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09 09 2010 |
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Tutta la vita davanti
«È strana, è laureata». Può capitare che una tesi di filosofia, in particolare su Martin Heidegger e Hannah Arendt, possa venire premiata con il massimo dei voti, la lode e il bacio accademico e che la ragazza laureata sia costretta a tamponare le necessità quotidiane con un lavoro a tempo, 400 euro al mese, in un call-center. Si sentirà estranea e le diranno che è «strana». Il giusto contrappasso per una filosofia troppo “debole” o “leggera” (in Italia, Vattimo, Severino) per sostenere il peso della crisi postmoderna? Il tema che Virzì ha scelto per la sua nuova commedia di costume galleggia - come dire - al centro della vasca in cui sguazzano e rischiano di affogare, folle di aspiranti Fratelli (e Sorelle) della Grande Tv, in attesa che “questa società” fornisca loro una soluzione diversa. L’inferno, intanto, li brucia. Il repertorio di pene è ciò che il regista, con lo sceneggiatore Francesco Bruni, esibisce come lasciapassare, di ritorno dalla visita in azienda, la Multiple Italia (elettrodomestici). Virzì prende spunto da una satira della scrittrice Michela Murgia, esperienza di vita messa online in forma di blog, e la restituisce al cinema con il suo stile sorridente e amaro, ben collaudato nel ‘94 (La bella vita), quando la Ferilli era “la Lollo degli anni ‘90″, e poi felicemente sviluppato in Ovosodo, My name is Tanino e Caterina va in città. La storia di Marta (Ragonese bravissima), la “filosofa” senza raccomandazioni, che passa dall’aula tombale della seduta di laurea (ma è proprio ridotto così il pensiero accademico?) al desk delle venditrici-telefoniste, è raccontata dalla voce fuori-campo di Laura Morante - sembra che non si possa fare più un film senza l’ausilio del “narratore” (cattiva coscienza letteraria). Nella prima parte, quando vieniamo introdotti nella struttura del call-center, l’accumulo di tipicità è talmente vistoso da destare il sospetto di un’insicurezza verso la trasparenza del “messaggio”, ma poi vengono fuori angoli di “umanesimo”, man mano che Virzì si sofferma a “spiare” i risvolti privati dei personaggi. E non solo di Marta, la quale, nell’immersione dei turni e dei premi, degli esercizi motivazionali e delle angherie psicologiche, si salva dall’annegamento (alienazione) anche grazie all’altro lavoretto, che ha trovato, di baby-sitter. Tutti gli altri, ciascuno al suo livello, hanno comunque a che fare con una “verità” e con una “poesia” della vita, che, sia pure in negativo, configura la consistenza delle loro diverse situazioni in un destino più generale, politico. Claudio (Ghini) è il boss un po’ farabutto ma tenero con la figlia che non vede mai, Daniela (Ferilli) è la telefonista, capo implacabile ma innamorata persa del boss, Lucio (Germano) è il venditore tradito dalla propria convinzione, Giorgio (Mastandrea) è il sindacalista un po’ sfigato (non c’è più molto da fare?), Sonia (Ramazzotti) è la svampita irrecuperabile (meno male che per la sua deliziosa bambina c’è Marta). Tutti bravi, gli attori reggono bene il compito di far vivere le figure quanto basta a non restare completamente prigioniere del tracciato simbolico. Si attende un finale. C’è una trovata un po’ “pazza” e sbrigativa, che non riveliamo. C’è l’ Oxford Journal of Philosophy che finalmente si decide a pubblicare il lavoro di Marta. Ma in sostanza, la morale della favola rimane incerta, un po’ vaga e leggera. Come la filosofia della laureata? Franco Pecori 28 marzo 2008
Ferilli: Adoro la Crawford
