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10 09 2010 |
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Paul Haggis: La crisi americana
Il regista di Nella Valle di Elah pensa al suo film come ad una «grande tragedia americana» perché «parla di un paese che attraversa una crisi profondissima»
guarda il video dell’intervista 30 novembre 2007
Nella Valle di Elah
In the Valley of Elah Ispirato a una storia vera, «impossibile da portare sullo schermo», come la definisce Haggis, già autore di Crash - Contatto fisico e sceneggiatore di tre titoli di Clint Eastwood, Million dollar baby, Flags of our fathers, Lettere da Iwo Jima. Colpevolmente ignorato dalla giuria della Mostra di Venezia, Nella valle di Elah  è, in prima lettura, un film contro la guerra in Iraq, ma va al di là dello specifico, o meglio si spinge in profondità  e affronta il problema di un certo patriottismo rigido, visto nei suoi risvolti umani. Le conseguenze sociali e politiche sono implicite e Haggis le lascia alla riflessione dello spettatore. L’impatto emotivo, questo il merito essenziale del film, non è disgiunto dalla ferma determinazione delle osservazioni. Sicché il racconto di un padre che decide di scoprire in prima persona come mai il figlio reduce dall’Iraq risulti misteriosamente assente, diventa l’indagine, progressiva e dettagliata - magistrale la capacità del regista di cogliere nei particolari il senso dei comportamenti -, sul dramma di vivere, sia sul campo di guerra sia nel quotidiano di quanti, specie genitori, restano a casa. La guerra è vista come momento rivelatore di una condizione più generale, che mette in gioco una visione del mondo. Hank (Tommy Lee Jones), sergente di polizia militare in pensione, tipico uomo tutto d’un pezzo, aveva giudicato che l’arruolamento volontario per l’Iraq avrebbe potuto “far bene” al suo secondogenito Mike (Jonathan Tucker), nonostante già il primo figlio fosse caduto per la patria. Ora però che Mike sembra essere scomparso nel nulla, Hank vuole vederci chiaro e parte per Fort Rudd, un ambiente che conosce bene. O almeno crede di conoscere bene. Passano i giorni e Mike non si fa vivo. Man mano che i dubbi crescono nella mente del padre, cresce nel cuore dell’uomo un’angoscia che non è solo legata alle ipotesi sulla sorte del figlio, ma anche ai possibili propri errori di valutazione, errori che potrebbero venire da pregiudizi verso il contesto civile. Il film ha un carattere misto di thriller e di azione, per cui non entriamo più di tanto nel contenuto. Va piuttosto sottolineata la bravura di Haggis (in questo si nota una continuità con Crash) nel costruire i personaggi secondo un principio di realismo interno, di verosimiglianza rispetto a se stessi. Il racconto si nutre allo stesso modo di tutte le loro presenze, niente è “contorno” - pensiamo al ruolo di Charlize Theron, l’ispettrice di polizia che non si arrende al tentativo di “insabbiamento” della vicenda da parte dell’esercito, e pensiamo al ruolo di Susan Sarandon, la moglie di Hank, che col suo dolore di madre, appartato e profondo, dà anche sostanza alla progressiva coscienza del marito. E’ la coscienza di un padre, uno dei tanti, che, come fece il Re Saul con Davide nella Valle di Elah contro Golia, ha mandato suo figlio in guerra. E il figlio è un ragazzo d’oggi, che parte col telefonino, filma e vive le nefandezze della guerra e rischia, al ritorno, di restarne vittima. Dolore e riflessione sono il dono del film.
guarda il video dell’intervista e L’Iraq nel cinema Franco Pecori 30 novembre 2007
Lascia perdere, Johnny!
