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10 09 2010
 
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Centochiodi

film_centochiodi.jpgCentochiodi
Ermanno Olmi, 2007
Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani, Andrea Lanfredi, Carlo Faroni, Luigi Galvani, Enrico Molinari, Giuseppe Pivanti, Giovanni Ponti, Pino Ponti, Gino Rizzati, Angela Fornaciari, Ettore Viani, Franco Seroni.

Il cinema di Olmi: rifiuto della fuga, trasparenza dello sguardo, pertinenza del racconto, coerenza della metafora. Sarà il caso di fermarsi a considerare il metodo dell’autore de Il tempo si è fermato, Il posto, I fidanzati, L’albero degli zoccoli, La leggenda del santo bevitore, Il mestiere delle armi, Cantando dietro i paraventi. Sarà il caso, ora che Olmi dichiara di aver fatto il suo ultimo film “narrativo” e di volersi di nuovo dedicare ai documentari, come agli inizi della carriera. Mezzo secolo di poesia inseguendo e praticando la fede nella ricerca, intelletto e cuore, evitando bugie e compromessi, pescando nelle cose della vita con l’esca della trascendenza, fuori dal rito. Ultimo ma non ultimo, Centochiodi è tutt’altro che la chiusura di un discorso. Proprio oggi, che la Chiesa sembra irrigidirsi nel dettato della Verità, ecco l’immagine estrema della “crocifissione” dei libri, di quei libri polverosi della biblioteca del vescovado in cui riposa la saggezza di secoli. Un giovane professore (Degan, volto giusto per il ruolo) dell’Università di Bologna, mentre un vecchio monsignore continua a leggere piegato sui tomi, compra due scatole di grossi chiodi e con un martello fissa al pavimento i volumi. Atto trasgressivo e solitario, meditato ed eseguito in silenzio. Metafora non facilmente semplificabile. «Le religioni non hanno mai salvato il mondo», è scritto in testa a tutto il lavoro, conclusione e punto di partenza. Ma Olmi non blocca la tesi sulla linea del traguardo, la rigira e la decostruisce, verificandola in osservazioni concrete, cinematografiche, al seguito del professore che si spoglia di tutto e si sofferma a rifugiarsi dalla pioggia in una casetta diroccata, lungo il fiume nel Mantovano, uomo che si fa Cristo parlando e vivendo con le persone umili che incontra e che gli sorridono. E non è tanto la “parabola” ad imporsi, ché non è questo il modo di Olmi: è piuttosto - decostruito il “panorama” fittizio delle abitudini e delle sclerosi - il rispetto e l’amore dello sguardo verso gli oggetti della vita, i più comuni, usuali, che rinascono via via solo perché catturati dall’occhio- cinepresa; oggetti concreti e astratti allo stesso modo, che vanno a formare un discorso disinteressato, non organico al consolidamento della convenzione esterna. E’ un rilancio provocatorio e salutare, che risponde ai grandi interrogativi assoluti smontandone la retorica e denudandoli di fronte ai destini del mondo. Mentre il fiume scorre e le baracche abusive si “salvano” dalla ruspa del Progetto Regionale grazie alla presenza inaspettata del professore, è forse l’ora di schiodare i libri che, «pur necessari, non parlano da soli». Centochiodi emoziona e commuove per il senso di una necessità dell’immanenza, una necessità vissuta a fondo proprio da chi ricerca il suo complemento, altrettanto necessario; proprio nel corpo elastico della dialettica serrata di parola e Verbo, di tempo e Storia, di sentimento e Ragione. Un invito, sommesso quanto urlato, a trafiggere per rinascere. A ri-vivere per ri-leggere. E’ l’ultima parabola di Olmi.

