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10 09 2010 |
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Blood Diamond
Sono ancora 200.000 i bambini-soldato in Africa. Non sembra volersi estinguere la serie di guerre civili, alimentata dagli interessi dei trafficanti di armi. E di diamanti. Fu l’avorio, una volta, la ricchezza da tradurre in ordigni. Poi vennero le pietre preziose. Zwick aveva già mostrato, con L’ultimo samurai (uscito in Italia a gennaio 2004), una certa propensione per un cinema che chiameremmo “di coscienza”. Lì Tom Cruise era un capitano che viveva ormai (1876) con l’incubo dello sterminio degli indiani d’America. Qui Di Caprio è Danny Archer, un trentenne nato nell’ex Rhodesia (Zimbabwe dal 1980), prima soldato poi mercenario e infine trafficante di diamanti. Nei panni dell’eroe negativo, un uomo che non crede più ai buoni princìpi, trova il modo di concludere “bene” la propria avventura. Nel frattempo veniamo a sapere molte cose istruttive sulle responsabilità dei Paesi più “avanzati”. Siamo nel 1999, la Sierra Leone è squassata da orribili massacri quotidiani: «Ribelli cattivi - si sente dire - governo ancora peggio, non gliene frega più niente a nessuno». A rimetterci più di tutti è la gente povera, trucidata, deportata, schiavizzata nelle miniere. Il pescatore Solomon (Hounsou), separato a forza dalla moglie e dai figli - il piccolo Dia (Kuypers) finisce soldato - e messo ai lavori “forzati”, trova un grosso diamante “rosa” (il più prezioso) e lo nasconde. Entrerà fatalmente in contatto con Archer. Sarà una lotta per sopravvivere all’avida ferocia dei ribelli da due punti di vista molto diversi: Solomon vuole usare il valore del diamante per ritrovare la famiglia e salvare Dia, Archer spera di poter uscire finalmente dall’inferno in cui vive ormai da anni. Il “gioco” diventa a tre quando la giornalista americana Maddy Bowen (Connelly) fiuta la possibilità di arrivare alle “prove” dell’intreccio di interessi che regola il traffico di diamanti. Tra Maddy e Danny si sviluppa anche una tensione sentimentale, mantenuta dal regista sul filo doppio, della suspence (l’elemento “azione” è presente quasi in ogni istante del film) e dell’indagine “conoscitiva”. Il lato romanzesco del racconto non confonde le idee circa l’importanza dell’argomento e, viceversa, la serietà del tema non attenua l’attrazione progressiva della vicenda. Notevole la prova di Hounsou. L’attore africano riesce molto bene a trasmettere il senso della disperata aggressività di un uomo che, assalito dalla violenza dei “cattivi” non perde la propria dignità . Franco Pecori 26 gennaio 2007
Dreamgirls
Negli anni ‘60, quelli della rivolta nera a Detroit, tra le istanze del Black Power c’è anche la riconquista della musica, il tentativo della musica afroamericana di riscattarsi dal dominio commerciale dei bianchi. Razzismo mischiato agli affari. Ma parlando di musica di deve passare per il sound e per un’estetica che viene da radici culturali diverse. E’ proprio nel sound il segno del cambiamento. Nei quartieri popolari, i musicisti e i cantanti aspiranti al successo frequentano i concorsi per dilettanti, dove i piccoli impresari si “arrangiano” per lanciare le loro scoperte. Il problema è fare il salto decisivo. Scovati i nuovi talenti, bisogna incidere il 45 giri e imporlo nei canali radio, nelle classifiche. Il sound originario, quel misto di Soul, Blues, Rock e Jazz, deve trasformarsi in qualcosa di più soffice, più gradevole all’orecchio dei bianchi, qualcosa che abbia la giusta “qualità ” per essere proposto alla ribalta di Miami, per esempio. Tutto questo comporta sacrificio umano. Lo vediamo in questo musical, che racconta la storia di Deena Jones (Knowles), Lorrell Robinson (Rose) e Effie White (Hudson), le tre ragazze che diventano le Dreamgirls dopo essersi affidate al manager Curtis Taylor Jr. (Foxx). Ciascuna di loro lascia pezzi di