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10 09 2010
 
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I migliori film del 2008

(In ordine di uscita in Italia)

 

Produzione straniera

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 25/01

 Into The Wild - Nelle terre selvagge

 di Sean Penn

 

 22/02

 Non è un paese per vecchi

 di Joel & Ethan Coen

 

 14/03

 Onora il padre e la madre

 di Sidney Lumet

 

 11/04

 Rolling Stones’ Shine a Light

 di Martin Scorsese

 

 30/04

 Racconti da Stoccolma

 di Anders Nilsson

   12/05  Noi due sconosciuti  di Susanne Bier
 

 16/05

 In Bruges - La coscienza dell’assassino

 di Martin McDonagh

 

 17/10

 Wall-e

 di Andrew Stanton

 

 05/12

 L’ospite inatteso

 di Thomas McCarthy

 

 19/12

 Il bambino con il pigiama a righe

 di Mark Herman

 

 Produzione italiana

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 07/03 

 Sonetàula

 di Salvatore Mereu

 14/03

 Nelle tue mani

 di Peter Del Monte

 28/03

 Tutta la vita davanti

 di Paolo Virzì

 04/04

 Non pensarci

 di Gianni Zanasi

 15/05

 Gomorra

 di Matteo Garrone

 28/05

 Il divo

 di Paolo Sorrentino 

 12/09

 Il papà di Giovanna

 di Pupi Avati

 24/10

 L’uomo che ama

 di Maria Sole Tognazzi

 21/11

 Galantuomini

 di Edoardo Winspeare

 28/11

 Solo un padre

 di Luca Lucini

 

Box Office

film_kungfupanda.jpg

 14/08

 Le cronache di Narnia: il Principe Caspian

 di Andrew Adamson

 29/08

 Kung Fu Panda

 di Mark Osborne

 12/09

 Hancock

 di Peter Berg

 19/09

 Burn After Reading - A prova di spia

 di Joel & Ethan Coen

 03/10

 Mamma Mia!

 di Phyllida Lloyd

 17/10  Wall-e  di Andrew Stanton

 31/10

 High School Musical 3: Senior Year

 di Kenny Ortega

 07/11

 Quantum of Solace

 di Marc Forster

 14/11

 La fidanzata di papà

 di Enrico Oldoini

 21/11

 Twilight

 di Catherine Hardwicke

 

Franco Pecori

 

28 dicembre 2008

The Spirit

film_thespirit.jpgThe Spirit
Frank Miller, 2008
Gabriel Macht, Eva Mendes, Sarah Paulson, Dan Lauria, Paz Vega, Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Jaime King, Stana Katic, Louis Lombardi, Eric Balfour, Richard Portnow, Meeghan Holaway, Johnny Simmons, Seychelle Gabriel.

Moderno e contemporaneo? Ultra, per il modo di dare forma ad antiche sostanze. Morto o vivo? E chi lo sa? Diciamo vivo anche se muore più di una volta, perseguitato dalla Morte che gli sta alle costole. Fantasma o corpo in carne ed ossa, Denny Colt è Spirit (Macht), lo spirito della città: «La mia città», continua a ripetere. E si lancia volando come in un fumetto animato nelle ombre notturne di Central City per salvarla dal crimine. Non è un poliziotto come gli altri, Denny. Lo sa bene il commissario Dolan (Lauria), che pure è parente stretto di tutti i detective dall’impermeabile sgualcito. E lo sa bene anche Ellen (Paulson), la dottoressa che fa disperare il padre commissario col suo amore incrollabile per Spirit (prima o poi, ferma, premurosa e paziente qual’è, lo metterà a posto). Lo sa benissimo, infine, il cattivone Octopus (un Jackson aggressivo e resistentissimo, che però non riesce a fare la faccia feroce),  il quale cerca lo scontro e amerebbe conquistare nientemeno che l’eternità, assistito da Silken Floss (una Johansson non perfettamente a suo agio, più lost che fredda vipera). Sand Saref (Mendes), invece, sembra non volerne sapere, avida di gioielli e di denaro, consapevole della propria bellezza (lei la chiama «culo», senza mezzi termini).  Il suo ruolo è di mantenere viva la struggente antica passione giovanile, racchiusa in un ciondolo, con le foto di sé e di Denny ancora ragazzi - glielo donò lui e lei se ne andò ugualmente, con in testa una vita ricca. Tratto dal fumetto di Will Eisner, il film vive di immagini visionarie, metalliche e fangose, scure, espressionistiche più che espressive. Miller ripete lo stile di Sin City. Un fiume di frasi fatte inonda le metafore della finzione, le sole che possano avere un senso nell’incubo della città di Spirit, allusiva e irreale, eppure risaputa, nutrita di idee accettabili e, anzi, per lo più condivise. Idee nientaffatto rivoluzionarie. Quel ciondolo non è che una nostalgia che si porta al collo, di cose e di sentimenti perduti. Purtroppo, né Denny né Sand Saref possono tornare indietro.

Franco Pecori

25 dicembre 2008

La duchessa

film_laduchessa.jpgThe Duchess
Saul Dibb, 2007
Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell, Simon McBurney, Aidan McArdle, John Shrapnel, Alistar Petrie, Patrick Godfrey.

