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09 09 2010 |
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La giuria
Per la prima volta insieme. Hackman e Hoffman, nella piena maturità , consegnano alla storia Gary Fleder, il regista che per primo ha avuto il privilegio di dirigerli in coppia. Le due star rispettano in pieno le prevedibili attese del pubblico, calandosi perfettamente nei ruoli a loro congeniali. Cinico, determinato, squalo: è Fitch/Hackman. Generoso, combattivo, Rohr/Hoffman gli si contrappone quale “credente” nella giustizia. Entrambi hanno bisogno di conquistare il favore della giuria nel processo che comincia. Sotto accusa è un potente fabbricante di armi. Il tema è quello della responsabilità nella diffusione della violenza, in una società dov’è normale possedere un’arma. Terzo “incomodo”, nel confronto senza esclusione di colpi, è Nick/Cusack, il giurato ambizioso, consapevole della partita che si sta giocando. Dal film si impara molto su un certo controllo dei processi. Il regista utilizza con misura l’omonimo best-seller di John Grisham, equilibrando le “ragioni” dei personaggi e asciugando ogni facile moralismo. Non manca il fattore sorpresa, ma ovviamente lasciamo allo spettatore il gusto del disvelamento.
Franco Pecori 31 gennaio 2004
Osama
Sddiq Barmak, 2004 Marina Golbahari, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Aref Harat, Arif Herati, Khwaja Nader, Hamida Refah, Zubaida Sahar.
Processata in piazza per essersi travestita da maschio, Maria, viene graziata e data in sposa al vecchio direttore della scuola. Siamo a Kabul, al tempo dei talebani. Maria ha 12 anni. Il Mullah che l’ha avuta in sposa, come primo dono di “nozze” le offre di scegliere un lucchetto per la sua porta, uno a piacere. Maria si era tagliata i capelli e aveva indossato abiti maschili per avere la possibilità di un lavoro. Padre e fratello sono morti in guerra e la madre e la nonna sono a casa perché nessun uomo le può accompagnare. Prendere il nome di Osama non è bastato alla ragazzina. Il suo inganno è stato scoperto e l’attende una vita forse ancor più terribile di quando, a casa, rischiava di morire di fame. Il film, passato a Cannes come opera prima, offre un quadro realistico della situazione sociale e culturale afghana. Il paese, dominato dal fanatismo talebano, vive nella miseria e le donne sono praticamente annullate. I bambini vengono istruiti alla preghiera e addestrati al servizio militare. Il regista usa la tecnica del documentario, a tratti anche rudimentale, ma fa in modo che spesso dai “nudi” materiali sgorghino metafore nobili.
Franco Pecori 30 gennaio 2004
Rosenstrasse
Rosenstrasse Margarethe Von Trotta, 2003 Katja Riemann, Maria Schrader, Jurgen Vogel. Venezia: Katja Riemann (atr)
Espressivo e documentario, il film della regista tedesca rievoca un fatto rimasto seminascosto alla storia, risalente al febbraio-marzo 1943. A Berlino, i nazisti non rispettano la legge che proteggerebbe i mariti ebrei di donne ariane. Fu il problema dei matrimoni “misti”. E così centinaia di uomini furono ammassati in un palazzo di Rosenstrasse, in attesa della deportazione. Ma sotto alle finestre le loro mogli resistettero giorno e notte. Tra quelle donne, che vinsero la loro battaglia con la forza della disperazione, una bambina, rimasta senza la mamma, fu raccolta amorevolmente. Quella bambina, ora vedova da poche ore, si è chiusa in un lutto rituale e ferreo, bloccando la vita di tutta la famiglia. La figlia indagherà sul passato e la farà rientrare in sé. Ricordare per comprendere e “guarire” da certe ferite profonde. Seguendo questo filo, il film si mostra nella sua generosità compositiva. Il dolore provocato dalla follia razzista lascia dei segni, nei gesti e nei comportamenti, che è utile saper leggere anche oggi. Franco Pecori 27 gennaio 2004
Luisa Sanfelice
Luisa Sanfelice Paolo e Vittorio Taviani, 2003 Laetitia Casta, Adriano Giannini, Cecilia Roth, Marie Baumer, Emilio Solfrizzi, Lello Arena, Linda Batista, Mariano Rigillo, Johannes Silberschneider.
