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09 09 2010 |
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Eva Mendes: Tv trash, ti odio Protagonista di Live! il film di Bill Guttentag che condanna senza mezzi termini «Con programmi come il Grande Fratello - dice Eva Mendes - Nel film programmato in Italia dal 6 marzo 2009 «Non sopporto - sottolinea l’attrice - che le persone perdano la propria dignità».
28 febbraio 2009
Giulia non esce la sera
La difficoltà, superiore rispetto alla media, di riconoscere nel film, dopo averlo visto, le sinossi per la stampa, depone tutta a favore del lavoro di Piccioni, regista sensibile (Fuori dal mondo, Luce dei miei occhi, La vita che vorrei) al valore morale dei contenuti e alle problematiche estetiche che agli stessi contenuti danno forma. Non facile da raccontare, per il forte rischio di banalizzazione referenziale, Giulia non esce la sera accumula temi e tende a cancellarne gli “svolgimenti”, in una ricerca progressiva di dettagli preconizzatori e insieme decostruttori di senso. Da questo lato, la “scrittura” del film si identifica con il carattere del protagonista, Guido (Mastandrea), scrittore proiettato dalla macchina editoriale verso la finale di un premio importante; scrittore che non sa come sia potuto diventare scrittore, marito e padre straniato, uomo/ragazzo in cerca di identità. Guido (si chiamava così anche il Guido/Mastroianni, regista in crisi nel felliniano 8 e 1/2 del 1963), mentre si prepara con scetticismo alla serata del premio, assistito/oppresso dalla sua editrice - Degli Esposti in forma smagliante -, continua a scrivere altre storie, frammenti di immaginazione disorientata, che si confrontano con il suo quotidiano sempre più complicato e disarticolato. Guido non è un romanziere, non gli riesce di esserlo - e questa è una delle chiavi di lettura del film, un contest letteratura-cinema aggiornato al presente non-dialettico quale oggi ci tocca vivere; dicono di lui che sia uno scrittore (salvo abbandonnarlo al suo destino quando si “dimentica” dell’appuntamento per un’importante intervista), ma a lui riesce difficile tradurre in parole le sorprese della propria vita. Una di queste sorprese è l’istruttrice di nuoto della figlia Costanza (Cardinali). Quando la ragazza, stanca della piscina, lascia il posto al padre, Giulia (Golino) e Guido entrano in uno strano rapporto, difficile e facile, fatale, irrinunciabile, disvelatore, fuor di ragione. Improvvisamente Giulia rivela a Guido la propria condizione di detenuta con permesso di lavoro. È una confessione che paradossalmente pone l’uomo di fronte alla sua solitudine, al dramma irrisolvibile della sua insoddisfatta esistenza. Guido non sa cosa scrivere e non sa cosa fare, non vuole più la moglie, non ha il coraggio di lasciarsi andare con Giulia. L’esito sarà drammatico, senza che però si scivoli nel romantico. Giulia capisce, ha una figlia che non vuole più vederla, non avrà l’uomo che avrebbe potuto salvarla. L’amarezza coraggiosa della sospensione lascia il film a mezz’aria, come nell’attesa capovolta di un futuro che non può venire. La fine della donna è fredda, l’uomo è dinanzi al seguito inutile della sua scrittura. Piccioni si avvale di un direttore della fotografia, Luca Bigazzi, bravo nel non lasciarsi coinvolgere emotivamente, mantenendo invece la giusta distanza dagli “oggetti” del film, come fotografasse il solo mondo possibile col solo occhio possibile, esterno, contemporaneo. Apprezzabile la prova dei due protagonisti, una Golino contenuta e “cosciente”, un Mastandrea che sa limitare al minimo le sue più risapute ironie per attingere con prudenza a rappresentazioni responsabili. Franco Pecori 27 febbraio 2009