La rivoluzione francese è dietro l’angolo. E si sente. Georgiana Spencer (Knightley) va in sposa al Duca del Devonshire nell’Inghilterra del 1774, portando in sé inquietudini del mondo che le sta attorno, vicino e anche un po’ più in là. Il suo è un matrimonio di convenienza, combinatole dalla madre, Lady Spencer (Rampling), con lucidità adeguata ai tempi. Il Duca (Fiennes) impersona, come dire, “direttamente” la storia, assumendo e dominando nel proprio corpo la prigionia di regole sociali (avere un figlio) che gli lasciano libertà di comportamento “egoista” (i suoi cani soprattutto). C’è posto anche per un triangolo perfino “avanzato” nella motivazione: Georgiana non rinuncia all’amicizia di Bess (Atwell), abbandonata dal marito e impedita da lui a vedere i figli. Bess frequenta il letto del Duca, ma pazienza. La Duchessa non rinuncia nemmeno alla vita elegante e alle frequentazioni politiche (dalla parte dei Whigs). Quanto all’amore “vero”, cede un po’ all’attrazione per Charles Grey (Shrapnel). Ne nasce una bambina, ma Lady Spencer non vuole che Georgiana abbandoni il Duca e la Duchessa dovrà accontentarsi di curare la crescita delle sue prime due nate e dell’altra non sua, che il marito le ha gentilmente affidato. Una vita infernale, forse soltanto per essere “benvoluta”. Una compressione di forme che avrebbero provocato, si sente, un botto, una deflagrazione di cui avvertiamo ancora oggi l’onda. Inevitabile, in un film così, storico/romantico, il richiamo ad una pertinenza di linguaggio di non facilissima lettura. Il rischio, come del resto per ogni film storico, è di scavalcare le distanze sovrapponendo i tempi e le epoche in una confusione percettiva e culturale quasi inevitabile. Ma è il cinema, bellezza. E meno male che il londinese Dibb ha saputo governare con dignità il supercast di attori tutti perfetti (primo un ottimo Fiennes). Non gli è stato inferiore Gyula Pados, autore di una fotografia dettagliata e non invadente.

Franco Pecori

24 dicembre 2008

Il bambino con il pigiama a righe

film_ilbambinoconilpigiamaarighe.jpgThe Boy in the Striped Pajamas
Mark Herman, 2008
Asa Butterfield, Jack Scanlon, Amber Beattie, David Thewlis, Vera Farmiga, Richard Johnson, Sheila Hancock, Rupert Friend, David Hayman, Jim Norton, Cara Horgan.

«Perché i contadini portano il pigiama?» - «In realtà, quelle persone non sono affatto persone». Una semplice domanda, una semplice risposta: di Bruno (8 anni - Butterfield) al padre (Thewlis) e del padre a Bruno. Il padre è un ufficiale nazista. È stato appena “promosso”, dovrà comandare un campo di concentramento. Con lui tutta la famiglia, la moglie Elsa (Farmiga), la figlia adolescente Gretel (Beattie) e Bruno, ha dovuto lasciare Berlino per trasferirsi “in campagna”. Senza più i suoi compagni di giochi, Bruno “esplora” i dintorni della nuova casa. Quelle persone che lavorano nel campo sul retro saranno proprio contadini come gli raccontano i suoi? Strano che vadano in giro sempre in pigiama. Uno di loro, tra l’altro, Bruno se lo trova in casa, non fa che sbucciare patate e viene maltrattato. Un giorno che Bruno cade dall’altalena, quell’uomo che “non è affatto una persona” gli cura il ginocchio ferito: non è neanche un contadino, è un medico che sbuccia patate. I bambini, si sa, scoprono il mondo man mano. Bruno poi ha la vocazione dell’esploratore ed è molto curioso. La regìa dell’inglese Herman (Grazie signora Thatcher, 1996) fonde magistralmente fiaba e ironia in un sarcasmo doloroso e affettuoso, per registrare con sgomento il dramma della malvagia insipienza che porta persone “normali” a farsi fagogitare da mitologie perverse, a travisare la storia, a immaginare diabolici trionfi. Il tutto nel “pacifico” andamento familiare, un padre, una madre, una ragazza e il fratellino minore. Il padre, in divisa, sembra stia facendo un “gioco” importante; la madre, preoccupata, fa attenzione a mantenere l’equilibrio, un po’ ubbidendo e un po’ badando all’ordine, un po’ anche interrogandosi sullo strano incarico del marito - tenta di ribellarsi, non avrà il tempo di farlo; la ragazza è pronta ad aprirsi al primo amore, che per sua disgrazia rischia di essere il giovane tenente Kotler (Friend), credulone nazista. E Bruno, esplorando, arriva al filo spinato che lo separa dai contadini in pigliama. Uno di loro è un bambino come lui, Shmuel (Scanlon). Nasce una patetica amicizia, impossibile, tanto triste da far saltare lo spettarore sulla poltrona. E nasce un tragico finale che scaraventa il film in una dimensione allucinante, in cui la fiaba si fa vera e la verità vive la propria fiaba. E dove la vita non può essere “bella”. Non deve più esserlo. Bruno oggi sarebbe forse un nonno. Se vedesse poco lontano dalla sua casa uno strano fumo maleodorante uscire da certe ciminiere, vogliamo credere che non nasconderebbe la verità ad un suo nipotino.

Franco Pecori

19 dicembre 2008

Madagascar 2

film_madagascar2.jpgMadagascar: Escape 2 Africa
Eric Darnell e Tom McGrath, 2008
Animazione. Voci originali: Ben Stiller (Alex), Chris Rock (Marty), David Schwimmer (Melman), Jada Pinkett Smith (Gloria). Voci Italiane: Ale (Alex) e Franz (Marty).

