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09 09 2010
 
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Non aprite quella porta

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The Texas chainsaw massacre

Marcus Nispel, 2003

Eric Balfour, Jessica Biel, Erica Leerhsen, Jonathan Tucker, Mike Vogel.

 

Rifare: è il verbo che ultimamente sembra avere maggiore necessità d’uso, in molti campi e specie nel cinema. Rifare un genere o un film già fatto, o citarlo, imitarlo, riproporne lo spirito con uno stile diverso sembra gratificante a molti “autori”. E’ il trionfo del manierismo. A volte con risultati da non buttar via, ché, se non altro, aiutano a prender coscienza del senso comunque culturale del “dire” (e del ri-dire e del ri-leggere). La famiglia, ad esempio. La famiglia e l’orrore. La storia “vera” di una famiglia di “cannibali”, nel Texas più oscuro e violento, l’aveva raccontata, nel 1974, Tobe Hooper, in un horror memorabile per orripilanza. Ora Nispel riprende il filo con la perfetta consapevolezza di operare un rifacimento a distanza “storica”. E l’horror, in quanto genere in sé esasperato e quindi fortemente dedito alla “finzione”, si presta bene all’invito alla fruizione distaccata. Ragazzi in gita, ferri vecchi e cadaveri a pezzi, massacri con motosega, tutto è chiuso in un pacco regalo che non trasmette violenza nonostante il “raccapriccio”. Fa pensare, se mai, a quella famiglia di “brava gente”.

Franco Pecori

28 novembre 2003

Noi Albinoi

film_noialbinoiNoi Albinoi
Dagur Kari, 2003
Anna Fridriksdottir, Throstur Leo Gunnarsson, Elin Hansdottir, Tomas Lemarquis.
    
Tre case, una scuola, un distributore di benzina, un semaforo rosso acceso sul manto di neve, la montagna di ghiaccio; e la “tana” in cui si rifugia Noi, l’albino del paese, 17 anni, a sognare le palme dei mari del Sud. Noi vi si cala aprendo e chiudendo una piccola botola di legno: lì dentro c’è tutto il suo mondo. Fuori, il freddo dell’Islanda, piccole cose, movimenti minimi e usuali, che ricordano solo da lontano la vita delle città. Nel suo piccolo, Noi fa le esperienze essenziali dei ragazzi della nuova generazione, che dicono no e vogliono fuggire. Al suo primo lungometraggio, l’islandese Kari mostra uno stile già definito, orientato verso uno sguardo analitico, fatto di particolari realistici, visti da vicino ma con delicata e assorta poesia; uno sguardo che si traduce in  quadro astratto e simbolico, senza però cadere nella “filosofia”. Il rifiuto della scuola, i rapporti difficili in famiglia, l’incontro appena accennato con la ragazza del bar, si risolvono, nella fotografia chiara e “innevata”, in una specie di prototipo del comportamento, un’ipotesi di possibilità per un mondo diverso. E il finale a sorpresa garantisce la probabilità della svolta. Noi forse se ne andrà.

Franco Pecori

21 novembre 2003

Alexandra’s project

film_alexandrasproject.jpgAlexandra’s project

Rolf de Heer, 2003

Gary Sweet, Helen Buday, Jack Christie, Samantha Knigge, Bogdan Koca.

 

Chi ha spento la luce? Chi ha chiuso tutte le porte con le serrature di sicurezza? Un’accoglienza davvero strana per Steve (Sweet), lui che torna a casa convinto di ricevere per il suo compleanno un festeggiamento speciale dalla moglie Alexandra (Buday) e dai figli Sam ed Emma. Il regista di Bad boy buddy, dopo una parentesi “western” (The Tracker), riprende l’indagine delle mostruosità familiari. Un po’ divertito e un po’ sospettoso, a tentoni nel buio di casa, Steve trova una videocassetta. Sopra c’è scritto: “Guardami”. Sarà una visione sconvolgente. Alexandra ha messo in scena una confessione-protesta contro il marito che l’ ha resa infelice. Gli rinfaccia egoismi e crudeltà, lasciandolo di stucco. Ma il bello viene quando Steve, distrutto, ferma il nastro e si accorge che le immagini di Alexandra continuano. Alla crudeltà del “chiarimento” per via mediatica si sostituisce ora la suspense della verifica. Quale realtà? Quale finzione? E riacquistano valore i dettagli che, all’inizio, prima della sorpresa in vhs, avevano connotato un’esasperata tensione del “normale” quotidiano. Peccato che il finale, né chiuso né abbastanza aperto, tolga un po’ di valore al “progetto”.

