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10 09 2010
 
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The Hunting Party

film_thehuntingparty.jpgThe Hunting Party
Richard Shepard, 2007
Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekes, Kristina Krepela, Diane Kruger, Joy Bryant, Olja Hrustic, Goran Kostic, Mark Ivanir, Hélène Cardona.

Azione di denuncia. Il genere e il contenuto fanno un matrimonio inconsueto, che appassiona e fa pensare, cedendo alla semplificazione televisiva solo di quel tanto che alleggerisca l’angoscia di alcuni momenti del film. Certe scene possono impressionare anche il più navigato e spericolato reporter americano. Tanto da farlo “impazzire” in diretta, colpendo a morte la linea editoriale. Succede un giorno a Simon Hunt (Gere), il quale, dopo averne viste di tutti i colori, in Iraq, in Somalia, in Sudamerica, dal vivo in un villaggio della Bosnia, fa capire come la pensa su quella guerra. Duck (Howard), il cameraman che ha lavorato sempre in coppia con lui, non se la sente di perdere il posto. Così i due si separano. Duck fa carriera mentre Simon cade in disgrazia. Ma 5 anni dopo, a guerra finita, il reporter torna a Sarajevo e si ripresenta al cameraman: ha uno scoop per le mani, sa come trovare l’introvabile “Volpe”, il criminale di guerra più ricercato. Certo ci sarà qualche rischio da correre, ma «una vita in pericolo è una vita reale, il resto è televisione!».  Si capisce che Duck non saprà resistere alla tentazione di andare “a caccia” col suo vecchio amico. E comincia l’avventura, questa volta lo scopo è preciso, non si tratta soltanto di accumulare materiali per reportage volanti. Gli ostacoli, nel paesaggio non ancora “raffreddato” dopo il terribile conflitto, si moltiplicano anche per l’ostilità di tutto l’ambiente. Ai due “cacciatori” si è unito, a formare un terzetto a tratti anche divertente, Benjamin (Eisenberg), il figlio del vicepresidente della compagnia per cui lavora Duck: è fresco di laurea ad Harvard, sembra troppo inesperto ma saprà riscattarsi. La “Volpe” vive al sicuro tra i monti, protetto da un esercito di guardie armate. Se i tre intraprendenti giornalisti avessero i mezzi della Cia… Ed è qui che scatta la denuncia. Come non pensare a Radovan Karadzic, il vero criminale che nessuno riesce ancora a scovare? Un finale convulso sfocia nell’impatto col muro dei servizi segreti e non ci resta che tornare alla realtà. Cioè alla finzione? Shepard (The Matador, 2005) è partito dalla lettura di un articolo di Scott Anderson, pubblicato sulla rivista Esquire nel 2000, che raccontava di cinque ex reporter di guerra sulle piste di Karadzic. Trasformato in film , il racconto sfrutta il potenziale avventuroso senza rinunciare all’elemento assurdo, della incredibile incapacità delle organizzazioni mondiali a catturare, dopo 10 anni, i responsabili del genocidio nei Balcani. Una vera sorpresa positiva è la felice disinvoltura con cui Richard Gere affronta l’arduo compito di dare al personaggio di Simon la credibilità complessa di un uomo segnato dall’inferno della guerra, il quale non perde l’humor né il senso della vita movimentata che in definitiva lo salvano, al di là delle enormi difficoltà “politiche”.

Franco Pecori

30 aprile 2008

Racconti da Stoccolma

film_raccontidastoccolma.jpgNär mörkret faller
Anders Nilsson, 2008
Oldoz Javidi, Lia Boysen, Reuben Sallmander, Per Graffman, Bibi Andersson, Bahar Pars, Mina Azarian, Cesar Sarachu, Peter Engman, Annika Hallin, Nisti Stêrk, Anja Lundqvist, Zeljko Santrac, Jonatan Blode, Christopher Wollter, Tobias Aspelin, Magnus Rossman, Fyr Thorwald, Ashkan Ghods, Tomas Bolme, Toni Haddad, Simon Engman, Tuva Sällström, Ralph Carlsson.
Berlino 2007: Premio Amnesty International.