Franco Pecori

psicologia.gif in psicologia

Se Bene e Male hanno la stessa origine, se tutto viene da Dio, perché Dio non dovrebbe essere responsabile anche del Male? Il protagonista di Centochiodi usa gli stessi chiodi della Croce per inchiodare i libri, ripete la Crocifissione crocifiggendo se stesso e mette in atto il suo paradosso: per vivere deve morire. E’ come se Cristo dicesse: «La prima crocifissione non è servita a niente, i miei insegnamenti sono rimasti cosa morta nei libri». E non vuol dire che i libri siano di per sé il Male, ma non servono se il loro contenuto non diventa vita. Il professore prova a estrarre dal libro la vita, la vita che è fatta soprattutto di rapporti umani, autentici e profondi. Nel film vediamo che tali rapporti sono possibili solo tra persone autentiche, schiette, povere. Povero è Bene? Nella povertà, quando non sia miseria, non c’è la contaminazione degli interessi.

Vera Di Maio

30 marzo 2007

Red Road

film_redroad.jpgRed Road
Andrea Arnold, 2005
Kate Dickie, Tony Curran, Martin Compston, Natalie Press, Paul Higgins, Andy Armour, Carolyn Calder, John Comerford.
Cannes 2006: Prix della Giuria.

Cinema inglese, sperimentale (senza le virgolette), girato con occhio sincronico e con sguardo attento a ciò che accade non solo ai personaggi ma anche nella realtà circostante. Sceneggiatura programmata ma non determinata in modo ferreo. Attrazione dell’accadimento, suspence del contatto. Distanza dal genere. Nel panorama asfissiante del cinema internazionale, precostituito, rigido, il più delle volte precotto su ricetta divistica, il film della regista scozzese, alla sua opera prima, premiato a Cannes, si distingue per  la fiducia che ne traspare verso il mezzo, verso la sua capacità di “rivelazione”. Jackie (Dickie) vive quotidianamente non il mondo in modo diretto ma la sua rappresentazione: è operatrice in una sala di controllo con telecamere a circuito chiuso, che può manovrare in modo da seguire i movimenti delle persone in città. Sui monitor la donna vede “passare” le vite degli altri, le osserva incuriosita, le registra, le segnala ad altri operatori per azioni di soccorso. E le racconta a se stessa, in un dialogo “privato”, intimo, silenzioso, creativo. Già tutto questo sarebbe sufficiente per essere il film, con la scelta indovinatissima dell’attrice, dal volto inusuale, dai lineamenti non generici. Ma un giorno, qualcosa in più attrae l’attenzione di Jackie e la spinge a muoversi verso l’”oggetto”. E abbiamo il confronto, drammatico di per sé, tra la vita nei monitor e la vita “reale”. E’ una di quelle occasioni di emozione che non capitano spesso al cinema. Il conflitto di Jackie con l’uomo che lei riconosce come quello che ha rovinato la sua famiglia è raccontato con una progressione che non viene dalla sceneggiatura scritta bensì dalla verità delle immagini, dei movimenti, dei respiri, della realtà dei luoghi e dei corpi. Tanto che, quando poi la suspence si scioglie, un senso di banale consapevolezza ci invade.

Franco Pecori

30 marzo 2007

Il colore della libertà

film_ilcoloredellaliberta.jpgGoodbye Bafana
Bille August, 2007
Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Shiloh Henderson, Tyron Keogh, Megan Smith, Jessica Manuel, Faith Ndukwana.

Condannato nel 1963 all’ergastolo con l’accusa di sabotaggio, tradimento e cospirazione, Nelson Mandela, leader della lotta contro l’Apartheid in Sudafrica, restò nelle carceri del regime fino al 1990, quando l’African National Congress fu riabilitato dal presidente De Klerk. «Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi, abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi». La conclusione dell’autobiografia di Mandela, Long walk to freedom, indica l’attualità di un discorso non ancora compiuto, nonostante il Nobel ricevuto nel 1993 e l’elezione a presidente nel 1994. August, due volte Palma d’oro a Cannes (Pelle alla conquista del mondo, 1988, e Con le migliori intenzioni, 1992), ammorbidisce un certo rigore stilistico che aveva caratterizzato il suo cinema per concedere al racconto una sostanza epica, non esplicita nella sceneggiatura ma presente soltanto come riferimento storico. Dalle memorie del carceriere di Mandela, James Gregory (Fiennes), il regista trae gli elementi di un’evoluzione del giudizio sulla vita e sull’opera politica e culturale dell’uomo che col suo comportamento e con le sue parole corresse in senso democratico i destini di un Paese; evoluzione che ebbe Gregory grazie alla frequentazione forzata di Mandela (Haysbert), il cui controllo gli era stato affidato in quanto afrikaner bianco, conoscitore della lingua Xhosa. Si parte da un Gregory che considera i neri come veri nemici, perfettamente degni dell’Apartheid più brutale. Sua moglie (Kruger) educa i figli dicendo loro che «Dio vuole così». E si arriva ad una conversione quasi totale, con Gregory non più “secondino”, ma uomo rispettoso di un altro uomo, del quale riconosce i grandi meriti. Nel complesso, il film resta a metà tra lo sguardo personale sui protagonisti e il racconto di momenti esemplari di tutta un’epoca. Gli attori sono all’altezza del compito.

