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10 09 2010
 
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Paul Haggis: La crisi americana

 

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Il regista di Nella Valle di Elah

pensa al suo film come ad una «grande tragedia americana»

perché «parla di un paese che attraversa una crisi profondissima»

 

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guarda il video dell’intervista
a Paul Haggis
di Francesco Gatti per Rainews24

30 novembre 2007

Nella Valle di Elah

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In the Valley of Elah
Paul Haggis, 2007
Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, James Franco, Jonathan Tucker, Frances Fisher, Jason Patric, Josh Brolin, Wes Chatham, Mehcad Brooks, Victor Wolf, Jake McLaughlin.

Ispirato a una storia vera, «impossibile da portare sullo schermo», come la definisce Haggis, già autore di Crash - Contatto fisico e sceneggiatore di tre titoli di Clint Eastwood, Million dollar baby, Flags of our fathers, Lettere da Iwo Jima. Colpevolmente ignorato dalla giuria della Mostra di Venezia, Nella valle di Elah  è, in prima lettura, un film contro la guerra in Iraq, ma va al di là dello specifico, o meglio si spinge in profondità e affronta il problema di un certo patriottismo rigido, visto nei suoi risvolti umani. Le conseguenze sociali e politiche sono implicite e Haggis le lascia alla riflessione dello spettatore. L’impatto emotivo, questo il merito essenziale del film, non è disgiunto dalla ferma determinazione delle osservazioni. Sicché il racconto di un padre che decide di scoprire in prima persona come mai il figlio reduce dall’Iraq risulti misteriosamente assente, diventa l’indagine, progressiva e dettagliata - magistrale la capacità del regista di cogliere nei particolari il senso dei comportamenti -, sul dramma di vivere, sia sul campo di guerra sia nel quotidiano di quanti, specie genitori, restano a casa. La guerra è vista come momento rivelatore di una condizione più generale, che mette in gioco una visione del mondo. Hank (Tommy Lee Jones), sergente di polizia militare in pensione, tipico uomo tutto d’un pezzo, aveva giudicato che l’arruolamento volontario per l’Iraq avrebbe potuto “far bene” al suo secondogenito Mike (Jonathan Tucker), nonostante già il primo figlio fosse caduto per la patria. Ora però che Mike sembra essere scomparso nel nulla, Hank vuole vederci chiaro e parte per Fort Rudd, un ambiente che conosce bene. O almeno crede di conoscere bene. Passano i giorni e Mike non si fa vivo. Man mano che i dubbi crescono nella mente del padre, cresce nel cuore dell’uomo un’angoscia che non è solo legata alle ipotesi sulla sorte del figlio, ma anche ai possibili propri errori di valutazione, errori che potrebbero venire da pregiudizi verso il contesto civile. Il film ha un carattere misto di thriller e di azione, per cui non entriamo più di tanto nel contenuto. Va piuttosto sottolineata la bravura di Haggis (in questo si nota una continuità con Crash) nel costruire i personaggi secondo un principio di realismo interno, di verosimiglianza rispetto a se stessi. Il racconto si nutre allo stesso modo di tutte le loro presenze, niente è “contorno” - pensiamo al ruolo di Charlize Theron, l’ispettrice di polizia che non si arrende al tentativo di “insabbiamento” della vicenda da parte dell’esercito, e pensiamo al ruolo di Susan Sarandon, la moglie di Hank, che col suo dolore di madre, appartato e profondo, dà anche sostanza alla progressiva coscienza del marito. E’ la coscienza di un padre, uno dei tanti, che, come fece il Re Saul con Davide nella Valle di Elah contro Golia, ha mandato suo figlio in guerra. E il figlio è un ragazzo d’oggi, che parte col telefonino, filma e vive le nefandezze della guerra e rischia, al ritorno, di restarne vittima. Dolore e riflessione sono il dono del film.

 

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guarda il video dell’intervista
a Paul Haggis
di Francesco Gatti per Rainews24

e

L’Iraq nel cinema
(nuovo filone bellico)

Franco Pecori

30 novembre 2007

Lascia perdere, Johnny!

film_lasciaperderejohnny.jpgLascia perdere, Johnny!
Fabrizio Bentivoglio, 2007
Antimo Merolillo, Ernesto Mahieux, Lina Sastri, Roberto De Francesco, Luigi Montini, Flavio Bonacci, Ugo Fangareggi, Daria D’Antonio, Peppe Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Toni Servillo.

