inserimento comporterà qualche problema. L’impatto con i compagni di scuola fa conoscere a Caterina un mondo fittizio, una vita di frasi fatte e di comportamenti “dettati”, che aggrediscono la sua ingenuità e le sue aspirazioni più segrete, fino a confonderla. Ragazze e ragazzi, schierati in “bande” contrapposte, destra e sinistra, “eseguono” giornalmente una specie di copione televisivo, relazionabile alla falsità dei rispettivi genitori, anch’essi impegnati nel galleggiamento quotidiano. A tratti, le caratterizzazioni appaiono estremizzate, ma complessivamente il gioco “a riconoscersi” si svolge con umorismo e la “fritturina” del tipico risulta gradevole e istruttiva.

Franco Pecori

24 ottobre 2003

Mystic River

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Mystic River

Clint Eastwood, 2003

Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon,Lawrence Fishburne,

Marcia Gay Harden, Laura Linney, Emmy Rossum.

Oscar: Sean Penn (at) Tim Robbins (atnp)

 

Torbido. L’emozione del film deriva dal contrasto tra il modo semplice, classico, di raccontare la storia dei tre protagonisti (un’eccezione nella moda dei montaggi a incastro) e la loro vicenda torbida, piena di cose gravi non dette, di pene non espiate, di bontà  non riconosciute, di crudeltà subite. Si parte dall’infanzia di Jimmy (Penn), Dave (Robbins) e Sean (Bacon), amici per la pelle, cresciuti negli ambienti operai di Mystic River (Boston), e si arriva all’omicidio di Katie, figlia di Jimmy. Il colpevole non è lontano. La ricerca dell’assassino diventa la chiave per “leggere” la vita dei tre, le loro ragioni intrecciate, le sofferenze nascoste. Il filo conduttore sembra il dolore rabbioso di Jimmy, che vuole arrivare alla verità prima di Sean, diventato poliziotto. Ma sono passati 25 anni dalle giornate trascorse in strada a giocare a baseball e la storia dei tre amici rivela drammi oscuri. Perfetta l’ambientazione, alto il livello delle interpretazioni (perfino un Penn misurato nel ruolo più esplicitamente emotivo). Confermata la capacità di Eastwood di scovare sostanza umana nei diversi generi (qui il poliziesco).

Franco Pecori

24 ottobre 2003

Kill Bill: Volume 1

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Kill Bill: Volume 1

Quentin Tarantino, 2003

Uma Thurman, David Carradine, Daryl Hannah, Michael Madsen,

Vivica A. Fox, Lucy Liu, Michael Jai White.

 

Spada vince, senza sentimento. Vendetta si compie. E basta. Il gioco sanguinario è “bello”, raffreddato in esercizio stilistico, povero di senso. Vendetta, basta così. Goduria dei fans di Tarantino. La sposa (Thurman), ridotta in coma nel giorno delle nozze, lei che già a 20 anni era stata “una delle migliori donne-killer al mondo”, non appena rimessasi, impara lo Zen e l’arte della spada per uccidere uno ad uno gli autori del massacro di cui è la sola superstite: gli assassini, ex suoi amici guidati da Bill (Carradine). Un cinema “settario”, quello di Tarantino. Quanto più si rivolge ai generi “bassi”, di largo consumo, (Kung Fu e Western italiano ad esempio), tanto più chiama lo spettatore a farsi “seguace”, intenditore esclusivo: non per il valore degli Autori, che non sono citati (né con Godard né con Ford, per così dire), bensì per il gusto in sé del riutilizzo di materiali d’uso. Si vede molto sangue, in azioni “feroci”. Ma senza emozione. Ferocia non ce n’è, in quanto siamo nella bottega del “rottamatore”, dove, come per  miracolo, il cinema si rigenera dalla sua polvere. E ne nasce un autore tutto speciale, moderno-post.

Franco Pecori

24 ottobre 2003

Cantando dietro i paraventi

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Cantando dietro i paraventi

Ermanno Olmi, 2003

Bud Spencer, Jun Ichikawa, Sally Ming Zeo Ni, Camillo Grassi, MakotoKobayashi, Xiang Yang Li.

