Siam pronti alla morte, Italia chiamò!
Goffredo Mameli Paolo Rossi
Dicono. A volte cantano. Dicono la verità. La cantano, a volte. Per esempio, a conclusione del congresso costituente il partito Popolo della Libertà, il 29 marzo a Roma. Libertà, verità. I maggiori esponenti hanno chiuso i lavori cantando in gruppo l’Inno di Mameli. Quasi tutti con convinzione. Uno soltanto, al momento di ripetere Siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, Italia chiamò, ha corretto il senso di quel coro con un gesto della mano che ha dato spazio ad interpretazioni maligne. Come dire: Pronti a morire? Fino a un certo punto. Bisogna tuttavia tener presente che l’autore del gesto era sorridente, il che deve far pensare ad uno stato d’animo sereno, ad un’intenzione spiritosa, se non proprio burlesca. Una cosa è sicura. Il nuovo fervore per l’Inno di Mameli risale ai mondiali di calcio vinti dalla nazionale italiana in Spagna nel 1982. «Forza Italia!», gridarono pieni di orgoglio i tifosi. E cantarono l’Inno di Mameli che non si cantava da tempo immemorabile. Nel 1994 quel trionfo non era dimenticato. Nacque perfino un nuovo partito politico, che si chiamò Forza Italia. Il successo fu immediato e crescente, tanto che ora, a distanza di 15 anni, il leader di quel partito e di quest’ultimo formatosi come conseguenza del primo dice di parlare a nome degli Italiani, della maggioranza che lo ha votato. Dunque gli italiani, la maggioranza, sono coinvolti in quel gesto: Morire per l’Italia? Mica tanto. E non c’è poi tanto di strano: si sa come sono, in maggioranza, gli italiani. Quel gesto, in fondo, ha detto la verità. Verità, libertà. Oppure il leader, l’autore del gesto, forzando un po’ la mano, avrà parlato, per una volta, solo per se stesso, distinguendosi dalla maggioranza degli italiani. Ma forse voleva semplicemente scherzare e dire: «Stiamo cantando mica tanto bene, giocava meglio la Nazionale di Cabrini, Rossi e Conti».
Franco Pecori
29 marzo 2009
Africa Asia America Latina 09

Un appuntamento ormai storico per gli appassionati del cinema del sud del mondo,
l’unico festival in Italia interamente dedicato alla conoscenza della cinematografia,
delle realtà e delle culture dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.
Oltre 50 nazioni rappresentate, circa 80 tra film e video proiettati.
Il programma prevede le ormai consuete 2 sezioni competitive - Concorsi Finestre sul mondo - aperte ai lungometraggi di fiction e ai documentari di Africa, Asia e America Latina e tre concorsi riservati esclusivamente all’Africa: Concorso per il Miglior Film Africano e i Concorsi per i Migliori Cortometraggi di Fiction e Documentari.
Film selezionati
(* premiati)
Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo
Adela di Adolfo Alix Junior, Filippine, 2008, 90’
Eid Milad Laila di Rashid Masharawi, Palestina / Tunisia / Olanda – 2008, 70’
La extranjera di Fernando Diaz, Argentina, 2008, 96’
* Jermal di Ravi L. Bharwani e Rayya Makarim, Indonesia / Olanda / Germania / Svizzera – 2008, 90’
Jerusalema di Ralph Ziman, Sudafrica, 2008, 120’
Leonera di Pablo Trapero, Argentina, 2008, 113’
Loose Rope di Mehrshad Karkhani, Iran, 2008, 82’
Mascarades di Lyes Salem, Algeria / Francia, 2008, 92’
El viaje de Teo di Walter Doehner, Messico, 2008, 92’
Concorso Documentari Finestre sul Mondo
Une affaire de nègres di Osvalde Lewat, Camerun, 2008, 90’
Behind the Rainbow di Jihan El Tahri, Sudafrica / Egitto, 2008, 124’
Corazón de fabrica di Ernesto Ardito e Virna Molina, Argentina, 2008, 129’
La danse de l’enchanteresse di Adoor Gopalakrishnan e Brigitte Chataignier, India / Francia, 2008, 75’