Dall’isola di Madagascar all’Africa nera, eccoci di nuovo in compagnia del quartetto di animali-fenomeno pronti ancora a fare spettacolo della propria “civile” genuinità. Alex il Leone, Marty la Zebra, Melman la Giraffa e Gloria l’Ippopotamo attingono alla “naturalezza” recuperata con il soggiorno non proprio agevole nel verde del primo film e la riutilizzano con nuova coscienza. Possono infatti giovarsi ancora di quel certo saper stare al mondo  che hanno appreso nello zoo di New York. Sulla strada del ritorno, li blocca il guasto dell’aereo pinguinesco: pazienza, sarà una “sacca” piacevole della sceneggiatura. Dai 6 ai 9 mesi (oppure anni) è il tempo necessario per riparare il velivolo. Intanto, casualmente, Alex ritrova i genitori al riparo nella riserva, mentre gli altri tre trovano il modo di mettersi a proprio agio. Gloria ha il fascino della ciccia e con Motomoto fanno una bella coppia, Marty si scatena in una sgambatura col gruppo dei simili striati, anch’essi pronti a dare spettacolo; Melman è innamorato di Gloria ma deve rendersi utile da chirurgo. Poi la vita si fa dura. A un certo punto manca l’acqua, in giro solo diamanti e oro. Alex deve farsi coraggio e uscire dal recinto protettivo per individuare l’intoppo là fuori dove ci sono i sapiens cacciatori. Si salverà con l’unica cosa che sa fare, la frenetica danza che lo ha reso celebre nelle esibizioni al Central Park. Nella grafica, come per il primo Madagascar, tratti semplici non impediscono un grande dinamismo. I caratteri sono ottenuti tramite sintesi tipologiche integrate nel linguaggio mimetico della “commedia umana”. Ciascun spettatore può riconoscere il proprio tipo. È rintracciabile perfino un accenno a problemi di rivendicazione sindacale durante la ricostruzione dell’aereo semidistrutto. In sostanza sembra trovar esito un’amorevole integrazione di “civiltà” e “natura”. Felicità, DreamWorks in 3D.

Franco Pecori

19 dicembre 2008

Il cosmo sul comò

film_ilcosmosulcomo.jpgIl cosmo sul comò
Marcello Cesena, 2008
Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Silvana Fallisi, Luciana Turina, Debora Villa, Cinzia Massironi, Victoria Cabello, Sergio Bustric, Isabella Ragonese, Alfredo Colina, Sara D’amario, Angela Finocchiaro, Raul Cremona, Elena Giusti, Luciana De Falco, Federica Cifola.

Il trio comico sterza decisamente sul genere a episodi e, insieme, pigia sul tasto del sorriso amaro e sarcastico. Il risultato c’entra poco con il “Natale al cinema” e si offre alla coscienza critica dello spettatore attento alle “impertinenze” dei comportamenti. Non è richiesto molto sforzo, l’oggetto è più che vicino, a portata di sguardo: è lì sul comò. Si comincia con le famiglie in vacanza (Milano Beach). Partire, questo è il problema. Sembra che Giovanni voglia fare il verso al Sordi di Bianco, rosso e Verdone, ma qui si va oltre la pedanteria e il limite della macchietta di costume viene superato con l’approdo ad una meccanica da “cinema muto”, utilizzata per la soluzione falso-conciliante (e invece “acida”) del felice picnic allo stadio, dove il verde non manca. Ancor meno concilianti i personaggi (Falsi prigionieri) dei ritratti nella cupa pinacoteca la cui atmosfera piacerebbe tanto a ragazzi di nome Harry che volessero verificare le proprie capacità magiche. Entra in campo a piedi pari il paradosso e fa muovere i quadri in un balletto irriverente e liberatorio. Il via lo dà Aldo, menestrello stufo di stare dipinto, inchiodato da secoli col suo mandolino muto. Pernacchie a Napoleone e festa con le antiche dame. Il terzo episodio (L’autobus del peccato) ci porta in chiesa. Giacomo è il parroco, sottoposto alle domande “teologiche” di Giovanni, sacrestano petulante e furbastro. Nel piccolo mondo delle false ingenuità si respira un’aria poco sacrale. Qui è debole la parte di Aldo, ragazzone timido innamorato di una commessa. Ma è l’episodio migliore per l’acuto realismo con cui è raccontata la vita della parrocchia. Infine la satira aperta e feroce verso le mode, occidentali e orientali, della medicina sul tema della procreazione (Temperatura basale). Giacomo ha il seme debole. E pensare che c’è gente che i figli appena nati li abbandona per la strada. Morale della favola? Gli episodi sembrano molto diversi tra loro, ma in fondo basterà affidarsi al senso comune, senza nemmeno spingersi, come fanno Aldo e Giacomo, in cima al mondo per una meditazione con il maestro Tsu’Nam, che è Giovanni, non altri. Apprezzabile, come sempre, l’impegno del trio nel cercare una coerenza di contenuti evitando facili fughe nel divertimento superficiale. Risalta però, ancora una volta, la resa poco cinematografica della loro verve, più adatta alla “verità” del cabaret, dove i “tempi” dell’azione possono essere gestiti secondo una scansione che la regia di Cesena fatica a praticare.

Franco Pecori

19 dicembre 2008

Baby love

film_babylove.jpgComme les autres
Vincent Garenq, 2008
Lambert Wilson, Pilar López de Ayala, Pascal Elbé, Anne Brochet, Andrée Damant, Florence Darel, Marc Duret, Liliane Cebrian, Luis Jaime Cortez, Catherine Erhardy, Eriq Ebouaney.