Sabrina Ferilli in Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì. L’attrice interpreta il ruolo di Daniela, capo telefonista in un call-center. «Daniela è un personaggio molto ricco e “pieno” di cui mi sono innamorata subito. Mi piace pensare che per interpretarla io abbia un po’ attinto, per il suo tipo di durezza e quel carattere fermo e un po’ “metallico”, ai personaggi sempre piuttosto crudeli ma anche ricchi di pathos interpretati spesso da un’attrice a me molto cara come Joan Crawford. Oggi certi personaggi portano dentro un po’ il disagio, la paura e l’insicurezza, tutte cose che quando ero più giovane non sentivo. Man mano che gli anni passano si dice che si diventa più saggi e quindi anche più lucidi e forti, ma invece per me ci si indebolisce, ci si confonde anche un po’. Credo che il personaggio di Daniela viva come lo vive Sabrina Ferilli oggi». 28 marzo 2008
Un bacio romantico
Vista da vicino, da molto vicino. L’America di Wong Kar Wai, sessantenne di Hong Kong, pubblicitario raffinatissimo e innamorato del proprio stile (Eros - La mano, 2046, In the mood for love), a guardar bene, è molto convenzionale. Sembra diversa per via dell’ottica fotografica che la coglie prevalentemente in dettaglio. Gli oggetti più usuali, un bicchiere, la vetrina di un bar, una torta di mirtilli, un paio di scarpe, due labbra, il riflesso di una vernice metallizzata, diventano paesaggi fiabeschi, che sembrano le chiavi per entrare nell’intimo dei personaggi, li “impastano” nel loro background e ne restituiscono una dimensione “morale”. E si tratta di una morale “indefinita”, che sembra lasciare al plot tutta l’apertura possibile, perché vivere liberi nel paese delle grandi distese comporta anche un’angoscia del decidere, una suspence dell’azzardo. Al primo film girato negli Stati Uniti e in inglese (ma sulla targa di origine si legge Francia-Hong Kong) il regista cinese con abbonamento a Cannes manovra il simbolismo iconologico come fosse un’anima in pena. Norah Jones da cantante diventa attrice e indossa i panni della giovane donna delusa in amore. Subito una sequenza di struggente esistenzialismo da bar (in senso tecnico, non spregiativo), una fetta di torta e un bacio ultraromantico - il particolare lo vedremo alla fine (ma non deve sembrare un banale flashback) - e via, si parte per un viaggio semi-interiore durante il quale si incontrano persone e oggetti tutti importanti alla stessa maniera. Perno inamovibile, il barista Jude Law funziona da calamita sentimentale non dichiarata, ma è intuibile che la sua attrazione finirà per risultare irreristibile. Tra l’inzio e la fine, purché non sembri una narrazione troppo lineare o progressiva, incontri umanistici del tipo “strana compagna di viaggio pokerista insensata” (Natalie Portman), o “poliziotto alcolista con moglie sventata” (David Strathairn e Rachel Weisz). L’importante è che il giro si compia. Franco Pecori 28 marzo 2008
Nessuna qualità agli eroi
Antonioni, va bene. Chiaro. Ma senza sentimento. E Antonioni non è complicato. Tutt’altro. E’ molto semplice, solo che si accetti lo speciale sguardo che non fa differenza tra gli “oggetti” (persone e cose) e li tratta con equivalente “dignità”. Con Franchi, siamo a scuola. La chiave psicoanalitica, nel tentativo (ambizione) di entrare nel profondo dei personaggi, produce un effetto “mistero” più vicino al quiz (noir esistenziale è la formula) che all’impulso estetico e l’incastro ellittico delle sequenze denuncia il distacco, la fredda determinazione dell’autore (sì, perché di cinema “d’autore” si tratta), di esibire una posizione non-ingenua rispetto alla materia, alla sostanza del contenuto. Gli ingredienti sono congrui. Bruno (Todeschini), il protagonista, vagola un po’ imbambolato per le vie, gli uffici, le camere da letto (una moglie ce