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09 09 2010 |
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Monster
Patty Jenkins, 2004 Charlize Theron, Bruce Dern, Christina Ricci, Scott Wilson. Oscar, Charlize Theron atr.
Il “mostro” è la grande ruota del luna park, un’emozione che Aileen (Theron, premiata con l’Oscar per questa interpretazione) si porta dentro fin da bambina. Una persona molto sensibile e dal carattere impulsivo, Aileen, che si ribella alla carenza affettiva cercando un’autonomia radicale. E finisce a prostituirsi. Una storia anche vera, quella di Aileen Wuornos, la cui vita disgraziata si concluse con la condanna a morte, eseguita alle 9,47 del 9 ottobre 2002, in Florida, dopo 12 anni di braccio della morte. E’ anche la storia della prima donna serial killer. Aileen uccide il primo cliente per difendersi dalla sua violenza. Poi è “costretta” dalla catena di situazioni ed eventi. Non è omosessuale, ma s’innamora della giovane Selby (Ricci) perché sente che finalmente qualcuno si interessa a lei. E ce la mette tutta per conservare il rapporto: «Non aveva idea di quanto fossi capace di disciplinarmi», racconta la voce fuori campo. Notevole, vistosa la prova d’attrice della Theron, che ha dovuto subire un trucco pesante per impersonare la vera Aileen. Meritevole la discrezione stilistica della regìa, che evita di rendere troppo esplicite e quindi didascaliche le ragioni sociologiche.
Franco Pecori 30 aprile 2004
L’alba dei morti viventi
Zack Snyder, 2004 Ty Burrell, Mekhi Phifer, Sarah Polley, Ving Rhames, Jacques Weber.
Quando all’Inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra. Camminano, avidi di carne umana, feroci belve insaziabili. Basta un loro morso per essere condannati a morire e “rinascere” nella loro orribile condizione. Malgrado il chiaro riferimento al sottostante Zombi, di George A. Romero (1978) - ma ancor prima c’è il super cult La notte dei morti viventi, ‘68 - l’esordiente Snyder (viene dalla pubblicità ) avvia il racconto con una dose di suspence più che sufficiente, in una progressione non banale, sostenuta da un ritmo “essenziale”, con tagli brevi e non eccessivamente “nervosi”. Questi zombi sono cattivissimi. Hanno una rabbia che fa pensare ad una qualche colpa da scontare, che riguardi non solo loro. Il gruppetto di persone che si trova a doversi difendere, asserragliato in un megastore, non sembra “colpevole”. Si pensa ad un misterioso disegno esterno, ma di tesi non v’è traccia. La “cattiveria” non mostra la sua origine. Il film scende di un gradino ogni volta che si ferma a pescare sul versante “umano” dei malcapitati. Ma poi riprende la sarabanda degli attacchi bestiali. Si arriva al finale dopo atroci spettacoli. Ma non c’è un cielo ad attendere i protagonisti.
Franco Pecori 23 aprile 2004
Dopo mezzanotte
Dopo mezzanotte Davide Ferrario, 2004 Giorgio Pasotti, Francesca Inaudi, Francesca Picozza, Alberto Barbera, Fabio Troiano, Silvio Orlando (vc)
Cinema e realtà : la possibilità della cinepresa di catturare il mondo e restituirlo agli occhi dello spettatore. Tale e quale o in forma nuova? Problema antico quanto il cinema. E Martino (Pasotti), custode notturno, a Torino, della Mole Antonelliana, dov’è anche il Museo del cinema, lo sa bene. Giovane di poche parole, Martino adora Buster Keaton e tiene con sé una vecchia cinepresa a passo ridotto e a manovella. Finito il turno, si gode le meraviglie del luogo, proiettando le pellicole del muto e confrontandole con le sue riprese attuali. Poi arriva una ragazza. Amanda (Inaudi), ragazza di periferia, arriva da Martino per caso, cercando un rifugio. Non è colta, ma è sensibile e sa distinguere gli uomini: tanto, che proverà a tenersi anche il suo “fidanzato”, l’Angelo, ladro di auto. E la cosa non dispiacerà del tutto a Martino. Conosce bene, lui, “Jules e Jim” di Truffaut. La storiellina è delicata, meno superficiale di quanto può sembrare a prima “lettura”. Ferrario mira ad un cinema poetico e di ricerca, con uno stile ormai consolidato. Importante, come in “Tutti giù per terra”, la “voce narrante” fuori campo, qui affidata a Silvio Orlando, contro i rischi “ingenuità ”.
Franco Pecori 23 aprile 2004
Kill Bill Volume 2
Quentin Tarantino, 2004 Uma Thurman, David Carradine, Laura Coyouette, Vivica Fox, Samuel Jackson, Larry Bishop, Daryl Hannah, Michael Madsen, Elen Kim, Clark Middleton, Chris Nelson, Bo Suenson.