Franco Pecori

30 marzo 2007

Maradona, La mano de Dios

film_maradonalamanodidio.jpgMaradona, la mano de Dios
Marco Risi, 2007
Marco Leonardi, Gonzalo Alarcon, Abel Ayala, Julieta Diaz, Eliana Gonzalez, Juan Leyrado, Pietro Taricone, Norma Argentina, Roly Serrano, Emiliano Kazka.

Riattivazione di mitologie. Il pallone, il numero 10. Il cuore, la cocaina, la camorra. L’infanzia dei diseredati, la gloria del vincitore, i sogni miliardari dell’uomo semplice, la speranza infantile di un popolo meridionale. Caduta e resurrezione. Troppa carne al fuoco? Questo è Maradona, il più grande calciatore del mondo (ma qualcuno dice ancora Pelè), nato col pallone attaccato al piede, ragazzino che dall’Argentina viene trasferito in Spagna e poi in Italia, a fare gol e incantare folle negli stadi col suo tocco magico, mitico, che gli fa vincere praticamente da solo campionati mondiali (contro la nazionale inglese, anche con un colpo, proibito, della mano - mano de Dios), e a Napoli, lo scudetto tricolore. Però il giovane non sopporta la tensione e cede alla droga. Finisce prigioniero di sfruttatori e si riduce in fin di vita. Marco Risi, regista vòlto principalmente al cinema d’impegno sociale (Soldati, Meri per sempre, Ragazzi fuori, Il muro di gomma, Il branco) ha fatto un film che sta a metà tra il documentario e la fiction televisiva, con qualche propensione all’indulgenza spettacolare. Di notizie che della vita di Maradona già non si sapessero, non ve ne sono. Gli spezzoni di repertorio con le vere azioni di gioco sono nelle videoteche di ogni appassionato di calcio. La problematica della droga è più rappresentata che indagata. L’amore per la propria famiglia era già tutto nel volto, nello sguardo ridente e appassionato del vero Maradona, che abbiamo visto più di una volta alla Tv, nelle interviste in cui accennava alla sua Claudia e alle sue bambine. E allora il film, tanto per riconfermare il mito, in vista, magari, di un mitologico ritorno a Napoli, al di là di Calciopoli, al di là di tutto.

Franco Pecori

30 marzo 2007

Liscio

film_liscio1.jpgLiscio
Claudio Antonini, 2006
Laura Morante, Umberto Morelli, Antonio Catania, Giorgia Brunaccini, Giordano Di Pietro, Edoardo Baietti.