l’ha, Anne/Jacob, ma col suo “riserbo” la fa soffrire fino a costringerla a salutarlo), addossandosi (letteralmente, nel senso del corporale) la responsabilità di una specie di disperata afasia (dall’accento francese/svizzero, però). Il coprotagonista (Luca/Germano), complementare (attenzione, non è una parola a caso), è molto nervoso, si muove a scatti, da una crisi di panico all’altra, smozzicando man mano frasi sconnesse sul suo rapporto col padre. Ne fa le spese la sua ragazza (Elisa/Campironi), giovane, inconsapevole e violentata in diversi modi. E per Bruno è una persecuzione, il giovane gli sta alle costole, se lo ritrova sempre più spesso accanto - cominciamo anche a sospettare che Bruno si stia facendo male da solo… Tutto nasce dalla difficoltà di restituire ad un usuraio la somma avuta in prestito. Oppure dalla notizia, avuta dal medico, di non poter avere figli. Sterilità e odio del padre (il padre pittore, che usava le impronte dei figli - Bruno ha una sorella, Cécile/De Medeiros, la va trovare, cosciente di una complicità che dobbiamo immaginare - per il suo capolavoro, “Nessuna qualità agli eroi”, da lui stesso detestato) vanno a formare la metafora centrale, sempre più trasparente col passare dei minuti (102). Pericolo di pennichella non ce n’è, la musica e tutto il sonoro danno forza (molta) ai passaggi e agli attacchi, rammentandoci che il filo va seguito senza distrazioni. Interessanti anche i titoli, di testa e di coda, con una loro discrezione, di corpo piccolo sul nero. Franco Pecori 28 marzo 2008
Centoautori al futuro governoI centoautori hanno elaborato questo testo. Chiedono al mondo del cinema, della TV, del teatro, e più in generale al mondo della cultura e dell’informazione, di sottoscrivere questa lettera aperta. Chiedono a tutti coloro che la condividono di firmare individualmente, e di aiutare a diffonderla per raccogliere in breve tempo quante più adesioni possibile. Per aderire è sufficiente inviare una email all’indirizzo: coordinamento@100autori.it La lettera nasce non per dividere ma per unire autori, registi,sceneggiatori, attori, tecnici, del cinema e della televisione, al di là delle sigle di appartenenza, attorno ad alcuni principi e problemi in cui gran parte del mondo dello spettacolo si può riconoscere. Non a caso adesioni come quelle di Gregoretti e Bellocchio, Rosi e Verdone, Sironi e Montaldo, Amelio e Luchetti, Scamarcio e Placido, configurano un ventaglio di storie ed esperienze assai variegate eppure tutte riconducibili alla volontà di riconoscersi in un’idea di cultura dove qualità e popolarità possono coniugarsi assieme. Ma per aprire nuovi varchi nel mercato audiovisivo, di fronte all’accentramento in atto nel settore delle televisioni pubbliche e private, pay-tv e internet, occorre ritrovare una nuova unità adeguata ai nuovi tempi e alle nuove sfide della globalizzazione. In questo spirito unitario è stata scritta la lettera, a cui hanno aderito più di mille artisti e intellettuali. ________________________________ IL TESTO DELLA LETTERA Ai deputati e ai senatori della prossima legislatura, Chi vi scrive rappresenta il mondo del cinema, della televisione, dell’audiovisivo. Ciò che raccontiamo si forma a poco a poco, mettendo insieme scrittori, registi, attori, scenografi, musicisti, operatori, maestranze: un insieme di creatività e competenze, un grappolo di saperi - studiati, appresi, tramandati. Oggi, in un momento in cui si parla di paese ‘bloccato’, vorremmo portare la vostra attenzione su alcune semplici riflessioni. E avanzare delle proposte. Non lo facciamo con timidezza, non mormoriamo nei corridoi, non chiediamo la vostra amicizia per vederle realizzate - come forse un tempo avveniva. Chiediamo