L’istanza d’ingenuità, provocatoria nel contesto attuale, è la sostanza di questo esordio, considerevole, di Fabrizio Bentivoglio nella regia. Struggente come un miracolo a Milano (sì, viene in mente il De Sica del 1951, di quel mondo in cui “Buongiorno” volesse dire “Buongiorno”), il racconto vive di un feeling sommesso e profondo, che chiama la musica a sostegno dell’innocenza. Il protagonista, Faustino (Merolillo, prima volta sullo schermo), funziona come una specie di apparizione miracolosa, un diciottenne che dal Sud meno rappresentativo, più normalmente volgare, tira un filo immaginario, trasognato, fino al Nord, alla nebbia notturna e periferica di Rho, dove il Duomo non è quello ma forse è migliore. Faustino è e resta innocente: spera di far contenta la mamma (Sastri, fresca e non retorica), cercando un contratto di lavoro che gli permetta di evitare il servizio militare (figlio unico di madre vedova, siamo negli anni Settanta) e nello stesso tempo insegue il mito del chitarrista rock - ci spera, pure se tutto ciò che gli sta intorno è falso e misero. «Lascia perdere, Johnny», gli dice amaro il pianista “famoso” (Bentivoglio) mentre lo illude di un futuro possibile da musicista. Ed è sull’orlo di quell’abisso di solitudine e di sconsolato disvelamento che, invece, Faustino trova l’àncora della sua ingenuità, della sua fede senza difesa. E’ patetico, Faustino - qui siamo sul versante espressivo, che tocca momenti di strana fusione stilistica, tra la voglia di umanità favolosa del più poetico realismo postbellico e l’astuzia innocua e barocca del macchiettismo delle Saraghine e del finto mistero delle note sospese nell’aria. Patetico nel senso vero della parola, Faustino. E salvifico, ché riscatta dalle situazioni meschine le figure di un “varietà” stracciato e consunto (centrale il personaggio dell’impresario evanescente, Mahieux) soltanto col suo sguardo “improprio”, con la sua parola semplice (fuori campo, interiore). Peccato, nello stile, per un’insistenza nei ritmi rallentati e per un utilizzo di Toni Servillo un po’ troppo caricato di metafora dell’ubriaco.  Il regista, parlando del film, ricorda l’esperienza avuta, da musicista dilettante, con gli Avion Travel, una “famiglia” dalla quale, per un certo periodo, è stato «adottato». Ma il riferimento non pare essenziale. Più forte, per contrasto con l’ “ingenuità” di Faustino, la memoria storica di un periodo terribile, il decennio delle P38.

Franco Pecori

30 novembre 2007

La musica nel cuore

film_augustrush.jpgAugust Rush
Kirsten Sheridan, 2007
Freddie Highmore, Keri Russell, Jonathan Rhys Meyers, Terrence Howard,  Robin Williams, William Sadler, Alex O’loughlin, Leon G. Thomas III, Jamia Simone Nash, Aaron Staton, Jamie O’Keefe, Emili Jeffries.

Le note, la musica nell’aria che respiriamo, nei suoni/rumori della città, nei ricordi e nelle immagini interiori della nostra vita. Della nostra come nella vita di August Rush, l’orfanello dall’orecchio musicale fantastico, il bambino che gira per le strade della metropoli seguendo il richiamo degli oggetti sonori e che, man mano sarà portato dalla sua sensibilità a diventare un grande musicista e a ritrovare i genitori. La fiaba sarebbe anche un po’ melensa, ma certi sentimenti sono radicati nell’infanzia di tutti i bambini del mondo, di secolo in secolo. E soprattutto la regista irlandese Kirsten Sheridan riesce a materializzare un’importante lezione di musica, proprio di educazione musicale, sostanziandola in uno svolgimento “drammatico” non didascalico. Si impara, essenzialmente, che la musica non è quella scritta sugli spartiti: quelli sono solo degli appunti, ma la musica non è lì, può essere invece in ogni luogo e spazio della giornata, purché prestiamo orecchio (e cuore) alla vita in cui siamo immersi. I protagonisti del film, il bambino (bravissimo Highmore) e i suoi romantici giovani genitori (Rhys Meyers e Keri Russell) hanno tutti la musica nel sangue e il loro sentimento viene premiato con il dovuto happy end. Bravo come al solito Robin Williams, nonostante il suo personaggio, uno strano “maestro di vita” un po’ straccione, sia alquanto di maniera.