Che cosa non farebbe un uomo per divenire padre? Accoppiarsi con un altro uomo, direte voi. Banale. Il tema aggiornato vuol suonare più o meno così: coppia di uomini entra in crisi perché lui (Emmanuel/Wilson) vuole un figlio e lui (Philippe/Elbé) non è d’accordo, a parte il problema di come averlo. Manu però non si rassegna. Dolorante per essere rimasto single, cerca in tutti i modi la soluzione. Il caso gliela porge sotto forma di incidente stradale: tamponamento di una bella ragazza argentina che a Parigi annaspa per avere un documento valido. Fina (Lopez De Ayala), messa al corrente, accetta di fare un matrimonio di convenienza. Darà un figlio a Manu e potrà diventare una parigina legale. Senonché, il promesso sposo, medico pediatra, apprende dalla carissima amica Cathy (Brochet), medico anche lei e attratta palesemente in segreto dal suo carissimo amico, di essere sterile. Ora ci vuole un donatore di seme. Stop. Il resto sarà bene lo vediate al cinema. Non tanto per la “suspense” (con la s giacché il film è francese), quanto perché la commedia è gustosa, mai troppo leggera, mai pesante nell’accennare ai risvolti drammatici, sempre attenta a sfiorare il paradosso evidenziandone il portato sociale. Non è un film “impegnato” eppure impegna, è spiritoso non senza un pizzico di commozione. Bravi e credibili gli attori, discreta la regia che li lascia vivere anche di vita propria.

Franco Pecori

19 dicembre 2008

Oscar, Sophia Loren: Gomorra!

cinema_sophialoren.bmp 

Lei di sicuro vota per Gomorra. Sophia Loren prevede:
l’Oscar quest’anno andrà al film di Matteo Garrone,
designato a rappresentare il cinema italiano.
In attesa delle Nomination, che saranno rese note il 22 gennaio,
su Gomorra cade la scelta dell’attrice vincitrice nel 1962
per La ciociara di Vittorio De Sica e nel 1991 (Oscar alla carriera).

A Sophia Loren piace il film tratto dal libro di Roberto Saviano
perché «dice qualcosa di molto importante».

L’appuntamento è per la Notte degli Oscar, il 22 febbraio 2009.

18 dicembre 2008

Foto, Anna Magnani sul set

cinema_annamagnani.jpg
Uno scatto di Osvaldo Civirani sul set di Avanti a lui tremava tutta Roma (Carmine Gallone, 1946)

 

Il Centro Sperimentale di Cinematografia

chiude le celebrazioni del centenario di Anna Magnani

 con la mostra fotografica

 

15 fotografi per Anna Magnani

Roma, Palazzo Valentini,  17 dicembre 2008 - 18 gennaio 2009 

 

Sono esposti gli scatti di 15 tra i più grandi fotografi di scena del cinema italiano:

Alessi, Arresto, Assenza, Bruni, Cavicchioli, Civirani, Frontoni, Mazza, Palmarini, i fratelli Pesce, Poletto, Ronald, Vitale, Voinquel.

 

Dopo la retrospettiva realizzata in collaborazione con il Festival del Film di Roma, il Centro Sperimentale di Cinematografia chiude le celebrazioni del centenario della nascita di Anna Magnani con la mostra fotografica 15 fotografi per Anna Magnani, curata da Sergio Toffetti, Conservatore della Cineteca Nazionale, e resa possibile dal supporto della Provincia di Roma e della Camera di Commercio di Roma. La mostra, di cui il Centro Sperimentale pubblica il catalogo, si tiene a Roma a Palazzo Valentini, sede della Provincia, si inaugura il 17 dicembre e sarà visitabile fino al 18 gennaio 2009.

Il volto e le capacità interpretative di Anna Magnani e il viaggio nella sua filmografia sono affidati agli scatti di 15 tra i più grandi fotografi di scena del cinema italiano - Angelo Frontoni, Osvaldo Civirani, Vincenzo Palmarini, Aurelio ed Ettore Pesce, Raymond Voinquel, Paul Ronald, Rosario Assenza, Francesco Alessi, G.B. Poletto, Nicola Arresto, Franco Vitale, Vittorio Mazza, Divo Cavicchioli, Bruno Bruni -, presenti sui set di tutti i registi, i maggiori, che hanno voluto lavorare con Anna: Alessandrini, Gallone, Mattoli, Camerini, Zampa, Castellani, Rossellini, Visconti, Renoir, Kramer, Monicelli, Pasolini, Fellini. Alcuni tra i titoli di questi set: Avanti a lui tremava tutta Roma (1946), L’onorevole Angelina (1947), Assunta Spina (1948), Una voce umana (1948), Bellissima (1951), La carrozza d’oro (1952), Siamo donne (1953), Nella città l’inferno (1958), Risate di gioia (1960), Mamma Roma (1962), Roma (1972).

Fare il fotografo di scena sui set di Anna Magnani rappresentava una sfida particolarmente impegnativa, perché si trattava non soltanto di catturare nell’istante l’intensità espressiva di uno sguardo o di un gesto, ma di tenere le immagini “aperte”, per ricreare, in un attimo, quella sensazione che “la Magnani” riusciva (e riesce) a dare sullo schermo, la sua capacità di plasmare interamente lo spazio attorno al suo corpo. Perché “la Magnani” aveva bisogno di occupare la scena, di attirare l’attenzione con un gesto, una mossa, un vezzo. Gesti che sempre alludevano al fatto che nella vita il comico e il tragico si intrecciano saldamente.

