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09 09 2010 |
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Cinque per due - Frammenti di vita amorosa
François Ozon, 2004 Stéphan Freiss, Valeria Bruni Tedeschi, Françoise Fabian, Michel Lonsdale, Antoine Chappey, Marc Ruchman, Jason Tavassoli, Jean-Pol Brissard.
Il regista francese continua nel suo metodo “costruttivista”, già apprezzato in “8 donne e un mistero”. L’impianto è ancora una volta teatrale, soprattutto nella scelta di dividere il racconto in scene e di organizzarle in un disegno che diventa fattore essenziale del senso del film. La storia di Gilles e Marion (Freiss e Bruni-Tedeschi) è la storia di una crisi di coppia moderna. Ma il filo non è tanto semplice. Ozon mostra le “ragioni da cui”, quasi in un saggio psicoanalitico, cercando i dettagli e le sfumature della crisi dal suo nascere. Il racconto si svolge secondo il susseguirsi di 5 flash all’indietro, scanditi da canzoni “segnatempo”, come “Una lacrima sul viso”, “Quando dico che ti amo”, “Mi sono innamorato di te”. L’effetto è una sorta di “nervosismo” leggero, che induce alla continua verifica delle implicazioni, salendo e scendendo il gradino interpretativo. Bene utilizzata la Bruni Tedeschi, tenuta costantemente in bilico tra comico e drammatico.
Franco Pecori 24 settembre 2004
Le conseguenze dell’amore
Le conseguenze dell’amore Paolo Sorrentino, 2004 Toni Servillo, Adriano Giannini, Angela Goodwin, Olivia Magnani, Raffaele Pisu. David Donatello: Film, Paolo Sorrentino (re, sc), Toni Servillo (at), Luca Bigazzi (foto).
Nel mistero risiede la violenza, non viceversa. E il mistero si nutre di rinuncia. Più che un film sulla mafia, “Le conseguenze” di Sorrentino, unico italiano a Cannes 2004, risulta essere un’indagine circospetta sul non-vissuto di Titta Di Girolamo (Servillo), meridionale in Svizzera, obbligato, per un errore commesso in passato, a riciclare denaro sporco e restare “progioniero” di una camera d’albergo. Ma non è una “semplice” storia di mafia. Il legame è interno, misterioso. Tutto è preciso in Svizzera, tutto in ordine nella mente di Titta. Misura gesti e parole in un continuo “addio” alla vita. Ma dentro preme l’ansia di un “disordine”, di un no alla rinuncia. Cova una violenza. Titta deve trovare il modo di arrivare in fondo al paradosso. In un appunto scrive: “Non sottovalutare le conseguenze dell’amore”. L’ “attacco” sentimentale lo colpisce all’improvviso e risolve il grumo. Decisiva una ragazza dell’albergo (brava Magnani, nipote di Anna). Peccato che, nel finale, l’”intreccio” mafioso esiga uno spazio non richiesto, “realistico”. Ci costringe a tornare indietro, all’ osservazione maniacale della “realtà ”. Franco Pecori 24 settembre 2004
L’amore ritrovato
Carlo Mazzacurati, 2004 Stefano Accorsi, Maya Sansa, Marco Messeri, Luisanna Pandolfi, Vania Rotondi, Giacomo La Rosa, Anne Canovas, Marie Christine Descouard, Claude Lemaire.