Franco Pecori

Leggi Musica e rumori - Ricerca del senso

 

 

30 novembre 2007

Il diario di una tata

film_ildiariodiunatata.jpgThe nanny diaries
Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2007
Scarlett Johansson, Laura Linney, Alicia Keys, Chris Evans, Donna Murphy, Paul Giamatti, Nicholas Reese Art.

Esercitazione sul campo. Un’antropologa studia dal vero le “tribù” di Manhattan. Annie (Johansson) si è appena laureata in Antropologia e per prima cosa decide di sganciarsi dalla mamma e di lasciare il New Jersey. Nell’Est Side di Manhattan il “destino” sceglie per lei il mestiere di “tata”. Il luogo e la famiglia di Grayer (Reese Art), il bambino di cui aver cura, sono un mondo perfettamente chiuso, omogeneo, ideale per un’esperienza come quella che attende Annie. I  due registi, autori anche della sceneggiatura e già vincitori del Sundance Film Festival con American Splendor (2003), descrivono con una puntualità vicina all’assoluto i parametri socioculturali entro cui si svolge la vicenda. In superficie, il film può sembrare l’ennesima “predica” sul valore della famiglia (i genitori, anche e specie se ricchi, devono amare i figli, star loro vicini, trascurando almeno in parte gli egoismi personali, ecc.), ma il tema è svolto appronfondendo adeguatamente le pertinenze situazionali, con l’aiuto essenziale sia della protagonista (una Johansson che sembra divertirsi nel ruolo semicomico) sia di Laura Linney, perfettamente calata nella parte della moglie del ricco manager (Giamatti), irrigidita in un’alienazione di gruppo che definire esemplare è dir poco. In alcuni momenti emerge un certo contrasto tra il tono favolistico alla Mary Poppins e l’accentuazione satirica del racconto: i due elementi stilistici rischiano di attenuare la rispettive incidenze. Ma nel complesso la commdia resta divertente quanto “istruttiva”.

Franco Pecori 

30 novembre 2007

Usa, topo immune da cancro creato in laboratorio

  

Scoperta dell’Università del Kentucky 

E’ stato creato in un laboratorio del Kentucky un topo che non può ammalarsi di cancro. I suoi geni non glielo consentono. La scoperta - realizzata dai ricercatori dell’Università del Kentucky e pubblicata oggi sul journal Cancer Research - apre scenari importanti perché potrebbe portare a trattamenti anti-cancro sugli esseri umani capaci di evitare al paziente gli effetti collaterali che oggi accompagnano molte terapie. Il topo è dotato di un gene chiamato Par-4. 
Ansa 2007-11-28 17:41

28 novembre 2007

Wenders: Abbasso le regole

 

Il Torino Film Festival diretto da Nanni Moretti
ha in programma la personale completa dei film e una mostra fotografica di Wim Wender.

Dell’autore di Alice nella Città, Paris Texas, Il cielo sopra Berlino, La terra dell’abbondanza
uscirà nel 2008 The Palermo Shooting.

Il regista tedesco (Düsseldorf, 1945), in Italia anche per il suo prossimo film, ha parlato delle proprie idee sul cinema.
Ecco alcune battute di Wenders, riprese dall’intervista di Fabio Fazio durante il programma di Raitre, ”Che tempo che fa”.

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Wim Wenders

* La retrospettiva? Sono molto contento che Moretti l’abbia organizzata bene, ma certo alla mia età si rischia di trovarsi imbarazzati nel rivedere proprio tutti i propri film… Può essere che non tutto quello che uno ha fatto risulti ancora bello.