The Glass House di Hamid Rahmanian e Melissa Hibbard, Iran / Usa, 2008, 92’
* Nos lieux interdits di Leïla Kilani, Marocco / Francia, 2008, 108’
Oso blanco di Christian Suau e Ramiro Millan, Porto Rico, 2008, 82’
To See If I’m Smiling di Tamar Yarom, Israele, 2007, 60’
Concorso per il Miglior Film Africano
L’absence di Mama Keïta, Senegal / Francia, 2009, 84’
Jerusalema di Ralph Ziman, Sudafrica, 2008, 120’
Khamsa di Karim Dridi, Francia / Tunisia, 2008, 110’
Mascarades di Lyes Salem, Algeria / Francia, 2008, 92’
* Nothing but the Truth di John Kani, Sudafrica, 2008, 81’
Sexe, gombo et beurre salé di Mahamat Saleh Haroun, Ciad / Francia, 2008, 81’
Triomf di Michael Raeburn, Sudafrica / Francia, 2008, 118’
Un si beau voyage di Khaled Ghorbal, Tunisia / Francia, 2008, 137’
Concorso cortometraggi africani
Ahyanan di Mahmood Soliman, Egitto, 2008, 15’
Asylum di Rumbi Katedza, Zimbabwe / UK, 2008, 5’
Le café des pêcheurs di Al Hadi Ulad Mohand, Marocco, 2008, 23’
Goulili di Sabrina Draoui, Algeria / Francia, 2008, 17’
Mergoz, rencontre de trois types di Fehd Chabbi, Tunisia, 2008, 3’
Ils se sont tus di Khaled Lakhdar Benaissa, Algeria, 2008, 18’
Le projet di Mohamed Ali Nahdi, Tunisia, 2008, 26’
La résidence Ylang Ylang di Hachimiya Ahamada, Unione delle Comore / Francia, 2008, 20’
Rouzblézonnver di Wassim Sookia, Isole Mauritius, 2008, 28’
La traversée di Nadia Touijer, Tunisia, 2008, 15’
* Waramutsého! di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, Camerun / Francia, 2009, 21’
Concorso Documentari e Non Fiction Africani
Hadjira, Mehrezia, Latifa, femmes musulmanes en Occident di Mohamed Soudani, Algeria/Svizzera, 2008, 54’
Lullaby di Natalie Haziza, Israele /Sudafrica, 2008, 49’
Maam Koumba di Alioune Ndiaye, Senegal / Francia, 2008, 26’
Mère-Bi di Ousmane William MBaye, Senegal, 54’
Le monologue de la muette di Khady Silla e Charlie Van Damme, Senegal / Francia / Belgio, 2008, 45’
Notre pain capital di Sani Elhadj Magori, Niger / Francia, 2008, 13’
Of Flesh and Blood di Azza Shaaban, Egitto, 2009, 27’
* Le tableau di Brahim Fritah, Marocco / Francia, 2008, 45’
Fuoriconcorso
Enjoy Poverty di Renzo Martens, Belgio/Congo, 2008, 90’
Katakhali: un chemin de vie di Christiane Ballan Francia/India, 2008, 60’
Yodok Stories di Andrzej Fidyk, Polonia / Norvegia / Corea del Sud, 2008, 75’
Youssou N’Dour: I Bring What I Love di Elizabeth Chai Vasarhelyi, Usa / Senegal, 2008, 102’
Extr’A
Akiongea_He’s Talking di Piero Pezzoni, Italia / Kenya, 2008, 34’
Una giornata particolare di Tiziana Manfredi e Giuditta Nelli, Italia / Senegal, 2008, 20’
Manga Kissa di Titta Cosetta Raccagni, Italia / Giappone, 2009, 20’
Parafernalia di Massimo Coppola e Giovanni Giommi, Italia/Brasile, 2008, 75’
L’uomo che cerca parole di Mario Ghiretti e Gigi Dall’Aglio, Italia, 2008, 93’
Via Anelli, la chiusura del ghetto di Marco Segato, Italia, 2008, 68’
Sezione Retrospettiva: Omaggio a Darezhan Omirbayev
Kaïrat, Kazakistan, 1991, 72’
Cardiogramma, Kazakistan, 1995, 75’
Tueur à gages, Kazakistan / Francia, 1998, 80’
Jol, Kazakistan / Francia / Giappone, 2001, 85’
Shouga, Kazakistan / Francia, 2007, 88’
Sezione Tematica: Al Jazeera – L’occhio arabo sul mondo
Al Arab Al Masihiyun (Arabi Cristiani), Qatar, 45’
Asmaa, Araa, Atakallam: Fi ain Al asifa (Sento, vedo, parlo: nell’occhio del ciclone), programma televisivo di Majed Abdel Hedi, Qatar, 47’
Al Ijtiyah (L’invasione): Episodi 27 e 29, sceneggiato di Shawqi Al Majeri, Giordania, 2008, 45’ + 45’
Islam in America: “Islamic stars and stripes” (Islam in America: “Islam a stelle e strisce”), programma televisivo di Rageh Omaar, Qatar, 45’
