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10 09 2010 |
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Big fish
Big Fish Tim Burton, 2004 Ewan McGregor, Albert Finney, Billy Crudup, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi, Danny De Vito, Marion Cotillard, Robert Guillaume, Jessica Lange, Alison Lohman.
Se non la racconti, che vita è? Edward ama raccontare la propria vita fino a fare del racconto (fantastico) l’essenza stessa del vivere. “Ci sono dei pesci che non si riesce a catturare…”, è l’inizio di una favola che condiziona Edward fin dall’infanzia, quando una crescita precoce lo costringe a letto. Per converso, la sua fantasia, grazie anche alla lettura intensiva, prende il volo. Da uomo, eserciterà su tutti il fascino che gli viene dal ripetere le sue storie, a cominciare da quella del pesciolino cresciuto a dismisura. Edward (McGregor da giovane, Finney da anziano), che viaggia e sogna e racconta, vive molte vite. Simpatico a molti, non piace però al figlio Will (Crudup), il quale soffre della fama del padre. Un po’ di psicoanalisi non guasta, parlando di immaginario. E viene in mente anche Fellini. Non è la prima volta che Burton propone “meraviglie” felliniane. Qui le attiva per seguire il “viaggio” di Will alla ricerca del genitore: di un padre, diremmo, che sia più accettabile, più vicino alla realtà . E alla fine il viaggio restituirà la pace alla fantasia, il grande pesce assumerà una fisionomia più definita. Franco Pecori 27 febbraio 2004
Palabras
In Cile a caccia di cinema libero. Salani preferisce fare un film “povero”, pur di potersi esprimere fuori dai condizionamenti più forti di produzioni che esigono standard “internazionali”. E va fino alle Ande, per trovare le emozioni che ha dentro, trasferirle nella delicata psicologia di Adela (Calle) e restituirle allo spettatore sul filo di una sottile storia di amore nostalgico, sorpreso dal cineocchio come in un appassionato e discreto documentario. Adela, tornata da una missione ambientalista, racconta alle amiche. E’ andata con i suoi amici ad Antuco, un paesino di montagna, per opporsi alla costruzione di una diga. E si è innamorata del “nemico”, l’ingegnere italiano (Salani) che è lì per preparare il campo. Ha sentito cambiare la propria vita. Ed ora che tutto è finito, ora che è di nuovo a Santiago, racconta alle amiche quel suo sentimento. Parole, ma come evocare diversamente quell’esperienza? Salani adotta la poesia del flashback, alternando il racconto diretto di Adela con le immagini-documento del suo amore cileno, ottenendo un equilibrio apprezzabile, rispettoso della sincerità della protagonista.
Franco Pecori 27 febbraio 2004
Agata e la tempesta
Agata e la tempesta Silvio Soldini, 2004 Licia Maglietta, Claudio Santamaria, Pippo Santonastaso, Emilio Solfrizzi, Carla Astolfi, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Monica Nappo, Elena Nicastro, Ann Eleonora Jorgensen, Gisela Volodi.
Sarcastico ed elementare. Si può? E si può intenderlo in senso positivo? Se sì, il miracolo è fatto. E pare di sì. Soldini costruisce la commedia lasciando nel cassetto le “spiegazioni” sociologiche e psicologiche. Niente “tema e svolgimento”, come fanno quasi tutti i suoi colleghi italiani. Nessun ammiccamento standard, ma solo un lasciar scorrere i piccoli fatti di una vicenda intricata eppure semplice, che contiene l’umore di molte vite. Errori di persona, parentele rivelate improvvisamente, erotismo che colma la distanza tra letteratura e vita, elettricità della vita che annulla la differenza tra frasi fatte dei romanzi e realtà quotidiana. Bugie, paccottiglia e profondità convivono in una confusione che sembra non programmata (eppure è pur sempre un film…). Non resta che abbandonarsi alla simpatia (nel vero senso) di Licia Maglietta ed annotare i mille spunti, le mille osservazioni che la cinepresa ha raccolto per noi e che ora lascia passare sullo schermo, con disinvoltura. Una quarantenne viene sorpresa da una “rivelazione”. Ma che importa la storia? Franco Rossi 27 febbraio 2004
La ragazza con l’orecchino di perla
Peter Webber, 2003 Colin Firth, Scarlett Johansson, Judy Parfitt, Tom Wilkinson.