Regista sensibile ai sentimenti “senza tempo”, com’egli stesso li chiama, Mazzacurati prosegue nel suo stile accurato e attento all’animo dei personaggi. Il contesto non è trascurato, l’ambientazione è giusta, ma ciò che conta veramente è l’interiorità delle persone. Qui siamo in Toscana durante il fascismo. La storia è presa dal romanzo di Carlo Cassola, “Una relazione”. I protagonisti sono Giovanni (Accorsi) e Maria (Sansa), un uomo e una donna diversi per provenienza sociale. Giovanni è impiegato in banca. Sposato, ha un figlio che deve compiere un anno. Maria è una ragazza dalla cattiva reputazione. Fa la manicure. I due si sono incontrati alcuni anni prima. Si ritrovano per caso. Il treno, che li porta al lavoro tutte le mattine è il veicolo del loro sentimento ritrovato. Il film ha un andamento come di “secondo grado”: sembra di vederlo con gli occhi di qualcun altro che, seduto in poltrona, ricordi l’esperienza passata. A tratti struggente, non tocca, però, punte di autentica commozione. Franco Pecori 17 settembre 2004
Immortal ad vitam
Enki Bilal, 2004 Linda Hardy, Thomas Kretschmann, Charlotte Rampling.
Autore di fumetti di successo, Enki Bilal li traduce in cinema, rendendone l’immaginario espressivamente autonomo, il che non è poco. Gli appassionati di storie disegnate accorreranno come ad un rito “necessario”, ma il film è comunque il film e fa arrivare dalla Francia un impulso originale, in cui futuro e contemporaneità si nutrono di sostanze comuni, di stilemi e paesaggi, anche “interiori”, rintracciabili nelle reali metropoli di oggi. Il mondo del 2095 vive sospeso tra divinità mutanti, industrie “eugeniche” perverse e opprimenti “mafie” politiche. Un’ansia profonda verso prefigurazioni oscure di un mondo in rottamazione è la sensazione di fondo. Attraversa il film una voglia fortissima di metafora, che sia chiave per soluzioni “umane”, contro la decadenza tecno-scientifica. E’ la ricerca disperata di uscita “a riveder le stelle”, dopo il rimescolamento infernale di storia ed eternità . Nel sogno incubo, un Central Park glaciale, popolato da pinguini, è zona a rischio di morte. E l’immortalità è il rischio definitivo. Per fortuna, un dio mostruoso cede alla vita e possiamo vedere un ritorno all’amore. Novella Anna Karina, la Hardy sembra dover uscire ancora dall’ Alphaville di Godard. Franco Pecori 11 settembre 2004
La terra dell’abbondanza
Wim Wenders, 2004 Michelle Williams, John Diehl, Burt Young.
«Meglio i dolori della pace che le agonie della guerra». Lo pensa la giovane Lana (Williams), cristiana e idealista. Con 10 anni di esperienze umanitarie in Africa ed in Europa, arriva a Los Angeles per lavorare a favore dei diseredati. Incontrerà lo zio Paul (Diehl), un veterano del Vietnam, immerso nell’incubo del post 11 settembre. Paul vive una sorta di allucinazione. S’è attrezzato un furgone con ricetrasmittenti e telecamere e va in giro “spiando” tutti per “proteggere” l’America. Wenders ha espresso senza mezzi termini alla stampa le sue idee contrarie all’amministrazione Bush. Ma ha detto anche che Land of Plenty “non è un film polemico”. Di sicuro, sono messe a confronto due visioni del mondo attuale. Non siamo in un “documentario” alla Moore. Con il suo solito stile, il regista tedesco mostra un’America sotto incubo, una Los Angeles degradata e una periferia-deserto. E’ lì che il finale ci porta, a scoprire non i terroristi, ma una vecchietta inferma in una capanna.
Franco Pecori 10 settembre 2004
Le chiavi di casa
Le chiavi di casa, Gianni Amelio, 2004 Andrea Rossi, Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Pierfrancesco Favino.