Al Ittijah al Moakis (La direzione opposta: “Obama e gli effetti sulle questioni arabe”), talk show di Faisal Al Kasim, Qatar, 2008, 50’
Al Ittijah al Moakis (La direzione opposta: “Lo scontro di civiltà”), talk show di Faisal Al Kasim, Qatar, 2006, 50’
Min Washington (Da Washington), programma televisivo, Qatar, 2008, 45’
Sami Al Hajj, Assagin 345 (Il detenuto 345), documentario di Abdullah El-Binni, Qatar, 2006, 51’
Sirri Lil Ghaya: “Muthalleth Al Gathab” (Top Secret: “Il Triangolo della Rabbia”), programma televisivo di Yusri Fuda, Qatar, 2006, 50’
Tahta Al Mijhar: “Bilad Ma Bayna Al Harbayn” (Al microscopio: “Il Paese tra le due guerre”), episodio di Montaser Marai, Qatar, 2007, 46’
Witness: “Gaza Fixer” (Testimoni: “Gaza Fixer”), programma televisivo di Rageh Omaar, episodio di George Azar, Qatar, 2007, 23’
Yahud Arab… Aswat Ghaier Masmua (Ebrei arabi… voci non ascoltate), documentario di Sobhi Darbashi, Qatar, 2006, 45’
Yohka anna… “Kalaa Makhuna” (C’era una volta… La Fortezza Makhuna), episodio di Asaad Taha, Qatar, 2003, 55’
28 marzo 2009
Fortapàsc
Fortapàsc
Marco Risi, 2008
Fotografia Marco Onorato
Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Gianfranco Gallo, Antonio Buonomo., Ennio Fantastichini,, Duccio Camerini, Renato Carpentieri, Gianfelice Imparato, Daniele Pecci, Ivano Marescotti, Roberto Calabrese, Maria Lauria, Marcello Mazzarella, Tony Laudadio, Raffaele Vassallo, Ettore Massa.
I mostri del nostro tempo sono tutt’altro che comici. Fanno paura. Se provi a raccontarli rischi la vita. E guai se pretendi, da giornalista, di non fare semplicemente l’”impiegato”, aspettando che le notizie arrivino da sole in redazione. Se ti muovi, se sei curioso e vai sul campo, è facile che trovi delle sorprese, brutte il più delle volte. Toccò così, a metà degli anni Ottanta (orribile decennio le cui tracce indecenti continuano a segnare il tempo attuale), a Giancarlo Siani, ucciso dai camorristi mentre da “abusivo” stava per passare “praticante” al Mattino di Napoli. Aveva 26 anni, amava - come si dice - la vita e non ebbe paura del proprio mestiere. Marco Risi, autore di film di impegno civile (Soldati, 365 all’alba, Mery per sempre, Ragazzi fuori, Il muro di gomma), torna dopo una pausa nella commedia (L’ultimo Capodanno, Tre mogli) a zoomare sulla realtà italiana, raccontando le intrusioni della malavita organizzata al Sud, nel post-terremoto del 1980, in Campania e in Basilicata. Il titolo stesso del suo ultimo lavoro dice che si tratta di qualcosa di più del racconto della fine drammatica di un giornalista. È che certe condizioni di malavita sociale e politica implicano uno sguardo allargato e sono attive: viviamo tuttora, dice il film, assediati da quanti pretendono di imporci le loro regole criminali. Libero De Rienzo (La vita degli angeli, Santa Maradona, A/R andata+ritorno, Milano Palermo - Il ritorno) interpreta con convincente immedesimazione il ruolo di Siani, agevolato dalla capacità di Risi di far vivere attorno al protagonista una verosimiglianza complessiva, d’ambiente e di personaggi, il che non è poco in un film di denuncia. Il fatto che l’accaduto di più di due decenni fa sia ancora rapportabile al presente (il precariato, per esempio, con i suoi pesanti condizionamenti che non riguardano soltanto il lavoro in sé) non toglie al film (sceneggiatura di Jim Carrington, Andrea Purgatori e dello stesso regista) il suo valore anche “soggettivo”. In altri termini, la tipicità non prevale sul realismo interno, l’opera si tiene in sé. Lo si capisce fin dalla prima sequenza. Siani in macchina sta tornando a