|
oltre lo schermo film musica poesia filosofia
10 09 2010 |
|
|
|
Little Miss Sunshine
Scritto “a matita”. Nessuna ferocia. Sarcasmo vagamente buonista. Ma non così “leggero” da perdere tutta l’efficacia di una visione critica. Nel mirino un certo perbenismo della società americana e una concezione della vita sbilanciata verso il mito dei “vincenti”. Il test è individuato nella famiglia Hoover, di medio livello, còlta nel momento fatidico in cui si raggrumano le contraddizioni dei singoli componenti, come a un crocicchio fatale. La coppia di registi (buon successo al Sundance e a Locarno) mostra di saper osservare con spirito non distruttivo alcuni difetti molto comuni del vivere quotidiano, intriso di nevrosi per lo più massmediologiche. E non a caso , l’ “analisi” prende il via da Olive (Breslin), 7 anni, la più piccola di casa Hoover, che guarda la Tv e vuole partecipare al concorso di Piccola Miss California. Il padre, Richard (Kinnear), tutto d’un pezzo, l’ avverte : “Non ha senso andare a un concorso se non sei sicura di vincerlo!”. E solo dopo che la piccola ha confermato la propria determinazone, ordina: “Allora andiamo in California”. Richard ha puntato tutto su un suo progetto di promozione, un “Programma in 9 passi” per “lasciarsi alle spalle l’abitudine di perdere”. Non gli andrà bene, ma per il momento parte per il mitico viaggio, con moglie (Sheryl/Collette), due figli, cognato e anziano padre, tutti sul pulmino sgangherato che ha bisogno di essere avviato a spinta. Il nonno (Arkin) è il più “simpatico”. Espulso dalla casa di riposo per uso di stupefacenti, non smette di manifestare la sua concezione libertaria, rivolgendosi all’ adolescente Dwayne (Dano) - odia tutti, non parla, sogna l’accademia aeronautica ma è daltonico - e dando a Olive suggerimenti “perversi” per l’esibizione in California. Frank, fratello di Sheryl, farebbe volentieri a meno di esserci, gay, studioso di Proust e appena uscito da una grave depressione. Sheryl, apparentemente la più “innocua”, è il cuscinetto salvagente, madre di famiglia. In sostanza, uno scherzo bonario che non cambierebbe il destino di alcuno degli Hoover. Ma nel finale, la sfilata (vera) delle piccole aspiranti miss è raccapricciante. E non c’è umorismo che tenga. Franco Pecori 22 settembre 2006
Nuovomondo
Una nuova vita nel Nuovo Mondo. Salvatore/Amato lascia la Sicilia con tutta la famiglia per cercare lavoro in America. Dalla misera terra, di pietre, di capre e superstizioni, al mare mai visto prima, al piroscafo e al duro impatto con le pratiche eugenetiche nel centro d’accoglienza. Siamo ai primi del Novecento. Con sensibilità adeguata ai nostri giorni, Crialese si muove sul filo della metafora documentaria, prolungando i tempi di riflessione per sottolineare il non-detto, proprio mentre chiarisce il dettaglio. Leone d’Argento a Venezia, il film può anche farvi pensare al Visconti della terra povera, al Fellini della nave che va, all’Olmi degli zoccoli. Ma non fateci troppo caso. Qui l’immaginario si difende dal realismo, non divampa nel surreale né si fissa sul destino di un uomo. Crialese, con l’aria di rivelarci un grande segreto, ci porge con arte una realtà di cui ogni giorno, guardando il Tg, conosciamo l’eco. Sapientemente, il film ci rimanda alle tante cose non dette che tutti sappiamo, o che immaginiamo, e che comunque giudichiamo. E che qui, con soddisfazione possiamo anche rimarcare con un applauso. Franco Pecori guarda il video dell’intervista 22 settembre 2006
The Queen - La regina
Un film sulla maturazione politica del premier britannico Tony Blair (Sheen), neo eletto, e sulla sensibilizzazione della regina Elisabetta II (Mirren), a partire da quel 31 agosto 1997, domenica, quando da Parigi arrivò la notizia della tragica morte della principessa del Galles, Lady Diana, divorziata da Carlo (Jennings), erede al trono. Frears, regista avvezzo a gestioni equilibrate di tematiche sociali e insieme umanistiche (Piccoli affari sporchi, Lady Henderson presenta), mentre sembra seguire la cadenza diaristica della regina (Mirren), che annota i fatti con la discrezione e la compostezza degne della tradizione inglese, attinge anche al repertorio giornalistico, mostrando immagini di Diana nelle sue apparizioni mondane e del Palazzo nel suo “contegno” oggettivo. Tutta l’impalcatura, perfetta nella cifra stilistica, di un mimetismo impressionante, non impedisce a Frears di orientare l’interesse verso quello che ritiene essere il cuore del fatto e del problema. Mentre la gente scoppia in un dolore dirotto - e se ne ha l’eco nel mondo - per la perdita della “principessa del popolo”, Blair, l’uomo nuovo dopo un lungo periodo di governo della destra, si trova faccia a faccia con Elisabetta, donna e mito, istituzione e persona, la quale fa fatica ad aprirsi all’evento, a comprenderne la portata al di là del cancello di Buckingham Palace. Frears ha la bravura di raccontare attraverso gli “oggetti” d’attorno (comprese le persone più vicine alla regina, come il Principe Filippo/Cromwell) la difficoltà di Elisabetta, chiusa in difesa nella residenza di Balmoral. E man mano che la montagna dei fiori del popolo s’ingrossa, la macchina da presa si sposta all’interno della donna, ne segue il sottile turbamento, ne comprende le ragioni, ne scopre il sentimento. Cruciale l’attimo del “contatto” col cervo imperiale, durante la sortita solitaria nella tenuta di caccia. Sull’altra sponda, il premier, inizialmente “rozzo” nell’approccio con il Palazzo, muta il suo atteggiamento e, proprio mentre i giornali scrivono che “il Palazzo si inchina a Blair”, il capo del governo si converte al pieno rispetto della regina. Grande merito di questo difficile passaggio va alla sapiente e umanissima interpretazione di Helen Mirren. Franco Pecori 15 settembre 2006
|