«Sono stata picchiata e maltrattata per dieci anni da mio marito… e io tutte le volte ero convinta che la colpa era mia, che ero io la causa… È fondamentale che le vittime parlino di questa loro condizione». Nel film si chiama Carina (Boysen), nella realtà è Maria Carlshamre, una giornalista svedese che ha avuto il coraggio di “uscire allo scoperto” e denunciare in diretta televisiva le violenze subite ad opera del marito, collega di lavoro e “geloso” del successo della moglie. Eletta poi al Parlamento Europeo, Carina/Maria ha potuto presentare un programma per la difesa dei diritti delle donne. Questa ed altre due storie ispirate a fatti accaduti s’intrecciano nel film di Nilsson, regista trentenne (Zero Tolerance - 1999, Executive Protection - 2001, The Third Wave - 2003) considerato una grande promessa del cinema scandinavo, e sono tanto più impressionanti quanto più il contesto da cui sono tratte, Stoccolma, è normalmente creduto “civile” e “avanzato”. Diverso, rispetto al background professionale di Carina, il contrasto culturale che sta alla radice della violenza subita da Leyla (Javidi), giovane immigrata mediorientale. Insieme alla sorella Nina (Pars), Leyla vive prigioniera dei pregiudizi dei genitori e degli zii. Proibito per lei frequentare ragazzi. Madre e padre sono pronti a difendere l’ “onore” della famiglia fino alla scelta di soluzioni estreme. È impressionante la chiusura verso la società che li accoglie, pur attrezzata con strutture assistenziali che fanno intendere come il problema dell’integrazione non sia troppo sottovalutato. La terza storia, restando nell’ambito di una forte problematicità di rapporti tra culture eterogenee in un ambiente “moderno”, è raccontata al maschile. L’intolleranza verso l’omosessualità, benché questa sia nascosta e quasi inconsapevole, si mescola all’arroganza che può assediare la vita di locali anche di un certo livello, specie se il gestore, Aram (Sallmander), è straniero ed ha un buttafuori, Peter (Graffman), che s’impegna un po’ troppo a difenderlo dai delinquenti. Qui siamo all’uso di pistola e coltello, ma la vicenda coinvolge comunque una famiglia, quella di Aram, che deve subire aggressioni e minacce. Insomma, situazioni di violenza diffusa e tuttavia non proprio presente nell’immaginario dei più. Situazioni di una drammaticità che non avrebbe bisogno di “rappresentazione” se non fosse per la profonda incoerenza che certi “casi” denunciano a chiunque voglia soltanto acuire un minimo lo sguardo. L’Italia, per esempio, non sarà magari la Svezia, eppure «tra tutte le donne uccise, in media 7 su 10 trovano la morte per mano di un familiare o di un partner» (Eures-Ansa, 2006); e 6 milioni e 740 mila donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito «violenza fisica» o «violenza sessuale» nel corso della propria vita (Istat, 2007).  Detto questo, resta da vedere se alla drammaticità del vero corrisponda la drammaticità del film. Nilsson dice che l’obbiettivo del suo lavoro era «capire perché ciò accade». Il problema dell’arte è che non si accontenta (non può) della “realtà”. I Racconti da Stoccolma ci dicono come una certa realtà si svolge. Quanto al grado espressivo, il film mantiene un buon equilibrio tra verosimiglianza cronistica e tensione catartica. 