anima lungo il percorso, durissimo. Ne sa qualcosa anche James Thunder Early (Murphy), cantante sregolato, che per resistere si dà alla droga e ci rimette le penne. Storie anche d’amore, ovviamente, giacché la musica è soprattutto sentimento, sensibilità . Il regista dosa con misura tutti gli ingredienti, confezionando un bel prodotto, che, pur non trascurando il lato novellistico, mantiene la dignità di discorso/denuncia musicale. Il film si può poi leggere anche come metafora, più complessiva, del sogno di un’intera società , che per realizzarsi deve mantenere i piedi per terra e cioè svanire nella vita reale. Durante il film si ascolta buona musica (i supervisori, Randy Spendlove e Matt Sullivan, hanno già dato prova di sé, per esempio in “Chicago”). E appropriato è anche il montaggio, di quelli “un’inquadratura un respiro”, a mitraglia. Franco Pecori 26 gennaio 2007
Imbattibile
Retorico. E realistico. Com’è possibile? Semplice: i “tifosi”, del football americano come del calcio europeo, vivono di passione esagerata e la loro passione poggia su forme retoriche e su trasferimenti di istanze, personali e sociali. Il fatto che Core (ex direttore della fotografia, in “Daredevil” e “The Fast and the Furious” e ora al debutto come regista) racconti una “storia vera” non cambia il senso del film: se uno ce la mette tutta può farcela a risarcire certe proprie frustrazioni, può “trovare se stesso” e può rendere beneficiari gli altri, perfino un’intera città , del suo successo. Questo in generale. In particolare, qui si parla di sport professionistico, di Vince Papale (Wahlberg), barista trentenne tifoso dei Philadelphia Eagles, il quale, nel 1976, spinto dagli amici del bar, si presenta ad una selezione “disperata” dell’allenatore della squadra in crisi (Greg Kinnear nei panni del leggendario Dick Vermeil) e, da accanito supporter diventa giocatore di prima squadra. Una bella favola, che tutti vorrebbero vivere, specialmente i tifosi del football (e del calcio), che sono tanti e che amano la retorica della passione “sportiva”. Girato in modo convincente, per le fasi di gioco, per le sequenze della vita privata di Vince - il bar, la moglie che lo abbandona perché stanca della “povertà ”, la ragazza che lo ama anche se tifosa dei Giants, le partitelle nel prato con gli amici, il rapporto affettuoso col padre - e per l’ambientazione negli anni ‘70, il film si rivolge al pubblico trasversale, composto da persone “di fede”, analfabeti e scienziati, operai e professori, insomma tutti quelli per i quali la squadra del cuore semplicemente si ama, al di là delle differenze e delle diversità , gente che ama sognare e, insieme, vuole che il proprio sogno abbia i connotati della realtà . Franco Pecori 26 gennaio 2007
Intramontabile effervescenza
Fred (Alexandre) ha 80 anni. E’ sempre stato un uomo discreto, senza vasti orizzonti. E adesso deve dare ancora prova di paziente sottomissione. Rimasto vedovo, la figlia gli impone di cambiare casa. Lei e suo marito sono impegnati in un’ improbabile piccola impresa e tentano di convincerlo a investire i propri risparmi. Fred è confuso e si mostra cedevole. Ma proprio di fronte alla sua nuova porta di casa un’altra porta si apre. La dirimpettaia (Zorrilla) è una donna invadente, energica. Entra nel suo dolore di vedovo e gli cambia la vita. Elsa, 82 anni, anche malata (ma non vuol farlo sapere) non si fermerà finché non avrà conquistato il cuore di Fred. Può sembrare la storia patetica di un amore senile, ma c’è un elemento in più che dà al risveglio dei sentimenti dei due la forza vitale sufficiente a far loro attraversare la soglia della fantasia: è il sogno, che Elsa ha sempre avuto, di ripetere un giorno in prima persona, la scena della fontana di Trevi nella Dolce vita di Fellini. Elsa, che da giovane somigliava ad Anita Ekberg, ha vissuto per decenni nella speranza/illusione di incarnare quel mito. E Fred s’innamora