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09 09 2010
 
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Master & Commander

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Master & Commander: The Far Side of the World

Peter Weir, 2003

Russell Crowe, Paul Bettany, James D’Arcy, Richard Stroh, Billy Boyd, David Threlfall, Thierry Segal.

Aprile 1805. Napoleone è padrone dell’ Europa. Solo la flotta inglese gli tiene testa. La fregata di Sua Maestà britannica “Surprise”, 197 uomini, 28 cannoni, viene attaccata di sorpresa e seriamente danneggiata da una nave molto più grande e veloce. Per il medico di bordo, Maturin (Bettany), il lavoro non manca. Ma rimesso a posto il tre alberi, il capitano Aubrey (Crowe) decide di dare la caccia al nemico fantasma, ai  “confini del mare”: oltre Capo Horn e fino alle isole Galapagos.  Crowe, perfetto nel ruolo, è “documentario” e insieme pieno di umanità. Il regista s’immerge con rispetto nel racconto di Patrick O’Brian, tanto da farci vivere l’avventura come fossimo proprio in quell’epoca, nella nave col suo equipaggio. Le tecniche del cinema moderno vendono “nascoste”, per darci una realtà non artefatta. Le cannonate, la tempesta, i dettagli della vita in mare, tutto trasmette il senso di una vicenda dura, dolorosa. Nessuna forzatura del sonoro, finalmente; e un’apprezzabile fotografia non turistica della meravigliosa natura.

Franco Pecori

19 dicembre 2003

Da quando Otar è partito

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Depuis qu’Otar est parti

Julie Bertuccelli, 2003

Dinara Droukarova, Esther Gorintin, Nino Khomassouridze.

Cannes: Grand Prix de la Semaine de la Critique

 

Assenza e sogno. Otar, via da Tbilissi (Georgia) per un sogno parigino, ha lasciato sole la vecchia madre Eka, la sorella Marina e la figlia di lei, Ada. Le tre donne vivono povere nella città segnata dalla storia. Dell’assenza di Otar soffre soprattutto Eka, che si consola, o forse finge teneramente di consolarsi, con le lettere che il figlio le scrive, inviandole anche qualche soldo. Pure lui vive da povero, con pudore, senza dire che a Parigi la vita, per un immigrato irregolare, non è certo meravigliosa. Si resta sospesi, finché un giorno il sogno si spezza. Lo stile di Bertuccelli (primo film dopo le collaborazioni con Iosseliani, Kieslowski, Tavernier, Panh), documentario e poetico, esprime un amore per la “realtà”, che fa pensare alle più alte espressioni del Neorealismo italiano. Soprattuto, intendiamo, nel senso di uno sguardo autentico, che spezza la catena perversa di quell’ottica “internazionale”, neutra, per cui ci sentiamo troppo spesso fuori da ogni luogo, in un limbo “spettacolare” e posticcio. “Gran Prix de la Semaine de la Critique” a Cannes, questo “Otar” è un importante invito a rientrare in noi, a guardare il mondo con occhi appassionati, partecipi di veri sentimenti.

Franco Pecori

12 dicembre 2003

Opopomoz

film_opopomoz.jpgOpopomoz

Enzo D’Alò, 2003

Voci: Ciro Ricci (Rocco), Xsuela Douglas (Sara), Silvio Orlando (Peppino), John turturro (John), Vincenzo Salemme (Giuseppe), Peppe Barra (Sua Profondità e ReMagia), Oreste Lionello (Scarapino), Fabio Volo (Farfaricchio), Tonino Accolla (Astarotte).

Napoli, capitale del Presepe. La città, i suoi colori, la sua gente, il suo Natale. Enzo d’Alò, padre del cinema di   animazione italiano (”La Gabbianella e il Gatto”, 1999), conferma il suo talento poetico, raccontando una speciale attesa della Nascita. Il piccolo Rocco sa che la mamma gli darà un fratellino, Franceschino, proprio nella notte del 24 dicembre. Ed è geloso. I diavoli (da “liberi professionisti” invidiano gli angeli, che “assunti” in in cielo, hanno il “posto fisso”!) si dannano nell’ingrato compito di spingere Rocco direttamente nel Presepe. Con la parola magica “opopomoz” arriverà a Betlemme e il suo sentimento negativo (la gelosia) impedirà la nascita di Gesù e di Franceschino. Molto gradevole il disegno, appropriate le musiche di Pino Daniele, approfondita l’attenzione al contesto, alla cultura alle tradizioni. Gli attori non si limitano a prestare la loro voce ai personaggi disegnati ma forniscono apprezzabili e divertenti interpretazioni. 

Franco Pecori

5 dicembre 2003

Lost in translation

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Lost in Translation

Sofia Coppola, 2003

Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Akiko Takeshita, Anna Faris, Catherine Lambert.

Venezia: Scarlett Johansson (atr)

 

Più che amore tradotto, situazione difficile da tradurre in amore: un amore che, nella “traduzione”, si perde - o l’amore mancato di una ventenne e di un uomo maturo, americani a Tokyo, che si incontrano e si perdono (lost) mentre cercano il senso della loro vita; vita difficile da tradurre in qualcosa di autentico, specialmente nella metropoli “straniera”. Sguardo fresco e indipendente, la figlia di Francis Coppola ha un approccio modernissimo, documentario e neoromantico insieme. Bob (grande prova di Murray) è la star del cinema che va a Tokyo per uno spot commerciale. Charlotte (Johansson, migliore attrice a Venezia nella sezione Controcorrente) è appena laureata ed ha seguìto in Giappone il marito, frenetico fotografo. Tutt’intorno una realtà “finta”, al limite del ridicolo, prodotta dal dominio della pubblicità. Il vero e il falso si confrontano nei minimi dettagli. Attenta alle sfumature, la regista osserva e traduce in immagini miracolosamente originali il disagio crescente dei protagonisti, fino al culmine della loro “confessione” e al commovente rimpianto per una una dolcissima storia d’amore mancata.

Franco Pecori

5 dicembre 2003

Le invasioni barbariche

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Les invasions barbares

Denys Arcand, 2003

Rémy Girard, Stéphane Rousseau, Marie-Josée Croze, Marina Hands, Dorothée Berryman, Johanne Marie Tremblay.

Cannes: Marie-Josée Croze (atr)

 

Commedia di denuncia, cinica e dolente. La civiltà occidentale sta per finire? La barbarie dei nostri giorni lascia il suo martire davanti al lago, assistito, in un estremo atto di pietà, dal figlio ricco e rampante. Stroncato dal male, Rémy (Girard), edonista impenitente, sceglie di porre fine al calvario delle sofferenze ospedaliere, delle corruzioni e delle disfunzioni di un mondo che non si può più amare. La vita, lui, se l’è goduta, ma ora deve andarsene; e sarà la droga, proprio la “cura” che appesta il mondo, a salvarlo dal dolore finale. La malattia di Rémy è l’occasione per svelare i mali della vita, il trapasso dei valori, l’avanzata della “barbarie”. In una specie di ironico confronto, il privato e il pubblico fanno i conti con la storia, con leggerezza e senza “prediche”. Il canadese Arcand (regista del Declino dell’impero americano, 1986), sorridendo a tratti sarcasticamente, invita a riflettere. E affida a Nathalie (Croze, migliore attrice a Cannes), giovane tossica, figlia dei nostri giorni, il duplice compito, di fornire al “paziente” l’ultima “medicina” e di recuperare (nei libri che il figlio di Rémy le lascia) un senso per l’esistenza.

Franco Pecori

5 dicembre 2003