Franco Pecori

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guarda il video dell’intervista
al regista Anders Nilsson
di Francesco Gatti per Rainews24

30 aprile 2008

Venezia 2008, aprono i Coen

La Biennale di Venezia

65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

 

Burn After Reading di Joel ed Ethan Coen

con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Richard Jenkins, e Brad Pitt
è il film di apertura della 65. Mostra

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Brad Pitt in un’inquadratura di Burn After Reading

Burn After Reading, scritto e diretto dai premi Oscar Joel ed Ethan Coen, aprirà la 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in programma al Lido di Venezia dal 27 agosto al 6 settembre 2008, diretta da Marco Müller e organizzata da La Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. Il film verrà presentato in anteprima mondiale la sera del 27 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, a seguire la cerimonia di apertura della 65. Mostra.

Burn After Reading è una produzione Working Title, ed è prodotto da Joel ed Ethan Coen e dai produttori esecutivi Tim Bevan, Eric Fellner e Robert Graf. Burn After Reading uscirà in Gran Bretagna il 5 settembre, distribuito da Universal Pictures, e negli Stati Uniti il 12 settembre, distribuito da Focus Features. In Italia, Burn After Reading  sarà distribuito da Medusa Film.

In questa dark comedy dai risvolti spionistici, John Malkovich interpreta il ruolo di ex agente della Cia le cui memorie finiscono accidentalmente nelle mani di due istruttori di una palestra di Washington che intendono trarre profitto dal ritrovamento. Il direttore della fotografia di Burn After Reading è Emmanuel Lubezki (Children of Men). Mary Zophres è la costumista alla sua ottava collaborazione consecutiva con i fratelli Coen. Jess Gonchor, già scenografo di Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men), ripete l’esperienza con Burn After Reading.

28 aprile 2008

Ioma 2008, Into The Wild

news_ioma2008.jpg

Sono stati annunciati Domenica 27 Aprile
i vincitori degli IOMA 2008,
l’unico premio in Italia
dato dai cinefili del web
ai migliori film dell’anno. 

MIGLIOR FILM
-Into The Wild
4 Mesi, 3 Settimane, 2 giorni
La promessa dell’assassino
Lo scafandro e la farfalla
Non è un paese per vecchi
 
MIGLIOR FILM ITALIANO (EX-AEQUO)
-Caos calmo & Mio fratello è figlio unico
Centochiodi
La ragazza del lago
Giorni e Nuvole
 
MIGLIOR REGIA
-Julian Schnabel - Lo scafandro e la farfalla
Ethan e Joel Coen - Non è un paese per vecchi
David Cronenberg - La promessa dell’assassino
Christian Mungiu - 4 Mesi, 3 settimane, 2 giorni
Sean Penn - Into the wild

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
-Ratatouille
Persepolis
I Simpson: il film

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
-Daniel Day-Lewis - Il petroliere
Johnny Depp - Sweeney Todd
Tommy Lee Jones - Nella valle di Elah
Emile Hirsch - Into the Wild
Viggo Mortensen - La promessa dell’assassino
 
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
-Marion Cotillard - La vie en Rose 
Cate Blanchett – Elizabeth The Golden Age
Gong Li - La città proibita
Annamaria Marinca - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni
Naomi Watts - La promessa dell’assassino

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
-Javier Bardem - Non è un paese per vecchi
Brad Pitt - L’assassinio di Jesse James
Vincent Cassel - La promessa dell’assassino
Hal Holbrook - Into the Wild
Max Von Sydow - Lo scafandro e la farfalla

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
-Cate Blanchett - Io non sono qui
Helena Bonham Carter – Sweeney Todd
Marie-Josée Croze - Lo scafandro e la farfalla
Catherine Keneer - Into the wild
Saoirse Ronan – Espiazione
 
MIGLIOR CAST
-Non è un paese per vecchi
Espiazione
Into the Wild
Io non sono qui
La promessa dell’assassino

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
-Le vite degli altri
4 mesi, 3 Settimane, 2 giorni
La promessa dell’assassino
Nella valle di Elah
Ratatouille

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
-Non è un paese per vecchi
Espiazione
Into the wild
Lo scafandro e la farfalla
Zodiac