I love shopping
Costo, valore, fiducia. Parametri che non fanno sognare. Specialmente chi lavora nel campo del giornalismo economico si arrovella nel tentativo “impossibile” di conquistare alla lettura un pubblico più vasto della ristretta cerchia di addetti ai lavori. Ciò che manca è il contatto con le larghe fascie di consumatori, che costituiscono il vero motore dell’economia. La problematica non interessa minimamente Becky Bloomwood (Fisher), giovane sognatrice, il perimetro della cui fantasia è segnato dalle dinamiche “private” dello shopping, che agiscono nel suo intimo con l’onnipotenza di una divinità esclusiva. Rebecca, nel suo elementare esercizio fantastico, pensa che un giorno le riuscirà di trovare lavoro presso Alette la sua rivista di moda preferita: lo considera il traguardo della vita, lei ragazza americana semplice dalle origini molto semplici. Il destino vorrà collocarla proprio laddove non avrebbe mai pensato di potersi trovare, nella redazione della rivista di economia, edita, guarda caso, dallo stesso editore del periodico di moda che tanto fa sognare Becky. Nella favola moderna, il caso vuole che i due mondi “antitetici” si tocchino, in un gioco simpatico di scambio di linguaggi che coinvolge inevitabilmente anche la Tv, dove tutto prima o poi deve passare. Interessata soprattutto a risolvere il problema pratico delle sue carte di credito in rosso stabile, la ragazza si troverà ad indossare letteralmente i panni di un paradosso del vivere tipico dei nostri giorni, riferimento obbligatorio verso modelli di comportamento consequenziali alla macchina dello sviluppo. Come dire: laddove vi sia una fermata del bus, troverete una Becky intenta a divorare uno dei cinque bestseller di Sophie Kinsella (pseudonimo della scrittrice londinese Madeleine Wickham), I love shopping, I love shopping a New York, I love shopping in bianco, I love shopping con mia sorella. Il primo (da cui il film dell’australiano Hogan) risale a 8 anni fa. Da allora, il racconto della compulsione all’acquisto ha affascinato 15 milioni di lettori (pensiamo lettrici) in tutto il mondo, dagli Usa all’Europa, dalla Turchia alla Cina, al Giappone, all’Indonesia. Se un giorno Kinsella dovesse avere un soprassalto di responsabilità per lo shopping mancato in Iraq, sarà il caso di non colpevolizzarla. In fondo, abbiamo passato anche grazie a lei un centinaio di minuti in allegria al cinema. Ciò non è male, pur nella debita proporzione al ribasso artistico, che ci imprigiona al solo pensiero di quel Diavolo che una volta vestì Prada. Franco Pecori
27 febbraio 2009
L’onda
Come nasce una dittatura? Ne può nascere un’altra in Germania? Settimana a tema in un liceo tedesco. Il professor Rainer Wenger (Vogel) avrebbe scelto di parlare ai ragazzi di anarchia, ma gli tocca di spiegare l’autarchia. Si immedesimerà nel ruolo. La lezione si trasformerà in azione e finirà nel dramma. L’inizio è corretto e promettente, anche se dichiaratamente didascalico. Uno degli studenti dice: «Quello che manca alla nostra generazione è qualcosa che crei coesione, un obbiettivo comune». Quindi la classe ascolta e impara: presupposto per un sistema autocratico? Un’ideologia e un comandante. Chi? Ai voti: Wenger. Ora il capo è lui: «Quali condizioni sociali favoriscono la nascita di una dittatura?». Sembra che i ragazzi lo sappiano: disoccupazione e ingiustizia sociale, inflazione, delusione politica, spirito nazionalistico. Dritti alla mèta: il potere attraverso la disciplina, l’unità, l’uniformità: una camicia bianca, per esempio, il nome (L’Onda), il gesto (un saluto col braccio sul petto), l’azione (gli adesivi del logo sparsi per tutta la