La bambina ha 4 anni. Sarà buona, da grande, o sarà cattiva come la mamma? La risposta può essere dicisiva, dato che tutto il progetto di feroci uccisioni messo in atto dalla Sposa (Thurman) si giustifica, come lei stessa confesserà in preda al siero della verità , non tanto con la vendetta verso Bill, capo-amante possessivo, che l’ha massacrata nel giorno delle nozze, costringendola a “resuscitare”, ma con la sua propria tendenza alla malvagità . E tuttavia, l’”amore” per la figlia risulterà ingrediente essenziale. Il Volume 2 di Kill Bill chiude in modo discorsivo e quasi riflessivo il fumetto crudele della sposa-killer, portandoci al faccia a faccia che tutti attendevamo. Ma c’è la sorpresa “esistenziale”, della piccola che intenerisce il cuore mentre il cuore di Bill “esplode” alla cinese (la Sposa ha imparato il colpo delle 5 dita). In altre parole, la “cattiveria”, al dunque, non è vera. Il disegno si rivela letterario, filosofico. L’azione, pur sempre impressionante, denuncia i limiti del genere: il manierismo del western rifatto, del Kung Fu e della Cina cede il passo al “sentimento”. E’ un Tarantino molto “umano”.
Franco Pecori 23 aprile 2004
Evilenko
Storia di Evilenko, serial killer stalinista e cannibale. Realmente esistito col nome di Andrej Romanovic Cikatilo, lo chiamarono il “Mostro di Rostov” (tra Russia e Ucraina): uccise e “divorò” oltre 50 bambine e bambini. Condannato a morte nel 1992, fu giustiziato nel ‘94, “ufficialmente”, nonostante avesse ottenuto il processo d’appello. Un anno prima, il giornale tedesco “Der Spiegel” aveva scritto di offerte da parte di ricercatori europei e americani, per studiare il “mostro” da vivo. Dunque, Evilenko, venduto alla scienza, è ancora tra di noi? Grieco, al suo film d’esordio, lancia il sasso. Il regista lancia il sasso e non ritira la mano. L’orribile Evilenko, caricato della maschera di McDowell (come dimenticare l’Arancia meccanica?), incarna la complessa metafora della fine del comunismo sovietico come esito di perversione. La “schizofrenia” di Evilenko è dovuta alla sua crisi di identità . La sua mente è irrigidita in un meccanismo selettivo e di rimozione che gli impedisce qualsiasi dialettica, tenendolo concentrato completamente sulle “operazioni” da portare a termine, coperto - egli crede - dalla “morale” comunista. E finisce preda dei “compagni” del Kgb. Ma c’è un giovane magistrato (Csokas, bravo) che sa entrare nella sua follia. Franco Pecori 16 aprile 2004
Una storia americana
Capturing the Friedmans Andrew Jarecki, 2004 Arnold Friedman, David Friedman, Elaine Friedman, Jesse Friedman, Seth Friedman. Sundance: Gran Premio della Giuria
Una famiglia “perbene”. Padre, madre e tre figli maschi. A Long Island, New York, nel 1987. Arnold, il padre, insegna informatica ed ha la passione di fare filmini con la sua telecamera. Il regista ne usa parecchi spezzoni per documentare i momenti “normali” della famiglia Friedman. Ma quel giorno dell’87 non fu affatto normale. Mentre in casa si celebrava il Ringraziamento, arrivarono i poliziotti e, dopo una lunga perquisizione, arrestarono quasi tutti i Friedman. In particolare, il padre e il figlio minore, Jesse, 18 anni, venivano accusati di gravissimi atti di pedofilia. Sconvolgente. “Avevamo una casa borghese, pulita”, racconta Elaine, ormai anziana: “Eravamo una famiglia”. Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, il documentario di Jarecki provoca sensazioni forti per la gravità del crimine di cui i Friedman vengono ritenuti colpevoli. Ma l’importanza del film cresce via via, per la progressione del dubbio che l’inchiesta del regista insinua nello spettatore. Il dubbio, insieme alla dolorosa impressione di una realtà “nascosta” che si rivela in forma non definita, si allarga al di là della storia di una famiglia, pur restando il film ben ancorato ai limiti del “documentario”.
Franco Pecori 16 aprile 2004
Valentin
Alejandro Agresti, 2004 Rodrigo Noya, Jean Pierre Noher, Carmen Maura, Julieta Cardinali, Alejandro Agresti.
Valentin è un bambino triste, ma con una grande energia che lo salva. Lasciato solo da madre e padre, vive con la nonna. Agresti attinge alla propria esperienza, anche di cittadino, raccontando la storia di Valentin e l’Argentina degli anni ‘60. Tenero e spiritoso, il bambino ci fa pensare a De Sica. Valentin “perfora” con sensibile intelligenza le piccole-grandi contraddizioni quotidiane, facendosi ad ogni tratto un po’ adulto e ritornando in sé, con una straordinaria umanità . Il doppiaggio, un po’ sopra tono, lo penalizza, ma la discrezione della regia vince.