MIGLIOR FOTOGRAFIA
-L’assassinio di Jesse James
Espiazione
Into The Wild
Il petroliere
Non è un paese per vecchi

MIGLIOR MONTAGGIO
-Non è paese per vecchi
Grindhouse: Death Proof
Into The Wild
Lo scafandro e la farfalla
Paranoid Park
 
MIGLIOR COLONNA SONORA
-Into The Wild
Across the Universe
L’albero della vita
Espiazione
Il petroliere

MIGLIOR SCENOGRAFIA
-Sweeney Todd
La città proibita
Elizabeth: The Golden Age
Espiazione
Lussuria

MIGLIORI COSTUMI
-Sweeney Todd
Elizabeth The Golden Age
La città proibita
Espiazione
Lussuria
 
MIGLIOR TRUCCO
-Sweeney Todd
Elizabeth: The Golden Age
Io non sono qui
Le vie en rose
I pirati dei caraibi: Ai confini del mondo

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
-300
Cloverfield
L’albero della vita
Spiderman 3
Transformers

PREMIO ALLA CARRIERA
-Ninetto Davoli
Pietro Scalia
Nicola Piovani

27 aprile 2008

Crescentini: Vengo dal CSC!

cinema_carolinacrescentini.jpg

Carolina Crescentini è Anna Grigorjevna nel film di Giuliano Montaldo I demoni di San Pietroburgo. Il ruolo della giovane stenografa che scrive sotto dettatura di Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij viene dopo le interpretazioni in Notte prima degli esami oggi (Fausto Brizzi, 2006), Cemento armato (Marco Martani, 2007) e Parlami d’amore (Silvio Muccino, 2008). L’attrice (Roma, 1980) ci tiene a precisare di aver studiato “duro” al Centro Sperimentale di Cinematografia: «Se sono anche bella - dice - non è colpa mia. E sul set sono pronta a far conto che la bellezza valga zero».

24 aprile 2008

I demoni di San Pietroburgo

film_idemonidisanpietroburgo.jpgI demoni di San Pietroburgo
Giuliano Montaldo, 2008
Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Anita Caprioli, Filippo Timi, Patrizia Sacchi, Sandra Ceccarelli, Giovanni Martorana, Giordano De Plano, Emilio De Marchi, Enzo Saturni.

Montaldo torna al lungometraggio dopo 18 anni (Tempo di uccidere, 1989) e rafforza il senso del proprio impegno culturale e politico contro le soluzioni violente dei problemi sociali, siano delitti di Stato (Sacco e Vanzetti, 1970) o attentati terroristici contro lo Stato. I demoni di San Pietroburgo si apre proprio con l’uccisione di un membro della famiglia dello Zar ad opera di una pattuglia di rivoluzionari. E’ il 1860 e le idee di Bakunin hanno in Russia una circolazione sempre meno sotterranea. Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij (Manojlovic), che ha conosciuto i lavori forzati in Siberia dopo essere stato graziato dalla condanna a morte, viene a sapere dal giovane Gusiev (Timi), ricoverato in manicomio, di preparativi per altri attentati contro la famiglia imperiale. Lo scrittore, stretto dall’angoscia di dover consegnare all’editore il manoscritto de Il giocatore entro 5 giorni, sente anche di dover ad ogni costo cercare di convincere Aleksandra (Caprioli), la borghese che ha scoperto essere a capo dei terroristi, a non proseguire nell’azione: «Il popolo non vi capirà». Tormentato dai dubbi e dai fantasmi della sua dolorosa esperienza - “demoni” che a volte si manifestano in attacchi di epilessia - Dostojevskij continua a dettare ad Anna (Crescentini), la stenografa che poi sposerà, il romanzo, il primo dei suoi capolavori, con quella  sensibilità e passione che quasi fa credere persino all’ispettore Pavlovic (Herlitzka) che «un giorno la rivoluzione vincerà». Nel passaggio dal rivoluzionario al maturo grande scrittore, nel cui animo viene prevalendo a scapito delle astratte teorie l’interesse per la complessità dell’uomo, s’intuisce che ha dovuto essere la spinta centrale di Montaldo a realizzare il film già da molti anni pensato e progettato (scritto da Paolo Serbandini da un’idea di Andrei Konchalovsky). Non a caso i momenti cruciali sono nei colloqui tra Dostojevskij e Pavlovic, ossia tra Manojlovic e Herlitzka, i due attori che, proprio in quei momenti, sanno rendere l’articolazione drammaturgica e insieme il profondo turbamento che li coinvolge in un unico discorso al di là della contingenza politica: una complessità che resta estranea alle pur giuste “didascalie” di cui si nutre la narrazione, con “chiarimenti” forse utili ad uno spettatore “a luce accesa” (televisivo), ma che poco aggiungono all’arte del film. «Mi ispiro alla vita», dice Fjodor Mikhajlovic  ad Anna che vuole sapere quale sia la fonte del suo racconto. Niente di meno semplificabile e di più attuale.