Toccante la passione con cui Raul, 12 anni  (Morelli), partecipa alle avventure sentimentali della madre Monica (Morante). Il bambino segue la donna talmente da vicino da esasperarla e farla esplodere in un grido rivendicativo: «Mi piacciono gli uomini… e allora?». Raul vede passare in casa i “fidanzati” della mamma, ma nessuno si ferma a rendere la donna veramente felice. E non è solo questione di sesso. Monica è anche, e forse soprattutto, insoddisfatta della sua carriera artistica. Canta il liscio mentre vorrebbe interpretare canzoni più impegnative, frutto della propria creatività. Raul è perplesso anche sul versante artistico, si dispiace che la mamma non coltivi la musica che tanto piaceva al nonno. Un giorno, a scuola, gli viene in mente che proprio l’insegnante di musica, il prof. Medri (Catania), potrebbe essere l’uomo giusto per Monica. E s’impegna per farli incontrare, trascurando persino la corte serrata di Manuela (Brunaccini), la bambina che mostra chiaramente interesse verso Raul. Sentimenti mancati, turbamenti, slanci infantili a tratti imbarazzanti, rapporti difficili tra bambini e adulti. Antonini affronta la sua prima prova da regista impegnandosi sul terreno del cinema di poesia, assegnando il ruolo guida ad un bravo bambino, già attore professionista. Il film non va però oltre l’indicazione di una possibile poesia. I singoli quadretti di vita, con al centro le istanze infantili di Raul, restano ancorati allo schema di partenza ( la “lezione di vita” che il bambino riceve dal suo  contatto con i grandi). Il disegno prevale sulla scena e non basta la buona interpretazione della Morante.

Franco Pecori

30 marzo 2007

Hollywoodland

film_hollywoodland.jpgHollywoodland
Allen Coulter, 2006
Adrien Brody, Diane Lane, Ben Affleck, Bob Hoskins, Lois Smith, Robin Tunney, Joe Spano, Molly Parker, Dash Mihok.
Venezia: Ben Affleck Coppa Volpi at

Un caso irrisolto. Hollywood, 16 giugno 1959: George Reeves (Affleck), l’attore che dà il volto a Superman per la serie televisiva di enorme successo, muore nella sua stanza da letto per un colpo di pistola alla testa. Suicidio? La polizia di Los Angeles archivia, ma l’anziana madre di Reeves (Smith) non crede alla versione ufficiale e assolda un detective privato, Louis Simo (Brody). La vita del figlio si era complicata dopo che l’attore aveva accettato per amante Toni Mannix (Lane) - una donna influente, più grande di lui, moglie del dirigente della Metro Goldwyn Mayer (Hoskins) - lasciandola poi per una giovane attricetta (Tunney). Irrisolto anche il thriller. Coulter, al suo esordio nella regìa, lascia in sospeso la soluzione. Ma è invece molto chiaro il vero tema del film. Hollywood può uccidere. La vera indagine è sull’essenza del cinema-industria, industria dell’immaginario, e sui rapporti tra il grande schermo e la televisione. Quest’ultimo mezzo è colto nel momento culminante della fase che dalla nascita lo ha portato al consolidamento dell’influenza sul vastissimo pubblico casalingo. L’attualità del film è nella questione, oggi ormai vitale, dell’influenza dei mezzi di comunicazione di massa non solo sui fruitori ma, prima ancora, su se stessi, nell’interscambio semiologico. Quello di Hollywoodland è un paesaggio a più strati, databili e identificabili. Il passaggio dal fumetto all’animazione e poi alla messa in scena è fissato negli anni dell’affermazione più vasta della Tv come mezzo capace di incidere sulla fantasia e sul sistema di valori degli adulti attraverso la cattura del pubblico infantile. Superman è il personaggio ideale, eroico e puro. Tale valore assoluto, tende ad assolutizzare le entità offerte dal contesto, persone comprese, prima fra tutte quella dell’attore che dà corpo al personaggio. Più che il killer di Reeves, il detective Simo è chiamato a scovare il killeraggio, il meccanismo che uccide il processo di produzione del senso, nei suoi aspetti industriali, psicologici, sociologici, estetici. E difatti, Simo - bravissimo Brody, consapevole di portarsi sulla faccia il peso “insostenibile” della leggerezza di Bogart-emissario-di-Chandler e forse più meritevole del premiato Affleck -, mentre fa progressi nei dubbi sul suicidio di Reeves, va scoprendo le ragioni della morte di quel Superman. E come in uno scavo archeologico, attraversa lo strato televisivo per arrivare al cinema, da qui risalendo poi verso la Tv, per ritessere la tela mitologica che trasforma le persone in bugie dagli abiti consunti. Guarda dentro se stesso, il detective, lasciando il caso irrisolto.