queste cose a voce alta, pubblicamente. In primo luogo la difesa dell’universo dei nostri ‘diritti’, che sono poi la nostra identità. In fondo, l’unica cosa davvero nostra. I nostri ‘diritti d’autore’ - inalienabili, incedibili, intrattabili - sono il frutto delle nostre intelligenze e del nostro cuore, vengono dal nostro vivere nella comunità: è da qui, da questo ‘sentire e narrare’ degli scrittori, dei registi, degli artisti, che nasce e via via si rafforza l’immaginario del paese. Chi vorrebbe rinunciare a questo? Chi vorrebbe avere, al posto di un romanziere, un burocrate? Chi può mai pensare che un portaborse messo lì da un partito possa essere meglio di un poeta? È per questo che vi proponiamo di rovesciare il punto di vista consueto: non stiamo chiedendo facilitazioni, favori, denaro. Chiediamo che l’avventura storica del nostro cinema e di tutto ciò che dal cinema ‘muove’ – il racconto televisivo ad esempio – possa tornare a essere centrale. Vi chiediamo dunque di pensare all’Italia non solo come a una fabbrica da far funzionare meglio o una famiglia di cui far quadrare i bilanci, ma anche come a un ambiente da affrescare, una grande parete chiara, una palpebra bianca su cui scrivere le storie che racconteranno - a chi verrà dopo di noi - ciò che eravamo, ciò che siamo stati, ciò che abbiamo cercato di essere. Ci sono parole che sembrano dimenticate e che invece vorremmo che tornassero ad avere senso e forza. Parole come etica, trasparenza, competenza, passione. Parole che, una volte rese reali, significano che in alcuni ruoli ‘specifici’ non devono mai più andare persone che rispondano a patronati, ma persone capaci, oneste, felici di essere chiamate a quel ruolo, e ricche di volontà di fare, preoccupate esclusivamente del bene della collettività. Nel cinema e nella TV, questo significherebbe avere persone disposte ad ascoltare, a proporre e a disporre, secondo coscienza personale e non su sollecitazioni esterne. Nel governo del paese, significherebbe avere un Ministro della Cultura immerso nel battito vivo del paesaggio intellettuale, capace di dialogare col mondo della creatività, dotato del linguaggio giusto. Ci sono parole come ricerca, innovazione, sperimentazione, che sembrano diventate impronunciabili - parole che spaventano chi crede che un film debba essere pensato solo per un pubblico chiuso nel conformismo, sconcertato di fronte a qualunque racconto non elementare o nuovo. E invece non bisogna aver paura del nuovo. Perché il nuovo è il ghiaccio che si spezza – e sotto, piano piano, viene fuori una ricchezza che si faceva fatica ad accettare e che in breve diventa poi linguaggio condiviso. Pensiamo alla parola meno usata di questa campagna elettorale: cultura. Nessuno è contro la cultura, nessuno ne prende le distanze, nessuno confessa di detestarla, nessuno ammette di considerarla un peso, una roba per intellettuali lamentosi. È una parola consumata, che non dice più nulla, e perfino noi abbiamo difficoltà a usarla, per l’uso mercantile e falso che se ne è fatto. È una colpa imperdonabile aver logorato questa parola così importante, nella terra in cui la cultura è invece così vicina alle persone comuni: ci camminano dentro quando attraversano le strade, quando passano davanti alle nostre antiche chiese, quando guardano certi palazzi gentili, certe fontane armoniose, o quei lungofiumi che disegnano quinte di case in mirabili teatri all’aperto. Queste persone sono le stesse che provano una comunanza di sentimenti, pensiero e passione quando, al cinema o in TV, vedono quelle stesse strade, quelle stesse piazze, attraversate dal corpo e dalla voce dei nostri attori e delle nostre attrici. La nostra gente ama la