“Sì, ci vengo con te a casa tua, ma mi dai le chiavi?”. Paolo ha 15 anni e ne dimostra di meno. E’ disabile. La sua nascita è avvenuta col forcipe, la mamma “non ce l’ha fatta”. Gianni, il padre, non lo ha mai conosciuto. Si è risposato ed ha un figlio. Va ora da Paolo, a Berlino, in una clinica per la riabilitazione. Lo tirerà fuori da quel posto, dove curano soltanto il suo fisico, e lo porterà a vivere con sé. Sì, gli darà le chiavi di casa. Un film non non facile, con molti rischi. Gianni incontra, nella clinica di Berlino, una madre (Rampling) che dedica la propria vita all’assistenza della figlia. La donna gli suggerisce un libro: “Nati due volte”, di Giuseppe Pontiggia. E’ a questa sorta di rinascita che Amelio ci invita ad assistere, affrontando coraggiosamente il problema di risolvere in arte (cinematografica) la presa “diretta” sulla dura realtà . Kim Rossi Stuart lo aiuta nell’impresa, mostrando finezza nel calarsi nel ruolo. E Andrea Rossi è bravo anche lui, nella parte di se stesso. Tenerezza e voglia di comprensione sono i sentimenti trasmessi. Franco Pecori 10 settembre 2004
The terminal
The Terminal Steven Spielberg, 2004 Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Diego Luna.
Voglia di cinema classico e, insieme, coscienza del tempo attuale fanno della favola di Spielberg, scelta per l’apertura della 61.a Mostra, un manifesto impegnativo. Sembrerebbe difficile resistere alla lettura metaforica: l’uomo dell’Est europeo bloccato all’aeroporto di New York perché privo di passaporto valido (un colpo di stato ha “cancellato” il suo Paese, rendendo l’ignaro turista “inaccettabile” in America) e costretto a vivere il limbo dell’attesa. Ma c’è di mezzo Tom Hanks. L’attore è chiamato ad una grande prova, nell’impossibile mimetismo chapliniano, integrato con l’uso delle proprie doti umoristiche, profonde e tutte personali. Il richiamo al Chaplin più classico, quello del tragicomico straniante dei film muti, con le gag meccaniche miracolosamente tradotte in sostanza umana, è esplicito in tutta la prima metà del film, solo attenuato da una certa “leggerezza” della Zeta Jones, l’Amelia da cui Victor/Hanks è attratto, un’assistente di volo un po’ troppo “realistica” nel contesto fiabesco del film. Per buona parte, il gioco è divertente. Alla lunga, però, viene fuori la struttura programmata; e la fiaba scopre il proprio lato simbolico, attenuando l’emozione. Quasi stona l’emergere del vero scopo del viaggio di Victor Navorsky col suo sogno così intimo, di catturare l’autografo del vecchio jazzista Benny Golson per completare la collezione del padre (ancora una volta è affidata al jazz la cura dell’antico complesso della cultura “progressista” bianca). E si attenuano i significati più espliciti, come l’alienazione tutta contemporanea del “luogo internazionale”, dove si può fare “una sola cosa: lo shopping”. Franco Pecori 3 settembre 2004
Mare dentro
Mar adentro Alejandro Amenà bar, 2004 Javier Bardem, Lola Dueñas, Belen Rueda. Oscar: Film str. Venezia: Gran Premio Giuria, Javier Bardem (at). David Donatello: film europeo.
Il diritto di vivere, ma anche qello di morire. La pensa così Ramon Sampedro (Bardem, in una notevole interpretazione), fermo a letto, come un paraplegico, da 28 anni. Innamorato del mare e della vita, fu tradito dalla risacca e ci rimise l’osso del collo. Da allora sogna di farla finita, con coraggio e lucidità . Julia, avvocato e malata incurabile, vuole aiutarlo nella battaglia legale. Ne resterà coinvolta sentimentalmente. Anche Rosa, che abita nel paese di campagna dove sta Ramon, accudito dalla famiglia del fratello, s’innamora. Difficile restare indifferenti alla personalità di quell’uomo, capace di amare e poeta vero nella ricerca della dignità della morte. Il tema è duro da affrontare. Amenabar lo affronta con stile, non cedendo a tentazioni sociologistiche e puntando piuttosto a rappresentare con profondità pari alla discrezione il dramma dell’individuo e delle persone che gli stanno attorno. La poesia non è mai esibita. Ramon ha il mare dentro ma non lo “vende” a buon prezzo. Franco pecori 3 settembre 2004
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