casa. La radio trasmette una canzone di Vasco Rossi. Voce fuori campo di Giancarlo: «Certo, se avessi saputo che tra cinque minuti mi avrebbero ammazzato, forse non avrei ascoltato quella canzone». È un invito esplicito a stare attenti, a seguire il racconto mantenendo una distanza dall’emozione. Sappiamo già da quale fine è atteso il protagonista. Poi i camorristi entrano in scena con una “naturalezza” impressionante, che ci sorprende, abituati come siamo alle caratterizzazioni quasi sempre ridicole. Non meno incisiva la figura di Sasa (Mahieux), il caporedattore, l’altra faccia della medaglia. La lingua con cui si parla è il dialetto vero, il tono è autentico, i tempi (montaggio di Clelio Benevento) non sono stressati come si fa nel cinema dello pseudorealismo spettacolare. La “normalità” del crimine è espressa nel particolare quotidiano: «Napoli in vantaggio!», urla il radiocronista al gol di Maradona mentre per i vicoli di Torre Annunziata si svolge un’altra partita, una feroce carneficina. La metafora (e non è la sola) non si chiude, appena accennata si scioglie nell’ambiente e nella storia come una delle canzoni che contrappuntano la narrazione. Ad ogni sequenza l’azione non “monta”, il film resta freddo, dobbiamo seguire la ragione dei fatti. Senza didascalie, però. Vale di più il sorriso col quale Giancarlo accoglie la morte, in un finale provocatoriamente “dolce”. Con un fondo di amaro.
Franco Pecori
27 marzo 2009
Two Lovers
Two Lovers
James Gray, 2008
Fotografia Joaquin Baca-Asay
Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, John Ortiz, Moni Moshonov.
Incline al suicidio, timido e rude, fragile e ingombrante, sensibile e inespressivo, Leonard (Phoenix) abita con i genitori a Brighton Beach (Brooklyn, New York). Reuben, il padre (Moshonov), sta per accettare la fusione della sua piccola azienda con quella del padre di Sandra (Shaw). La ragazza è innamorata di Leonard e sarebbe l’ideale per lui. Così la vedono Reuben e sua moglie Ruth (Rossellini). Ma nella vita, chiusa e quasi segreta, di Leonard (se potesse, invece di aiutare il padre, farebbe il fotografo), irrompe la bionda e “mobile” Michelle (Paltrow), tormentata dalla relazione con un uomo sposato. Leonard la incontra per caso, in un momento critico per lei. Poi la potrà vedere dalla finestra giacché Michelle abita proprio di fronte, nella casa che l’amante paga per i loro incontri. L’attrazione per la bionda fa crescere in Leonard il dubbio sulla consistenza del possibile amore con Sandra. Un matrimonio tranquillo contro una vera passione. Si va verso una sorta di thriller romantico, in un miscuglio ben dosato di atmosfere indecise, semicupe (non solo fotograficamente) e tagliate con realismo “primitivo”, e improvvise aperture sentimentali (fino alle lacrime), che guidano l’emotività dello sguardo in un labirinto interiore difficile da decifrare. Il quarantenne Gray (Leone d’Argento a Venezia 1994 col suo primo film, Il quarto comandamento - Little Odessa e poi frequentatore assiduo di Cannes, The yards, 2000 - distribuito in dvd nel 2002, I padroni della notte - We Own The Night, 2007, Two Lovers, 2008) fa un lavoro specifico sui corpi degli attori e specialmente di Phoenix, protagonista assoluto eppure “in ombra”, immerso in un’inquietante discrezione, come avesse nello stomaco una bomba innescata, pronta a deflagare. Anni diversi e sovrapposti di gioventù bruciate, di selvaggi rimasti a piedi (senza moto), di picnic andati a male, di ultimi respiri futuri e già passati, fanno un falò compresso che si spegne insieme alla luce del quadro quando si riaccende la luce in sala.
