|
oltre lo schermo film musica poesia filosofia
09 09 2010 |
|
|
|
Volver - Tornare
Realismo e surrealismo. Leggero e tragico. Segreti e pazzie. Letteratura e cinema. Come si rappresenta il passato? Semplice: mostrandolo. Come si racconta la tragedia? Con appassionata ironia. Come si confessano i segreti più intimi? attingendo alla “pazzia”. E la pazzia da dove viene? Dal vento. Da un libro, dalle parole che volano e si liberano in un paese battuto dal “solano”, vento caldo, soffocante. Metteteci Carmen Maura e Penelope Cruz e avrete Almodovar. L’ultimo Almodovar, sentimentale e forse più vero. Un fantasma vive accanto a Sole e Raimunda, due sorelle molto diverse tra loro, e accudisce fino all’ultimo respiro la zia Paula. Quando Sole se ne accorge, smette di aver paura e accetta in casa quella “donna” che sembra essere proprio la madre, sparita da molto tempo, dopo un tragico incendio. Credere al fantasma? il problema è sopravvivere. E se il passato torna, accoglierne i segreti, anche terribili. C’è un delitto che conosciamo e altre cose che conosceremo al momento opportuno. “Rappresentazione” e “verità ” si alternano in un tessuto letterario miracolosamente trasformato in cinema. Sublime Maura, bravissima Cruz. Franco Pecori 19 maggio 2006
Il Codice Da Vinci
Troppo. Una torta con una montagna di ingredienti. Andiamo quindi all’essenziale. Vuoi vedere che il mondo è delle donne? Guardando bene l’”Ultima cena” di Leonardo, al Louvre, sembrerebbe presente la Maddalena. Altro che prostituta. Hanks, esperto di simbologia, ci avverte subito che il linguaggio è importante. E va bene, ma è linguaggio anche dare il volto di Tautou/Amélie a quella che potrebbe essere la soluzione del più grande mistero. Troppo anche per un thriller “super”, sull’”Oscuro inganno dell’uomo”. Ricordate il Concilio di Nicea? Nel 325 d.C. la Chiesa, tra mille dispute, proclamò il definitivo trionfo del Cristianesimo, suggellato proprio dal “pagano” Costantino. Ma, dicono alcuni ancora oggi, la ricerca del Graal, il calice di Cristo, non è conclusa. E il Graal non sarebbe un calice. A questo punto dovremmo ripercorrere la storia dei Templari e delle Crociate, del Priorato di Sion, dei Merovingi. Troppo. Tautou, poliziotta crittologa, scopre di avere avuto un nonno molto importante, il quale, infatti, viene assassinato subito, all’inizio del film, all’interno del Louvre, nientemeno che da un monaco (Bettany). E, sorpresa, il monaco, autoflagellante e pazzescamente convinto di fare il Bene, esegue gli ordini dell’Opus Dei, società segreta decisamente non angelica. Troppo? Ma Leonardo non è l’ultimo dei pittori. La sua “Ultima cena” nasconderebbe un “indovinello” che farebbe impazzire gli spettatori di certi programmi tv preserali. Troppo? New Age, più che altro. Leggere Dan Brown. Howard sottolinea l’importanza del linguaggio. Non è poco. Ma il film, lunghissimo, riduce a “tesi viventi” i due protagonisti, inducendo gli spettatori a un assenso fatalmente arrendevole verso contenuti pesantissimi. Viva la suspence “semplice” di Hitchcock. Franco Pecori 19 maggio 2006
Bubble
 Giallo d’ambiente. Giallo nel doppio senso, del risvolto della storia nella seconda parte - mentre la prima sembrava “semplice”, “documentaria” perfino in modo provocatorio - e della sottile suspense generale che, dall’inizio, proviene dallo sguardo “neutro” del regista sulle cose e sulle persone - un “disinteresse” che insospettisce. Un puro Soderbergh, insomma. Quanto all’”ambiente”, sempre sul filo di un doppio senso, è il vero protagonista del film: attori “veri” in una fabbrica di bambole dell’Ohio vivono in un “vuoto” perfettamente letterario. E veniamo al titolo. “Bubble” è bolla. Bolla di memoria, in questo caso. La memoria è di Martha, operaia di mezza età , grassa e dagli occhi vispi. S’innamora e s’arrabbia, tutto dentro di sé, fino a cancellarsi. Le piacerebbe Kyle, operaio giovane, ma come osare? E arriva anche Rose, neoassunta, carina, ragazza madre. I giorni vanno via, svaniscono nel “nulla” dei turni di lavoro e delle sere squallide. Poi l’omicidio. E tutto cambia. Il mistero delle cose si stringe nella mente di Martha. E la sorprende: “Oh, mio Dio!”. Bolla. Sottile e un po’ snob, il cinema di Soderbergh. Vive di “arte” e di genere, in una estenuante sfida dell’ovvio. Franco Pecori 12 maggio 2006
Anche libero va bene
Una gran voglia di famiglia unita. Tra Moretti e Amelio, una terza via dell’amore paterno: dura, priva di risposte ideali. E vista con gli occhi del figlio. Tommi, 11 anni, si sente addosso le urla del padre, Renato, incappato in una moglie che “frigge” e va e viene. Cameraman freelance e mammo per forza, il giovane marito cerca riscatto alle proprie frustrazioni nella speranza di un figlio “campione” di nuoto. Ma Tommi chiede il calcio, da centrocampista. O anche da “libero”, va bene. Renato, alla fine, lo capirà e non lo chiamerà più “frocetto”. Tommi sa capire e soffrire (bravissimo Alessandro Morace). Più maturo di tutti, del padre, della madre e della sorella Viola, già grandina e vicina alle inquietudini materne, il bambino è la speranza di una generazione capace di assorbire le reazioni di padri disperarati. “I bambini ci guardano”, diceva De Sica nel 1943. Certo, le macerie da cui guardava Pricò erano diverse dal cumulo di problemi che incombono su Tommi. Tuttavia la speranza si rinnova. Al debutto nella regìa, Rossi Stuart va “liscio”, senza intrighi di montaggio. Persino troppo “naturale” come attore, mostra buona sensibilità verso il piccolo protagonista. Franco Pecori 5 maggio 2006
|