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10 09 2010 |
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Festa di Roma, Speciale
FILM IN PROGRAMMA E RECENSIONI PREMIÈRE I PREMI
CINEMA 2007 - CONCORSO
Marco Aurelio al miglior film Juno di Jason Reitman Il film ha suscitato un’ondata di emozioni fra i componenti della Giuria e l’accoglienza del pubblico ha reso tale reazione ancora più tangibile. Racconta la storia di un’adolescente alle prese con una gravidanza non desiderata che affronta la situazione in un modo tutto suo. Il personaggio di June è egregiamente interpretato da Ellen Page che, insieme agli altri attori del cast, presenta una storia convincente con dei risvolti di humour.
Premio Speciale della Giuria Hafez di Abolfazi Jalili La Giuria è orgogliosa di poter tributare questo riconoscimento a un film veramente unico nel suo genere. La Giuria ha particolarmente apprezzato la componente mitica che è il nucleo centrale dell’opera e l’uso di uno stile di narrazione innovativo. Poesia, ritmo, simboli nel film svelano la dualità dell’amore nei confronti di Dio e della comunità. Hafez ci mostra come la forza dell’uomo si opponga al fanatismo della tradizione, una vicenda che presenta un forte legame a questioni di attualità politica e religiosa.
Marco Aurelio alla migliore attrice Jang Wenli per Li Chun di Chang Wei Gu Le sue eccezionali doti di attrice le consentono di identificarsi completamente con il personaggio. Ci presenta il personaggio di una donna che deve fare i conti con una realtà bloccata, da cui si sente soffocare, riuscendo a non esserne sopraffatta. Il personaggio di Wang Cailing esprime la sofferenza dell’artista frustrata che trova il coraggio di seguire una strada diversa. Jang Wenli costituisce il fulcro della storia e esprime grande eleganza e fascino.
Marco Aurelio al miglior attore Rade Šerbedzija per Fugitive Pieces di Jeremy Podeswa La Giuria ha l’onore di assegnare il premio a un attore eccezionale proveniente da una regione martoriata dell’Europa. Il suo personaggio fa prova di grande umanità nei confronti di un ragazzino, nonostante questo atto lo esponga a dei rischi. Il film inizia proprio con questo atto di coraggio. Rade recita la sua parte con sensibilità e credibilità e pone il suo personaggio al centro di un film di ottima fattura.
PREMIÈRE
Into the wild di Sean Penn Per l’intensità straordinaria con cui sa raccontare il viaggio di un giovane estremista della vita verso territori indicibili, sino a quel punto di non ritorno dove pulsa il cuore di una natura immensa e selvaggia e una inappagabile, irriducibile ricerca di libertà e d’amore. Menzione Speciale a Giorni e Nuvole di Silvio Soldini Per l’essenzialità di scrittura e l’emozionante precisione del linguaggio con cui riesce a dare rappresentazione di un paese incerto, smarrito, incapace di progettare il proprio futuro, ma – come nei volti esemplari di Margherita Buy e Antonio Albanese – pronto ad impugnare con dignità la propria debolezza.
ALICE NELLA CITTÀ
Premio K 12 al miglior lungometraggio Canvas di Joseph Greco Non si può vedere questo film e poi dimenticarlo. Ti colpisce al cuore, la forza e la capacità della famiglia di reagire alla malattia della madre. È incredibile come il regista abbia avuto il coraggio di raccontare questa storia, che è tratta dalla sua infanzia.
