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10 09 2010
 
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Cannes 2007, la Palma d’Oro al romeno Cristian Mungiu

 

4 Luni, 3 saptamani si 2 zile

film_4mesi3settimane.jpg

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
 
Il film di Mungiu, realizzato a basso costo,
tratta il tema dell’aborto illegale nella Romania di Ceausescu 
leggi la recensione

 

Palmarès

Palma d’Oro: 4 Luni, 3 saptamani si 2 zile Cristian Mungiu (Romania)
Grand Prix:  Mogari No Mori Naomi Kawase (Giappone, Francia)
Premio 60. Anniversario: Paranoid Park Gus Van Sant (Usa, Francia)
Attrice: Jeon Do-yeon Secret sunshine (Chang-Dong Lee, Corea)
Attore: Konstantin Lavronenko Izgnanie (Andreï Zviaguintsev, Russia)
Regia: Julian Schnabel Le Scaphandre et le papillon (Francia)
Sceneggiatura: Fatih Akin Yasamin kiyisinda (Germania, Turchia)
Prix du Jury ex aequo: Persepolis Marjane Satrapi & Vincent Paronnaud (Francia) e
Stellet licht Carlos Reygadas (Messico, Francia, Paesi Bassi)

Palma d’Oro alla carriera: Jane Fonda

Caméra d’Or: Meduzot Etgar Keret & Shira Geffen (Israele)

Un certain regard: California Dreamin’ Cristian Nemescu (Francia)
Priemio Speciale Giuria: Le rêve de la nuit d’avant Valeria Bruni Tedeschi (Francia)

Semaine de la critique: XXY Lucía Puenzo (Argentina)

Quinzaine des réalisateurs: Control Anton Corbijn (Germania)

 

Sintesi

Cinema europeo: impegno romeno low budget
Cinema americano: Van Sant, consolazione del 60° Anniversario
Di Tarantino ce n’è abbastanza
Cercasi estetica libera da incubo sociologico

 

 

 

cinema_cannes_concorso.jpg

 

Concorso:

4 Luni, 3 saptamani si 2 zile Cristian Mungiu (Romania)
Alexandra Alexandr Sokurov (Russia, Francia)
Grindhouse Quentin Tarantino (Usa)
Import Export Ulrich Seidl (Austria)
Izgnanie Andreï Zviaguintsev (Russia)
Le Scaphandre et le papillon Julian Schnabel (Francia)
Les chansons d’amour Christophe Honoré (Francia)
My Blueberry nights Kar Wai Wong (Hong-Kong)
No country for old men Joel e Ethan Coen (Usa)
Paranoid Park Gus Van Sant (Usa, Francia)
Persepolis Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud (Francia)
Promise me this Emir Kusturica (Serbia, Francia)
Secret Sunshine Chang-Dong Lee (Corea)
Stellet licht Carlos Reygadas (Messico, Francia, Paesi Bassi)
Soom Ki-duk Kim (Corea)
Tehilim Raphael Nadjari (Israele, Francia)
The Man From London Bela Tarr (Francia, Ungheria, Germania)
Une Vieille maîtresse Catherine Breillat (Francia)
We Own The Night James Gray (Usa)
Yasamin kiyisinda Fatih Akin (Germania, Turchia)
Zodiac David Fincher (Usa)

Giuria:

Stephen Frears, regista (Gran Bretagna) - Presidente
Maggie Cheung, attrice (Hong Kong)
Toni Colette, attrice (Australia)
Maria de Medeiros, attrice-regista (Portogallo)
Sarah Polley, attrice-regista (Canada)
Marco Bellocchio, regista (Italia)
Orhan Pamuk, scrittore (Turchia)
Michel Piccoli, attore-regista (Francia)
Abdrrahmane Sissako, regista (Mauritania)

 

 

Fuori concorso:

A Mighty Heart Michael Winterbottom
L’âge des ténèbres Denys Arcand
Ocean’s thirteen Steven Soderbergh
Sicko Michael Moore
Boarding gate Olivier Assayas
Go go tales Abel Ferrara
U2 3D Catherine Owens e Mark Pellington
Triangle  Johnnie To, Tsui Hark, Ringo Lam 

Omaggi:

Boxes Jane Birkin
Cento chiodi Ermanno Olmi
Roman de gare Claude Lelouch
Ulzhan Volker Schlöndorff

 

 

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Un certain regard:
 

Apertura:  Le voyage du ballon rouge Hsiao Hsien Hou (Francia, Taiwan)

Am ende kommen touristen Robert Thalheim (Germania)
Bikur Hatizmoret Eran Kolirin (Israele, Francia)
California Dreamin’ Cristian Nemescu (Francia)
Calle Santa Fe Carmen Castillo (Cile, Francia, Belgio)
Chung Munyurangabo Lee Isaac (Ruanda)
Du Levande Roy Andersson (Svezia, Francia, Germania, Danimarca, Norvegia)
El baño del papa Enrique Fernandez e César Charlone (Uruguai, Brasile, Francia)
Et toi, t’es sur qui? Lola Doillon (Francia)
L’avocat de la terreur Barbet Schroeder (Francia)
La soledad Jaime Rosales (Spagna)
Le rêve de la nuit d’avant Valeria Bruni Tedeschi (Francia)
Magnus Kadri Kousaar (Estonia, Regno Unito)
Mang Shan Yang Li (Cina, Hong-Kong)
Mio fratello è figlio unico Daniele Luchetti (Italia)
Mistery Lonely Harmony Korine (Regno Unito,Francia, Irlanda, Usa)
Naissance de pieuvres Céline Sciamma (Francia)
Kuaile Gongchang Ekachai Uekrongtham (Singapore, Tailandia)
Una novia errante Ana Katz (Argentina, Spagna)
Ye Che Inan Diao (Hong-Kong, Francia)


Giuria:

Pascale Ferran, regista (Francia) - Presidente
Jasmine Trinca, attrice (Italia)
Cristi Puiu, regista (Romania)
Kent Jones, sceneggiatore (Usa)
Bian Qin, critico (Cina)

 

 

 

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Semaine de la critique:

A via láctea Lina Chamie
Funukedomo, Kanashimi No Ai Wo Misero Daihachi Yoshida
Nos retrouvailles David Oelhoffen
Voleurs de chevaux Micha Wald
Párpados azules Ernesto Contreras
XXY Lucía Puenzo
Meduzot Etgar Keret & Shira Geffen

 

 

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Quinzaine des réalisateurs:

Après lui Gaël Morel
Avant que j’oublie Jacques Nolot
Caramel Nadine Labaki
Chop Shop Ramin Bahrani
Control Anton Corbijn
Dai Nippon jin Hitosi Matsumoto
Elle s’appelle Sabine Sandrine Bonnaire
Foster Child Brillante Mendoza
Garage Leonard Abrahamson
Gegenüber Jan Bonny
La France Serge Bozon
La Influencia Pedro Aguilera
La Question humaine Nicolas Klotz
Mutum Sandra Kogut
O Estado do mundo Chantal Akerman, Apichatpong Weerasethakul,
Vicente Ferraz, Ayisha Abraham, Wang Bing, Pedro Costa

Ploy Pen-ek Ratanaruang
PVC-1 Spiros Stathoulopoulos
Savage Grace Tom Kalin
Smiley Face
Gregg Araki
Tout est pardonné Mia Hansen-Løve
Un homme perdu Danielle Arbid
Yumurta Semih Kaplanoglu
Zoo Robinson Devor 

27 maggio 2007

La città proibita

film_lacittaproibita.jpgCurse of the Golden Flower
Zhang Yimou, 2006
Chow Yun Fat, Gong Li, Jay Chou, Ye Liu, Qin Junjie, Man Li, Dahong Ni.