Se non conoscete la pittura di Jan Vermeer (1632-75), ne apprenderete le principali caratteristiche da questo primo film dell’affermato documentarista Peter Webber. Oppure, se avete letto il best-seller di Tracy Chevalier, vorrete riappassionarvi all’amore del maestro e della giovane serva, nell’Olanda (Delft, per la precisione) del 1665. Passione compressa, trattenuta, non mostrata con scene di sesso, ma suggerita da una totale “sospensione”, che diventa sostanza stessa del film. I protagonisti, Firth/Vermeer e Johansson/Griet, recitano bene; la ragazza, specialmente, passa con disinvoltura dal contesto giapponese ultramoderno di Lost in Translation al costume seicentesco dell’Olanda protestante. A proposito, ambientazione da Oscar, fotografia degna della pittura di cui si tratta, rivalutata alla fine del XIX secolo. Il titolo del film rimanda al quadro, ora famoso, che raffigura appunto la giovane con l’orecchino. Quell’orecchino, punto di luce, fu, nella realtà , oggetto di scandalo, rivelatore del trasgressivo rapporto del pittore con la sua occasionale modella.
Franco Pecori 20 febbraio 2004
L’amore è eterno finché dura
L’amore è eterno finché dura Carlo Verdone, 2004 Carlo Verdone, Laura Morante, Rodolfo Corsato, Stefania Rocca, Lucia Ceracchi, Antonio Catania, Orsetta De Rossi, Gabriella Pession, Elisabetta Rocchetti
Marito e moglie. Oculista lui, psicologa lei: oculati entrambi, si direbbe. Ma la vita coniugale riserva delle sorprese. Gilberto (Verdone), ingenuo e furbo insieme (si vede da certi ammiccamenti troppo scoperti, che perciò perdono effetto), cade nella trappola di moda, si fa scoprire in un locale a cercare compagnia in 3 minuti (”Speed-date”). E Tiziana (Morante), lo caccia di casa. Anche lei, però, scopriremo che è soggetta a tentennamenti. Ospite a casa di Andrea (Corsato), il socio in ottica che vive con Carlotta (Rocca), Gilberto procura l’emersione di un’altra crisi di coppia. Il pericolo che le cose si complichino troppo è evitato con le “spiegazioni” affidate alla figlia adolescente. Il finale “ambiguo” è un sorriso agli amanti della medietà . I momenti più gustosi sono affidati alle “intemperanze” della Morante, che si immedesima con convinzione nel ruolo di Tiziana, donna dalle reazioni impulsive, contrastanti con la sua attitudine professionale. Verdone, invece, sembra più impegnato a misurare il proprio stato di salute artistica. Franco Pecori 20 febbraio 2004
Paycheck
Michael (Affleck) elabora progetti elettronici segretissimi, tanto che dopo ciascun lavoro, per contratto, deve subire la cancellazione della propria memoria. E’ la garanzia che il segreto non verrà divulgato. Tutto sembra funzionare. Ma, a conclusione dell’ennesimo contratto, Michael si vede consegnare, anziché il denaro, una busta con alcuni normalissimi oggetti d’uso. Lo ha chiesto egli stesso, gli dicono. E lui, privato della memoria, non può fare altro che cercare di ricostruire il passato. Ma deve far presto perché sembra che vogliano ucciderlo. John Wood (The Killer, Mission: impossible 2) cerca ispirazione in uno dei libri di Philip K. Dick (Blade Runner, Minority Report), badando a non perdere i caratteri umani di una fantascienza tecnologica e sempre più vicina al vero. Qui il tema è se e come si possa e/o si debba conoscere e cambiare il proprio futuro e quello degli altri. Thrilling e azione si mescolano con qualche indecisione, ma anche con momenti di sicura resa scenica. Importante la presenza di Uma Thurman nel ruolo di Rachel, la donna che aiuta Michael a “riconoscersi” e a distruggere il futuro che ha costruito per se stesso.
Franco Pecori 13 febbraio 2004
Mi piace lavorare - Mobbing
Mobilità , nuovo mercato, mobbing. Parole che indicano malesseri dei nostri giorni, tipici della fase “post industriale” dello sviluppo delle società “progredite”. Il film comincia con una festa aziendale in occasione del passaggio di mano ad una multinazionale. Un brindisi senza allegria e un secco discorso del nuovo direttore del personale. Per Anna, impiegata del reparto amministrativo, il cambiamento si rivelerà più duro del previsto. L’atmosfera iniziale fa pensare a Il posto di Olmi (1961). Sono passati più di 40 anni e il discorso è certamente diverso, ma dei due film colpisce una certa capacità “rivelatrice”, la forza di una denuncia poetica, non ideologica, compassionevole rispetto alle sofferenze di chi in prima persona si trova ad affrontare situazioni avverse in un contesto segnato da strana “normalità ”. Anna (brava Braschi), svuotata progressivamente delle sue funzioni, capisce che il suo posto andrà perduto ed entra nella disperazione. Divorziata, vive con la figlia adolescente (Dugay Comencini, anche lei brava), che la salverà .