Franco Pecori

24 aprile 2008

Un amore senza tempo

film_unamoresenzatempo.jpgEvening
Lajos Koltaj, 2007
Claire Danes, Toni Collette, Vanessa Redgrave, Patrick Wilson, Hugh Dancy, Natasha Richardson, Manie Gummer, Eileen Atkins, Meryl Steep,  Mamie Gummer, Glenn Close.

Il cinema gioca spesso brutti scherzi. L’ungherese Koltaj, importante direttore della fotografia (La leggenda del pianista sull’Oceano, Sunshine - Il sapore del sole, Being Julia - La diva Julia), al momento di confermare il buon esito della sua prima prova da regista (Sorstalansag - Senza destino, 2005) ha avuto a disposizione un super cast femminile e una base letteraria di grande successo da cui partire (il romanzo di Susan Minot). Il risultato dice che i due elementi non sono stati decisivi, non si sono trasformati in fattori favorevoli al valore del film. Del film in quanto cinema, ecco il punto. Come abbiamo già avuto modo di notare, a proposito del “documentario” - e lo stesso concetto varrebbe per altre forme di espressione cinematografica - quando si venga al dunque, è pur sempre di cinema che si deve parlare. E ancor più del “documentario”, un film “a soggetto” utilizza sì materiali profilmici anche “letterari” come un romanzo o come una sceggiatura, tuttavia potremo giudicarlo in quanto film sono in quanto quei materiali abbiano prodotto un oggetto diverso, artisticamente autonomo, ricco di una coerenza interna sua propria. Un film può essere letterario anche se non deriva da un libro e può non esserlo anche se il regista è partito dalla lettura di un romanzo. Il caso di questo “amore senza tempo” è esemplare perché offre allo spettatore su un piatto d’argento (rispettiamo la “classe” del materiale profilmico anche nella susa traduzione figurativa, il paesaggio, l’ambientazione, la luce) il paradosso incorporato nella “visione” stessa dell’autore. Vanessa Redgrave, sempre brava, deve raccontarci il tormento di una madre che, trasognata e quasi in delirio, rivede, sul proprio letto di morte, un amore lontano e segreto, l’unico vero della sua vita, e riesce a dirne la verità, a se stessa e alle due figlie (Richardson e Collette): «Quando una madre sta morendo è un buon momento per parlare». Ma il suo racconto, infarcito di rimandi all’indietro, di inserti didascalici combinati con momenti di apparente “immaginazione”, dà corpo a null’altro che al “sogno” del regista, il sogno di fare un grande film con un cast femminile da Oscar. Manca invece un’autentica progressione drammatica mentre vengono “descritte” le vite di diversi personaggi, tutte intrecciate tra loro ma tenute “separate” dal montaggio freddo, a priori, che non riesce a riscattarsi dalla struttura narrativa letteraria. L’accumulo di situazioni e la stratificazione di tempi ostacola il feeling necessario allo spettatore che voglia seguire il film nella sua costitutiva qualità cinematografica.

