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09 09 2010 |
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Oscar 2007, The Departed
Trionfa il film di Scorsese
79. Academy Awards
Le statuette
Film: The Departed - Il bene e il male Regista: Martin Scorsese (The Departed) Attore: Forrest Whitaker (L’ultimo re di Scozia) Attrice: Helen Mirren (The Queen) Attore non protagonista: Alan Arkin (Little Miss Sunshine) Attrice non protagonista: Jennifer Hudson (Dreamgirls) Sceneggiatura originale: Michael Arndt (Little Miss Sunshine) Sceneggiatura non originale: William Monahan (The Departed) Documentario: Una scomoda verità  (Davis Guggenheim) Film di animazione: Happy Feet (George Miller) Film straniero: Das Leben der Anderen - Le vite degli altri (Florian Henckel von Donnesmarck, Germania) Fotografia: Guillermo Navarro (Il labirinto del fauno) Montaggio: Thelma Schoonmaker (The Departed - Il bene e il male) Colonna sonora: Gustavo Santaolalla (Babel) Effeti speciali: John Knoll, Hal Hickel, Charles Gibson e Allen Hall (Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma) Scenografia: Eugenio Caballero, Pilar Revuelta (Il labirinto del fauno) Costumi: Milena Canonero (Marie Antoinette) Oscar alla carriera: Ennio Morricone 26 febbraio 2007
Alpha Dog
Jesse James Hollywood, giovane spacciatore di Santa Barbara, Los Angeles, è in attesa di giudizio, accusato di omicidio. Rischia la pena di morte e spera in un processo equo. La materia è “calda”, di quelle terribili, che, a considerarle “specchio” della società , c’è da cadere in una visione apocalittica. Nick Cassavetes (figlio di John, l’autore di film mitici, come Ombre, Gli esclusi, Mariti, Gloria) studia i fatti e, un po’ anche per esperienza quasi-diretta (la figlia ha frequentato la stessa scuola di alcuni dei protagonisti) ce ne dà un film drammaticamente palpitante. Si dice “tratto da una storia vera”, ma qui è lecito rovesciare la formula: diremmo “attratto” da una storia vera. E, per via artistica, “astratto” dalla storia vera, dato che l’arte riscatta la realtà dalle sue contingenze. Si parte dal quadro sconsolante di una gioventù ricca, che non sa cosa fare della propria vita se non esibirne i frammentari esiti esistenziali, misti di stupidità e violenza. Non è un giudizio “morale”, è la descrizione di un “panorama”. Vedere tutta la prima parte del film. Jesse Hollywood si chiama Truelove, ha un padre (un Bruce Willis di rara consistenza) non incolpevole dell’idea godereccia che il figlio ha del vivere. Leader per carattere, tracotante, di spirito “amaro”, il ragazzo dirige le giornate e le notti “urlate” di un gruppo di amici, immersi nel fumo e nell’alcol. Le loro famiglie, anche “per bene”, subiscono con disarmante passività - ben riuscita l’interpretazione di Sharon Stone, madre dei due fratelli, Jake il maggiore e Zack, quindicenne, il minore, coinvolti nel “cambio di marcia” che trasforma la vicenda in qualcosa di tragico. Jake ha un debito verso Truelove e non riesce a pagarlo. Truelove gli rapisce il fratello, ma non calcola le conseguenze penali. Alle strette, “ordina” all’amico Frankie (Timberlake) di uccidere il ragazzino, i l quale nel frattempo si è rifiutato di tornare a casa, affascinato dalle “trasgressioni” dei più grandi. Il suo “non voglio morire” è tutto per i posteri. Dicevamo la stupidità . Capire da dove venga è problema da sociologi. Il film si mantiene sul filo di una giusta ambiguità . Mai osceno, rappresenta una storia che non ha diretti colpevoli e che, pure, denuncia colpe profonde, segni di sofferte alienazioni. Franco Pecori 23 febbraio 2007
Scrivimi una canzone
Ecco cos’ è restato degli anni Ottanta. Il film di Lawrence sembra una chiarissima e concreta risposta alla famosa domanda, posta in musica da Raf a Sanremo nel 1989. Una risposta “leggera”, “facile”, “spiritosa” - tutto tra virgolette, nel senso del “per così dire”, in quanto la commedia che vede protagonista Hugh Grant ha l’aria di essere leggibile, da capo a piedi, come una specie di citazione, oltre che come una normalissima e magari un po’ superficiale storiellina sentimentale in ambiente musicale. Il velo dell’easy listening rischia di soffocare la creatività di Alex, cantautore in discesa ripida, e di stroncarne definitivamente la carriera. Il suo modo di porgere i pezzi, la sua musicalità e la sua fisicità sembrano non funzionare più, mentre sopravvengono i deliri del finto misticismo “indiano” ed entrano in azione le falciatrici