 

Franco Pecori

21 novembre 2003

Thirteen - 13 Anni

film_thirteen.jpgThirteen

Catherine Hardwick, 2003

Holly Hunter, Evan Rachl Wood, Nikki Reed, Jeremy Sisto, Brady Corbet, Deborah Kara Unger.

 

Il film è scritto dalla regista esordiente insieme alla ragazzina Nikki Reed, che attinge al proprio vissuto. La cinepresa è da mal-di-mare: effetto verità al massimo. Il tema delle tredicenni “sconvolte” è la schiuma dell’onda, attualissimo. Ma il senso del lavoro non è tanto nella “verità” delle situazioni, quanto nella “stupidità” che le pervade, fino a renderle astratte e quindi serissime. Così che siamo indotti ad estendere la lettura, a domandarci come questo mondo “adolescente” sia raccordabile a tutto il resto. Premiato al Sundance Festival, a Locarno, a Deauville, Thirteen può essere inquietante, ma più per i possibili richiami al contesto globale (sviluppo di società e culture nel quadro conflittuale del nostro tempo), che non per le “rivelazioni” sul mondo delle adolescenti - femminile: futuro è donna? Tracy/Wood insegue l’amica Evie/Reed nella gara allo snobismo precoce di massa (ombelico in vista, piercing, furtarelli, sniffatine, sesso svelto) per una “sete” difficile da estinguere con una semplice riconciliazione familiare. Brava mamma Mel/Hunter nell’abbraccio finale in cucina, ma, là fuori, sappiamo che l’uragano minaccia.

 

Franco Pecori

21 novembre 2003

Zatoichi

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Zatoichi

Takeshi Kitano, 2003

Takeshi Kitano, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Taka Gatarukanaru, Daigoro Tachibana, Yuko Daike, Saburo Ishikura.

Venezia: Takeshi Kitano (re)

 

E’ strabiliante, sembra miracolosa la destrezza del “massaggiatore” Zatoichi, che vagabonda per i villaggi più poveri, giocando d’azzardo e, cieco, si difende con la sua spada dal fodero di bambu rosso. Si capirà poi il perché di quella bravura. Dovremo prima passare per una serie infinita di scontri sanguinolenti e dagli effetti fulminei, rappresentati in una forma quasi rituale, secondo un ritmo che spesso si fa danza. E’ Giappone del XIX secolo,ma il montaggio è del terzo millennio. La spada è inesorabile e i suoi significati sono contenuti nella storia. Kitano utilizza ancora una volta i codici della tradizione giapponese, ma in modo formalmente molto diverso dal precedente “Dolls”. Premiato a Venezia per la migliore regìa, “Zatoichi” conferma la modernità di Kitano, capace di uno straordinario autocontrollo stilistico. Il rapporto buoni-cattivi è esplicito e semplificato, l’andamento delle sequenze è serrato, gli effetti sonori colpiscono duro, esaltando irrealisticamente i materiali. E ben si sposano con l’uso della computer grafica (anche questa una novità per Kitano) nelle inquadrature dove il sangue è protagonista.

 

Franco Pecori

14 novembre 2003

Dogville

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Dogville

Lars Von Trier, 2003

Nicole Kidman, Paul Bettany, Harriet Andersson, Ben Gazzara,

Lauren Bacall, Stellan Skargaard, Patricia Clarkson, James Caan, Jermy Davies.