Qualcosa di terribile sta per accadere a Palazzo. L’imperatrice Phoenix/Gong Li ha pronta la sua mossa per la notte della festa dei crisantemi. Sotto forma di “messa cantata”, ancor più che nella Foresta dei pugnali volanti, Yimou dà forma mitica alla Cina antica (X Sec). Nella sconfinata e gigantesca residenza imperiale si compiono destini, il cui esito formale, oggettivo, copre le tragedie personali di tutta una famiglia. L’imperatore Ping/Chow Yun Fat (dinastia Tang) sente di essere giunto al punto decisivo della propria esistenza ed ha in mente un piano segreto, di cui soltanto il medico di corte è a conoscenza. Wan, principe ereditario e figliastro di Phoenix, è stato per anni anche l’amante dell’imperatrice ed ora, innamorato di Chan, figlia del medico, sogna di fuggire con la ragazza. Gli altri due figli di Ping lottano tra la fedeltà all’imperatore e l’aspirazione al comando. Il veleno serpeggia nelle stanze. Phoenix è costretta ad assumere, giorno dopo giorno, due grammi del “rimedio” preparato del dottore. La medicina inciderà in pochi mesi sulle facoltà mentali della donna. Phoenix vive il dramma con perfetta lucidità e cova in sé la rivincita, specialmente dopo che la moglie del medico, scoprendo il volto marchiato, svela la propria condizione di moglie negata e data per morta. Scenografie imponenti, sfarzose e dorate, rivestono di spazi geometrici e di percorsi rituali gli impulsi dei singoli, trasformandoli in esecuzioni fatali, oggettivate nell’immodificabile storia. Il tratto congiuntivo si manifesta con l’irruzione scenica, improvvisa quanto “necessaria”, di forze militari, sterminate nel numero (grazie al computer) e irrefrenabili nell’impeto “innato”, che si fronteggiano in uno scontro-danza finale, manifesto di tensioni irrinunciabili e risolutive. E così la conclusione sarà mista, composita. L’immane violenza si placherà nell’incubo finale dei destini singoli che si sciolgono nel teatro del contrasto, nella Città Proibita, dove la pace è il miraggio di individualità impossibili.

Franco Pecori

25 maggio 2007

Pirati dei Caraibi - Ai confini del Mondo

film_pirati3.jpgPirates of the Caribbean: At worlds end
Gore Verbinski, 2007
Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Jonathan Pryce, Bill Nighy, Yun-Fat Chow, Martin Klebba.

Un colossale gioco. Verbinski pesca nell’immaginario marinaresco (piratesco), guardando l’avventura nello specchio deformato delle stratificazioni simboliche di mille letterature salgariane e attingendo senza pudore alle mitologie antiche come fossero strisce di fumetti irrisolti. Così, i confini del mondo sono anche i confini della realtà vivente e delle sue regole, si aprono le porte della dannazione virtuale (la nave fantasma del capitano Jones), per un impossibile recupero di paradossi senza fondo: «Il mondo è sempre uguale, è il resto che è più piccolo», dice Jack/Depp con la leggerezza dell’intrattenitore salottiero, disinvolto e raffinato nelle movenze quanto inusuale nella presenza tra i legni e le vele. Il raccontino disneyniano suscita perverse domande, del tipo: chi sono, che cosa vogliono i Pirati della Fratellanza? Vedono il mondo dalla parte giusta? Il film si apre con l’unica e irripetuta sequenza realistica: la sfilata dei condannati all’impiccagione e la loro ribellione. Così, verrebbe da pensare che una “deregulation” possa venire dal basso. Ma il tono “ingenuo” delle situazioni che seguono e delle relative battute toglie spazio a simili riflessioni. Subito a Singapore, Elizabeth/Knightley chiede disinvoltamente al pirata cinese Sao Feng/Yun-Fat Chow: «Per caso, avete una nave e una ciurma che vi avanza?» - come sarebbe nella via sotto casa: «Scusa, hai da accendere?». È tutto un “ciacolare” didascalico, una sorta di tapis-roulant disimpegnato, che ci conduce, senza che avvertiamo il minimo dolore, se non una vanga sensazione di noia, alla gigantesca battaglia finale, nel mare mosso e tra lo sfacelo infinito, elettronico, di corpi e di mezzi - la prossima volta che un regista coraggioso mostrerà un semplice sgambetto ripreso dal vero, con la vera vittima dello scherzo che cade veramente a terra in tempo reale, la scena ci farà l’effetto di un cinema-a-venire. Nel finale travolgente mentre il tutto viene maciullato in un fantastico tritacarne suberoico, si sciolgono gli ingredianti del semifreddo, momento clou della cerimonia: segreti e magie, trasformazioni, mostruosità, poteri soprannaturali, mitologie, realtà doppie, affarismi olandesi, scimmiette e pappagalli, amori filiali, velieri scomparsi e barchette solitarie nel mare aperto, tutto si blocca in un bacio (Elizabeth-Will/Bloom), mentre il sole, enorme e rosso, tramonta all’orizzonte.