città). Di passo in passo, l’esperimento si allarga oltre i confini della scuola. I ragazzi sono altrettanti esempi, diversi e tuttavia omogenei, di una trasformazione che ha quasi l’aria di essere naturale. Il gruppo si rafforza, diventa esclusivo e tracotante finché la situazione appare a Wenger matura per il colpo di scena finale, pedagogico. L’insegnante ha assegnato agli studenti il compito di scrivere che cosa abbiano imparato da quell’esperienza. Risposte chiare: «L’Onda ci ha reso tutti uguali, apparteniamo tutti allo stesso gruppo, L’Onda ci ha dato uno scopo, degli ideali per i quali vale la pena lottare». Wenger riunisce tutte le camicie bianche in un’aula più grande e fa il discorso “finale”: «Il progetto non deve finire qui. La Germania sta andando di male in peggio, noi siamo i falliti della globalizzazione e i politici vogliono farci credere che una maggiore efficienza ci aiuterà ad uscire dalla crisi. Ma i politici sono i burattini dell’economia, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. L’unica grande minaccia è il terrorismo, un terrorismo che noi stessi abbiamo alimentato attraverso le ingiustizie che facciamo finta di non vedere. Uniti possiamo fare tutto. L’Onda travolgerà l’intera Germania». Applauso. Se qualcuno non ci sta, sarà escluso e massacrato come un traditore. I ragazzi sembrano cadere nella trappola della finzione. Perciò è il momento di far valere la lezione, mostrandone il risvolto, il pericolo: «Vi avevo chiesto - dice Wenger - se in Germania fosse possibile un’altra dittatura. Ci siamo ritenuti migliori di tutti gli altri e abbiamo escluso dal gruppo chi non la pensava come noi. Mi scuso con tutti voi, siamo andati oltre, io sono andato oltre. Deve finire qui». Già, ma non è facile. Qualcuno può essere rimasto intrappolato. Il finale drammatico, sebbene scontato, non va rivelato. Ma una certa schematicità psicologica può aiutare a focalizzare l’importanza del film sul problema scolastico, non solo del rapporto generale scuola-società, ma delle attitudini necessarie al singolo insegnante per sostenere il difficilissimo ruolo di educatore. Mentre la lezione sull’autocrazia può apparire persino ovvia, ridotta com’è a slogan buoni più per la comunicazione di massa che per la scuola, non altrettanto ovvio pare il tema della preparazione pedagocica di chi è chiamato a controllare le trasformazioni dei valori, dei comportamenti, dei linguaggi. In un certo senso, il lavoro del giovane Gansel (Hannover, 1973), facile per i ragazzi, finisce per risultare difficile per i loro insegnanti, il che non è necessariamente un male. Nelle maglie di uno stile che tende al translucido, si può trovare qualche segno utile di complessità. Bravissimi i giovani interpreti e Vogel, così vero da sembrare finto. Franco Pecori
27 febbraio 2009
Il mai nato
Brava e sexy quanto basta, la ragazza è mutevole nella pupilla. Dopo accertamenti medici, si convince che il problema non attiene a cose terrene. Tra un “sogno o son desto” e un “essere o non essere”, Casey (Yustman) entra nella diperazione, invano confortata dall’amica Romy (Good). Un’entità “esterna” sta tentando di impossessarsi di lei, nata gemella di un bambino mai nato perché già morto nell’utero della madre. Cerca e ricerca, tra un incubo e l’altro, si arriva perfino all’Olocausto per scoprire che un demonio chiamato Dybbuk sta tentando da molto tempo di aprirsi una via verso la vita. Il “mai nato” sembra che stia per riuscire nel proprio intento con Casey. A questo punto, l’horror/thriller si fa serio, cioè pretende di uscire dalla rigida convenzione del genere per entrare nella vita (spirituale) dello spettatore. Il regista si mostra avvertito