Franco Pecori

24 aprile 2008

L’altra donna del re

film_laltradonnadelre1.jpgThe Other Boleyn Girl
Justin Chadwick, 2008
Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, Kristin Scott Thomas, David Morrissey, Mark Rylance, Jim Sturgess.

Prima di Elizabeth. La “regina guerriera”, l’ultima dei Tudor, quella che abbiamo visto nel film di Shekhar Kapur, qui la vediamo nascere, nel 1533, da Anna Bolena (Portman). Chadwick, regista televisivo al suo primo lavoro per il cinema, trae la vicenda dal best seller di Philippa Gregory (The Other Boleyn Girl), puntando decisamente al racconto del drammatico conflitto tra le due sorelle Boleyn, Anna e Maria (Johansson), le quali, spinte dalle ambizioni familiari, fanno a gara nel tentativo di conquistare il “cuore” del re Enrico VIII. I riferimenti spettacolari alla figura del sovrano che seppe separare la Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica, possono essere molti, dal teatro al cinema, da Shakespeare a Charles Laughton, premio Oscar per Le sei mogli di Enrico VIII (Alexander Korda, 1933), a Richard Burton (Anna dei mille giorni, Charles Jarrott, 1969). Qui ci si allontana dalla somiglianza iconografica, evidente specie in Laughton, e si va ad una modernizzazione della figura anche fisica, funzionale al taglio spiccatamente “romantico” della vicenda. In primo piano è il rapporto tra Anna e Maria, le quali arrivano a odiarsi, sia pure da posizioni sentimentali diverse, l’una più fredda e calcolatrice, l’altra più semplice e istintiva, ma non sono disposte, alla fine, a rinunciare ad una solidarietà interna, sentimentale, che le lega nella competizione e nella disgrazia. Il re (Bana), in un certo senso, rischia di restare prigioniero delle due donne, non sa resistere all’attrazione dei sensi, pur non tralasciando la ragion di stato, che per lui consiste soprattutto nell’esigenza di avere un figlio maschio. Non c’è molto di più, anche se i “sentimenti” sono immersi nei fitti intrighi di corte. Le perfidie e le perversioni, sono enunciate, ad ogni attacco di sequenza, quasi in forma di didascalia bignamesca. Quel che conta non sono i fatti della storia, che pure in quel periodo si configuravano in un quadro complesso e interessantissimo per l’evoluzione verso la modernità. Basti pensare all’importanza dell’affermazione della Chiesa anglicana, in vista dell’espansione britannica verso il Nuovo Mondo. E anche all’interno, i problemi del regno non si esaurivano certo nel giro dei letti di corte. Ma se restiamo al romanzo, godiamoci pure la “puntata” storica, ben ambientata e giusta nei costumi, ben recitata soprattutto dalle due protagoniste.

Franco Pecori

24 aprile 2008

La sposa fantasma

film_lasposafantasma.jpgOver her dead body
Jeff Lowell, 2008
Eva Longoria Parker, Paul Rudd, Lake Bell, Lindsay Sloane, Stephen Root, Kali Rocha, W. Morgan Sheppard, Sam Pancake, Jason Biggs.