«Ma cos’è questo presentarmi a ogni costo come un’Elettra chiusa, solitaria e delusa? Come ve lo devo spiega’ che so’ allegra, che c’ho la ruzza, che rido, che essere la Magnani mi diverte da mori’, e gongolo tutta se la gente mi riconosce per strada, se il vigile urbano mi dice, continuando a dirigere il traffico: “Ciao Nannare’”? Insomma: è la stessa storia di quando la gente si meraviglia perché la mia casa è piena di buongusto e di libri. Ma quante volte ve lo devo spiega’ che non sono stata raccattata per strada, che ho fatto fino alla seconda liceo, che ho studiato pianoforte otto anni, che ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia?». Si descriveva così, non tanto per prendere le distanze dai suoi personaggi popolareschi, quanto per ricordare che un’attrice “interpreta” anche quando sembra “rivivere”. Ed è forse questo il “segreto” che Anna Magnani rivela con queste parole: di essere un’attrice così grande che abbiamo sempre creduto - e continuiamo a credere - che i suoi personaggi siano veri.

Le foto esposte provengono dalla collezione di negativi della Fototeca della Cineteca Nazionale (CSC). L’allestimento è a cura della Fototeca.

 

I fotografi:

 

Angelo Frontoni

Nasce nel 1929 e inizia l’attività di fotografo prima dei 30 anni, nel 1957, con un servizio su Gina Lollobrigida, che aveva appena finito di girare La donna più bella del mondo, titolo destinato a segnare profeticamente la carriera del fotografo. La sensibilità di Frontoni verso l’universo femminile, i sapienti giochi di luce, basati su un efficace mix di luce naturale e artificiale, la cura maniacale dei dettagli, l’abilità nel trovare la posa giusta riescono a trasformare qualsiasi volto femminile in quello di una dea, rendendo Angelo Frontoni il più richiesto “fotografo delle dive”. Sullo sfondo della Roma della “dolce vita”, Frontoni, che si è sempre dichiarato un autodidatta, impone fin da subito uno stile molto personale, ritraendo l’atmosfera di Cinecittà, i registi, le attrici, gli americani in vacanza nella Hollywood sul Tevere. Frontoni non ama fare la posta alle star, non è un “paparazzo” né un cronista d’assalto, ma un ritrattista; preferisce essere cercato, predilige le foto “posate” e il lavoro di composizione dell’immagine colta sul vivo. La capacità di comporre plasticamente il soggetto all’interno dell’inquadratura con sapienti tocchi di luce fa ovviamente di Frontoni un grande fotografo di studio. Tra le sue esperienze di set da ricordare quella per Il disprezzo di Jean-Luc Godard. Sono in mostra i suoi ritratti di Anna Magnani.

 

Osvaldo Civirani

Nasce a Roma nel 1917. Apprende le basi del mestiere dal padre Carlo, affermato fotografo. Nel 1934, per la sua abilità di ritoccatore di negativi, viene assunto alla Cines, nel reparto fotografico diretto da Aurelio Pesce. Nel 1936 esordisce come fotografo di scena per il film L’anonima Roylott di Raffaello Matarazzo. Subito dopo interrompe la sua carriera per il servizio militare, che presta in Africa settentrionale, nel reparto foto-cinematografico dell’esercito. Nel 1939 con Pesce e Tosoni realizza il primo fondale cinematografico per La principessa Tarakanova. Nel 1942 apre, con i fratelli Cristiano e Franco, un suo laboratorio fotografico. Nel 1943, sul set di Ossessione di Luchino Visconti, segna una svolta nella storia della fotografia di scena: sostituisce la Ground 21×27 con la Plaubel Makina III formato 6×9, realizzando le foto durante le riprese. Il suo studio, in via Circonvallazione Appia 31 a Roma, diventa uno dei più frequentati da registi, che gli commissionano foto di scena, e da attori, per i quali esegue ritratti di alta qualità. Nel 1953 è tra i promotori dell’UNAC. (Unione Nazionale Autori e Cinetecnici), della quale, grazie a lui, entrano a far parte anche i fotografi di scena, che trovano così un mezzo per difendere i propri diritti d’autore. Diventa poi presidente dell’AIFC (Associazione Italiana Fotografi Cinema) composta da Vaselli, Ciolfi, Poletto, Alessi, Mazza, Cavicchioli e De Laurentis. Nel 1956 l’associazione ottiene il riconoscimento da parte dell’ANICA e l’inserimento della figura professionale del fotografo di scena nel numero minimo di componenti della troupe. Nel 1962 Civirani lascia la macchina fotografica per la macchina da presa dedicandosi alla regia e successivamente alla produzione. Tra il 1962 e il 1966 produce e dirige 21 film. Nel 1995 scrive, edito da Gremese, Un fotografo a Cinecittà, libro nel quale ribadisce la sua volontà di affermare e riconoscere l’importanza del ruolo del fotografo di scena. Osvaldo Civirani ha ottenuto numerosi riconoscimenti nella sua carriera, tra i quali una medaglia d’oro dell’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo nel 1970, una medaglia d’oro del centro studi di cultura, promozione e diffusione del cinema, una vita per il cinema, nel 1991. Nel 1995 gli è stata dedicata una mostra al palazzo delle Esposizioni a Roma. Nel 2000 gli è stata conferita una laurea Honoris Causa dalla Leibniz University Institute of Arts and Science di Santa Fe, New Mexico. Muore a Roma nel 2008. Tra i film ai quali ha lavorato: Luciano Serra Pilota di Mario Camerini, La principessa Tarakanova di Fédor Ozep e Mario Soldati, Ossessione di Luchino Visconti, Caccia tragica, Roma ore 11 e Giorni d’amore di Giuseppe De Santis, Avanti a lui tremava tutta Roma di Carmine Gallone le cui foto sono in mostra.