del problema culturale/religioso e, ben immaginando l’impreparazione di quanti siedono in sala, fornisce loro i necessari riferimenti, che sono un misterioso tomo in ebraico e la relativa traduzione in inglese, giacché non tutti sono tenuti ad essere ebrei religiosi strettamente osservanti. In sostanza, si tratterà di mettere in atto un esorcismo. Niente di nuovo, direte. Invece, la novità è nella lingua, l’antico ebraico. Ad ogni buon conto, Goyer chiede aiuto ad Oldman e lo veste da rabbino per un’ultima sequenza spaccatutto. Il regista, il quale ha conosciuto anche Batman (Il cavaliere oscuro) sia pure di sfuggita, cade nel peggior equivoco che possa riguardare il genere, perseguendo una verosimiglianza al di là del codice. Ha pure dichiarato di aver «sempre trovato inquietanti i gemelli». Problema suo. Franco Pecori 27 febbraio 2009
Iago
Tutto cominciò, forse, nei primi anni Settanta, quando al Magistero di Roma il neonato insegnamento di Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di Massa prosperava con indegni “esami di gruppo”, pretesi e ottenuti da studenti di Architettura, trasmigrati con tracotanza alla ricerca dell’immeritato Trenta. L’architettura non c’entrava, come non c’entra in questo Shakespeare analfabetico revitalizzato allo spry per un carnevale studentesco di maniera, che strizza l’occhio alle zie rimbambite del Canal Grande - non ve ne sono più, meglio cercarle a Roma. Còlti nella perdurante digestione dell’Opera Prima di De Biasi (Come tu mi vuoi, 2007), restiamo basiti dalla sfrontatezza della vendita “culturale” verso un pubblico scopertamente indifeso: Iago, Desdemona, Otello, Cassio strappati alla vita eterna dell’arte teatrale e gettati nel cassonetto della raccolta indifferenziata televisiva, per il gusto di una dimostrazione non necessaria, non richiesta. C’è un equivoco nell’aria: in troppi credono di conoscere i giovani d’oggi. Li costruiscono credendo di “copiarli”, invece non copiano che se stessi, le proprie miserie. Iago studente di Architettura a Venezia? E che vuol dire? Non si capisce perché mai Vaporidis non si sia tolto la maschera da Vaporidis prima di andare sul set. Desdemona figlia del rettore un po’ “stronza”? Ma perché si veste da Chiatti e continua a portarsi dietro i residui della prima lezione di dizione, del tipo: «Non vedo l’ora di cominZare»? Il rettore è Lavia, ha l’aria di saperla lunga sull’influenza della politica. Meno male che Iago è un giovane che non dorme da piedi. Franco Pecori 27 febbraio 2009
Pesaro, Retrospettiva Israele
Nuovo Cinema Israeliano La 45esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema ( Pesaro, 21-29 giugno 2009), in collaborazione con l’Israel Film Fund, dedicherà la sua ampia retrospettiva al cinema israeliano “di tendenza” del nuovo millennio, caratterizzato da un alto indice di indipendenza culturale e creativa e da uno spirito critico legato alle questioni socio-politiche del paese.Recentemente il cinema israeliano ha avuto un crescente riscontro nell’ambito dei festival internazionali, con frequenti e prestigiosi riconoscimenti. Film come “Or” di Keren Yedaya (Premio Camera d’Or a Cannes) e “To Take a Wife” di Ronit e Shlomi Elkabetz (Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia), “Free Zone” di Amos Gitai (Premio per Concorso Pesaro Nuovo Cinema-Premio Lino Miccichè Continua, dopo il successo degli scorsi anni, la sezione a concorso (premio di seimila Euro) che offrirà una selezione di film provenienti dai punti caldi della produzione cinematografica mondiale sempre all’insegna del Nuovo Cinema. Otto proiezioni serali in anteprima a “cielo aperto” nella piazza principale di Pesaro, all’insegna del connubio tra la qualità, secondo la tradizione pesarese, e la capacità di rivolgersi ad un vasto pubblico che sarà chiamato a premiare il miglior film della Piazza. 