Franco Pecori 13 febbraio 2004
Primo amore
Matteo Garrone, 2003 Vitaliano Trevisan, Michela Cescon.
Dopo l’Imbalsamatore (2002), il cancellatore. Vittorio, il protagonista di Primo amore, usa il metodo della cancellazione per cercare l’essenziale. Orafo, vede nella stessa lavorazione del metallo giallo la filosofia della vita come processo di sottrazione. E lo applica materialmente a Sonia, la donna che conosce con un annuncio e che spinge verso l’incubo dell’anoressia. Una sorta di artigianato dell’estetismo. Vittorio si chiude con Sonia in una “torre” nel Veneto, isolata dal mondo, e consuma la sua vicenda perseguendo l’utopia di una perfetta e paradossale armonia corpo-testa. «C’è la testa non c’è il corpo, c’è il corpo non c’è la testa», ripete penosamente Vittorio. La cinepresa segue la traccia di una sintassi “sottintesa”, evidenziando una ricerca insistita di novità nella costruzione della metafora. Chi ama il cinema classico dirà che la vera “sottrazione” è in Ombre rosse. Ma la questione è, in un certo senso, più semplice: lo psico-zoom di Garrone è così ravvicinato che il metodo si confonde con la materia e il film sembra destinato a diventare una chiave filosofica speciale per un’estetica della vita. Si rischia il dibattito. Bravissimi i due attori, fino al limite del virtuosismo.
Franco Pecori 13 febbraio 2004
Ritorno a Cold Mountain
Cold Mountain Anthony Minghella, 2004 Jude Law, Nicole Kidman, Brendan Gleeson, Renée Zellweger, Natalie Portman, Giovanni Ribisi, Donald Sutherland.  Film di pace, mostrando le bestialità della guerra civile, che dal 1861 coinvolse milioni di americani. Da una parte i princìpi antirazzisti di Lincoln e dall’altra le contraddizioni di una nazione ancora giovane. Al centro, il mito della “fattoria”, cioè la vita della campagna, con le sue tradizioni, attaccata, spesso brutalmente, dall’avanzare del progressismo nordista. Film di pace perchè la pace è l’aspirazione dei protagonisti, sfiniti dal conflitto. Inman (Law) è un disertore. La sua vita era a Cold Mountain, nel profondo Sud. Ha risposto senza entusiasmo alla chiamata alle armi: ha fatto appena in tempo a dare un bacio ad Ada (Kidman), figlia del pastore, arrivata dalla città . Ferito in Virginia, Inman intraprende un interminabile viaggio di ritorno, a piedi, attraverso gli orrori della guerra. A Cold Mountain, Ada non smetterà di aspettarlo, nella povertà sopraggiunta e col solo aiuto della rude Ruby (Zellweger). Grande produzione (Sydney Pollack) e grande cast per un filmone “d’altri tempi”, appassionato e non privo di spunti critici. Perfetta la ricostruzione ambientale.  Franco Pecori 13 febbraio 2004
La mia vita senza me
Isabel Coixet, 2003 Sarah Polley, Maria De Medeiros, Deborah Harry, Amanda Plummer, Mark Ruffalo, Scott Speedman, Leonor Watling.
Cinema di poesia. Piccole situazioni ricche di dettagli, senza risparmio di senso; una storia triste e dolce, di una giovane donna che si trova improvvisamente a sentire sua la vita che non vivrà . Non vivrà per più di due o tre mesi. Ann (Polley) è giovane, ha due bambine e un marito senza lavoro fisso. Lei ha un impegno notturno, le pulizie all’Università . Avrebbe voluto studiare, ma il padre è in prigione da molti anni. Vivono in una roulotte alla periferia di Vancouver con la famigliola. E non si sente una Cenerentola. Due o tre mesi di vita, dice il medico ad Ann. Non è incinta, ha un tumore. Lo specialista non ha il coraggio di guardarla di fronte. Lei gli chiede una caramella. Le sembra buonissima, “un po’ forte, ma buona”. Ann soffre, ma non si deprime. In silenzio si gode i giorni che non ha mai goduto, le piccole occasioni, l’incontro con un amore che non è tradimento. I sentimenti li sente come veri, autentici: «Non hai mai visto te stessa - si dice - come una di quelle persone che amano guardare la luna». La regista sembra lasciar fare, attentissima, invece, alle minime sfumature di poesia che il suo film le offre.
Franco Pecori 6 febbraio 2004
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