 

Vincenzo Palmarini

Fotografo professionista d’attualità e di scena di buona levatura, attivo a partire dai primi anni del dopoguerra. Lavora presso lo studio Vaselli per il quale realizza le serie foto dei film di Raffaello Matarazzo Catene e I figli di nessuno. In seguito apre uno studio in proprio in via Tuscolana a Roma. Il suo stile viene definito da Dario Reteuna, nel volume Cinema di carta, come di transizione tra la classicità del genere e lo stile delle nuove generazioni. Tra i film realizzati per studio Vaselli presenti in mostra foto di Abbasso la ricchezza! di Gennaro Righelli e Assunta Spina di Mario Mattoli.

 

Aurelio Pesce e Ettore Pesce

Marchio con il quale si identifica l’agenzia fotografica fondata da Aurelio Pesce con i fratelli Ettore, Franco e Sergio. Aurelio nasce a Napoli nel 1885. Trasferitosi a Roma, si afferma come fotografo ritrattista aprendo, intorno al 1916, uno studio in via dei Condotti 9. Il fratello Franco lo affianca, seppur sporadicamente, come coadiutore. Nominato responsabile del reparto fotografico della Cines-Pittaluga, Aurelio lascia il suo studio nel 1930. Le sue fotografie e i suoi ritratti sono stati presi a modello dagli altri fotografi per più di un decennio. Nel 1934 inizia ad affiancarlo anche il fratello Ettore. L’incendio degli stabilimenti della Cines-Pittaluga nel 1935, costringe le produzioni a spostarsi a Torino e a Tirrenia. Anche Aurelio si trasferisce, pur mantenendo un reparto fotografico alla Cines, del quale diventa responsabile. Nel 1936 Aurelio chiama con sé anche il giovane fratellastro Sergio, il quale si afferma come fotografo di scena a partire dal 1938. Alla nascita di Cinecittà, nel 1937, Aurelio lascia la responsabilità del reparto fotografico, prima, al fratello Ettore e, poi, a Osvaldo Civirani e, in seguito, diventa fotografo ufficiale della Scalera Film. Fonda in seguito un suo laboratorio fotografico in via Marco Tabarrini, a Roma dove Pesce, Civirani e Tosoni realizzeranno il primo fondale cinematografico per il film La principessa Tarakanova, stampato e sviluppato in una sola notte. Nel dopoguerra il marchio “Foto Pesce” si trasforma in “Ettore Pesce” e in “Pesce Benfari”. A differenza di Aurelio e di Ettore, gli altri due fratelli, Franco e Sergio, proseguono la loro carriera prendendo strade diverse dalla fotografia di scena. Franco si dedica alla direzione della fotografia e nel dopoguerra intraprende la carriera di attore; Sergio lavora dapprima come assistente e operatore alla macchina per la Scalera Film, accanto ad Arata, e successivamente si afferma come direttore della fotografia. Tra i film ai quali i Pesce hanno lavorato sono in mostra foto di: Nerone, Terra madre, Palio, 1860, Aldebaran e Un’avventura di Salvator Rosa di Alessandro Blasetti, Che gioia vivere di René Clément, Abbasso la miseria! di Gennaro Righelli, Molti sogni per le strade di Mario Camerini (operatore Aurelio Pesce) e L’onorevole Angelina di Luigi Zampa (operatore Ettore Pesce).

 

Raymond Voinquel

Nasce a Fraize, in Francia, nel 1912. Nel 1927 si reca a Parigi. Il suo primo modello è Adolphe Menjou, che fotografa davanti al Majestic. In quel periodo Menjou lavora sul set di Mon gosse de père di Jean De Limur e Voinquel si reca sul set. Qui incontra il fotografo Roger Forster che lo ingaggia come assistente e che diventa il suo maestro. Da questo primo set, sul quale inizia a scattare delle immagini 20×30, la sua carriera di fotografo di scena durerà fino al 1977. Voinquel lavora con registi come Jean Cocteau, Marcel Carné, Sacha Guitry e in Italia con Roberto Rossellini. Nel 1989 ottiene al festival di Cannes un riconoscimento per la sua lunga e prestigiosa carriera. Muore nel 1994. In mostra le immagini de Il miracolo, episodio de L’amore di Roberto Rossellini.

 