Sant’Antonio contro San Gennaro, nel lontano 1799. Ma poi, non tanto lontano, secondo i Taviani. Impegnati nella megaproduzione “europea” di Rai Fiction e Cattleya con le Tv francese e tedesca, i registi hanno preso il coraggio a quattro mani, puntando essenzialmente a rappresentare l’amore di Luisa, aristocratica napoletana, per Salvato Palmieri, rivoluzionario francese; e la reazione politica del Cardinale Ruffo. Con un appassionante “zoom” romantico, il film (due puntate su Raiuno) ci avvicina il racconto di Dumas padre, attualizzandolo per via emotiva. Furbo, re Ferdinando tenta la carta della “neutralità ” verso i francesi. La rivoluzione sembra vincere. Ma dura poco. I napoletani preferiranno il richiamo di Ruffo, che dal Sud sbandiera la fede nel santo di Padova, al miracolo del sangue di San Gennaro, sciolto a pagamento in nome della Repubblica. Ma tutto questo sarebbe ancora poco senza lo straziante destino dei due amanti che finiscono sul patibolo. Bravi gli attori, efficace e antiretorica la musica di Piovani. Franco Pecori 25 gennaio 2004
Abbasso l’amore
Peyton Reed, 2003 Renée Zellweger, Ewan McGregor, Sara Paulson, Tony Randall, Jack Plotnick, David Hyde Pierce, Rachel Dratch.
In piena regola. Da quando Redford e soci rappresentarono la voglia delle nuove generazioni di guardare al passato con rinnovata coscienza (Come eravamo è del 1973), il cinema americano non ha smesso di consolidare quella istanza. Di recente sono stati messi a fuoco gli anni ‘50. Del 2002 è Lontano dal Paradiso, drammatica e puntualissima riflessione su riti e miti della provincia. Ora sembra toccare alla commedia, stile inizio ‘60 (Doris Day/Rock Hudson). Reed, regista che viene dalla Tv, ricostruisce quel clima con esattezza e senza pedanteria. Il film è divertente e pieno di spirito d’epoca, quasi un saggio di costume e di morale, rispettoso dei modi espressivi di 40 anni fa. Frequentativi, divisione dello schermo a metà , stanze bomboniera, vasca con schiuma. Non manca nulla. Solo, il ritmo è più serrato e le arguzie maliziose sul sesso sono adeguate ai nostri giorni. Zellweger sembra nata per la parte e McGregor sa stare al gioco: dire no e pensare il contrario. Il tutto in chiave “pre-femminista”, con simpatia. Barbara, scrittrice di provincia, vuole sfondare e inventa un inganno che scopriremo alla fine. Intanto, sostituisce l’amore con la cioccolata. Funzionerà ?
Franco Pecori 23 gennaio 2004
Il signore degli anelli: Il ritorno del re
The lord of the rings: The retourn of the king Peter Jackson, 2003 Elijah Wood, Ian Holm, Sean Astin, Cate Blanchett, Orlando Bloom, Billy Boyd, Brad Dourif, Bernard Hill, Christopher Lee, Ian McKellen, Dominic Monaghan, Viggo Mortensen, Miranda Otto, John Rhys-Davies, Liv Tyler.
“Insieme ricostruiamo questo mondo, da poter condividere nei giorni di pace”. E’ il messaggio finale del film, terzo della trilogia dell’Anello, con cui si conclude il viaggio di Frodo e Sam. Giunto sul monte Fato, il giovane hobbit può distruggere l’anello malefico, consegnatogli dallo zio e forgiato dal Signore delle Tenebre, Sauron. L’era della Terra di Mezzo, tempo dei quasi umani (hobbit), finisce. Basta con gli orchi e con i cavalieri neri. L’umanità rispetti ora il suo destino. Il regista (sette anni dedicati al lungo racconto) prepara il finale assegnando all’azione un ritmo più lento rispetto alle prime due parti, e facendo spazio a momenti “riflessivi”. Pur non mancando le terribili battaglie, si ha il tempo per seguire i personaggi nello svolgersi delle vicende personali, con momenti dichiaratamente “affettivi”. Interviene una specie di contromisura, a ridimensionare la grandiosità fiabesca del mito, per farne qualcosa di più verosimile e più direttamente trascrivibile nel linguaggio a noi contemporaneo. Tanto che il “messaggio”, alla fine, riassume gli intenti in maniera fin troppo trionfale. Franco Pecori 22 gennaio 2004
The MotherThe Mother
«Non sono pronta per la vecchiaia», dice la madre. Donna più che matura, improvvisamente vedova di un uomo che l’ha sposata quando “non c’era il femminismo”, May (bravissima Anne Reid) si ritrova libera e prigioniera. Mentre è soffocata dal nervosismo dei due figli, Bobby, con la sua famiglia in crisi, e Paula, perduta dietro ad un amore disperato, proprio l’amante di Paula, lo sconclusionato Darren, restituisce a May il senso di liberazione che forse attendeva da sempre. Il risveglio sentimentale e fisico fa perdere la madre nell’amore impossibile. Quella di May sarebbe una storia anche comune, se non fosse per l’occhio appassionato e insieme malizioso, tenero e spietato, con cui l’inglese Michell, già autore di Nothing Hill, guarda all’eccezione che conferma la regola, sottolineando quasi con crudeltà la drammatica esplosione di voglia di vivere di May. A fronte dei freddi quadretti introduttivi, che delineano l’alienazione dei figli, la madre è raccontata con una sintassi più morbida. Le scene di sesso fanno impressione non tanto perché inusuali, quanto per la loro radice psicologica. Presa dalla paura, dice la madre: «Finiremo tutti così un giorno, che nessuno ci vuole».