 

Un grande film di pace. Dietro i paraventi, il canto delle donne conclude il racconto fiabesco di una conquista della storia. Alla pace si arriva attraverso scontri e ragioni complesse, che, alla fine del Settecento, si chiariscono in un discorso tanto coinvolgente quanto dialettico e trasparente. La pirateria, qui cinese e al femminile, “ha avuto sempre un grande fascino”, avverte il prologo. E, mediatore il teatro, narrazione e rappresentazione si articolano nella favola del perdono. Il Principe Imperiale cinese sta per sferrare l’attacco finale contro la piratessa Ching, ma invece decide di perdonarla. Le navi restano ferme e, dietro i paraventi, si sentirà il canto delle donne. La storia di Ching è antica e moderna. Suo marito, passato dalla pirateria al servizio del Governo dei Generali, divenne scomodo per gli interessi degli Azionisti.E fu fatto fuori. Fu così che la vedova Ching divenne la terribile saccheggiatrice dei mari. “Bisogna credere nelle favole”, dice Olmi. Ci aiutano a “far sopravvivere la speranza”. Fiduciosi nell’affabulazione di Bud Spencer, pacioso narratore, ci affidiamo al “perdono” della storia.

Franco Pecori

24 ottobre 2003

Prima ti sposo poi ti rovino

film_primatisposopoitirovino.jpgIntolerable Cruelty

Joel e Ethan Coen, 2003

George Clooney, Catherine Zeta-Jones, Geoffrey Rush, Billy Bob Thornton.

 

Sono la rovina dell’amore vero? Così patinati e levigati non sembrerebbe. Parliamo degli avvocati “matrimonialisti”, nella commedia di Joel (regia) ed Ethan (sceneggiatura) Coen (fuori concorso). Il copione è perfetto. Gli attori non fanno una piega. Il film scivola via tra una risata e l’altra senza che si abbia il tempo di valutarne la morale. C’è chi passa il tempo ad incastrare i mariti ricchi, certo, e qui c’è molto da imparare. Far ridere su una materia tecnica come può essere una causa di divorzio in America, non è cosa da poco. Ma per i fratelli Coen è uno scherzo da niente. Loro, ormai, con la commedia sofisticata contemporanea ci hanno preso la mano. E anche questo non è poco. Tanto che, se non fosse un “filmone”, potremmo considerare quest’ultima loro fatica un simpatico “filmetto”. Ma sarebbe una “intolerable cruelty”. Ci sono dei momenti, al di là della macchina narrativa perfettamente oleata, che toccano vette sublimi, come il duetto a tavola tra Miles e Marylin, che valgono il biglietto.

 

Franco Pecori

17 ottobre 2003

The dreamers - I sognatori

The dreamers
Bernardo Bertolucci, 2003
Michael Pitt, Louis Garrel, Eva Green.

 

Non voleva fare un documentario sul ‘68 e non lo ha fatto. I sognatori di Bertolucci c’entrano col Maggio solo in quanto sono essi stessi un sogno: il sogno del regista-poeta, che non per niente, proprio a 20 anni, vinse con i suoi versi il Viareggio, scegliendo poi di dedicarsi al cinema. Come gli altri film di Bernardo Bertolucci, anche questo vive di uno stile forte, talmente individuabile da imporsi anzitutto per la sua forma espressiva. Il resto, se preso in sé, conterebbe poco, ‘68 compreso. L’identificazione tra sognatori e sogno avviene tramite il colto utilizzo dei materiali, ripescati dall’immaginario e riconnessi alla vicenda del Maggio in modo profondamente organico. I giovani cinefili, per lo più borghesi, ebbero non poca parte nello sviluppo “onirico” del Movimento. Ed è qui la pertinenza delle molte citazioni, da Fuller a Godard, da Chaplin a Ray, alla Garbo e alla Dietrich. Al di là del Cinema, la passione dei due siamesi, fratello e sorella, resta lontana e imbarazzante. Il Maggio è per loro il sogno stesso della loro vita. Solo il terzo giovane, l’americano, riesce forse a vedere la realtà in tempo.

 

Franco Pecori

10 ottobre 2003

The Blues: Dal Mali al Mississippi

film_thebluesdalmalialmississippi.jpgThe Blues: From Mali to Mississippi
Martin Scorsese, 2003
Sam Carr, Toumani Diabaté, Corey Corey, Salif Keita, Abib Koité, Taj Majal, Pat Thomas, Ali Farka Touré, Othar Turner, Dick Waterman.