Paul (Pellet) Ronald

Nasce a Hyères, in Francia, nel 1942. Inizia a frequentare l’ambiente cinematografico a Nizza, dove conosce G.R. Aldo, che lo sceglie per sostituirlo per alcuni provini a Louis Jourdan. In seguito assiste Aldo sul set di L’éternel retour di Jean Delannoy e La belle et la bête di Jean Cocteau. Durante il secondo conflitto mondiale presta servizio come fotografo di guerra per gli alleati. Sul set di La terra trema di Luchino Visconti, dove viene chiamato da Aldo come assistente, Ronald aiuta durante le riprese e segue la fase di montaggio, oltre a realizzare un’originale e innovativa serie fotografica, caratterizzata da personali scelte compositive e da molti scatti in verticale per meglio evidenziare gli elementi essenziali alla narrazione. In seguito a questa esperienza si trasferisce definitivamente a Roma, aprendo uno studio in viale del Vignola e per più di dieci anni è il fotografo ufficiale di Visconti. Si specializza inoltre nell’ esecuzione di fondali per il cinema e lavora anche per il teatro La Scala di Milano, per la messa in scena de La vestale e de La sonnambula, interpretate da Maria Callas per la regia di Luchino Visconti. È tra i pochi fotografi di scena che pretendono di leggere il copione prima di tradurre il film in fotografia. Uno spiccato senso della composizione e la capacità di tradurre con sensibilità le suggestioni del cinema in fotografie di alto livello qualitativo ne fanno uno dei fotografi più richiesti del dopoguerra, sia in Italia che all’estero. Delle serie da lui firmate si ricordano in particolare quelle realizzate per Il cielo sulla palude di Augusto Genina, Senso, Rocco e i suoi fratelli e Bellissima di Luchino Visconti le cui foto sono presenti in mostra.

 

Rosario Assenza

Fotografo professionista, fratello di Giovanni che si specializza nelle fotografie di scena, ha un suo studio fotografico in via Ripetta 226 a Roma. Negli anni ’50 lavora presso lo studio di Vittorio Mazza. Sono in mostra sue foto di Guerra e pace di Mario Soldati e King Vidor, Il federale di Luciano Salce, Carosello napoletano di Ettore Giannini, Camicie rosse di Goffredo Alessandrini.

 

Francesco Alessi

Nasce a Messina nel 1920. Nel 1947, con Salvatore D’Urso, apre uno studio fotografico a Roma a Piazza di Spagna. Nel 1949 inizia a dedicarsi alla fotografia di scena, pur continuando a occuparsi dello studio. Nel 1953, con Gherardo Tizzi, fonda l’agenzia fotografica DIAL, in collaborazione con otto giornalisti tra i quali Lamberto Antonelli, Italo Dragosei ed Ettore Zocaro. Contemporaneamente attrezza uno studio per la realizzazione degli special. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 la DIAL si espande fino a contare circa una dozzina di dipendenti. Nel 1955 Alessi entra in società con Elda Luxardo, che si occupa prevalentemente di ritratti. Nei primi anni ’60 lo studio viene rinominato Nuova DIAL e trasferito a piazza Mignanelli 25, sempre a Roma. Nel 1965 si ha un’ulteriore trasformazione in DIAL Press Foto. In questo periodo l’agenzia si dedica maggiormente alla fotografia di scena, tanto che i giornalisti collaboratori si riducono a tre. Negli anni ’70, invece, Alessi dirada sempre di più la sua attività di fotografo di scena e nel 1975 abbandona il set per dedicarsi all’attività specializzata di sviluppo e stampa e all’organizzazione di festival. Il suo studio è rimasto aperto fino al 1999. Durante la sua carriera Alessi ha lavorato a circa 80 film. Sono presenti in mostra sue foto sui set de Il cammino della speranza di Pietro Germi, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, Peccato che sia una canaglia di Alessandro Blasetti e La carrozza d’oro di Jean Renoir.

 

G.B. (Giovanni Battista) Poletto

Nasce nel 1915. Apprende il mestiere frequentando il corso per fotografi del Ministero dell’Aeronautica, durante il servizio militare. In seguito lavora per l’Ala Littoria, svolgendo servizi di aerofotogrammetria, fino a quando, allo scoppio della guerra, viene richiamato in aeronautica, con l’incarico di fotografo di laboratorio. Terminata la guerra, intraprende il lavoro di fotoreporter e nel 1949 apre una propria agenzia denominandola “G.B. Poletto – agenzia Fotografica per la stampa”; in questo periodo realizza servizi per i più importanti periodici dell’epoca tra i quali “L’Europeo”. Nel 1949 Rossellini lo chiama sul set di Stromboli e l’anno dopo stipula un contratto con la Titanus di Goffredo Lombardo, grazie al quale diventa il fotografo di scena ufficiale di tutti i film della casa di produzione per tredici anni. Le sue foto di scena e fuori scena saranno conosciute in tutto il mondo; firma le foto dei film più importanti della cinematografia italiana. Con Visconti nasce un forte rapporto di collaborazione a partire da Rocco e i suoi fratelli. Particolarità di Poletto è quella di essere riuscito a fare accettare ai registi, spesso gelosi della propria inquadratura, fotografie scattate da un angolo diverso rispetto alla ripresa cinematografica. L’agenzia Poletto nella metà degli anni ’50 si trova in via della Mercede, 16 a Roma e conta 19 dipendenti tra i quali spicca Pierluigi Praturlon. Nel 1963 Poletto scioglie il contratto con la Titanus e continua in proprio la professione. Nel 1973, dopo Pane e cioccolata di Brusati, abbandona i set e apre un laboratorio per la stampa fotografica a colori attivo fino alla sua morte, avvenuta nel 1988. Tra i film ai quali ha lavorato: Stromboli di Roberto Rossellini, Poveri ma belli di Dino Risi, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo e Siamo donne ep. Anna Magnani di Luchino Visconti le cui foto sono presenti in mostra.

 

Nicola Arresto

Poche sono le notizie rintracciabili su Nicola Arresto. Attivo fin dalla fine degli anni ’50, ha lavorato con Alberto Lattuada per Il mafioso, con Federico Fellini per Le notti di Cabiria e con Mario Camerini per Suor Letizia. Sono in mostra le fotografie di Suor Letizia.