Franco Pecori
27 marzo 2009
I mostri oggi
I mostri oggi
Enrico Oldoini, 2009
Fotografia Federico Masiero
Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli, Giorgio Panariello, Claudio Bisio, Angela Finocchiaro, Carlo Buccirosso, Pilar Abella, Massimo Andrei, Susy Laude, Mauro Meconi, Sergio Forconi, Luca Mrrione, Corinne Piccinnu, Pietro Fornaciari, Emanuela Aureli, Rocco Giusti, Moris Verdiai, Valeria De Franciscis, Tushar, Neri Marcorè, Ciara Gensini, Veronica Corsi, Cristel Checca, Beatrice Aiello, Elena Cantarone, Valerio Petrilli, Elisa Marchesani, Maria Teresa Di Bari, Claudio Bisio, Rodolfo Castagna, Anna Foglietta, Rosalia Porcaro, Enzo Cannavale, Paola Lavini, Vincenzo Polidoro, Rino Diana, Beatrice Orlandini, Ugo Conti, Renato Converso, Luciano Manzalini, Andrea Giuliano, Antonello Morea, Luigi Russo, Pippo Cangiano, Sergio D’Auria, M. Letizia Miranda, Desirée Castignini, Massimo Giletti, Shuruz Ali Khalifa.
Oggi i mostri non fanno impressione. Sono “mostri”, tra virgolette. Le virgolette significano per così dire. I mostri fanno davvero parte della realtà di tutti i giorni, una “realtà” per modo di dire. Una volta, la Garbo e Valentino, Humphrey e Marilyn erano il sogno, una realtà lontana impossibile. Oggi, l’influsso e l’interrelazione della televisione sui modelli di comportamento ha ridotto talmente la distanza tra vita e finzione che - reality, Tg, miniserie e perfino documentari - è arduo mantenere la coscienza di ciò che facciamo, di come siamo. E il cinema, spesso, fa la sua parte, sta al gioco. Così, se andiamo a vedere i mostri di Oldoini, il regista di Yuppies 2, di Vacanze di Natale 90 e 91, de La fidanzata di papà, non possiamo certo aspettarci i paradossi del Risi 1963, di Gassman e Tognazzi. Quel “filmetto a episodi” aveva la cattiveria necessaria alla comicità autentica e chiedeva allo spettatore un impegno scomodo nel riconoscere ed ammettere certe mostruosità comuni. La risata scaturiva come necessario risarcimento. Con i mostri di oggi, i “mostri”, non può che esservi identificazione, quindi bonario divertimento. Di risate non c’è nemmeno bisogno. Sono “mostri” per modo di dire, di vedere, di immaginare, di vivere. Detto questo, si poteva, nei 16 miniepisodi, fare qualcosa di più per dare un minimo di respiro ai personaggi, al di là di una risaputa ritualità gestuale codificata dai palinsesti e “autorizzata” dalle abitudini di “ascolto”. Non ha molta importanza se non tutti i “volti” televisivi danno qui il meglio di sé, né se il big Abatantuono approfitta un po’ troppo (con pigrizia) del proprio “marchio”. Meglio apprezzare alcuni momenti di minore “calcomania” stereotipica, come nel discreto episodio La testa a posto, in cui, al di là o meglio al di qua del solito risvolto finale ”a sorpresa”, Buccirosso e Foglietta insieme a Cannavale attingono almeno per un momento ad un know how non puramente televisivo; o come nel duetto Ferilli-Marcorè, in cui proprio la copia esplicitamente accentuata di una finzione (coppia di coatti cerca di mettere in pratica i segreti del peggiore opportunismo appresi dagli affaristi furbi) dimostra l’importanza di una “pedagogia” che circola abusivamente d’attorno.