Meet Mr. Daddy di Kwang Su Park Un ritratto commovente, mai banale, sulla capacità di amare, al di là dei legami di sangue. Un film che grazie all’interpretazione straordinaria dei suoi attori, dimostra come da un grande dolore possa nascere la speranza di una nuova vita. Premio Paolo Ungari - Unicef Ragazzi di camorra di Pina Varriale Quella di Antonio è una storia di coraggio e di speranza. Nonostante un’infanzia rubata i ragazzi come lui possono costruirsi un futuro migliore lontano dalla camorra, grazie alla forza di volontà e al sostegno degli altri. Premio Libera Associazione Rappresentanza di Artisti (L.A.R.A.) Premio miglior Maquillage __________________________________________
Première - Elizabeth: The Golden Age - Youth Without Youth - Rendition - Silk - Giorni e nuvole - Noise - The Dukes - Into the Wild - Across the Universe - Things We Lost in the Fire
Fuori concorso
- Before the Devil Knows you’re Dead - L’abbuffata - La recta provincia - Liebesleben - Lions for Lambs - No Smoking…! - On dirait que… - August Rush - Winx Club - Il segreto del regno perduto - Enchanted - Pride - Il nostro Rwanda - Die drei rauber
Cinema 2007 - Concorso - Barcelona, un mapa - Caotica Ana - Ce que mes yeux ont vu - El pasado - Fugitive Pieces - Hafez - Juno - La giusta distanza - Le deuxième souffle - Li Chun - L’amour caché - L’uomo privato - Mongol - Reservation Road
Alice nella città - Concorso - Un Château en Espagne - Have dreams, will travel - Buda Az Sharm Foru Rikht - And when did you last see your father? - Seachd - The Inaccessible Pinnacle - Choose Connor - Canvas - La tête de maman - La misma luna - Partes Usadas - Survivre avec les loups - September - Tôku no sora ni keita - Noonbushin Narae
Extra Sezione dedicata alla ricerca - Altre visioni (cinema indipendente) Per esempio, vedere da vicino Francis Coppola. E Terrence Malick, che odia i fotografi e vuole parlare di Totò e di un certo cinema italiano: Il posto, Sedotta e abbandonata, Lo sceicco bianco. A Sofia Loren e Jane Fonda si chiede di dare una mano per il discorso su Il lavoro dell’attore. Extra, ovvero Altre visioni. Documentari, ché è il loro momento. Per esempio Natural Born Star, dell’attore norvegese Even Benestad (il suo “fatale” incontro con Agostina Belli). E per esempio, Parole sante di Ascanio Celestini, Le pere di Adamo di Guido Chiesa. Omaggi, per non dimenticare Marco Ferreri, Riccardo Freda, Alberto Grifi. Poi, altre cose non viste col documentario Un principe chiamato Totò di Barbara Calabresi e Diana de Curtis. ____________________________ RESPONSABILI DELLE SEZIONI Maria Teresa Cavina - CINEMA 2007 e New Cinema Network 26 ottobre 2007
Elizabeth: The Golden Age
Nata per essere regina. Cate Blanchet conferma con questa seconda interpretazione di Elizabeth: The Golden Age l’alta prova fornita nel film precedente Elizabeth (primo della trilogia dedicata alla “regina guerriera”), diretto dallo stesso Kapur nel 1998. E anche il regista indiano conferma le proprie qualità, mantenendosi sul gradino su cui già era salito rispetto al pur rispettabile Le quattro piume (2002). Siamo nella seconda metà del XVI secolo. L’ultima dei Tudor nasce nel 1533 e muore nel 1603; protestante, sale al trono nel 1558. Sarà liberale con i sudditi cattolici. Ma Filippo II di Spagna dichiara la guerra santa nel nome di Dio: «L’Inghilterra è schiava del demonio, dobbiamo liberarla». La “Regina Vergine”, “madre del suo popolo” ha da contrastare anche il complotto della cugina Maria Stuart, cattolica. Per gli spettatori è un bel ripasso di storia. Con Elizabeth, gli intenti aggressivi della Spagna si infrangeranno davanti alla costa britannica, si consoliderà il regime di tolleranza religiosa e avrà inizio la conquista del Nordamerica. Tuttavia l’interesse del regista è concentrato su Elizabeth donna, dal carattere complesso, energico quanto sensibile. I giochi del potere (protagonista Sir Francis Walsingham/Rush, consigliere della regina), gli apparati e i rituali di corte, sono raccontati con chiarezza e dignità scenografica. I momenti ”forti”, torture comprese, non sono insistiti, né hanno il difetto - diffusissimo nel cinema in costume - di travalicare esteticamente l’epoca che rappresentano. Verosimile e non per questo di minore impatto spettacolare lo scontro navale che segna la sconfitta della flotta spagnola, grazie anche all’eroismo di Sir Walter Raleigh (Owen), il “pirata” dei mari che già pensa al Nuovo Mondo e fa “impazzire” la stessa regina. E’ una passione che quasi diventa centrale nell’economia del film e da cui Elizabeth rischia di restare travolta. Kapur la spinge ai limiti del romanticismo, ne contiene però con stile britannico le punte emozionali e ne addolcisce (forse fin troppo) la soluzione con una “chiusura” sentimentale che riporta tutta la storia entro i binari della regolarità anche religiosa. Franco Pecori 26 ottobre 2007
Giorni e nuvole
Michele (Albanese) ha le sue idee. Gli amici/soci lo hanno fatto fuori dalla ditta: sono cambiati i tempi e bisogna ridurre, compattare, produrre all’estero. E così Michele si trova senza lavoro. Per mesi non dice niente a nessuno, né alla moglie Elsa (Buy), né alla figlia Alice (Rohrwacher). Elsa, in particolare, ha la passione del restauro e si sta laureando in Storia dell’arte. La vuole lasciare in pace. Cercherà un’altra soluzione, qualcosa accadrà. Ma non accade un bel niente. La verità non può restare nascosta e Michele ed Elsa vedono svanire il “benessere”. La bella casa è da vendere, come pure la barca. Difficile persino andare a cena fuori, se non nel piccolo pub che Alice gestisce insieme al suo ragazzo (mentre Michele vorrebbe che la figlia terminasse gli studi). Il cambio di marcia mette a nudo, man mano, i caratteri dei due, il difficile adeguamento ai nuovi parametri dettati dalla società. Una parola-incubo, “flessibilità”, è entrata nell’uso quotidiano e se ne accorge specialmente il dirigente disoccupato, colloquio dopo colloquio, alla ricerca di un nuovo lavoro. Elsa dapprima è sbigottita, poi sembra trovare una reazione più rapida e si adatta a fare i turni in un call center. Michele invece non riesce ad ammorbidire la sua visione del mondo, ha degli scatti, gesti paradossali che lo allontanano progressivamente dalla realtà “precostituita” e lo immettono in un “quotidiano minore”, di cui accetta con amaro umorismo, i piccoli doveri. Prova a mettersi in motorino e a recapitare plichi, poi preferisce aiutare due suoi ex dipendenti in lavoretti di manovalanza. Di giorno in giorno, perde la voglia di continuare a sperare, uscire di casa diventa un peso. Elsa trova anche un altro lavoro, da segretaria, e per un momento cede alla corte del suo capo. Il finale? Non può esservi, infatti l’ultimo taglio arriverà improvviso e non-definitivo. La “vita difficile” di Michele ed Elsa ci rimane dentro. I due protagonisti mostrano di essere profondamente coscienti del loro ruolo, tanto che Soldini sembra “limitarsi” a fotografarne i comportamenti, come se il set si aprisse agli eventi, per una voglia di autenticità che si può far risalire a quello che una volta si chiamò “pedinamento” e poi “verità” del cinema. Il merito va equamente diviso tra tutti gli autori del film. Il direttore della fotografia, per esempio, Ramiro Civita, fa un uso della macchina a mano fuori dagli stereotipi del “documento”, cercando invece di entrare in consonanza con i personaggi e dando, nel complesso, l’idea che la scena del film, la città di Genova, rappresenta un quadro verosimile. Quanto ad Albanese e Buy, sono al meglio delle loro capacità, lasciano scaturire il senso del racconto “lontano dalla sceneggiatura”, mai una battuta che resti sulla pagina. «Da domani pane e cipolla», promette ironico Michele, cercando di accettare la nuova condizione paradossale. E Soldini si è messo a fare proprio un cinema “pane e cipolla”, prende atto del tempo che viviamo, senza però rinunciare ad uno sguardo critico, senza abbellimenti da commedia facile, scavando anzi e cancellando (montaggio di Carlotta Cristiani) inutili “ricchezze”. Un cinema “povero” per raccontare la vita difficile di questo secolo. Franco Pecori 26 ottobre 2007