 

Una sfida. Von Trier, fanatico del purismo (il “Dogma” del nuovo cinema danese, senza trucchi), ora fa un film in chiave teatrale e letteraria, ispirandosi - dice - alla canzone “Jenny dei  Pirati”, di Brecht e Weill (”L’opera da tre soldi”). La scena è un palcoscenico “cancellato”, ridotto a un piano d’appoggio. La piccola città di Dogville, sulle Montagne Rocciose, è come disegnata col gesso e descritta dal narratore. La prosa distaccata, “documentaria”, trasuda ironia. Il racconto è “semplice”. Tanto da essere provocatorio. Il senso è ricco. Tanto che descrivere anche solamente i “fatti” resta difficile. Grace (una Kidman d’avanguardia) ha due settimane per farsi accettare dagli abitanti di Dogville. Brava gente, all’ inizio; ma poi, la fuggitiva inseguita dai gangster finirà succube e schiavizzata. Delusa, soprattutto, dall’amore di Tom (Bettany). Tanto che l’arrivo dei gangster le sembrerà una liberazione. La sorpresa finale la lasciamo allo spettatore. Si esce discutendo. E, miracolo, emozionati. Abbiamo visto una città che non c’era, abbiamo vissuto una storia che ci riguarda da vicino.

Franco Pecori

7 novembre 2003

Il ritorno

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Vosvrascenie

Andrey Zvyagintsev, 2003

Vladimir Garin, Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko,

Natalia Vdovina

Venezia: Leone d’oro.

 

Il padre? Un mito. La storia dei due bambini, Andrey il più grande e Ivan il minore, che vedono comparire il padre assente da 12 anni, è trattata con stile poetico dall’esordiente regista moscovita. Leone d’Oro a Venezia, il film esibisce la sua poetica con discrezione, ma anche senza falsi pudori. I due figli (ma sarà vero che quell’uomo è il loro padre?) vivono una speciale iniziazione, misteriosa e piena di forti sentimenti, nel viaggio verso un’isola lontana. Mare e foreste del Nord accentuano le emozioni, contenute e non per questo represse. Il carattere metaforico del film, chiaro fin dalle prime sequenze, induce alla lettura pedagogica, senza con ciò nulla togliere alla suspense delle immagini (da segnalare la fotografia in bianco e nero, di Mikhail Kritchman). Il rapporto padre-figli ha un che di non espresso, di tenero e di violento, nello scambio reciproco di esperienze. Ben resa la sofferenza anche fisica dei silenzi, delle complicità, delle incomprensioni. Una pena primitiva, decisiva, che sfocia nel tragico. Bravissimi i due piccoli protagonisti, il più grande dei quali (Garin) è scomparso  poco dopo aver terminato il film, non lontano dai luoghi delle riprese.     

Franco Pecori

7 novembre 2003

Matrix Revolutions

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Matrix Revolutions

Larry e Andy Wachowski, 2003

Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Jada Pinkett Smith, Ian Bliss, Mary Alice, Monica Bellucci, Lembert Wilson.

 

Mistico. E alla fine, tanta luce. Si conclude la trilogia (ma in realtà “Reloaded” e “Revolutions” sono un solo film diviso in due), aperta dai fratelli Wachowski nel ‘99 con “Matrix”. Nel suo impermeabile lungo, Neo (Reeves) continua a cercare la verità nascosta nella Matrice. Elegante portatore di fede, virtualmente ucciso e resuscitato, finisce accecato, ma vede ugualmente, forte del suo cuore. E va nella Città delle Macchine. Eroica, lo accompagna Trinity (Moss), che lo ama senza chiedere perché. L’Oracolo (Alice), “nonnina” che fa biscotti a mano, detta leggi che non conosce, come certe “veggenti” in Tv. Dal Merovingio (Wilson), sfilate di moda  per la periferia metropolitana, mentre le mostruose macchine cadenzano il passo e l’agente Smith è sempre più avido di potere. Nello scontro culminante con Neo, cielo e terra si fondono in una spettacolare danza dei vincitori (nessuno può essere sconfitto). Fantascienza di successo, cyberfumetto,parola galleggiante di una filosofia imbambolata, Matrix predica le sue “rivoluzioni” nel vento di una meraviglia accecante, nello schianto “biblico” della tecnologia futura. Kung Fu.

Franco Pecori

5 novembre 2003