Franco Pecori

25 maggio 2007

Zodiac

film_zodiac.jpgZodiac
David Fincher, 2007
Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Jake Gyllenhaal, Pell James, Patrick Scott Lewis, Lee Norris, Bijou Phillips, Peter Quartaroli, Mark Ruffalo.

L’assassino non fu mai scoperto. Si vantò di 13 omicidi e poi di un’altra ventina, fino a rendere difficile anche la precisazione del numero. Di sicuro terrorizzò gli americani con la sua misteriosa e minacciosa “presenza”. Scrisse, firmandosi Zodiac, una serie di lettere ai giornali, al San Francisco Chronicle, all’Examiner, al Vallejo Times-Herald; lettere contenenti una parte cifrata, con il vero nome del killer. Nella prima, del 1° agosto 1969, Zodiac rivelava di aver colpito già due volte, il 20 dicembre ‘68 e il 4 luglio ‘69. Precisi i dettagli, riscontrabili dalla polizia. Nessun dubbio sull’autenticità del messaggio. Agitazione e poi angoscia nelle redazioni. Pubblicare, non pubblicare? Il “fenomeno” prende, nella gente, il senso di una generale attesa di soluzione; e tra i giornalisti e i poliziotti si sente il peso della responsabilità per l’incubo diffuso, crescente. Il killer insiste nella provocazione: «Uccidere le persone è più divertente che uccidere la selvaggina nella foresta». Decifrare il codice diventa la parte essenziale delle indagini. L’unico in grado di provarci è Graysmith/Gyllenhaal, il vignettista del Chronicle, appassionato di enigmistica. Continuerà per decenni, anche quando il caso sarà caduto nel dimenticatoio, distrutte le vite di Paul Avery/Downey Jr., capocronista di nera, e degli ispettori della Omicidi, Toschi/Ruffalo e Armostrong/Edwards. Il timido e tenace Graysmith, rischiando di compromettere l’armonia della sua famiglia, si dedica al perseguimento della soluzione. L’ultima inquadratura, siamo ormai nel 1991, è un incrocio di sguardi che lascia in sospeso la vicenda pur estraendone implicitamente l’enigma. Massimo rispetto di Fincher, raffinato indagatore di perversioni moralistiche (Seven) e di disperazioni contemporanee (Fight Club), per il dato di cronaca sul rischiosissimo crinale del film-documento (”da una storia vera”); e insieme, decisiva scelta espressiva sul versante cancellazione. Tutto ciò che, a distanza di tanto tempo, poteva esservi di scontato nella vicenda del misterioso serial killer, viene recuperato nella trama di uno stile discreto, che genera una suspence a seguire laddove ci si attenderebbero colpi di scena. Come nel segno di un “cinema di altri tempi”, ci ritroviamo in una tensione attualissima, le cui possibili metaforizzazioni si moltiplicano dall’interno delle sequenze “pacifiche”, senza un accenno di sottolineatura. Protagonista di una vicenda in cui pure muoiono decine di persone incolpevoli e in cui milioni di altre divengono testimoni/attori di un’ansia che si fa collettiva,  protagonista è il fantasma. E’ l’assenza a farla da padrona, è il problema stesso a caricare su di sé, facendosi soggetto, il senso della realtà incompiuta. L’impotenza dei fatti si sposa col montaggio “dolce” delle sequenze, in cui mito e realtà vivono una coesistenza estenuata, fino al “grado zero” della ricognizione, all’entropia dell’indagine. Calligrafie, impronte digitali, messaggi cifrati contro precisi dettagli e indicazioni di fatti concreti: la sintesi cerca orizzonti da oltrepassare, al di là di quantità non paragonabili, come il numero di pendolari che muoiono in un mese e il numero delle vittime di Zodiac. Il thriller non è più thriller, tutto si dissolve - debolmente -  nell’ossessione delle indagini-fiasco.

Franco Pecori

18 maggio 2007

L’uomo dell’anno

film_luomodellanno.jpgMan of the year
Barry Levinson, 2006
Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney, Jeff Goldblum, Tina Fey, Doug Murray, Rick Roberts.