Franco Pecori 16 aprile 2004
Oceano di fuoco - Hidalgo
Joe Johnston, 2004 Viggo Mortensen, Omar Sharif, Louise Lombard, Zuleikha Robinson, Adam Alexi-Malle, Silas Carson, Edward Robinson, Saïd Taghmaoui.
Cowboy in trasferta. E’ il 1890, per centomila dollari Frank Hopkins (Mortensen) affronta col suo cavallo Hidalgo un lungo e avventuroso viaggio: parteciperà alla corsa “Oceano di fuoco”, 300 miglia nel deserto arabico. Il confronto è tra il “mustang” americano, incrocio tra cavalli indiani e spagnoli, e i purosangue arabi. Ma non è soltanto una massacrante corsa ad “ostacoli” (tempesta di sabbia, sabbie mobili, sete): è confronto di culture, voglia di comprensione. Il regista Johnston è passato, tra l’altro, anche per un Jurassic Park (il terzo), ma qui c’è un sapore di verità che tiene testa all’avventura. Merito anche di Sharif, dei suoi occhi “arabi” e sapienti, che ci obbligano ad una lettura più profonda. Il western nel deserto si trasforma in un dialogo tra l’antica sapienza dello sceicco Riyadh e il realismo del cavallerizzo Frank. Perde la corsa il cavallo della nobiltà britannica, che arretra di fronte alla “simpatia” tra sceicco e cowboy. Arabi e americani, questo è il problema. Politicamente corretto, il film è anche spettacolarmente valido.
Franco Pecori
9 aprile 2004
La Passione di Cristo
The Passion of the Christ Mel Gibson, 2004 James Caviezel, Maia Morgenstern, Monica Bellucci, Mattia Sbragia, Hristo Naumov Shopov, Claudia Gerini, Luca Lionello, Hristo Jivkov, Rosalinda Celentano, Sabrina Impacciatore, Francesco De Vito, Toni Bertorelli, Sergio Rubini.
Pervenuto a Cristo, Gibson non dimentica Braveheart. E lo spettacolo è talmente “esagerato” che la mente dello spettatore salta, per analogia, al massimo del virtuale, a “Matrix”. Così, schianti di spade medievali si uniscono a futuribili “Revolutions”, in una sorta di aggiornamento dell’immaginario, che possa far fronte all’effetto sado/maso irrealistico, di quel corpo di Cristo torturato all’infinito, da cui sgorga il sangue di cento uomini. Gibson, che ha definito “naturalistico lo stile del “Vangelo” di Pasolini, si impegna in un fantastico paradosso dell’autenticità , col recupero filologico di aramaico e latino, alla ricerca della “vera” rappresentazione della sofferenza, còlta all’estremo del “vivo”. E il sacrificio di Cristo diventa “mostruoso”, sullo schermo e sul set. Le lunghe ore al trucco, per rendere “vere” le ferite del flagello, producono a Caviezel vesciche che non lo fanno dormire. Più credibile, nel contesto, il volto di Satana (Rosalinda Celentano), che fa capolino, quasi musicista New Age, sbucato da una schermata del Web per un trionfo notturno. Franco Pecori 7 aprile 2004
Peter Pan
P.J. Hogan, 2003 Richard Briers, Jason Isaacs, Lynn Redgrave, Ludivine Sagnier, Jeremy Sumpter, Olivia Williams.
Tutti i bambini diventano adulti, tranne uno: Peter Pan. Al di là della commedia dello scozzese J.M. Barrie (1860-1937), il personaggio identifica da tempo il mito dell’eterna infanzia, a cui l’essere umano tenderebbe, a volte toccando i limiti della sindrome. In epoca sospetta - siamo in quegli anni - Giovanni Pascoli (1855-1912), col suo “fanciullino” che sempre è dentro di noi, non fu da meno. Nessuna novità , dunque. Ma si sa: le storie “eterne” sono tali non a caso. E ben venga anche il film di Hogan, a 50 anni di distanza dal cartone Disney. Bastano “pensieri felici” a farti persino volare. E con le tecniche digitali del cinema d’oggi, un Peter Pan che viene dal cielo e spunta dal soffitto è uno scherzo da ragazzi. Quando lo vediamo convincere Wendy, ragazzina per bene ma non tanto da non lasciarsi tentare, a trasferirsi nell’”isola che non c’è”, non facciamo fatica a credere nella possibilità che il sogno si realizzi: siamo nel virtuale! Senonché - ammonisce la ragazzina assennata - il coraggio sta anche nel tenere i sogni chiusi nel cassetto. Capito caro Peter? E allora, facciamo pure due passi divertenti nell’avventura “irresponsabile”, ma prepariamoci a diventare adulti.
Franco Pecori 2 aprile 2004
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