talmente di lei che, decidendo forse per la prima volta di testa propria, nega il prestito alla figlia e si regala, con Elsa, il fantastico viaggio a Roma. Ripeteranno che la scena della fontana. Tutto questo si svolge in un clima per nulla “pazzesco”, bensì verosimile e tenero, pur impregnato di sottile umorismo. Il regista argentino (il film è coprodotto in Spagna) riesce a farci sentire una specie di scambio tra due situazioni paradossali, l’una non meno irreale dell’altra e, insieme, non meno “sensata”, come appunto la sequenza della Dolce vita tra Mastroianni e la Ekberg e come la meravigliosa notte di Elsa e Fred nella Roma notturna. Sicché, il sorriso benevolo che più volte era affiorato durante la proiezione si trasforma nello spettatore un vero e proprio senso liberatorio e rappacificante verso ogni falsa improbabilità della vita. Sognare si può e forse si deve. Franco Pecori 26 gennaio 2007
Un amore su misura
“Mezza mela che non combacia con un’albicocca”: così l’ingegner Corrado Olmi definisce l’ “incompatibilità ” tra un marito e una moglie, cioè la ragione per cui Carla (Galiena) lo ha lascia dopo 15 anni, improvvisamente. Lui “non ha fatto niente”, si sente incolpevole. Eppure proprio a quel “niente”, a quel grigio assoluto è da attribuire l’esito deludente di quella vita di coppia. Ora Corrado si sente solo. Ma non è completamente solo. Un incaricato della compagnia giapponese Yono-Cho lo ha puntato, lo ha seguito passo passo per alcuni mesi e ha stabilito che Olmi è il tipo giusto per l’esperimento: fornire all’uomo solo la donna ideale per lui. Finta, costruita in laboratorio a partire da una cellula, ma “ideale”, perfetta rispetto alle indicazioni fornite dallo stesso Corrado; il quale, incredulo, si presta al “gioco” e si vede arrivare a casa il magico pacco con la donna-bambola (Sjoberg). Non tutto andrà liscio. Intanto, l’ingegnere ha ricorrenti visioni della moglie che continua a rimproverargli la sua nuova vita. E poi, Corrado si stanca ben presto di quella specie di paradiso artificiale in cui è piombato all’arrivo di Elettra (ma sarà poi veramente una donna finta?); si accorge che, rispetto alla “meravigliosa” novità della propria condizione di cavia beata, persino la coppia dei due suoi amici gay (Ponzoni e Scarpa) gli sembra più interessante, più umana. E infatti, il tema del film, ovvio ma non facile, è dato dal contrasto tra la malinconia vera di Olmi e il contraltare tecnologico della felicità . Tra i due poli non c’è partita, l’amore non è un abito che si possa fare “su misura”. Pozzetto, alla terza regia (Saxofone, 1978 - Papà dice messa, 1996), conserva la principale qualità della sua vis comica: il linguaggio (che non è solo la battuta) surreale tradotto in una recitazione “indifferente”, straniata. Il susseguirsi delle scene sembra scivolare un po’ pigramente, ma attenzione a non confondere: qui siamo nel cabaret illustrato. Franco Pecori 26 gennaio 2007
Step Up
Non era la prima volta. Ci viene in mente “School of Rock”, di Richard Linklater: sul valore educativo della musica e della danza, quando la scuola si spoglia delle regole pedagogiche troppo rigide e lascia un po’ di libertà di esprimersi ai ragazzi. Classico e moderno possono andare a braccetto, per il divertimento e il piacere estetico di tutti, ragazzi, genitori, docenti. Qui la “fusione” culturale avviene per l’arrivo presso la Maryland School of the Arts di un certo Tyler, ragazzo ribelle, cresciuto nelle parti basse di Baltimora e spedito lì a svolgere servizio sociale dopo aver danneggiato con atti vandalici proprio quella scuola. Tyler si rivela un giovane tutt’altro che ribelle. Piace subito alla più brava delle allieve e insieme proveranno a intrecciare passi di classica con gesti hip-hop. Piacevole nei momenti danzati, il raccontino mostra un po’ troppo evidente l’intento “pedagogico”. Quella di Tyler è una storia veramente esemplare. Il ragazzo mette in gioco la sua volontà ferrea di superare l’empasse del degrado cittadino da cui proviene. E non solo si apre al sentimento per una ragazza che appartiene a una diversa condizione sociale, ma con il proprio esempio recupera alla via retta anche l’amico di strada, bravo ragazzo anche lui. Il “trionfo” nel saggio finale della scuola ve lo lascio immaginare. Franco Pecori 26 gennaio 2007