* Il film più brutto che io abbia mai visto? Confermo, per la sceneggiatura: Pretty Woman. Ma alla mia nipotina, che allora era piccola, piacque molto!

* E’ vero che, per quanto possibile, farei sempre a meno della sceneggiatura. Quando vado sul set, la mattina, se non ho sulla carta cose troppo precise mi sento meglio, mi piace non sapere che cosa girerò. La sceneggiatura non è indispensabile, ciò che conta è quel che tu investi nel tuo lavoro e da dove lo tiri fuori, se da qualcosa che conosci già bene nei dettagli oppure se puoi andar dietro a ciò che succede.

* Certo, si può insegnare il cinema, io lo insegno anche, ma non l’arte, non il cuore e l’amore che hai quando lo fai. Sapere le regole va bene, ma io preferisco lavorare senza tutte quelle tecniche che si insegnano nelle scuole di cinema. Agli studenti dico sempre che le cose essenziali devono trovarle da soli. E si impara molto più dai compagni di scuola che dagli insegnanti.

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Paris, Texas (Palma d’Oro 1984)

25 novembre 2007

Across the universe

film_acrosstheuniverse.jpgAcross the Universe
Julie Taymor, 2007
Evan Rachel Wood, Jim Sturgess, Joe Anderson, Dana Fuchs, Martin Luther McCoy, T.V. Carpio, Spencer Liff, Lisa Hogg, Nicholas Lumley, Michael Ryan, Angela Mounsey, Erin Elliott, Robert Clohessy, Christopher Tierney, Bono, Joe Cocker, Eddie Izzard, Salma Hayek.

Attraverso l’universo degli anni Sessanta. E anche dall’altra faccia della luna. La prima lettura è sul versante del viaggio, non nel senso di “trip”, ma in quello di un ripercorrere, con la memoria e con la fantasia, un’epoca passata, rievocandone il “sound” (i Beatles, il rock, la protesta) e più in generale il mood socio-culturale. La seconda, più ardua e forse mancata, si tradurrebbe in un indice per la ricerca del senso che, a distanza di mezzo secolo, può aver preso quell’ormai antico manifesto del bit allora nuovo, proveniente dalle antiche tradizioni britanniche e intinto negli umori del remoto Blues. Ma forse non è il caso di andare troppo oltre il testo, cioè il film di Julie Taymor, regista che ha già dimostrato una certa sensibilità verso l’arte moderna e verso il sentimento degli artisti (Frida). Un bel musical dunque (passato in anteprima alla Festa del cinema di Roma), con un buon mix di brani, tutti stranoti e riconoscibilissimi, eseguiti con bravura e con dovuta consapevolezza della necessaria re-interpretazione dagli stessi attori, per evitare il “doppione” e la relativa impressione di “falso”: Lennon e Janis Joplin, tanto per dirne due, non potevano essere più che evocati. Rispettato il limite della decenza, tutto ha poi funzionato piacevolmente, sempre sul crinale di una vaga nostalgia che non si tramuta nella responsabilità di una riproposta. Non si arriva cioè alla lezione di storia, ma si sfoglia un album animato e sonoro. E All you nedd is love è il sugello finale, il tappeto melodico su cui scorre la sequenza conclusiva, dei due ragazzi ormai cresciutelli, Jude (Sturgess) e Lucy (Wood), che il destino fa ricongiungere dopo le risapute peripezie “moderne e contemporanee” - Liverpool, New York, il Village, Detroit, la California, la rivolta studentesca, il Vietnam, il sogno Hippy completo di bus e di circo mitici, con cammei di Bono e di Joe Cocker. Parole e musica trapassano l’universo dolcemente, il suono è pieno come dev’essere con i mezzi attuali, le scene altrettanto soddisfano una certa fame di dinamicità della coreografia. Si esce soddisfatti, ma in attesa di un altro musical, che ci parli di quella grande occasione universale mancata.

Franco Pecori

23 novembre 2007

1408


film_1408.jpg1408
Mikael Håfström, 2007
John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack, Jasmine Jessica Anthony, Alexandra Silber, Tony Shalhoub, Emily Harvey, Noah Lee Margetts.