Franco Pecori
27 marzo 2009
Il caso dell’infedele Klara
Il caso dell’infedele Klara
Roberto Faenza, 2009
Fotografia Maurizio Calvesi
Claudio Santamaria, Iain Glen, Laura Chiatti, Kierston Wareing, Paulina Bakarova, Anna Geislerova, Miroslav Simunek, Yemi Dele Akinyemi, Dorota Nvotova, Adriano Wajskol, Zuzana Fialova.
Praga. Luca (Santamaria), musicista che insegna ai bambini e di sera suona nei locali, è geloso di Klara (Chiatti), studentessa alle prese con una tesi di storia dell’arte che la porta anche a Venezia (scenario che non guasta mai). Luca si è messo in testa che la sua ragazza lo tradisca con il tutor Pavel (Simunek) e si rivolge a Denis (Glen), detective ex poliziotto laureatosi in psicologia. Denis, sposato, convive “liberamente” con la moglie Ruth (Bakarova): «Se tu sei felice io sono felice», le ripete ogni volta che lei va con un altro. Da parte sua, il detective ha qualche propensione per Nina (Wareing), la collega che lo aiuta nelle investigazioni. Luca insiste tanto che finisce per “obbligare” Klara a tradirlo veramente. Con Denis. Tutto a posto? Neanche per sogno. Finirà col matrimonio in chiesa, Luca momentaneamente rasserenato e Klara in abito bianco. E il detective psicologo ripudia gioiosamente la sua falsa teoria. Va bene la spregiudicatezza del tema, ma poi non più di tanto. Ciascuno al suo posto. E a proposio, sarà vero che il film ha avuto, come si dice, il contributo del Ministero dei Beni Culturali? Di sicuro, durante la proiezione s’ode citar Dante e Kafka, ma non dev’essere, se mai, questo il motivo. Piuttosto si sarà convenuto, ancora una volta, che la cultura può benissimo fare a meno del cinema. Il film, invece, può servire da supporto audiovisivo ad una lezione di psicologia, magari un po’ semplificata - come si usa ormai anche a livello universitario - sul tema della gelosia. In tal caso non sarà necessaria una vera attrazione estetica, men che mai nelle scene di sesso. Basteranno quelle dell’infedele-manco-per-niente Klara.
Franco Pecori
27 marzo 2009
Benigni: Liberate Zarganar
Roberto Benigni chiede la liberazione
dell’ attore e regista birmano Zarganar
detenuto nelle carceri del Myanmar (Burma)

Zarganar è il nome d’ arte di U. Thura, 48 anni, “il Benigni birmano”,
poeta, drammaturgo, regista, il più famoso attore satirico del Myanmar.
Irriverente, scomodo, re dei doppi sensi per sfuggire alla dura censura militare, coraggioso antagonista del regime dittatoriale birmano, Zarganar è stato arrestato nel giugno scorso e successivamente, nel novembre scorso, è stato condannato alla pena pesantissima di 59 anni di carcere (poi ridotti dalla Corte d’ Appello a 34 anni). Il regime birmano con un processo farsa durato pochi minuti lo ha trasformato in una non-persona. Zaraganar, accusato di aver violato sei articoli del codice birmano, in realtà, insieme ai suoi compagni Zaw Thet Htway, Thant Zin Aung e Khin Maung Aye (condannati anch’essi a pene durissime) aveva organizzato nel maggio scorso un gruppo di 400 intellettuali, studenti, artisti e scrittori per portare aiuti alle vittime del devastante ciclone Nargis. Dopo aver visitato la popolazione di 42 villaggi distrutti, Zarganar aveva criticato con giornalisti internazionali il comportamento del regime militare che aveva del tutto trascurato di aiutare le vittime del ciclone che aveva causato 140 mila morti e due milioni di senza tetto.
Per aver portato aiuto umanitari e per avere denunciato l’indifferenza del governo birmano alle sorti della popolazione civile, Zarganar è stato condannato a 59 anni di carcere Di fronte all’assurda e ingiusta condanna emessa contro il collega birmano, gli autori italiani di cinema, televisione e documentari dell’ associazione Cento Autori - più di trecento tra registi, sceneggiatori e documentaristi, tra i quali nomi storici del cinema italiano come Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Liliana Cavani - hanno inviato in febbraio un forte appello al ministro degli Affari Esteri Franco Frattini chiedendo «che la diplomazia italiana si attivi con la massima energia e rapidità per ottenere la scarcerazione immediata dell’ attore e regista Zarganar detenuto senza alcun valido motivo».