Franco Pecori

23 marzo 2007

I Taviani: Un senso di colpa

dicono_taviani.jpg

 

Paolo e Vittorio Taviani parlano de La masseria delle allodole

«Questo nostro film nasce da un senso di colpa. Tre anni fa, quasi per caso, abbiamo scoperto la tragedia armena. Sapevamo, credevamo di sapere… un eccidio di uomini, donne, bambini nel 1915 in nome della “Grande Turchia”. Decenni sono passati da allora, il popolo armeno attende ancora giustizia e noi - come milioni di altri - quasi ignoravamo tutto questo».

«L’occasione fu la lettura del bel libro di Antonia Arslan “La masseria delle allodole”, un romanzo particolare, qualcosa come una indiretta autobiografia. Antonia è italiana di origine armena e nel libro ha raccontato l’olocausto della sua famiglia. Romanzo, documento. Per noi due ha segnato l’incontro tra gli eventi del passato e quelli del nostro presente. Ma, come sempre, non ci interessava - e non ne saremmo stati capaci - disegnare un quadro storico. Ci interessava seguire alcune creature, i loro destini particolari, unici, e proiettarli poi in un grande evento collettivo, che si rivela nel suo orrore oggi, ma che affonda le sue radici nel passato».

«Anche noi siamo convinti della necessità che la Repubblica turca entri nell’Unione Europea, ma anche della necessità che si pronunci pubblicamente sulla verità storica della tragedia armena, così come Germania e Italia hanno affrontato il loro passato criminale».

23 marzo 2007

La masseria delle allodole

film_lamasseriadelleallodole.jpgLa masseria delle allodole
Paolo e Vittorio Taviani, 2007
Paz Vega, Moritz Bleibtreu, Alessandro Preziosi, Angela Molina, Mohammad Bakri, Tcheky Karyo, Mariano Rigillo, Hristo Shopov, Christo Jivkov, Stefan Danailov, Yvonne Brulatour Sciò, Nicolò Diana, Ubaldo Lo Presti, Linda Batista, Enrica Maria Modugno, André Dussollier, Arsinee Khanjian.

La poesia dei Taviani al servizio di un’operazione culturale e politica, di cui si avvertiva il bisogno, a fronte dei troppi silenzi sulla storia del XX secolo. L’eccidio degli armeni da parte dei “Giovani Turchi”, l’organizzazione nazionalistica che dai primi anni del ‘900 alla guerra mondiale sostenne l’idea di una Grande Turchia imperiale fino alla Cina, è denunciato esplicitamente e posto alla base della vicenda drammatica dei personaggi. Il carattere televisivo della coproduzione bulgaro-franco-italo-spagnola, che ha permesso la realizzazione del film, garantisce la diffusione del prodotto verso un pubblico adeguatamente vasto. Si sa che il tipo di attenzione dello spettatore televisivo è diverso da quello di chi siede in una sala cinematografica e perciò la valenza estetica della realizzazione non può essere la stessa nei due casi. In televisione tutto è più semplice, più esplicito, più “comprensibile”, nei passaggi e nelle metafore, cioè nella costruzione poetica. Dal romanzo omonimo di Antonia Arslan i fratelli Taviani hanno liberamente tratto la sintesi di un amore mancato (”impossibile”), dell’armena Nunik (brava Vega) per il turco Egon (Preziosi), inquadrandolo, con sintassi da fiction, nella dolorosa e tragica storia di una famiglia e di tutto un popolo, massacrato in quanto minoranza etnica. Punte espressive che richiamano alla qualità cinematografica sono i momenti truci (non “osceni” perché tagliati al momento giusto - forse anche qui pensando al passaggio in Tv) delle uccisioni e delle torture. Per il resto, il dolore profondo degli oppressi è sufficientemente diffuso lungo il film e il tema dell’ingiusta sopraffazione è tradotto anche in un esemplare interrogativo romantico: «E’ morale che una donna armena faccia disertare per amore un ufficiale turco?»