arroganti della semplificazione. Ma il “facile” non è poi così facile. Tanto che per Alex sarebbe finita se non gli piombasse casualmente in casa Sophie (Barrymore), una ragazza semplice (non “facile”) e però preparata, brava nell’uso tecnico delle parole. La canzone di successo si farà . E piacerà anche alla superstar Cora (Bennett), un “idolo” così finto da sembrare vero. Citazione, dicevamo. E’ in questo senso che le smorfiette di Grant si rendono sopportabili e perfino simpatiche: ci aiutano a capire il problema, il problema di come sia stato possibile che la finta facilità vincesse sulla complessità della vita. E infatti, non vinse veramente. Lo vediamo oggi. Franco Pecori 23 febbraio 2007
Diario di uno scandalo
Barbara (Dench) e Sheba (Blanchett), non è certo la battaglia tra Bene e Male. Matura professoressa, temuta a scuola dai ragazzi che vedono in lei la maschera dell’Ordine, Barbara si presenta come la diga che sbarra la strada alla dilagante confusione nell’ istituto St. George. La scena è inglese, la “morale” è tema incerto. La giovane professorezza d’arte ha il volto di un delicato angelo biondo, ma a guardar bene il suo occhio non è limpido. Infatti la donna darà un dispiacere al marito, mettendosi nei guai nientemeno che con uno studente di 15 anni. Scandalo. Ma questo è solo un primo livello. Lo scandalo vero è il ricatto in chiave sessuale, morbosissimo, che Barbara rivolge alla sua collega, fingendo di proteggerla e tentando di farla sua. Una vicenda persino un po’ rozza. Eyre, però, lasciandosi alle spalle disinvoltamente le glorie di una regia teatrale del musical Mary Poppins, si affida alla bravura delle attrici, specialmente della sublime Dench, la cui espressione ambigua, falsamente severa, basta da sola a dare profondità all’imbarazzante vicenda; e alla raffinata collaborazione di Philip Glass, musicista perfetto nel compito di rendere la dimensione interiore, diaristica appunto, dello scandalo. E il risultato si lascia apprezzare proprio in funzione della cifra stilistica più che per il contenuto, indeciso tra genere thriller e dramma psicologico. Franco Pecori 23 febbraio 2007
Saturno contro
Alla ricerca della sincerità , perfettamente in linea con la moda americana del “coming out” (”uscir fuori”, aprirsi, dichiarare la propria omosessualità , e - per estensione - estrarre tutti i propri segreti dall’armadio) e in linea con il tema di fondo del proprio cinema (recupero di coscienza nel mondo contemporaneo), Ozpetek prosegue nel suo fare poetico marcando la forte impronta autoriale in ogni sequenza. Un gruppo di amici, borghesi quarantenni pieni di paura, stanno insieme, sulla difensiva, coltivando le loro crisi latenti in una quotidianità recintata, ospitandosi vicendevolmente a cena, andando in vacanza, esercitandosi in confessioni, silenzi e complicità , come in una ragnatela disperata. Paura di che? Del movimento, delle nuove articolazioni che la società sembra prefigurare e proporre. Paura di restare soli, senza più la protezione delle vecchie regole, regole di coppia, di amicizia, di sentimenti. Paura di un destino contrario, forse troppo difficile da affrontare. Un marito e una moglie, Buy nella sua migliore maschera, di onesto imbarazzo, e Accorsi, con qualche difficoltà a trovare la giusta profondità di espressione nel rapporto con l’amante , Ferrari , indecisa tra sesso e amore; una coppia gay in camera matrimoniale, Favino-Argentero, con un Favino scrittore di romanzi per ragazzi, magistrale nella fusione di tenerezza ed energia; una turca italiana, Yilmaz, generosa e ironica sputasentenze, con un marito “al seguito”; un Fantastichini “lupo” solitario, forse il più “vissuto”, all’”antica”; e Ambra, la più giovane, ”fatta” di coca, occhioni languidi e sconsolata autonomia; e un medico specializzando, Tommaso, un po’ con la ragazza e un occhio al compagno di Favino. Si tira avanti. Ma interverrà una cattiva sorte, un lutto per tutti e specialmente per lo scrittore. Qui Ozpetek accentua l’intento poetico e sembra perdere la misura, dilungandosi in interminabili scene di attesa e di dolore contenuto, momenti-eternità che finiscono per stremare il senso di angoscia e di ambiguità esistenziale di cui s’imbeve gran parte del film. La ridondanza della connotazione impoverisce l’estetica. Franco Pecori
in psicologia Vera Di Maio 23 febbraio 2007
Berlino,Orso a Wang Quan’an57ma Berlinale Orso d’Oro al film Tu ya de hun shi - Il matrimonio di Tuya , di  Wang Quan’an.