 

Franco Vitale - Italy News Photo

Formatosi alla scuola di Divo Cavicchioli e attivo come fotografo di scena fin dagli anni ’50, fonda l’agenzia Italy News Photo, specializzata in ritratti e avvenimenti connessi all’attualità cinematografica, servizi sul set o special. Negli anni ’60 , tra gli altri, lavora con Sergio Corbucci, per Totò Peppino e la dolce vita, con Vittorio Caprioli, per Leoni al sole, e con Mario Monicelli, per I compagni. Scomparso nel 2007, è stato uno dei fotografi preferiti da Dario Argento per le immagini dei suoi set, da Suspiria a Non ho sonno. Con il marchio Italy News Photo sono in mostra le immagini di Nella città l’inferno.

 

Bruno Bruni

Nasce a Roma nel 1932. Inizia a 16 anni il suo apprendistato come fotoreporter presso l’agenzia di Sandro Vespasiani. Nel 1951 viene assunto dal settimanale «L’Europeo», allora diretto da Arrigo Benedetti. Per qualche anno lavora presso l’agenzia di Franco Fedeli e nel 1954 inizia la sua frequentazione di set cinematografici, come collaboratore di Pierluigi Praturlon. Ha la possibilità di lavorare sul set di film di alcuni grandi registi come Vidor, Zinnemann, Dassin, Pasolini, Rossellini e Risi. Dal 1967 al 1969 collabora con l’agenzia Roma’s Press Photo di Sergio Spinelli e Velio Cioni, sia come fotografo di attualità che come fotografo di scena. Nel 1979, con Pietro Cagnazzo, apre l’agenzia BBC in via Muggia a Roma, dove lavora anche suo figlio Pierfrancesco. Viene considerato uno dei maggiori fotografi di scena italiani. Sono presenti in mostra sue foto sui set di L’arte di arrangiarsi e Il vigile di Luigi Zampa, La legge di Jules Dassin, Vanina Vanini di Roberto Rossellini, Accattone, Edipo re, Porcile di Pier Paolo Pasolini, A porte chiuse, La marcia su Roma, Il sorpasso, I mostri di Dino Risi e Il segreto di Santa Vittoria di Stanley Kramer.

 

Vittorio Mazza

Nasce a Taranto nel 1916 in una famiglia di fotografi. Nel 1926 si trasferisce a Roma insieme alla famiglia e, verso gli anni ’30, inizia a lavorare come stampatore presso il laboratorio di uno dei principali fotografi di scena italiani: Arnaldo Vaselli. Nel 1945, rientrato dalla guerra, viene assunto dalla Foto LIF di Aurelio De Laurentiis, padre del produttore Dino. Nel 1952 si mette in proprio aprendo l’agenzia Foto Film Color e si specializza nella foto di scena, lavorando per numerose produzioni cinematografiche di successo. Nella sua agenzia hanno iniziato la carriera alcuni fotografi poi diventati famosi, come Sergio Strizzi, i fratelli Assenza, Velio Cioni. All’inizio degli anni ’60 trasforma l’agenzia in un laboratorio di sviluppo e stampa sito in via Po a Roma. Sono in mostra sue foto sui set di Due soldi di speranza e Giulietta e Romeo di Renato Castellani, Le amiche di Michelangelo Antonioni, I soliti ignoti e Risate di gioia di Mario Monicelli.

 

Divo (Germano) Cavicchioli

Nato a Cecina nel 1924, si trasferisce a Roma nel dopoguerra, dove impara il mestiere grazie all’aiuto di un cugino fotografo. Agli inizi degli anni ’50 apre lo studio DGC in via Liguria, specializzandosi nell’attualità per il cinema e la stampa. Nel cinema, oltre a quella di fotografo di scena, svolge diverse attività: assistente del regista Pietro Germi nel film Il brigante di Tacca del lupo, aiuto regista in Permettete, signora, che ami vostra figlia di Gianluigi Polidoro, attore ne La congiuntura di Ettore Scola. A partire dal 1960 viene affiancato nel lavoro di laboratorio e, a volte, anche sul set, dal fratello Irio, che continua tuttora l’attività con il figlio di Divo, Paolo. Dopo Queimada, l’attività di Cavicchioli si dirada, fino al 1978 quando, appesa la macchina fotografica al chiodo, abbandona definitivamente l’Italia per stabilirsi a Cartagena (Colombia), dove gestisce un ristorante e apre il Club Divo. Muore nel 1997. Sono in mostra sue foto de Il ferroviere, L’uomo di paglia, Divorzio all’italiana e Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone, Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini.

 

 

16 dicembre 2008

La grafica del pensiero

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Un’immagine artistica del cervello

 

 

 

 

 

 

 

La rivista scientifica Neuron ha pubblicato negli Stati Uniti i risultati di un esperimento di alcuni ricercatori giapponesi sulla possibilità di registrare al computer l’attività del cervello umano e particolarmente le immagini elaborate durante l’attività cerebrale. La notizia si riferisce ad una ricerca condotta a Kyoto. Sono state trasformate in grafica le immagini percepite da una persona, computerizzandole in base alla corrispondente variazione del flusso sanguigno durante un tempo di 12 secondi. Ne sono state ricavate 400 immagini in bianco e nero, con una definizione di 10 x 10 pixel. In futuro si pensa di poter ottenere persino immagini dei sogni. Applicato all’arte, l’esperimento potrebbe dare risultati estetici interessanti sulla “visione” degli artisti nel momento della loro produzione. Si pensa anche ad altri campi, come la psichiatria. La lettura del pensiero sembra non essere più una conquista inarrivabile.

   
13 dicembre 2008
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