Cittadini demoralizzati dalla polarizzazione dei partiti e delle loro responsabilità, elettori confusi, riconteggi infiniti, risultati inaffidabili, la democrazia in ostaggio, ci vorrebbe un leader. Non è l’Italia. Siamo negli Stati Uniti. Levinson, regista non estraneo a pungenti ironie (L’invidia del mio migliore amico, Liberty Heights, Sesso e potere), immagina con paradossale realismo una campagna elettorale in cui, tra democratici e repubblicani, entra un terzo incomodo. Tom Dobbs/Williams, comico dedito alla satira politica in Tv, vede crescere talmente il proprio successo che decide di presentarsi alle elezioni presidenziali. E ciò proprio mentre viene affidata alla Delacroy Systems l’esclusiva nazionale per la computerizzazione del voto. La miscela è esplosiva: «Come avere la democrazia sulla punta del microcip». Il trionfo del comico arriva inesorabile, sull’onda di una serie di comizi in cui Dobbs raccoglie crescente consenso col suo linguaggio non-politico e con argomenti “vicini alla gente”. Ma sarà un trionfo fittizio, consacrato da un guasto al computer della Delacroy. Eleanor/Linney, una programmatrice brava e ligia al dovere, se ne accorge ma i capi dell’azienda non le permettono di rivelare l’infortunio (sarebbe un disastro per il profitto). Dobbs sarà dunque condannato all’interpretazione inconsapevole del ruolo di Presidente? Il mondo libero sarà guidato da un comico grazie ad un “baco” informatico? Nodo difficile da sciogliere. E infatti Levinson interviene con un artificio “semiromantico”, che penalizza la portanza del film. Eleanor viene attratta da Tom e non resiste, un po’ per onestà e un po’ per amore, all’impulso di dirgli la verità sui risultati delle elezioni. Tom prende atto e ricambia il sentimento. Il  suo pubblico televisivo lo ”rieleggerà” più che mai a divo della satira politica. Il cerchio si chiude con leggerezza, forse una leggerezza un po’ forzata, che attenua l’impostazione critica iniziale.

Franco Pecori

11 maggio 2007

Crialese: Il valore del sogno

dicono_crialese_nuovomondo.jpg Verso il nuovo mondo

 

Emanuele Crialese, regista di Nuovomondo, sottolinea l’importanza del “sogno” come chiave di lettura del suo film. Nell’intervista di Francesco Gatti per Rainews24, Crialese parla dell’aspetto onirico delle scene, che “interrompono” la narrazione per entrare nella fantasia dei personaggi: è il sogno che li spinge ad andare avanti, verso un mondo ignoto, di cui non conoscono nemmeno la lingua. «Mi sono accorto - dice Crialese - del valore della mia italianità soltanto quando vivevo in America».

 

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guarda il video dell’intervista 
di Francesco Gatti per Rainews24

leggi la recensione del film

9 maggio 2007

Giovanna Mezzogiorno in noir

dicono_notturnobus_gmezzogiorno.gif Giovanna Mezzogiorno, protagonista con Valerio Mastandrea di Notturno bus - debutto nella regia di Davide Marengo - si dichiara contenta di aver potuto finalmente fare un film di genere. Un po’ commedia e un po’ noir, il racconto si bilancia in equilibrio tra le diverse tonalità. L’attrice ha sentito «istintivamente», dice, che un’alchimia sarebbe stata possibile ed ha accettato la parte. Sul set, poi, si è molto emozionata per la presenza di Ennio Fantastichini, attore già amico di Vittorio Mezzogiorno, padre di Giovanna.

Francesco Gatti, nell’intervista per RaiNews24 che possiamo vedere anche qui, ha colto l’attrice in espressioni di particolare freschezza.

 

 

7 maggio 2007

Bava: Non faccio film facili

dicono_lambertobava.jpg Lamberto Bava, specialista dell’horror (Macabro, La casa con la scala nel buio, Demoni, The Torturer) parla del suo ultimo film, Ghost Son, un thriller paranormale ambientato in Africa. «E’ una grande storia d’amore - dice il regista - con una suspence psicanalitica e con delle ramificazioni horror».