Questi i premi assegnati: Orso d’Oro: Tu ya de hun shi del cinese Wang Quan’an.  Regista dissidente, Wang racconta la storia di Tuya (Yu Nan), donna di campagna che vive il drammatico passaggio dalla pastorizia all’era industriale nella Cina delle grandi “migrazioni” dalle zone rurali alle nuove realtà urbane. Tuya, di fronte al baratro della povertà , per amore del suo uomo, sceglie di divorziare e risposarsi con un suo ex compagno di scuola, il quale le promette di mantenere comunque l’intera famiglia in città , col consenso del primo marito. Ma lo strano ménage non funzionerà e la donna tornerà alla sua terra. 17 febbraio 2007
Eastwood: Iwo Jima? toccante
Il regista di Lettere da Iwo Jima: I giovani giapponesi chiamati alle armi, che erano sull’isola, erano molto simili agli americani, non volevano necessariamente essere in guerra. Erano stati mandati lì e avevano detto loro di non pensare di poter tornare a casa. Questa è una cosa che non si potrebbe mai dire perentoriamente a un americano. La maggior parte delle persone che va al fronte pensa: “Sì, può essere pericoloso e potrei venire ucciso, ma potrei anche farcela, invece, e ritornare a casa e alla mia normalità ”. Per poter comprendere meglio i giapponesi ho letto tutto quello che potevo su di loro e su come fosse la loro vita in quella circostanza particolare. Le parti narrative di questa vicenda hanno ripreso vita come se i personaggi non aspettassero altro se non che le loro storie fossero raccontate. E’ stata una grande esperienza, un’esperienza molto toccante, di camminare su quell’isola, dove tante madri avevano perso i loro figli, in tutti e due gli eserciti.
16 febbraio 2007
Lettere da Iwo Jima
La disperata difesa giapponese dell’isola di Iwo Jima dall’attacco degli americani, nel 1945. E’ il complemento di Flags of Our Fathers, sempre di Eastwood, in cui lo storico episodio di guerra era raccontato dalla parte dei marines. Questa volta il regista lascia tra parentesi il contesto sociale e, attraverso il recupero delle lettere dei soldati alle famiglie, si concentra sul drammatico destino di uomini costretti, in nome dell’Imperatore, a sacrificarsi nell’estremo tentativo di fermare l’avanzata nemica. Tutto il film è come raccolto in una riflessione dolorosa, comprensiva delle ragioni patriottiche e più generalmente culturali di un sacrificio vissuto fino in fondo nella crescente consapevolezza della fine. La prima parte è costituita dall’angosciosa attesa dello sbarco americano. “Chissà se mi sto scavando la fossa”, si chiede il soldato che lavora alle buche sulla spiaggia tetra. La morte fa sentire la sua presenza ancor prima delle bombe, dei colpi di cannone e delle mitragliatrici. Poi, alla comparsa “improvvisa” degli aerei, un’emozione prende allo stomaco. Sebbene alcuni elementi della sceneggiatura siano scanditi secondo la normale tradizione del film di genere, l’atmosfera complessiva richiama, per la severità dello sguardo, certi momenti toccanti del cinema di guerra, fino a ricordare il Pabst di Westfront (1930). E’ vero che il personaggio principale è il generale Tadamichi Kuribayashi (Watanabe), che ha viaggiato in America e dimostra una più sofferta umanità nel vivere la situazione, tuttavia il film non abbandona mai il punto di vista di Saigo (Ninomiya), soldato semplice (”sono solo un panettiere”), antieroe disgraziato. E, guarda caso, l’unico prigioniero americano che si vede e che, per ordine di Kuribayashi, viene medicato, non si chiama John, ma Sam. Franco Pecori 16 febbraio 2007