Il Blues, che tutti credono di conoscere, è alla radice della musica americana contemporanea e quindi della musica del Novecento in generale. Tutto ciò che ascoltiamo, a tutti i livelli, ha a che fare col Blues. Custodire l’eredità di questa musica è lo scopo della serie di film organizzata da Martin Scorsese nell’anno, il 2003, dedicato dagli Stati Uniti proprio al Blues. Il progetto consiste in 7 film, realizzati da altrettanti registi, che ripercorrono, con materiali documentari e con invenzioni creative la storia del Blues. Il film di Wenders, “The soul of a man”, ha rappresentato il progetto a Cannes. E Venezia ha programmato, fuori concorso, i film di Scorsese, Figgis, Levin e Pearce. Molto bello il “viaggio” di Scorsese, dal Mali al Mississippi, che ci riporta ai primordi, con registrazioni emozionanti e con interviste che valgono più di tanti studi “scientifici”. Dice uno dei vecchi musicisti: il Blues è sofferenza d’amore, nient’altro. Un altro suona il piffero di canna al ritmo del tamburo. Musica rara. “Oggi, dice, sono gli strumenti a suonare, prima dovevi suonare tu”. E tutti sottolineano quella che sembra la cosa veramente importante: l’origine africana. A differenza di Wenders, Scorsese resta più ancorato ai materiali documentari, rispettando i personaggi nella loro essenza umana originaria, traducendo quasi fisicamente lo spirito musicale delle immagini di repertorio e delle interviste in una sorta di concerto miracoloso.

Franco Pecori

10 ottobre 2003

Elephant

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Elephant
Gus Van Sant, 2003
Timothy Bottoms, Eric Deulen, Alex Frost, Matt Malloy, Elias McConnell, Joe Robinson.
Cannes: Palma d’oro. Gus Van Sant (re).

Il lungo elenco di attori vuol dire che gli studenti del liceo americano, interpreti di se stessi, meritano la citazione alla pari. Palma d’oro a Cannes, il film è stato premiato anche per la regia. Accoppiata quantomai significativa. Non per nulla Elephant è irraccontabile, libero com’è dal pre-testo (script). E vuol essere “indefinibile”, come l’elefante della parabola buddista, visto nei particolari ma non riconosciuto nell’insieme. La cinepresa è impegnata a cogliere i percorsi di ragazzi non speciali, a scuola in un giorno qualunque. Un “pedinamento” senza disegno apparente. La “realtà” dei giovani entra ed esce dal quadro secondo una logica non completamente precostituita. Ne deriva una suspense interna alle inquadrature, che sono una continua sorpresa, sguardi vaghi e insieme dettagliati. Anche il finale va preso in questo senso, senza cadere nella banalizzazione politica, della violenza neonazista motivata da frustrazioni e deviazioni. Restano la sostanza (e la forma) di un bel “documento” sull’essere e il nulla, qui e oggi. A Columbine, per esempio.

Franco Pecori

3 ottobre 2003

Anything Else

film_anythingelse.jpgAnything Else
Woody Allen, 2003
Jason Biggs, Danny De Vito, Jimmy Fallon, Christina Ricci, Diana Krall.

La battuta viene facile. Com’è l’ultimo film di Allen? “Come tutto il resto”. Lo dice il solito tassista, il tassista con cui a volte parliamo di cose “assolute”, come la vita, la morte o il destino dell’uomo. E lui, con tono indifferente: “Anything else”. Dunque, un film per tassisti? Anche, perché no? - purché si tratti di ammiratori di Allen. Per uscire dalla battuta (ma con Allen non è tanto facile), siamo ancora una volta nella guerra dell’arguto contro il banale. E l’esito - sembra avvertirlo lo stesso autore - non è per niente scontato. Come al solito, con l’aria di fare nient’altro che una commedia, Allen affonda il coltello nella piaga delle frasi fatte e dei comportamenti usuali. Ce l’ha con la psicoanalisi - egli stesso è nella parte del “consigliere” psicotico - e con la minaccia al vivere civile, contro la quale bisogna armarsi di fucile. Inutile raccontare il filo, leggero e piacevole, della commedia. Meglio seguirlo seduti in platea. Va però notata la prova degli attori, tutti “nel ruolo”: Jerry, giovane scrittore (Biggs), Amanda, ragazza sexy e nevrotica (Ricci), e anche Allen, più “sincero” e corposo di altre volte.

Franco Pecori

3 ottobre 2003