|
oltre lo schermo film musica poesia filosofia
10 09 2010 |
|
|
|
Out of time
Carl Franklin, 2003 Denzel Washington, Eva Mendes, Sanaa Lathan, Dean Cain, Alex Carter.
Di solito, la compresenza in una sceneggiatura di elementi strutturali che rimandano a modelli di genere diversi è considerata fattore negativo per la valenza artistica del film. Qui, per merito del regista e soprattutto grazie a Denzel Washington e ad Eva Mendes, accade che la suspense si sprigiona proprio dall’ambiguità del filo tematico. Sul versante giallo/poliziesco interviene una “complicazione” sentimentale (il poliziotto sta divorziando ma ama ancora la moglie e, intanto frequenta con passione la donna di un collega che odia riodiato) profonda. Matt (Washington) non capisce subito che Alex (Mendes) spera ancora di non andarsene da lui e non capisce nemmeno il ruolo non lineare di Ann (Lathan). Tanto che per aiutarla rischia di essere accusato di omicidio (una polizza vita dal percorso sospetto). Poteva anche sfociare in una paccottiglia giallastra stucchevole. Invece c’è la bravura dei protagonisti nell’identificarsi fisicamente nel ruolo. E c’è l’intervento della regia, che decide di utilizzare la dimensione tempo (Out of Time) come sfida alla soluzione del racconto. Il film acquista una dinamicità interna che, sulla carta, poteva non avere.
Franco Pecori 18 giugno 2004
Torque
Joseph Kahn, 2004 Martin Henderson, Ice Cube, Monet Mazur, Adam Scott, Matt Schulze.
Fascino della motocicletta. Una specie di compendio di oggettistica, un emporio dinamico e “futurista”, proposto all’avidità ludica di una gioventù identificata con la potenza motoristica. Sulle prime, il coattume dei comportamenti fa pensare ad un film semplicemente violento. Ma poi l’accelerazione del movimento diventa un tutt’uno con gli effetti della postproduzione e il giocattolo si propone come “video”. Cary, insuperabile sulla dueruote, ha scritto sulla maglietta “Carpe diem”: proprio così, in latino. Ma quelli della banda rivale che ne sanno? Bullesco.
Franco Pecori 18 giugno 2004
Aurora
Friedrich Wilhelm Murnau, 1927 George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston, Bodil Rosing. Oscar: Janet Gaynor (atr).
E’ la versione restaurata del film che nel 1927 segnò il debutto americano dell’autore di Nosferatu il vampiro, de L’ultima risata, di Tabù. Vincitore di tre Oscar (la fotografia di Charles Rosher e Karl Struss, l’interpretazione della Gaynor e il valore speciale di “film d’arte”), Aurora, risponde alla prova delle sale di oggi con la giusta dignità di film muto (la musica è di Wagner, Sigfrido e Maestri cantori di Norimberga), forte della sua consolidata posizione tra i capolavori della storia del cinema. A rivederlo nel circuito normale, il film fa un’impressione molto positiva e farà bene a quanti credono che il cinema cominci con Pulp fiction. Murnau propone con grande forza drammatica temi come la noia del quotidiano e la sua trasgressione, l’opposizione città -campagna, la fuga nella felicità -sogno, il rientro in sé (il sole torna a nascere) dopo l’avventura, superando la “punizione” del destino (l’uragano al ritorno dalla città ). Colpisce, specialmente, la modernità della figura del contadino Ansass (O’ Brien), che, attratto dalla giovane cittadina, vive fino in fondo tutta la sofferenza del tradimento coniugale.
Franco Pecori 11 giugno 2004
Ladykillers
Joel ed Ethan Coen, 2004 Tom Hanks, Irma P.Hall, Marlon Wayans, J.K.Simmond, Tzi Ma, Ryan Hurst, Diane Delano, George Wallace.
Un gatto, il gatto della signora Munson, con un dito in bocca. Non sarà difficile farci caso. E’ il sigillo finale del delizioso remake del La signora omicidi, che i fratelli Coen dedicano ad un pubblico raffinato, che sa apprezzare l’arte della commedia. L’idea di far vestire i panni del prof. Marcus a Tom Hanks (nel 1955, protagonista era Alec Guinness, regìa di Alex Mackendrick), la dice già lunga sulla qualità dell’operazione. Il bello, poi, è che i Coen sanno trasformare un progetto “alto” in un risultato piacevole, divertente. La squadra di “inadatti” al colpo, che Marcus assembla, coniugando “nervosamente” l’amore per le “lingue morte” con la poesia di Edgard Allan Poe, fa pensare anche un po’ a I soliti ignoti di Monicelli. Ma forse è solo una vaga simpatia. Qui domina il cinema americano di nuova generazione, consapevole della storia e della cultura. Quando, sul finire, l’anziana signora nera (il Mississippi ha sostituito il Tamigi) esclama: «Professore, sono sorpresa!», Marcus precisa impassibile: «Veramente, noi siamo sorpresi, lei è sconcertata!». Il miscuglio di musica Gospel e di linguaggio Rap non ha intaccato la lucidità del disegno.
Franco Pecori 11 giugno 2004
Primavera, estate, autunno, inverno…
Cancelli sul mare? No: porte sul lago. Un’intero ciclo di stagioni traccia lo scorrere dell’esistenza di due monaci buddisti in un eremo al centro di un laghetto,chiuso intorno dalle montagne. I passaggi attraverso la porta segnano più puntualmente le fasi della vita. Una vita fatta apparentemente di niente, ma piena, in sostanza, delle pulsioni e passioni comuni a tutti gli esseri umani. Autore de L’isola (Venezia 1999), il coreano Ki-Duk coniuga, con qualche rischio, il minimalismo con la fotografia patinata. Gradevole.
Franco Pecori 11 giugno 2004
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
Harry Potter and prisoner of Azkaban Alfonso Cuaròn, 2004 Daniel Radcliffe, David Bradley, Julie Christie, Robbie Coltrane, Michael Gambon, Rupert Grint, Harry Melling, Gary Oldman, Alan Rickman, Maggie Smith, David Thewlis, Emma Thompson, Emma Watson.
Potrà piacere anche ai genitori. Harry (Radcliffe) ha ormai 13 anni ed è al terzo anno della scuola dei maghi, ad Hogwarts. La problematica si fa rispondente alla fascia d’età . Gli adulti capiranno che quella di Harry non è una semplice storiellina: a patto che non siano legati ad un’idea “medievale” della magia e che non la pensino, in fatto di educazione, come gli zii di Potter, Petunia e Vernon. Già l’inizio, con la solita “fuga” dagli zii, prefigura la voglia del ragazzo di affermare la propria personalità , anche a costo di una reazione “cattiva” alle malignità di Petunia. E poi, nel castello dei maghi, l’impegno si farà cosciente: “Giuro solennemente di non avere buone intenzioni”. Apprenderemo che “ciò che fa più paura è la paura stessa”. E le meraviglie del digitale ci verranno in soccorso, offrendoci una versione spettacolare dell’interessante “lotta” dialettica tra mistero dell’immaginazione, poteri della “magia” e profondità psicoanalitiche. Gli Harry Potter crescono. Franco Pecori 4 giugno 2004
|