Franco Pecori

23 marzo 2007

Still life

film_stilllife.jpgSanxia haoren
Jia Zhangke, 2006
Zhao Tao, Han Sanming, Hong Wei Wang
Venezia: Leone d’oro; Asian Film Awards: regia

Mentre in Italia l’annuncio pubblicitario della nuova Cinquecento Fiat segna la celebrazione definitiva della storica apertura del boom economico degli anni Sessanta, attualizzando ancora il simbolo di una post-rinascita   - e nuovi film “giovanili” decretano il post-trionfo, altrettanto definitivo, della commedia di costume sull’ impegno neorealistico - dalla Cina arriva, superpremiato, il cinema del dissidente Jia Zhangke. Dalle necessarie biciclette della ricostruzione nostrana all’espansione universale dei telefoni cellulari il passo è vertiginoso e i parametri di giudizio per il passaggio epocale, dalla storia millenaria al fulmineo riassetto industriale, sono difficilmente individuabili, soprattutto per via estetica, con la visione di un film. L’importanza di Still life è in questa vertigine del senso. L’occhio documentario del regista traduce in una sorta di unico flusso le residue (e profonde) istanze della tradizione culturale e le aggressive necessità della nuova progettazione socio-economica. E non c’è, sembra, diga che tenga: il flusso travolge, o ingloba, le storie e i drammi individuali, impastando nelle belle immagini la crudeltà di destini emergenti. Riflessivo e rivoluzionario insieme (ancora la vertigine), il film si aggancia, provocatorio, alle due storie-guida, del minatore e dell’infermiera, di due persone alla ricerca dell’ex moglie e del marito perduto; due che, cercando il filo della propria esistenza, scoprono il panorama diverso, dell’antico villaggio sconvolto e sommerso dalla costruzione di nuovi argini. La vita sembra bloccata mentre le suonerie dei cellulari offrono il nuovo background non-solo-sonoro. Macerie e altri orizzonti, scelte necessarie e perfino impossibili, spettacolo del divenire.

Franco Pecori

23 marzo 2007

Bordertown

film_bordertown.jpgBordertown
Gregory Nava, 2005
Jennifer Lopez, Martin Sheen, Maya Zapata, Juan Diego Botto, Sonia Braga, Antonio Banderas, Juanes.

Dedicato alle donne scomparse e uccise di Juarez, con il patrocinio di Amnesty International. La piccola città di confine tra Messico e Stati Uniti è tristemente nota per l’impressionante serie di delitti contro le donne, operaie delle maquiladoras, le fabbriche in cui si assemblano oggetti industriali a basso costo per il mercato americano. Sono fabbriche nate a seguito dell’Accordo di libero commercio (Nafta) lungo la frontiera.  I delitti, più di 500, molti dei quali rimasti impuniti, sono a sfondo sessuale. Dopo il turno di lavoro, le donne, per lo più giovani, tornano alle baraccopoli attraverso lunghi percorsi in autobus. E a molte tocca la sorte di essere violentate e uccise. I loro corpi vengono ritrovati con i segni di macabri rituali. Passato in concorso al fewstival di Berlino, il film di Nava, regista americano di origini messicane, si ispira alla realtà. Jennifer Lopez, nei panni di Lauren, una giornalista inviata a Juarez per indagare sui misteriosi omicidi, con l’aiuto di Alfonso (Banderas), un vecchio amico che ora dirige il giornale locale, incontra Eva (Zapata), una ragazza sopravvissuta nel deserto all’aggressione dell’autista del bus. Il réportage non sarà facile. Eva è una testimone scomoda di quanto sta avvenendo a Juarez e la polizia è controllata dalle industrie che basano i loro affari sulle fabbriche di confine. Da un certo punto in poi l’avventura prende il sopravvento sul tema e il film si arrende al genere, lasciando agli espliciti sfoghi di Lauren la denuncia di carattere sociale. Lopez si arrangia come può in un ruolo a lei poco adatto. Il racconto oscilla tra scene “spettacolari”, che forse richiederebbero mezzi più consistenti, e pause “drammatiche” per seguire la vicenda personale di Eva. Resta lo sdegno per la realtà da cui il film prende le mosse.

Franco Pecori

23 marzo 2007
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