Love+Hate
Un piccolo centro nel Nord d’Inghilterra. Nasima (Awan) è una ragazza di famiglia musulmana. Trova lavoro in un negozio di carte da parati. Il padrone l’accoglie bene, non ha problemi razziali. Ma l’ambiente non è buono. Nello stesso negozio c’è Adam (Hudson), un biondino che frequenta cattive compagnie, razzisti violenti. Nasima ha un fratello maggiore, Yousif (Zakir) che approfitta spesso delle ragazze inglesi, più libere di uscire la sera. Una di queste, Michelle (Burley) è l’amica preferita di Nasima. Gli amori si intrecciano e i problemi crescono, perché dall’una e dall’altra parte i pregiudizi, le arretratezze, i razzismi si bilanciano tristemente. Ma l’amore cambia le persone. Il regista ha costruito il cast pescando attori con storie personali abbastanza in sintonia con la tematica del film. Ha scritto la sceneggiatura con meticolosa precisione, lasciando però una certa libertà di improvvisazione nei dialoghi. Il risultato è un racconto piuttosto “naturale”, di stampo verista, da cui si sprigiona una forte emotività , che in parte compensa la prevedibilità del contenuto. Franco Precori 26 gennaio 2007
Vedi Napoli e poi muori
Su Napoli e sulla camorra, sul degrado di luoghi come Scampia si sa tutto e niente, si sono viste e lette molte cose, non ultimo il libro di successo di Roberto Saviano, scrittore ora minacciato dai camorristi e messo sotto protezione dal ministero dell’Interno. Ma l’attenzione verso il grave fenomeno di criminalità organizzata, che investe consistenti strati della società e della vita politica, non è mai troppa. Ed ecco il cinema, canale che progressivamente va riacquistando spazio anche nel genere “documentario”. Nel caso in questione, il genere viene contaminato da un elemento di “finzione”, in modo da offrire allo spettatore l’aspra materia dell’inchiesta sotto forma di “racconto” (docu-fiction), elaborato secondo uno spirito non estraneo al tema e all’humus sociale che vuole rapresentare. Distribuito dall’Istituto Luce, esce nelle principali città italiane il documentario di Enrico Caria che assume a titolo uno dei “luoghi comuni” più diffusi nella cultura popolare. Senonché, dato l’argomento, il “morire” dopo la visita a Napoli prende un sapore sarcastico che non guasta se riferito all’altro stereotipo secondo cui la situazione napoletana sarebbe pressoché irreparabile. Caria segue l’andirivieni del protagonista, scrittore napoletano e giornalista satirico (se stesso), che ritorna nella propria città dopo esserne fuggito a seguito della “guerra” di camorra degli anni ‘80; e poi se ne riparte, avendo constatato che la “guerra” ricomincia. Vede due Napoli, quella del “Rinascimento” partenopeo, del centro storico “ripulito”, e quella di Secondigliano, Scampia, Melito e delle periferie disumane, dove regnano i camorristi. Due città in una. Ripetiamo: nessuna sostanziale novità . Ma il discorso del regista si articola per svolgere il tema della camorra a partire dalla cultura del lavoro, cultura venuta meno, retrocessa per far posto a quella dell’organizzazione criminale. Vediamo i volti, ascoltiamo le parole, restiamo impressionati dalla franchezza con cui le “opinioni”, i dubbi e le certezze vengono espresse. Il velo della “finzione” non offusca la sostanza del racconto e anzi dà agli stessi “protagonisti” la giusta consistenza cinematografica, distanziandoli da improbabili rimandi televisivi. Franco Pecori 26 gennaio 2007
L’arte del sogno