L’istanza d’ingenuità , provocatoria nel contesto attuale, è la sostanza di questo esordio, considerevole, di Fabrizio Bentivoglio nella regia. Struggente come un miracolo a Milano (sì, viene in mente il De Sica del 1951, di quel mondo in cui “Buongiorno” volesse dire “Buongiorno”), il racconto vive di un feeling sommesso e profondo, che chiama la musica a sostegno dell’innocenza. Il protagonista, Faustino (Merolillo, prima volta sullo schermo), funziona come una specie di apparizione miracolosa, un diciottenne che dal Sud meno rappresentativo, più normalmente volgare, tira un filo immaginario, trasognato, fino al Nord, alla nebbia notturna e periferica di Rho, dove il Duomo non è quello ma forse è migliore. Faustino è e resta innocente: spera di far contenta la mamma (Sastri, fresca e non retorica), cercando un contratto di lavoro che gli permetta di evitare il servizio militare (figlio unico di madre vedova, siamo negli anni Settanta) e nello stesso tempo insegue il mito del chitarrista rock - ci spera, pure se tutto ciò che gli sta intorno è falso e misero. «Lascia perdere, Johnny», gli dice amaro il pianista “famoso” (Bentivoglio) mentre lo illude di un futuro possibile da musicista. Ed è sull’orlo di quell’abisso di solitudine e di sconsolato disvelamento che, invece, Faustino trova l’à ncora della sua ingenuità , della sua fede senza difesa. E’ patetico, Faustino - qui siamo sul versante espressivo, che tocca momenti di strana fusione stilistica, tra la voglia di umanità favolosa del più poetico realismo postbellico e l’astuzia innocua e barocca del macchiettismo delle Saraghine e del finto mistero delle note sospese nell’aria. Patetico nel senso vero della parola, Faustino. E salvifico, ché riscatta dalle situazioni meschine le figure di un “varietà ” stracciato e consunto (centrale il personaggio dell’impresario evanescente, Mahieux) soltanto col suo sguardo “improprio”, con la sua parola semplice (fuori campo, interiore). Peccato, nello stile, per un’insistenza nei ritmi rallentati e per un utilizzo di Toni Servillo un po’ troppo caricato di metafora dell’ubriaco.  Il regista, parlando del film, ricorda l’esperienza avuta, da musicista dilettante, con gli Avion Travel, una “famiglia” dalla quale, per un certo periodo, è stato «adottato». Ma il riferimento non pare essenziale. Più forte, per contrasto con l’ “ingenuità ” di Faustino, la memoria storica di un periodo terribile, il decennio delle P38. Franco Pecori 30 novembre 2007
La musica nel cuore
Le note, la musica nell’aria che respiriamo, nei suoni/rumori della città , nei ricordi e nelle immagini interiori della nostra vita. Della nostra come nella vita di August Rush, l’orfanello dall’orecchio musicale fantastico, il bambino che gira per le strade della metropoli seguendo il richiamo degli oggetti sonori e che, man mano sarà portato dalla sua sensibilità a diventare un grande musicista e a ritrovare i genitori. La fiaba sarebbe anche un po’ melensa, ma certi sentimenti sono radicati nell’infanzia di tutti i bambini del mondo, di secolo in secolo. E soprattutto la regista irlandese Kirsten Sheridan riesce a materializzare un’importante lezione di musica, proprio di educazione musicale, sostanziandola in uno svolgimento “drammatico” non didascalico. Si impara, essenzialmente, che la musica non è quella scritta sugli spartiti: quelli sono solo degli appunti, ma la musica non è lì, può essere invece in ogni luogo e spazio della giornata, purché prestiamo orecchio (e cuore) alla vita in cui siamo immersi. I protagonisti del film, il bambino (bravissimo Highmore) e i suoi romantici giovani genitori (Rhys Meyers e Keri Russell) hanno tutti la musica nel sangue e il loro sentimento viene premiato con il dovuto happy end. Bravo come al solito Robin Williams, nonostante il suo personaggio, uno strano “maestro di vita” un po’ straccione, sia alquanto di maniera. Franco Pecori Leggi Musica e rumori - Ricerca del senso
30 novembre 2007
Il diario di una tata
Esercitazione sul campo. Un’antropologa studia dal vero le “tribù” di Manhattan. Annie (Johansson) si è appena laureata in Antropologia e per prima cosa decide di sganciarsi dalla mamma e di lasciare il New Jersey. Nell’Est Side di Manhattan il “destino” sceglie per lei il mestiere di “tata”. Il luogo e la famiglia di Grayer (Reese Art), il bambino di cui aver cura, sono un mondo perfettamente chiuso, omogeneo, ideale per un’esperienza come quella che attende Annie. I due registi, autori anche della sceneggiatura e già vincitori del Sundance Film Festival con American Splendor (2003), descrivono con una puntualità vicina all’assoluto i parametri socioculturali entro cui si svolge la vicenda. In superficie, il film può sembrare l’ennesima “predica” sul valore della famiglia (i genitori, anche e specie se ricchi, devono amare i figli, star loro vicini, trascurando almeno in parte gli egoismi personali, ecc.), ma il tema è svolto appronfondendo adeguatamente le pertinenze situazionali, con l’aiuto essenziale sia della protagonista (una Johansson che sembra divertirsi nel ruolo semicomico) sia di Laura Linney, perfettamente calata nella parte della moglie del ricco manager (Giamatti), irrigidita in un’alienazione di gruppo che definire esemplare è dir poco. In alcuni momenti emerge un certo contrasto tra il tono favolistico alla Mary Poppins e l’accentuazione satirica del racconto: i due elementi stilistici rischiano di attenuare la rispettive incidenze. Ma nel complesso la commdia resta divertente quanto “istruttiva”. Franco Pecori 30 novembre 2007
Usa, topo immune da cancro creato in laboratorio ÂScoperta dell’Università del KentuckyÂE’ stato creato in un laboratorio del Kentucky un topo che non può ammalarsi di cancro. I suoi geni non glielo consentono. La scoperta - realizzata dai ricercatori dell’Università del Kentucky e pubblicata oggi sul journal Cancer Research - apre scenari importanti perché potrebbe portare a trattamenti anti-cancro sugli esseri umani capaci di evitare al paziente gli effetti collaterali che oggi accompagnano molte terapie. Il topo è dotato di un gene chiamato Par-4. 28 novembre 2007
Wenders: Abbasso le regole
Il Torino Film Festival diretto da Nanni Moretti Dell’autore di Alice nella Città , Paris Texas, Il cielo sopra Berlino, La terra dell’abbondanza Il regista tedesco (Düsseldorf, 1945), in Italia anche per il suo prossimo film, ha parlato delle proprie idee sul cinema.
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