cultura, anche se la chiama con tanti altri nomi. Ma la cultura va di nuovo messa al centro del campo di gioco, non va lasciata ai margini: bisogna far circolare le idee, far circolare i film, le musiche, i colori, i teatri, e tutto il resto che ci gira intorno. Siamo una nazione ricca del nostro lavoro e della nostra cultura, ma proprio in questo settore, siamo dietro a molti, a troppi paesi. Abbiamo dunque bisogno di cambiare. Sembra difficile, ma non è difficile. Sembra avere dei costi, e invece, tanto per cominciare, si potrebbe partire quasi a costo zero: insegnare il cinema nelle scuole; promuovere il lavoro dei nostri documentaristi sui luoghi di lavoro, nelle case, nelle campagne; avere delle vere regole di mercato; ruotare le nomine; far valere persone brave e competenti. Cose semplici, cose abituali in altri paesi. Servirebbe a noi, e a quelli che verranno… ‘Quelli che verranno’, sono i ragazzi. I nostri – e vostri – figli. Sono quelli che nelle loro stanze, davanti ai loro schermi privati, scaricano film dalla rete, talvolta legalmente, ma più spesso illegalmente, arricchendo i provider che usano il nostro lavoro senza riconoscerlo, privandoci dei nostri diritti. Noi riteniamo che sia giusto che gli autori tutelino lo sfruttamento delle proprie opere, arginando la marea montante della pirateria, anche telematica. Ma pensiamo che sia anche giusto che i giovani possano avere accesso ai nostri film senza pagare un costo che li rende di fatto inaccessibili. È qualcosa di cui dovremmo ragionare assieme. Quando diciamo ‘assieme’, intendiamo dire che, rispetto a quanto accaduto finora, vorremmo mettere le nostre competenze al servizio della collettività, proprio come sarete chiamati a fare voi una volta eletti. Vi proponiamo di prenderci delle responsabilità ‘dirette’. Se vorrete avere delle commissioni che ad esempio debbano decidere quali finanziamenti, a quali produttori, a quali registi, sulla base di quali garanzie - non cercate i nomi nella vostra rubrica privata, non chiamate i vostri amici, le vostre mogli, le vostre segretarie: chiamate noi. E non sottobanco, non come consulenti segreti. Ma, come in molti paesi europei, alla luce del sole. Per periodi di tempo stabiliti in cui non scriveremo, non gireremo i nostri film - ma assolveremo solo il compito che avremo accettato di svolgere. Il cinema - quando una storia o un’immagine è allo stesso tempo semplice e profonda - ha la forza immensa di dirci ciò che non sapevamo, di mostrarci ciò che non potevamo immaginare, nemmeno su noi stessi. Infatti il cinema, e tutto ciò che dal cinema discende, è un’arte semplice. Ma semplice non vuol dire banale, semplice significa qualcosa che sta alla fine di un lungo lavoro. È per questo che, quando un film ‘parla’ al pubblico e lo colpisce al cuore, si assiste a una specie di miracolo: lo spettatore, passivo per vecchia definizione, in realtà non è passivo per niente: si anima, prende parte, si schiera, discute: che diavolo è il monolite di Odissea nello spazio? È colpa di Mamma Roma se il figlio muore? Marcello, nella sua dolce vita, è un tipo malinconico o è uno stronzo? Ha ragione o no il professor Silvio Orlando a dire che I promessi sposi sono una palla? La domanda che occorre porsi è questa: di cosa ha bisogno il nostro paese per ritrovare se stesso, per specchiarsi senza paura della propria immagine, immobilizzata in una maschera? Può, chi governa, limitarsi ad avere il semplice ruolo di arbitro nella corsa dei cittadini al benessere economico individuale? Oppure, può limitarsi a chiedere ai cittadini di riconoscersi come comunità soltanto nel rispetto delle regole, delle compatibilità economiche, o di una maggiore equità fiscale? C’è bisogno