L’ultimo re di Scozia
Il medico Nicholas Garrigan (McAvoy), scozzese, appena laureatosi, pensa bene di lasciare la sua famiglia insopportabilmente tradizionalista per seguire il nobile istinto umanitario. E se ne va in Uganda, in una missione dove la gente ha bisogno di assistenza. Il primo approccio sembra soddisfacente. Il giovane volenteroso, tra una medicazione e l’altra, trova anche il modo di non trascurare le proprie tendenze passionali, in accordo con Sarah (Anderson), la moglie del responsabile dell’ospedale. Ma la sorte di Nicholas è destinata a cambiare. E’ il 1970 e il generale Idi Amin (Whitaker), strappa il potere a Obote e instaura una terribile dittatura. Come si sa dalla storia, Amin è una sorta di mostruosa creatura, una specie di bambino sregolato e violento, un “folle”, convinto di dover “sistemare” il suo paese con qualsiasi mezzo. Figura complessa, la cui psicologia è di non facile analisi, il “bestione” africano si ricorda di essere stato a fianco degli scozzesi nell’esercito coloniale britannico. In un certo senso, si considera l’”Ultimo re di Scozia”: non gli sembra vero di incontrare Nicholas e metterlo al proprio servizio, coinvolgendolo in un rapporto dai contorni persino “affettivi”. Il giovane scozzese traballa, è attratto dalla personalità forte di Amin - sappiamo che, storicamente, persino la politica internazionale non seppe rifiutare, fino ad un certo punto, il consenso a quell’africano “figlio del popolo” - e dal profumo del potere. Ma poi Nicholas si accorge che il suo ruolo va oltre quello di medico personale del dittatore. E cerca la via della fuga, mentre la vita per il feroce Amin si va sempre più complicando. Sappiamo che l’Uganda, a 25 anni dalla migrazione dell’”Ultimo re di Scozia” in Libia e poi in Iraq e in Arabia Saudita, è ancora un paese squassato da lotte intestine e da una drammatica situazione umanitaria. Da bravo documentarista, Macdonald, al suo primo lungometraggio, non cede alla tentazione romanzesca. Traendo il film dal libro di Giles Foden, sa mantenere alta la tensione cinematografica, valorizzando al massimo le capacità di un superlativo Whitaker. Non mancano, nel film, riferimenti corretti alla storia vera, ma la più convincente verità è nel volto, negli occhi, nel corpo del protagonista, veicolo espressivo di un’ambiguità che va ben oltre l’appassionante thriller di genere. Franco Pecori 16 febbraio 2007
The covenant
Tra di loro hanno un patto (covenant) da rispettare, di non rivelare il segreto a cui li obbliga la loro origine. Sono quattro studenti della Spenser Academy, un college esclusivo del New England; discendono dalle famiglie colonizzatrici, nel Seicento, di Ipswich (Massachusetts); hanno poteri straordinari ma devono usarli con attenzione, perché a ciascun impiego straordinario di energia corrisponde un’equivalente invecchiamento. Ragazzi a rischio, come fossero drogati. Il patto funziona finché si aggiunge alla compagnia un elemento, figlio di una quinta famiglia che, all’epoca, fu cacciata da Ipswich perché troppo ambiziosa. I ragazzi entrano in competizione e il segreto non è più un segreto. Si scatena la violenza, progressivamente maggiorata dai poteri non normali. La tecnologia aiuta il regista (lo stesso de “L’esorcista - La genesi”) a moltiplicare all’inverosimile le prestazioni dei ragazzi in scontri senza dimensioni reali, fino al duello finale, assolutamente atteso e non per questo meno spettacolare. Franco Pecori
16 febbraio 2007
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