23° Evento Speciale: Alberto Lattuada Il 23° Evento Speciale dedicato al cinema italiano, organizzato con Bande à part Ogni film un universo a sé, à part. Per scoprire e riscoprire autori che instancabilmente sperimentano, reinventano, giocano e combattono attraverso il cinema. Un omaggio al piacere e allo stupore della scoperta e alla voglia di perdersi in immagini costruite o rubate. Paolo Gioli L’attenzione per il cinema italiano proseguirà in questa edizione con la proiezione di tutti i film inediti di Paolo Gioli, nonché una selezione dei più importanti lavori realizzati dal fotografo e filmmaker italiano dal Nuove proposte video - Dopofestival – Premio “Attimo fuggente” Cinque serate, around midnight, all’interno di Palazzo Gradari, con artisti che filmano il reale, altri che realizzano video grazie a forme non canoniche di produzione; network che si occupano di distribuzioni alternative e la mattina al Teatro Sperimentale produzioni di autori delle Marche con i lavori degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino, del LEMS (Laboratorio Musica Elettronica del Conservatorio G. Rossini di Pesaro) e il concorso “L’attimo fuggente” riservato agli studenti di tutte le scuole (dalle elementari all’università) della Regione Marche, chiamati a realizzare un cortometraggio della durata massima di 3 minuti. Premio Amnesty 2009 Istituito nel 2007, il Premio Amnesty Italia 2009 – Cinema e Diritti Umani segnalerà anche quest’anno il film che meglio avrà saputo coniugare i molteplici temi relativi ai diritti umani. A sceglierlo (tra i titoli presentati nelle sezioni Pesaro Nuovo Cinema, Bande à Part, Il Cinema israeliano contemporaneo) sarà una giuria apposita, presieduta lo scorso anno da Roberto Citran, composta da Giovanni Albanese, Riccardo Noury, Angelo Pasquini e Amanda Sandrelli. Pesaro a Roma All’interno della manifestazione “I grandi festival” nell’arena di Piazza Vittorio a Roma, per il sesto anno consecutivo si terrà “Pesaro a Roma” (prima settimana di luglio 2009) dove verrà presentata una selezione esaustiva delle varie sezioni del Festival. In collaborazione con AGIS e ANEC verranno organizzati alcuni eventi speciali con i registi e gli attori dei film. _________________________________________________ 22 febbraio 2009
Sanremo 2009, Marco Carta
Teatro Ariston 17-21 febbraio 2009
LA GARA
21 febbraio 2009
The Reader - A voce alta
Imparare a leggere. Germania, anni Cinquanta. Michael (Kross), il giovane studente che, a letto prima o dopo l’amore, legge ad alta voce Omero (Odissea), Mark Twain (Le avventure di Huckleberry Finn) e Cechov (La signora con il cagnolino) alla donna più grande il doppio di lui è convinto di farlo per un esercizio estetico e si compiace dell’intima fusione di piacere trasgressivo e culturale, fuori dalla scuola e lontano dai genitori. L’incontro con Hanna (Winslet) è stato casuale e fulmineo, per un malessere del ragazzo proprio sul portone di casa di lei. La donna lo ha soccorso amorevolmente come una madre, poi il rapido sviluppo di un’intesa irresistibile. E quella richiesta quasi provocatoria della lettura: «Preferisco che sia tu a leggere». Può sembrare la rappresentazione di un sogno erotico adolescenziale, tanto che improvvisamente Hanna scompare, come per un invito a Michael a tornare alla realtà. Senonché il ragazzo, passato all’università e seguendo per un seminario le fasi di un processo sui crimini del nazismo, ritrova proprio Hanna tra gli imputati, lei che da ex capò, si rese responsabile della morte di trecento