di qualcosa di più. Dobbiamo decifrare il disagio, e raccontarlo, cercando nei nostri film, una specie di ‘utopia concreta’, un progetto di ‘futuro possibile’, a portata di mano, una rivendicazione orgogliosa, capace di vibrare in sintonia col paese reale: vedersi rappresentati, vedersi raccontati, aiuta a capirsi. Perché di questo c’è bisogno: di tornare a ‘vederci’. Perché l’immagine che oggi ci rimanda gran parte della TV - la TV peggiore, schiacciata a rincorrere un consenso di puri numeri - non è il paese vero. Dove stanno quelle donne così finte, dove vivono quegli uomini così stupidi, quei giovani così vuoti? Chi incontra mai per strada o in un bar gente vestita in quel modo, atteggiata in quel modo, rincoglionita in quel modo? Bisogna restituire alla TV - questo potenziale grande strumento di democrazia e uguaglianza - il suo ‘occhio’: il che non significa deprimere l’ascolto, non significa non fare spettacolo, non fare intrattenimento, non fare fiction che appassioni il grande pubblico. Significa fare tutto quello che già si fa, ma pensando che chi guarda abbia voglia di vedersi come realmente è - o come realmente sogna - e non come viene sbrigativamente rappresentato. Abbiamo bisogno di buon cinema e di buona TV perché abbiamo bisogno di un nuovo sguardo. Non solo per noi, ma per gli spettatori, perché è il pubblico ad avere bisogno di un racconto di sé più nuovo, più abitato dalla contemporaneità. Nello stesso modo, non siamo noi - gli autori, i cineasti - ad aver bisogno dello Stato, ma è lo Stato che deve tornare a chiedersi se non abbia bisogno di noi: per sapere di nuovo chi siamo, dove siamo, come il paese può essere aiutato a ritrovarsi e a crescere. Vi ricordiamo, per concludere, quanto il mondo del cinema e della TV e del teatro e della letteratura aveva scritto un anno fa, in occasione di una grande allegra manifestazione: “Crediamo che lo Stato abbia l’obbligo di assicurare ai propri cittadini il diritto di accedere alla più ampia varietà possibile di opere - nazionali e internazionali, commerciali e ‘di nicchia’, di qualità e di intrattenimento, di documentazione e di ricerca, restituendo al cinema e alla TV un ruolo di arricchimento culturale. Negli ultimi anni questo diritto si è indebolito, riducendo la libertà di scelta per autori e fruitori, semplificando i messaggi trasmessi alle giovani generazioni, impoverendo intellettualmente e umanamente tutta la collettività”. È da qui che pensiamo si debba ricominciare. Sediamoci, parliamo. 27 marzo 2008
Busto Arsizio, Cinema italianoB.A. Film FestivalSesta edizione dal 5 al 12 aprile 2008 Organizzato dalla B.A. Film Factory, dal Comune di Busto Arsizio e da ACT Multimedia, il festival ha come fine ultimo quello di diffondere ed incentivare la cultura cinematografica e sostenere con particolare attenzione il cinema italiano dando modo, anche alle pellicole meno programmate nelle sale, di trovare visibilità. Tre le sezioni di concorso: Il Concorso Made in Italy - Anteprime, che ha come presidente di giuria Jean Sorel, proporrà in anteprima assoluta lungometraggi italiani con l’intento di sostenere e promuovere nuovi talenti. Il Concorso di Sceneggiatura, con Carlo Lizzani come presidente di giuria, è riservato a testi inediti e ha come obiettivo quello di scoprire nuove storie e di mettere in contatto autori di talento con il mondo produttivo. Il Concorso Made in Italy - Scuole offre ai giovani studenti, e in questo caso anche giurati, la possibilità di visionare i lungometraggi a cui seguiranno dibattiti con i registi e gli attori. 23 marzo 2008
Il nuovo filone bellico del cinema americano
Scarso successo negli Stati Uniti per i film che parlano dell’Iraq e dell’Afghanistan.