Il giovane Stéphane ha un problema con la mamma. Morto il padre, ch’egli aveva seguito in Messico, la donna lo rivuole vicino a sé, in Francia. Gli trova un lavoro “fantastico”, un po’ finto: impaginatore di calendari pubblicitari. E’ quanto di più lontano si possa immaginare dalla “creatività ” di grafico, per la quale il ragazzo ha passione. Stéphane è anche molto timido e trova difficoltà nel contatto con le cose quotidiane. Nel suo mondo trasognato, l’uso degli oggetti e delle parole è “altro”. Il regista, dopo “Se mi lasci ti cancello”, affonda il tratto nel senso del paradosso umoristico e fa del protagonista (bravo Bernal) un visionario vagamente impotente, che bamboleggia nel suo mondo di carta colorata e di strane invenzioni oggettuali. La fortuna gli mette davanti, porta a porta, Stéphanie (Gainsbourg). Lei gioca col chellophane e trova il giovane molto interessante. Finiranno a cavallo di un destriero di pezza, su nuvole artificiali. Se non fosse una fuga, sarebbe la vittoria della fantasia e del sentimento sulla società -prigione. Sta allo spettatore fare i conti con l’alternativa. Per il cinema, un autore che si propone con una “freschezza”, di cui le nuove generazioni di cinefili sembrano godere senza riserve. Franco Pecori 19 gennaio 2007
Bobby
Robert Kennedy sta per essere assassinato. E’ il 4 giugno 1968. All’Hotel Ambassador di Los Angeles si concludono tra poche ore, con i risultati del voto, le primarie per la presidenza degli Stati Uniti. Il senatore si prepara a raccogliere il consenso dei cittadini della California. Sarà una grande serata, fervono i preparativi. L’albergo è l’unità di luogo che, come in altri celebri film (ricordate La nave dei folli, di Stanley Kramer?), rappresenta un unico universo, umanamente variegato, ma caratterizzato da una complessiva omogeneità di fondo. Gli americani sembrano orientati alla svolta democratica, sulla spinta dell’esplosione delle profonde contraddizioni, interne ed esterne, lo squilibrio tra poveri e ricchi, il razzismo, la droga, la violenza, il Vietnam. Non tutti gli ospiti dell’Ambassador sono direttamente interessati al successo di Bobby. Ci sono i collaboratori più vicini e ci sono gli addetti alla “macchina” delle elezioni, ma anche gli altri sembrano essere legati al nuovo destino di quello che il senatore, nel suo ultimo discorso, definirà “un grande paese, un paese altruista e compassionevole”, un paese dove cresce la consapevolezza di poter “lavorare tutti insieme”. Una pistola assassina metterà fine all’ascesa di Bobby. Ma non è il finale, straconosciuto, a calamitare l’attenzione dello spettatore. Il film ha piuttosto l’intento di indagare e descrivere, con una nettezza di dettagli e di caratterizzazioni fin troppo determinata, le ragioni, individuali e collettive, di quel senso di attesa del cambiamento, che in quel periodo attraversava il “grande paese”. Ed ecco venire in primo piano i personaggi, incarnati in un cast stellare e nello stesso tempo utilizzato tutt’altro che conformisticamente: Demi Moore e Sharon Stone duettano nei panni della cantante alcolizzata e della parrucchiera moglie tradita del direttore dell’Hotel, Anthony Hopkins e Harry Belafonte giocano spiritosamente a scacchi scherzando sulla vecchiaia, Laurence Fishburne si cimenta da capocuoco nella “missione impossibile” di trasmettere ai messicani in cucina una nuova consapevolezza sociale. E intanto ci si sposa per non andare in guerra, si parte per i primi “viaggi” targati Lsd, si consumano opportunismi sessuali. Cosa resterà di quegli anni? “La storia di Bobby Kennedy - sostiene il produttore del film, Michel Litvak - è fonte di ispirazione per tutti i popoli del mondo, il suo messaggio e i suoi sogni vivono ancora”. Forse vuol dire che, prima o poi, quella certa grande attesa democratica, che sembrò sepolta con i corpi dei Kennedy e di Luther King, è destinata a riprendere slancio? Franco Pecori 19 gennaio 2007
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