Franco Pecori 16 gennaio 2004
Miniritratti, Delia Scala
Franco Pecori Delia Scala, l’altra faccia di Wanda Osiris Rai Televideo, 16 gennaio 2004
   16 gennaio 2004
E’ già ieri
Giulio Manfredonia, 2003 Antonio Albanese, Asuncion Balaguer, Fabio De Luigi, Jacobo Dicenta, Enrique Escudero, Ester Ortega.
Raro. Un film italiano (coproduzione con Spagna e Regno Unito) che si fa su diritti acquistati negli Usa, per il remake di un film americano (”Ricomincio da capo”, Harold Ramis, 1993). Di solito, il percorso è inverso. Manfredonia, al secondo film (”Se fossi in te”, 2001), sembra continuare un suo discorso sulle difficoltà interiori a realizzare se stessi. Nel primo film il problema era la responsabilità delle scelte, qui l’ostacolo è l’egoismo, la chiusura verso gli altri. Un sentimento negativo, questo, capace di fermare il tempo. Prigioniero del proprio ruolo di star televisiva, il giornalista Filippo, si rende odioso a tutta la redazione e finisce emarginato, a realizzare un servizio sulle cicogne in un’isola delle Canarie. Lì si accentua la sua misantropia e si verifica il fatto strano. Il calendario si ferma al 13 agosto. Il giorno dopo sarà identico a quello prima e così via, in un angoscioso meccanismo “onirico”. Ma solo in superficie il tema è quello del tempo. Albanese, corpo e anima, dà consistenza al vero tema,meno curioso e meno misterioso, dell’apertura, della disponibilità verso gli altri. E’ così che si può incontrare anche l’amore. Franco Pecori 16 gennaio 2004
21 grammi - Il peso dell’anima
21 Grams Alejandro Gonzales Inarritu, 2003 Sean Penn, Charlotte Gainsbourg, Naomi Watts, Benicio Del Toro Venezia: Sean Penn (at)
Si esce impauriti. L’orrore che trasuda dal film non viene dal genere “horror”, ma dalla struttura stessa del racconto.A capire il titolo arriveremo verso la fine, quando l’incubo di un oscuro destino si sarà già impadronito di noi: i 21 grammi sono il peso che ciascuno perde, così si dice, al momento di morire. Ed è un peso uguale per tutti. Ma i guai non stanno nella morte. E’ la vita che può essere tremenda. Lo dimostra l’intreccio perverso che perseguita i tre personaggi principali. Il messicano Inarritu insiste, dopo il bell’esordio di “Amores perros” (Cannes 2000), nella costruzione di storie ad incastro. Qui un incidente d’auto fa tre vittime: due bambine e il loro padre. Il cuore dell’uomo servirà a far sopravvivere Paul (Penn) e a fargli incontrare Cristina (Watts), mentre Jack, che non si è fermato a soccorrere le persone che ha investito, viene assalito dai rimorsi. Tanto più che vive una “conversione” cristiana a dir poco radicale. Ma tutti viaggiano (grande prova di attori) sul filo di una “prigionia” interiore, che costringe ciascuno a vivere momenti fatali, a sopportare ogni giorno contraddizioni drammatiche. Franco Pecori 16 gennaio 2004
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