All’ appello dei Cento Autori è seguito un secondo pressante appello al ministro Franco Frattini, diffuso il 3 marzo scorso da un nutrito gruppo di autori piemontensi, documentaristi e filmaker, tra i quali Davide Ferrario, Giuliano Girelli, Enrico Verra, riuniti intorno all’ associazione Documè. Un terzo appello per la liberazione di Zarganar è stato inviato l’11 marzo scorso da più di 100 documentaristi dell’ Emilia e Romagna dell’ associazione D.E.R. A tutti gli appelli per la liberazione di Zarganar hanno aderito i senatori e deputati dell’ Intergruppo Amici della Birmania che hanno assicurato gli autori italiani che «si impegneranno a sostenere la richiesta di liberazione (di Zarganar) presso il Ministro degli Affari Esteri». Gli autori italiani hanno anche sollecitato l’intervento delle associazioni europee degli autori di cinema e televisione e sono arrivate le prime autorevoli adesioni. José Boaru, presidente della SGAE (società di autori e editori spagnoli), ha dato «il pieno appoggio a tutte le iniziative che verranno prese per liberare Zarganar». Negli ultimi giorni è intervenuto anche Roberto Benigni. Dopo aver appreso della vicenda di Zarganar, Benigni ha inviato dall’ estero, dove è impegnato nella tournée internazionale dello spettacolo Tutto Dante, la sua «adesione all’ appello con la richiesta di liberazione immediata di Zarganar».
Relegato nella remota prigione di Myitkyina nel Kachin State, l’attore satirico birmano non ha ancora avuto notizia delle manifestazioni di solidarietà di Benigni e dei suoi colleghi italiani. Definito a più riprese dalla stampa internazionale il “Lenny Bruce birmano”, il “Dario Fo d’ Oriente”, il “David Letterman asiatico”, l’attore birmano ha sempre avuto una predilezione per la poetica di Roberto Benigni tanto da sentirsi in cuor suo il “Benigni birmano”. Nel 1995, incontrando una giornalista Italiana che gli chiedeva «Sono italiana… mi racconta qualcosa?», Zarganar rispose: «Italia , ah! Roma! Binighni! Binighni!» La giornalista non mostrava di comprendere l’ accento dell’ attore, così Zarganar, da fan entusiasta e ammiratore dell’attore toscano, prese una penna e scrisse a lettere cubitali: B-E-N-I-G-N-I. Il “Benigni birmano” ha avuto una vita molto dura. Figlio di Nan Nyunt Swe, scrittore e notissimo attivista politico, e di Kyi Oo, scomparsa il 20 marzo scorso, e in passato eletta come candidato indipendente al Parlamento, Zarganar in precedenza è stato incarcerato nel 1988 per un anno ai tempi della rivolta studentesca contro la dittatura. Successivamente nel 1990 è stato incarcerato per 4 anni per aver impersonato, in una parodia satirica, il generale Saw Maung, allora capo della giunta militare.
Alla scarcerazione gli fu proibito di esibirsi in pubblico, di recitare in film, di lavorare come produttore, sceneggiatore e attore. Le poche cose che Zarganar poteva ancora fare erano attentamente monitorate dalla censura militare. Dopo alcuni anni gli fu permesso di lavorare, ma nel 1997 dopo l’uscita del suo film Lun fu bandito per altri tre anni dal mondo cinematografico e televisivo. Nel 2000 gli venne concesso di fare film e video, ma gli fu ancora preclusa qualsiasi performance pubblica in televisione o teatro. Nel 2006 venne bandito indefinitivamente dal mondo del cinema e dei video per aver dato un’ intervista alla BBC. Nel 2007 fu arrestato per aver partecipato alle proteste pubbliche contro il regime militare e per aver portato pubblicamente, insieme a Kyaw Thu, un’ altra celebrità birmana, cibo e bevande ai giovani monaci che si stavano prepando per le proteste di piazza. Il nome d’arte Zarganar (in birmano “pinzette”) deriva dagli studi di medicina dell’ attore che in gioventù doveva diventare un dentista. Ma come hanno sempre sostenuto i Moustache Brothers, straordinario gruppo comico di Mandalay - uno di loro, Par Par Law, è stato recluso per sette anni per una battuta su Than Shew, l’attuale dittatore birmano ed è stato liberato nel 2007 anche grazie ad un intervento del Premio Nobel Dario Fo - «i dentisti in Birmania non hanno lavoro… perchè in Birmania nessuno può aprire bocca!».
