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09 09 2010 |
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I segreti di Brokeback Mountain
Mito western infranto? Nel western classico non si è certo mai visto sesso esplicito tra i cowboy, ma non si può dire che non vi siano state situazioni di omosessualità velata. Non è qui la novità del film di Ang Lee. E’ piuttosto nello spostamento tematico: in un film di Ford o di Hawks la chiave portante del racconto non è mai una storia d’amore. L’impressione è che Lee, nato a Taiwan, voglia essere più americano degli americani, addentrandosi “sfacciatamente” nel loro specifico. Il film comincia nel 1963 e finisce 19 anni dopo, mentre una delle due figlie di Ennis (Ledger) va dal padre per invitarlo al proprio matrimonio. Sono passati quasi 20 anni da quando Ennis e Jack (Gyllenhaal) si sono incontrati in montagna. Il loro sentimento, nato per caso, ha sconvolto dall’interno la loro vita di relazione. E le ultime sequenze non vanno raccontate. Il ventennio in cui si svolge la storia non basta però a liberare la sceneggiatura dal “recinto” tematico (omosessualità maschile) entro cui si articola. Non siamo “Lontano dal Paradiso”, tanto per intenderci. E il valore del film resta nella destrezza registica. Franco Pecori 20 gennaio 2006
Match point
Si potrebbe dire che questo film parla un “inglese perfetto”. La snobberia di Allen, che per certi versi è una delle principali qualità (esibite) dell’autore, si identifica perfettamente con la sfida che quella palla da tennis, rimbalzando sulla rete, per un attimo eterno lancia alla vita, alla vita del match e, per metafora, alla vita dei personaggi e del film. Sul filo di questo paradosso, della sorte appesa al “rimbalzo” fortunato, si gioca anche il senso estetico del regista, misurato ed estremo. In una Londra discreta e tenue si muovono ricchi borghesi in club esclusivi. Tra di loro, due corpi estranei: un giovane irlandese, povero che vuole salire, e un’americana sensuale, aspirante attrice senza talento. La loro attrazione li porterà ai limiti del baratro. Ovvio l’intreccio, hitchcockiano il modo di risolverlo. A rimbalzare sulla parte alta della rete, alla fine, sarà un oggettino inaspettato, simbolico, degno di uno zoom alla Ejzenstein (sì, quello della Corazzata Potemkin). Non insignificante, per lo snob, l’amore del giovane rampante per la lirica, che fa della colonna sonora tutto un fruscio di vecchi dischi. Franco Pecori 13 gennaio 2006
40 anni vergine
Judd Apatow, 2005 Steve Carel, Catherine Keener, Paul Rudd, Romany Malco, Seth Rogen, Leslie Mann, Elizabeth Banks, Jane Lybch.
“Rispetto le donne talmente che nemmeno mi ci avvicino”. Andy/Carel ha 40 anni ed è vergine. Colleziona pupazzi dei fumetti sin da quando era bambino. Con gli amici che vogliono “iniziarlo” al sesso, trova tutte le scuse: “Ho passato un sabato speciale - racconta -, mi sono fatto un panino, morivo dalla voglia”. Alla fine, però, il più normale risulterà lui. Il regista la tira un po’ per le lunghe, rivoltando la manica più volte e attenuando l’impatto comico del bravo Carel. Lui è raffinato, gli altri alquanto “facili”.
Franco Pecori 13 gennaio 2006
Lady Henderson presenta
Leggerezza e profondità , tocco magico di Frears, autore inglese maestro nel trattare i generi senza fermarsi alla superfice. Vaudeville? Qualcuno dice così, direbbe Lady Henderson, 70 anni, ricca, vedova. Di certo non sa niente di ricamo: oppressa dal ruolo di anziana lady rimasta sola, compra un vecchio teatro di Londra, il Windmill. Nel cuore ha un segreto che le detta il da fare. Assume un direttore artistico, Vivian Van Damme (sembra un ebreo “giunto dal centro Europa”). Saranno una coppia dai modi impossibili. Laura (Dench) e Vivian (Hoskins) sono al centro della scena, ma la scena non è mai persa di vista. Le loro storie lasciano trasparire un mondo, l’Inghilterra dal 1937, dove la gioia di vivere è velata dalla censura perbenista e poi oppressa dalle bombe naziste. Laura ha uno scatto di fantasia: “Spogliamo le ragazze!”. Sarà un trionfo, ne beneficeranno i giovani attesi dalla guerra. Il crescendo umoristico è attinto dalla vita stessa, quella vita che Laura, “egoista, maleducata, eccentrica”, sembra non conoscere. Ma quando il suo teatro diventa “rifugio” dagli orrori, il cartello “Closed We Never” che le ragazze esibiscono assume un senso di riscatto. Franco Pecori 6 gennaio 2006
Lady vendetta
In primo piano lo stile. Il regista coreano Park Chan-wook, sulla scia del successo di “Old Boy”, insiste nel cercare la chiave estetica per contenuti forti su problematiche della società attuale. Qui il sentimento-guida è la voglia di vendetta per una necessità di espiazione. La “dolce” Geum-ja, ne è attanagliata, dopo i 13 anni di carcere per aver rapito e ucciso un bambino. Il “nemico” su cui riversare la rabbia è un ex-insegnante. Lady Vendetta userà metodi raffinati. C’è un’inquadratura che allude in modo chiaro allo stile di Park Chan-wook nel raccontare la vicenda di Lady Vendetta. Il dettaglio di un dizionario mostra la parola “ellissi”. E proprio nel complesso intreccio di spazi e tempi, che sfiora a tratti la frammentazione, il regista trova il modo di esprimere la sua tormentata visione del mondo. La ricerca parossistica della purezza, del candore, fa da contraltare, in Lady Vendetta, alla rabbia esplosiva che guida l’azione del personaggio. E sulla base di tale conflitto la protagonista chiama lo spettatore alla “simpatia” per il suo agire violento. Una simpatia difficile, al di là dello stile. Franco Pecori 6 gennaio 2006
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