Die hard - Vivere o morire
Ciao Stuntman Mike, dove sei? Raccomandati l’anima perché questo non è uno scherzo. Qui non si fa il verso, questa è tutta roba autentica. No, non è vera: è autentica. Perché fai finta di non capire? Qui i “fuori corso” non c’entrano, se lo facciano da soli a casa loro un film così. Questo è un film con Bruce Willis, sì John McClane. Fai ancora finta? Lo sai benissimo che il detective McClane non può scendere dallo schermo e venirti a prendere, perciò stattene buono, Stuntman Mike. Lascialo stare il detective, ché deve sistemare una faccenda: sua figlia Lucy ce l’ha un po’ con lui, padre severo, rude e geloso, ma lui non molla, non la lascia nelle mani del primo pivello; e figuriamoci cosa può succedere se la ragazza è in pericolo, minacciata dal cattivello informatico che tenta di spegnere l’America perché vuole tutti i soldi (si dice «11 settembre» ma…). Il regista, uno che chiamano Len, ha pensato di piazzare sulla scena una montagna di aggeggi digitali, di quelli che a McClane fanno venire il voltastomaco, ma lui, il detective più duro a morire, non si lascia impressionare. Purtroppo deve soffrire le pene dell’inferno per venire a capo di un inconveniente spiacevole, ma lui il fisico ce l’ha. E’ anche fortunato negli scontri e nelle sparatorie, solo qualche graffio, perciò non ci contare Stuntman Mike. Non sarà un hacker moccioso, che gli tocca di andare a prendere proprio oggi, il 4 luglio, a guastare l’umore di McClane. Certo non è contento, ma i mitra, le pistole, gli elicotteri e gli aerei devono fare i conti con la sua resistenza. Il mondo non può finire per un imbroglio al computer finché John è in forma. Anche ferito va bene, tanto dallo schermo non può scendere: mettiti l’anima in pace, Stuntman Mike. E non ci provare. Tu però, John McClane, non ti esaltare, ché non sei Superman. Franco Pecori 26 ottobre 2007
Seta
Tema estetico, dal romanzo di Alessandro Baricco: la seta come l’amore, impalpabile e sensuale, materiale quasi magico, che può cambiare la vita delle persone. Scrittore e regista teatrale oltre che cinematografico e televisivo, il canadese Girad (Oscar per Il violino rosso nel 1998) torna a lavorare su un testo di Alessandro Baricco, dopo il premiato Novecento teatrale per il festival di Edimburgo (2002). Seta è un film di lento respiro, il racconto procede quasi invitandoci ad “assaporare” le diverse atmosfere, tra Francia e Giappone della metà del XIX secolo, e spingendoci man mano, impercettibilmente, in profondità, nell’intimo di una storia d’amore “impossibile”. A tratti “misterioso” ed esotico, il viaggio sentimentale di un giovane, Hervé Joncour (Pitt), si sviluppa in maniera intensa e si allarga fino all’astrazione, prendendo spunto da una missione commerciale nel paese del Sol Levante. Un’epidemia nelle uova di bachi da seta ha messo in ginocchio le filande in Francia. Secondo l’imprenditore Baldabiou (Molina) l’industria potrà rifiorire se qualcuno andrà a comprare le uova in Giappone, dove si fabbrica la seta più raffinata del mondo. Hervé, anche per sfuggire al servizio militare, si è appena sposato con Hélène (Knightley), ma accetta il pericoloso incarico (in Giappone è proibito esportare i bachi). Il viaggio comincia e si ripete con successo, portando ricchezza. Quando però Hervé vede la bellissima geisha (Ashina) del notabile Hara Jubei (Yakusho), ne resta affascinato e non potrà più liberarsi da quell’attrazione. I due giovani non arriveranno mai a sfiorarsi, eppure la dolcissima Hélène si accorge che qualcosa di profondo è successo in Hervé. Un epilogo ancor più spiccatamente romantico chiuderà la delicatissima storia. Non trascurabile, sul piano espressivo, l’apporto scenografico dei paesaggi attraversati dal giovane viaggiatore, dalle Alpi alla Siberia, fino ai villaggi giapponesi fatti di paglia. La fotografia, perfettamente in tono, è di Alain Dostie. Franco Pecori 26 ottobre 2007