Bava ci tiene soprattutto ad affermare la validità dei film di genere e lamenta che in Italia la pratica di un certo cinema, giudicato “di serie B”, sia stata abbandonata dopo i successi degli anni ‘80.

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Laura Herring in Ghost Son

«Il film di genere - nota il regista - purtroppo non esiste più, perché l’abbiamo fatto finire noi registi. Non ci siamo curati che ci fosse un seguito. In Italia siamo un fenomeno da baraccone, di serie B ancora oggi. Invece io penso che i miei film siano difficili da fare, forse più difficili di tanti altri».  E conclude con una sottolineatura polemica: «All’estero non se lo spiegano come mai non facciamo più un determinato tipo di storie».

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guarda il video dell’intervista 
di Francesco Gatti su Rainews24

6 maggio 2007

Vanessa, Il perdono e la lezione all’Italia

 

filosofia_vanessa_noperdono.jpg «No! Mai!»

Il grido della madre di Vanessa - la ragazza romana morta il 26 aprile 2007 dopo essere stata colpita con la punta di un ombrello durante la lite con altre due giovani, romene, sulla banchina della metro -  è stata la risposta all’invito al perdono, rivolto ai fedeli dall’ex parroco con un telegramma letto il 2 maggio nella chiesa di Santa Felicita e dei Figli Martiri, a Fidene, mentre si svolgevano i funerali. Diceva il testo: «Vi chiedo di perdonare chi si è macchiato di un crimine così assurdo. Non cè più spazio per le parole è tempo di agire ma non con la violenza, con l’amore. L’amore, silenzioso, è fecondo, il rancore, rumoroso, uccide. Perdonando dareste una lezione a tutta Italia».

E’ la parola lezione che, col suo carico di senso anche teorico, suggerisce una riflessione filosofica, sia pure difficile come difficile può essere, ed è, la coniugazione di cronaca e teoria. La derivazione latina, dal verbo legere (leggere) inteso al passato (lectus, letto), autorizza all’implicito riferimento alla scrittura (si legge ciò che è scritto) e, per eccellenza, alla Scrittura, cioè a ciò che vi sia di maggiormente scritto: Scritto, super-scritto, per-scritto, prescitto. Insomma la lezione è la Lezione, lezione del perdono, il perdono come lo vuole la Scrittura.

«Perdonando dareste una lezione a tutta Italia», dice il prete. E lo dice per-scritto, non solo per via del telegremma, ma perché accosta due parole che entrambe hanno una radice e un senso rafforzativo: perdono e lezione. Per-donare è donare al massimo, donare completamente. E il dono profondo, superlativo, può trasformarsi in espansivo («a tutta Italia») se diventa lezione.

E’ in questa valenza culturale il paradosso che autorizza i destinatari dell’invito al perdono («No! Mai!», grida la madre di Vanessa, ma non è sola, la chiesa è gremita e altri fanno sentire la loro voce) a contrapporre il rifiuto. Rifiutare a voce alta non avrebbe senso se si mantenesse il perdono nella sua dimensione profonda, intima, disinteressata, propria del dono spirituale, cioè nella sfera religiosa, quale sarebbe lecito figurarsi che fosse, essendo specificamente rituale e cattolica, la scena dei funerali. La scena, però, è anche con-testo, in quanto la parola tende alla lezione. Il prete intende lezione, si presume, nel senso di buon atto esemplare e salvifico, ma il contesto (ci sono anche le telecamere) arricchisce le sue parole di un senso allargato e più pratico, indebolendole sul versante della misteriosa interiorità personale e rafforzandole, invece, nella prospettiva sociologica e politica, suggerita dalla presenza in Chiesa di alcune autorità istituzionali. Proprio su tale presenza si regge, nella sua rappresentatività occasionale, una legittimazione del rifiuto esplicito (e gridato) del perdono: atto che diviene condizionale rispetto all’attuazione della Giustizia. «Vergogna», gridano i fedeli ai politici e invocano l’ergastolo per chi ha ucciso Vanessa. Come dire: do ut des. Come pensare ad una società del perdono?