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21 marzo 2008
Cover Boy
Un ristorante nel posto più bello del mondo. Il posto è il delta del Danubio. Ian (Gabia) lo sogna fin da bambino, gliene parlò il padre prima di rimanere ucciso durante le manifestazioni per la libertà a Bucarest. L’idea di aprire un ristorante italiano nasce dall’incontro, a Roma, con Michele (Lionello), un quarantenne che a stento riesce a tirare avanti con lavori precari. La storia del ragazzo è immersa nelle vicende della Romania. Dopo la caduta del muro di Berlino, rimasto solo, Ian si fa convincere da un amico a partire per Roma: restando in Romania, il suo mestiere di meccanico non gli darà certo le soddisfazioni economiche né il piacere di vivere che invece potrà trovare in una società più “evoluta”. Le cose non saranno così facili. Il giovane, inesperto e ingenuo, finirà presto nella precarietà e nell’emarginazione dell’immigrato senza permesso di lavoro. Non molto più fortunato di lui, Michele, il quale comunque lo aiuta, gli subaffitta un letto nella povera casa in periferia, di proprietà di una figurante (Littizzetto) “acida”, in eterna attesa di una vera parte nel cinema. Quando tutto sembra ormai dover finire, mentre anche per Michele svanisce l’ultima opportunità di restare in una ditta di pulizie, Ian viene “catturato” da una fotografa alla moda, la quale vede nel suo volto “pulito” il colpo di fortuna, l’immagine che cercava da tempo. Ma Ian è pulito anche dentro e non sopporta di vedersi usato come un “cover boy”. Meglio sarà riandare a quel sogno del delta. Film drammatico senza virgolette, questo secondo lungometraggio di Amoroso (Come mi vuoi, 1996), rende con delicata sensibilità non convenzionale la vicenda di Ian e Michele, sottraendola al rischio di una tematica prevedibile, quale può essere il vuoto complementare prodotto dalla sconfitta del comunismo e dall’avanzata aprospettica del capitalismo. Bravi i due protagonisti nell’esprimere la solitudine e il disagio di chi, nel mondo attuale, cerca di andare oltre la sopravvivenza senza rinunciare alla dignità. Amoroso “documenta” tali sentimenti con discrezione e con profonda verità, tanto che l’inserimento di spezzoni documentari sui moti contro la dittatura non produce alcuna stonatura. Franco Pecori 21 marzo 2008
Spiderwick le cronache
Fantasy ma ben ancorato ai sani princìpi della società buona, dove i bambini amano il padre e soffrono se l’uomo di casa si allontana e, quando vengono a sapere che si è messo con un altra, smettono di guerreggiare con la mamma e, piangendo, dichiarano di voler restare con lei. Waters la prende alla larga e comincia dal prozìo, Arthur Spiderwick (Strathairn), nella cui casa ormai da tempo in disuso si trasferisce da New York (vivere nella metropoli costa troppo) la famigliola di Helen (Parker), abbandonata dal marito, con tre figli, i gemelli Jared e Simon (doppia parte per Highmore) e la loro sorella più grande, Mallory (Bolger). Accadono cose strane in quella casa. Jared scoprirà ben presto un libro “proibito”, che racchiude segreti vitali per la sopravvivenza di tutti. Lo ha compilato tanto tempo prima appunto lo zio Arthur, è una Guida pratica al Mondo Fantastico che nessuno normalmente può vedere. Jared dovrà superare molti ostacoli, alcuni anche orribili, compresa l’incredulità della mamma e della sorella (Simon si mantiene almeno inizialmente agnostico). Trasgredisce l’avvertenza lasciata dalla zio, di non aprire il libro, e si trova a dover combattere con esseri magici e dall’aspetto spaventoso, soprattutto un orco ferocissimo. Tutti vogliono impadronirsi del libro. Il concetto è che, per