Nemmeno il ghiaccio riesce a “freddare” l’irrefrenabile ansia di Kate (Longoria Parker). La ragazza resta nervosetta anche da morta. Colpita sulla testa dalla scultura d’acqua solidificata che nel giorno delle nozze lei ha appena rifiutato allo scultore (un angelo senza ali? Impossibile!) e che si è “vendicata” lasciandosi catapultare contro la sposa da un camion in retromarcia, Kate (la sposa appunto) non si rassegna ad un ruolo di secondo piano. Sospende il trasferimento in Paradiso e, trasparente come un fantasma, perseguita la donna destinata a succederle tra le braccia di Henry (Rudd), lo sposo “liberato” dal ghiaccio. Le virgolette servono a smascherare la depressione di Henry per la “perdita” della sposa. In realtà, da un momento all’altro il ragazzo cederà all’attrazione per Ashley (Bell), la veggente dalla quale sua sorella gli ha consigliato di farsi “curare”.  Se non vi siete ancora divertiti, arrendetevi almeno al pappagallo, simpatico “interprete” delle intenzioni del bianco fantasma. Meno sorprendente sarà la “presa di coscienza” di Kate. La sposa trasparente si accorgerà poco alla volta di non aver compreso bene l’”incarico” che le è stato affidato lassù: non ostacolare bensì agevolare la felicità del suo Henry. Il Paradiso può attendere, ma non più di tanto. «Ritmo!», si sarà detto Lowell paventando la risacca dell’onda televisiva. Non c’è stato niente da fare, certe “puntate” entrano ormai nelle case quasi per un loro diritto ultraterreno.

Franco Pecori

24 aprile 2008

Tutti pazzi per l’oro

film_tuttipazziperloro.jpgFool’s Gold
Andy Tennant, 2008
Matthew McConaughey, Kate Hudson, Donald Sutherland, Alexis Dziena, Ewen Bremner, Ray Winstone, Kevin Hart, Malcolm-Jamal Warner, Brian Hooks, David Roberts, Michael Mulheren, Adam LeFevre, Rohan Nichol, Roger Sciberras, Elizabeth Connolly.

Doveva essere, presumiamo, una figura di contorno, una guarnizione sulla torta. Così infatti pare a prima vista. Talmente svampita e “inconsapevole” da risultare simpatica nonostante, da figlia dell’ultramiliardario Nigel (Sutherland), mostri di non avere alcun sospetto di che cosa possa essere l’amore paterno. E invece, proprio da Gemma (Dziena) viene la scintilla che ravviva il senso del film, così diluito, altrimenti, così desolatamente rinunciatario da deprimere il più fanatico degli adoratori del genere. Di avventurose cacce a tesori nascosti o sommersi se ne sono viste, foderate più o meno di protezioni motivazionali. Per esempio, Trappola in fondo al mare (John Stockwell, 2005). E tanto maggiore era l’eccezionalità del ritrovamento quanto accettabile l’alibi “storico” (Il mistero dei Templari - National Treasure, Jon Turteltaub, 2004). Ma qui, nella commistione tra commedia romantica e avventura/azione, Tennant gioca una partita dall’esito troppo scontato. Della fantastica ”Dote della Regina”  perduta in fondo al mare per una tempesta nel 1715 non importa granché. L’impresa servirà, se mai, a salvare il matrimonio di Finn (McConaughey) e Tess (Hudson): cosa volete che siano 40 casse di gioielli spagnoli antichi! Altrettanto improbabile la “ferocia” del gangster, anch’egli interessato ai preziosi: il “cattivo”, si sa, se ti fa ridere una sola volta, non ha più speranza d’essere preso sul serio. Eventi preannunciati, false suspence, premonizioni continue delle battute, l’andamento è trasparente. Ecco però che arriva Gemma: al suo cospetto commedia e avventura smettono di negarsi a vicenda, ci pensa la ragazza a rendere tutto pazzesco e divertente. Il grado di eccentricità ed estraneità, sia rispetto al problema del tesoro da recuperare sia nei riguardi della ricchezza che casualmente deve averla investita (sale a bordo del gigantesco yacht del padre e dice: «Tutto qui?» come poche altre attrici postmoderne avrebbero saputo dire) è tale da renderci euforici, da farci “uscire” dal film. E quando rientriamo, vediamo che, miracolo, il film ha ripreso quota, persino Sutherland è resuscitato. Felici e contenti ce ne torniamo a casa.

Franco Pecori

23 aprile 2008
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