Un’altra giovinezza
Pietra Neamt, Romania. La notte di Natale. Il settantenne Dominic Mattei (Roth), professore di linguistica, preso dall’angoscia di non riuscire a liberarsi del ricordo di Laura (Lara), suo amore perduto, e di non fare in tempo a terminare una ricerca sull’origine del linguaggio e sulla coscienza del tempo, lascia il letto ed esce, in pigiama sotto la neve. Neanche gli amici del Café Select possono consolarlo. L’idea del suicidio si fa avanti. La metterà in atto il giorno di Pasqua, a Bucarest. E’ il 1938, tempi cupi. Un temporale scoppia proprio all’arrivo di Dominic e un fulmine cade su di lui lasciandolo a terra moribondo. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. All’ospedale, il professor Stanciulescu (Ganz) deve constatare con estrema meraviglia che il paziente ringiovanisce. Dev’essere stata - pensa - la scarica elettrica del fulmine. In poco tempo il fisico di Dominic è quello di un quarantenne. I nazisti non nascondono l’interesse per il “fenomeno”. Per sfuggire agli esperimenti del tedesco dottor Rudolf (Hennicke), Dominic chiede a Stanciulescu documenti falsi per cambiare identità e trasferirsi in Svizzera. Nel frattempo ha cominciato a parlare le lingue antiche, il latino, il cinese, l’armeno e gli si è materializzato accanto uno strano “consigliere”, che gli appare come il suo “doppio”. Una bella donna che abita nel medesimo albergo, “stanza 6″, lo affascina per spiarlo. Lavora per i nazisti, ma s’innamora di lui e lo salva. Dominic mostra doti sempre più strane: indovina i numeri della roulette, legge un libro in un momento passandolo davanti agli occhi, inventa un linguaggio speciale ed è tutto preso a registrare al magnetofono il proprio terrore dell’atomica. La situazione è matura per il “decollo” verso le “supreme ambiguità” della coscienza. Dominic passeggia in montagna e incontra Veronica (Lara), che somiglia tanto a Laura e che dice di essere Rupini (VII secolo). Parla sanscrito e cerca in una grotta i graffiti del guru indiano. La portano in India, dove trova, in una grotta, un manoscritto e delle ossa. Forse sono le sue, insomma di Rupini. Ma poi la donna riprende coscienza e torna ad essere Veronica. Il che le permette di innamorarsi di Dominic. La coppia felice se ne va a Malta, bella casa, terrazza sul mare. Beatitudine raggiunta? sembrerebbe, ma ecco che Veronica si mette a parlare il babilonese. Quei momenti di vertigine antica la stressano al punto che comincia a invecchiare. Dominic non sa se essere felice per la “discesa” verso la soluzione dei suoi problemi “scientifici” (la regressione fino al protolinguaggio), o se disperarsi ancora una volta per l’amore che svanisce. La seconda. In un guizzo sentimentale, il linguista sceglie di liberare Veronica dalla propria nefasta influenza. E la lascia. Poi, tornato a Pietra Neamt, rompe uno specchio e caccia dalla mente il suo “doppio”. Happy End? Si fa presto a dire. Dominic forse non è cambiato, cerca i suoi vecchi amici al Café Select e resta nel dubbio di stare sognando. In effetti, loro non lo capiscono. Si sente strano, Dominic… sente che sta perdendo i denti. Filosofia del linguaggio, nazismo, metempsicosi, terrore nucleare, New Age, fulmini e saette. Troppo per una storia d’amore. Troppo anche per una regressione all’indietro, fin oltre Il Padrino. “Lost in translation”? Un grosso filmacchione alla moda, piuttosto. Franco Pecori 26 ottobre 2007
Albanese: Il coraggio di Soldini
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