L’esito finale, al di là dell’auspicabile giusto pronunciamento del giudice sulla responsabilità della morte di Vanessa, è un rinvio all’onnipotenza di Dio - e così l’imperscrutabilità del valore del Dono, uscita dal soggettivo rientra per via oggettiva. Sarà la lezione più alta, ma anche la meno comprensibile. Il che renderà relativamente comprensibile, meno assoluto, il «No! Mai!» del grido iniziale. Comunque, dal giudizio divino potrà arrivare il perdono per tutti, presenti ai funerali di Vanessa e assenti, vocianti e silenziosi.

Franco Pecori

4 maggio 2007

Moretti: Feroce con me stesso

 

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Sogni d’oro

Agosto 1981. Il regista di Io sono un autarchico e di Ecce Bombo ha finito di montare il suo terzo film, Sogni d’oro. E’ il primo grosso impegno di Nanni Moretti con l’industria cinematografica: Gaumont e Rai Rete1, costo intorno ai 900 milioni di lire, 12 settimane di riprese, fotografia di Franco Di Giacomo, montaggio di Roberto Perpignani; nel cast, oltre allo stesso Moretti, Piera Degli Esposti, Laura Morante, Alessandro Haber. A Venezia, il film otterrà il Premio speciale della Giuria. In un’intervista al Paese Sera prima di partire per il Lido, il regista riafferma la propria concezione autobiografica del cinema. Oggi, a distanza di un quarto di secolo e dopo due trionfi (Caro diario e La stanza del figlio) a Cannes, le parole del Moretti di allora si possono rileggere “al presente”.

Ti prendono per un regista un po’ naïf. Non ti ribelli?
«Sì. Ma esiste davvero un cinema naïf? Anche chi non si è mai coltivato cinematograficamente, bene o male ha introiettato il linguaggio corrente e di consumo, il linguaggio televisivo, della pubblicità. Per quanto riguarda me, c’è un equivoco naturalistico. Io non credo al cinema come riproduzione della realtà. Gran parte del pubblico, anche quello più smaliziato, ci crede».

Altra etichetta: il comico. Ti sta bene?
«Due no e un sì. No per l’inserimento giornalistico nei Nuovi Comici. No se si vuol dire che faccio film solo comici - uno dei motivi del successo di Ecce Bombo è che è stato scambiato per un film solo comico. Sì, invece, perché io non mi vergogno della mia comicità, come capita a un Woody Allen. L’ironia è un mezzo espressivo molto adatto per evitare il ridicolo e l’autocompiacimento».

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Ecce Bombo

Compitino: il tuo orizzonte culturale
«Una sinistra vera, critica e non dogmatica, che purtroppo non esiste».

Che cosa ti piace del cinema italiano?
«Neorealismo, Fellini, cinema d’autore anni ‘60 (Bellocchio, Taviani, Ferreri, Bertolucci, Pasolini), Carmelo Bene».

Qual’è la funzione della musica nei tuoi film?
«A volte di contrappunto ironico, a volte di sottolineatura di un’emozione. Oppure serve a ricordare l’artificio, la costruzione della scena».

E’ più facile la presa diretta del suono o il doppiaggio?
«Da un punto di vista tecnico e per velocità del lavoro, è più facile il doppiaggio. Dal punto di vista espressivo, la presa diretta dà risultati che il doppiaggio non può raggiungere. Comunque, non voglio imporre la presa diretta a nessuno e nemmeno a me stesso».

Quand’è che un film può diventare popolare?
«Vuoi dire un film di successo? Ci sono tanti fattori, la qualità del film è solo uno di questi fattori. Fortunatamente, c’è sempre meno gente che pretende di avere la ricetta per un film di successo».

Descrivi i ruoli che giocano in Sogni d’oro
«Per il mio personaggio, credo di essere molto feroce con me stesso, crudele. Mi interessa l’autobiografia fino alla crudeltà».

Vorresti che i tuoi film venissero proiettati nelle serate dell’estate romana?
«No».

Si parla di nuovo cinema italiano a Venezia. Ti senti isolato?
«Sì. Anche per le posizioni che tengono le riviste e i giornali. Non mi compiaccio assolutamente di questo isolamento. Oltretutto, non è solo cinematografico ma anche politico, culturale, morale».

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Franco Pecori, Sarò sempre fedele alla mia autarchia - intervista a Nanni Moretti, Paese Sera, 2 agosto 1981


 

4 maggio 2007
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