donne. Michael rimane sconvolto. Hanna viene condannata all’ergastolo. La rivedrà dopo 20 anni, all’uscita dal carcere, in tempo per venire a sapere che, analfabeta, ha da lui imparato a leggere. L’Anno Zero della Germania sembra non finire mai. Il bestseller di Bernhard Schlink, A voce alta (1998), da cui il film, è stato tradotto in 40 lingue. La ferita dell’Olocausto sanguina ancora coinvolgendo il rapporto tra generazioni ormai lontane. L’inglese Daldry (Billy Elliot, 2000, e The Hours, 2003) rischia, trasferendo il romanzo al cinema, di lasciar prevalere la componente romantica su quella della riflessione politica. Ma la sua esplicita tendenza a muoversi sul filo del sentimentale/intellettuale, già espressa con successo specialmente nel 2003, lo salva dall’estetismo e, insieme, dalla riduzione del racconto a film per dibattito. Merito inscindibile dalla bravura della Winslet e di Fiennes, capaci di trattenere nei propri “corpi” il mistero, prolungato nel tempo, di una proiezione interna, necessaria, del destino dei singoli nella durata dell’esperienza. Non per niente The Hours ha fruttato l’Oscar alla Kidman (parte di un terzetto delle meraviglie, con Julianne Moore e Meryl Streep). E questa Winslet pare anche più convincente che non nella scontata e un po’ compiaciuta “lettura” degli anni Cinquanta in Revolutionary Road (con Di Caprio). Franco Pecori 20 febbraio 2009
Underworld: La ribellione dei Lycans
Aristocratico e crudele, il vampiro Viktor (Nighy), assegnato all’immortalità da una tradizione che non sopporta la decadenza del male, è condannato a lottare contro l’altra genìa, dei licantropi imbestialiti nella loro subcondizione. Lo scenario è medievale, di un medioevo cupo e “sotterraneo”, in cui le manifestazioni relative ai “superpoteri” stridono con le oppressive limitazioni culturali. Lo scontro tra vampiri e lupi ha l’aria di voler essere archetipo oltre che atavico. È un mondo dal quale sembrerebbe impossibile uscire. Interviene però un fattore “romantico”, che stravolge i piani della storia e lascia che dal buio scaturisca l’energia di un amore, capace anche di trasmettere il senso di un riscatto “sociale”. La scintilla è tra la figlia di Viktor, Sonja (Mitra), e il licantropo Lucian (Sheen), maniscalco “a corte”. Lei, la figlia prediletta, diviene per il padre la vittima da sacrificare dopo l’irrimediabile tradimento; lui, per salvare Sonja dalle grinfie di Viktor, riesce a coinvolgere l’intera schiera di lupi schiavizzati e tutta la popolazione di licantropi scorrazzanti nei boschi: se lo seguiranno potranno uscire dalla misera esistenza e ritrovare l’umanità sottratta loro dal malefico vampiro. Lucian ha dalla sua il nuovo potere venutogli dalla propria nascita “impura” (da una licantropa prigioniera), di prendere a piacimento forma umana o di lupo. Indeciso tra la storia romantica d’un amore segreto e l’azione epica di una corsa verso il trionfo della luce e della libertà, il film chiarisce comunque una tendenza di fondo, del procedere dei destini verso una fatale liberazione dell’umanità. Restano oscure le ragioni dei due modelli messi a fronte nella guerra feroce: il vampiro e il lupo. Ma questa è materia di studi superiori. Lo spettacolo, meno ingenuo dei precedenti due film della saga (Underworld, 2004, e Underworld evolution, 2006), pur nell’accentuazione di forme immaginifiche attinenti all’ibrido, riesce a trasmettere il senso di uno spietato e fatale dolore (Viktor, vittima di se stesso) e di un recupero del sentimento nel passaggio fluido bestialità/umanità. Gli effetti digitali, questa volta, aiutano. Franco Pecori 20 febbraio 2009
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