vivere in pace la vita, bisogna non essere in contrasto con tutto ciò che della vita è “nascosto”. Attenzione, dice il film (e lo dicono Holly Black e Tony DiTerlizzi, autori dei libri delle Cronache di Spiderwick), il mondo non è soltanto materiale, c’è una dimensione fantastica che è bene considerare con ottimismo. Al limite, contro il male nascosto, può bastare un semplice sughetto di pomodoro, da consumarsi in cucina. Lo vediamo, il pomodoro: salverà tutta la famigliola dall’assalto dell’orco. L’armamentario degli effetti speciali, ricco e divertente (a tratti un po’ troppo minaccioso, forse, per gli spettatori più piccini), ci introduce in una dimensione magica che, tutto sommato, rischia di farci dimenticare che il vero cattivo è quel marito che si permette di lasciare la moglie da sola con i suoi tre figli. Ma poi rientriamo in noi e la morale della favola possiamo coglierla facilmente. Franco Pecori 21 marzo 2008
Colpo d’occhio
Insignificanza dell’arte, sua inconsistenza. Questa è l’arte minuscola. L’arte è un’altra cosa, digerisce la vicenda umana, se ne fa nutrimento, scrive o traccia la storia dello sguardo, dell’intuizione, della “conoscenza” espressiva. La “traduzione” discorsiva in altro linguaggio dell’oggetto di autentico valore artistico è difficile al massimo grado: nell’interscambio con l’interpretante, le probabilità di riduzione o degrado del senso sono altissime, e proprio in ciò consiste la qualità del rapporto espressivo. Diciamo rapporto perché l’oggetto in sé non esiste. Parliamo di arte in quanto Rubini ne fa sostanza del contenuto, con l’intento - dichiara - di suscitare nello spettatore il desiderio di scoprire nel film «diversi livelli» rispetto ad una prima lettura, di genere (thriller/noir). E invece, accade proprio il contrario. Lo spettatore viene “invitato” a cambiare registro interpretativo soltanto a “colpo d’occhio” assuefatto - per così dire - alle tematiche dell’arte e di quanto sta attorno - nella fattispecie, Adrian/Scamarcio è uno scultore che dalla provincia approda a Roma in cerca di affermazione e deve fare i conti con critici, galleristi, organizzatori culturali e animali da intrigo salottiero. Il genere noir sbuca come un intruso a sorpresa, invadendo senza discrezione il campo psico-estetico. Tanto improvvisa è la sterzata che l’indagine finale sul responsabile del delitto (sì, c’è un cadavere a terra) è aperta e chiusa in un lampo - e non basta la maschera di Colangeli poliziotto anziano a dare profondità. Il modo sbrigativo in cui si risolve la questione, che pure pesava sin dall’inizio sulla bilancia del contenuto, ossia di quanto i conflitti soggettivi possano o non possano influire sulla produzione di forme artistiche, abbassa il livello del discorso ad uno “sputtanante” psicodramma tra il critico (Rubini) mitomane e “imperialista”, lo scultore sofferente per mancanza di “fisico del ruolo” (e in fondo di vocazione) e la giovane intelletuale (Puccini) che per il nuovo arrivato lascia il critico, suo ex tutore-amante, salvo poi a ritrovarselo ancora nella propria vita, intromesso e vendicativo. Tutto viene spiegato a puntino, nessun equivoco. Sicché le possibili metafore sull’arte contemporanea si sciolgono in un lago di semplicità disarmante. Ciò non toglie che gli attori siano bravi, specialmente Puccini, la più credibile. Rubini, tecnicamente evoluto, insiste un po’ troppo nella retorica del furbo cattivo. Scamarcio è lodevole nello sforzo di tirarsi fuori dal ruolo di divo “giovane” e merita di essere incoraggiato. Franco Pecori
guarda il video dell’intervista 20 marzo 2008
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