Mike non ci crede, ma forse è vero. Il problema è che il cinema non è dimostrativo: si può credere a ciò che si vede solo nel senso che si tratta di un film. Perciò ci vuole la disposizione aprioristica a farsi abbindolare. Proviamo a seguire Mike Enslin (Cusack), che scrive libri sul paranormale. Molti lettori, ma lui, ormai esperto, è definitivamente scettico e anche un po’ stufo. Sta per abbandonare. Però gli arriva una cartolina che lo incuriosisce per un’ultima volta: la stanza 1408 dell’Hotel Dolphin a New York sembra proprio essere maledetta, nessuno vi ha resistito per più di un’ora. Si favoleggia di una serie di morti orrende e incomprensibili. Lo scrittore arriva al Dolphin e deve superare lo stop del direttore Olin (Jackson), deciso a negargli l’accesso alla “camera del male”. Quando finalmente Mike entra e si accomoda, tutto sembra tranquillo. HÃ¥fström (Evil, Derailed) è bravo a punteggiare la situazione con elementi umoristici che, per contrasto, fanno salire l’ansia per il momento - certamente verrà - in cui le cose non saranno più tanto divertenti. E il momento arriva, seguìto da una serie di attacchi “mentali” del malefico ignoto, che fanno perdere progressivamente a Mike la sicurezza di sé e lo trascinano in uno stress vorticoso dal quale, a un certo punto, sembra - a lui e a noi - di non poter più uscire. Il finale ovviamente non è raccontabile. Diciamo solamente che, da una parte, si apre uno spiraglio di distensione e, dall’altra, resta socchiusa la porta del dubbio. Due spifferi fanno una corrente d’aria. Preparatevi a soffrirne. Volontariamente, si capisce. Tratto dal racconto omonimo di Stephen King.

Franco Pecori

23 novembre 2007

I guardiani del giorno

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Timur Bekmambetov, 2006
Konstantin Khabensky, Maria Poroshina, Vladimir Menshov, Galina Tyunina, Victor Verzhbitskiy, Zhanna Friske, Dima Martynov.

Iran del Nord. Il grande guerriero Tamerlano vuole impadronirsi del Gesso del Fato. Roba antica. Eppure sempre attuale, perché il Bene e il Male non la finiscono mai di confrontarsi e di confondersi in un groviglio universale che sembra fatto apposta per il genere fantasy, nella letteratura e nel cinema. Qui si parla di trilogia. A scriverla ci ha pensato il russo Sergei Lukyanenko, il cinema gli è andato dietro con Bekmambetov (I guardiani della notte, 2004) e mentre si lavora al terzo capitolo, sul crepuscolo, i Guardiani del giorno si danno da fare per impedire il trionfo della luce. Sono guerre di cui noi, esseri “normali”, non ci accorgiamo, ma sotto-sotto si svolgono con grande impiego di energie. Già, perché al di là (o al di qua) del nostro mondo c’è il mondo degli Altri. Diviso in due, ovviamente: gli Altri della Luce e gli Altri delle tenebre. A volte, c’è invasione di campo tra noi e gli Altri e si richia di non capirci più niente. Ma, anche a voler restare ben confinati, mettetevi nei panni di Anton (Khabensky), guardiano della Notte, il cui figlio Yegor (Martynov) sta per scegliere le tenebre. I due schieramenti rischiano continuamente di rompere l’equilibrio stabilito con una tregua lontana e ormai mitica. In mano a chi finirà quel Gesso fatale (sembra un normale gessetto per la lavagna delle elementari, ma è capace, nientemeno, di scrivere il destino di chiunque se ne impadronisca). Un volgare miscuglio di urla e furore costituisce l’impasto dello spettacolo, con eccessi nell’uso degli effetti digitali che sembrano denunciare l’arrivismo estetico di qualche parvenu del last-minute. Gente di gran moda sullo schermo, occhiali neri sempre, chiome bionde, tacchi a spillo, auto arrampicate sulle facciate dei palazzi e minaccia continua della fine dell’orgia. Neanche un accenno alla Caduta del Muro, ché sarebbe fuori tema.

Franco Pecori

23 novembre 2007
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