Al momento nelle carceri birmane sono detenuti più di 2000 prigionieri politici, dei quali oltre 200 sono giovani monaci buddisti. Per ora il ministro Franco Frattini, malgrado gli appelli degli autori italiani di cinema, non è intervenuto presso le autorità birmane per la liberazione di Zarganar. I funzionari del ministero Affari Esteri fanno sapere che stanno «lavorando per la liberazione di tutti i detenuti politici».
24 marzo 2009
Alba Film Festival 2009
Passioni e legami … di scena nelle Langhe
Alba International Film Festival
Ottava edizione 17-22 marzo

Per il secondo anno consecutivo sotto la direzione artistica della Scuola Holden, il cinema si confronta con la musica, la televisione, la filosofia, la religione e la scienza, nel segno della ricerca esistenziale.
Sezioni principali:
Andar per film, Concorso internazionale lungometraggi.
eXistenZe Tema: “I legami” e “La passione” intesa in tutte le sue forme.
They have a dream Passione politica e civile tra Italia e Stati Uniti
Lo specchio delle passioni Omaggio a John M. Stahl.
Inoltre due conversazioni:
Dalla parte della realtà Narrazioni a confronto, con Guido Chiesa, Marco Ponti, Nicola Lusuardi
Dalla parte del sogno Confronto con Mario Adinolfi, Francesca Sforza, Eric Robert Terzuolo.
FILM IN CONCORSO
Giuria presieduta dal regista Marco Ponti
Among the Clouds di Rouhollah Hejazi (Iran), Premio per la Miglior Opera Prima al Festival di Teheran.
* Better Things primo lungometraggio del fotografo e pittore Duane Hopkins (GB)
* Das Fremde In Mir (L’estraneo che è in me) di Emily Atef (Germania)
Naked of Defenses di Masahide Ichii (Giappone)
Nulle part terre promise di Emmanuel Finkiel (Francia)
* No Puedo Vivir Sin Ti di Leon Dai (Taiwan 2008)
Treeless Mountain di So Yong Kim (Corea del Sud/USA)
Episode 3: Enjoy Poverty di Renzo Martens (Paesi Bassi)
Afghan Star di Havana Marking (Uk/Afghanistan)
Un si beau voyage di Khaled Gorbal (Tunisia).
(con asterisco i film premiati dalla giuria del festival)
Tra gli ospiti confermati per EXistenZe: Hollywood Party (Rai Radio3), Ruggiero Pierantoni, Claudio Sabelli Fioretti, Francesco Piccolo, Matteo Bordone, Francesco Bianconi (Baustelle), Luca Rastello, Domenico Starnone, Gherardo Colombo e TorinoFilmLab che presenteranno al pubblico una selezione di film della storia del cinema.
A conclusione della rassegna, l’incontro di approfondimento: La passione del credere che vede tra gli ospiti Telmo Pievani, Cettina Militello, David Bidussa.
Fictionscape, il consueto spazio della domenica mattina è caratterizzato da due tavole rotonde dal titolo: Non ci resta che piangere? La fiction di domani tra soap, mélo e immaginario con Francesco Scardamaglia e Andrea Salerno e Radiografia di una lacrima dedicata al melodramma nella fiction italiana con ospiti Michele Abatantuono e Nicola Lusuardi.
Inoltre, Masterclass tenute dal giornalista e critico cinematografico Maurizio Porro, dal regista Marco Ponti e dagli scrittori e sceneggiatori Francesco Piccolo e Domenico Starnone.
23 marzo 2009
Ponyo sulla scogliera
Gake no ue no Ponyo
Hayao Miyazaki, 2008
Animazione
Venezia 2008, concorso
Qui non si tratta di essere appassionati di animazione. Si va oltre. È che ogni film del maestro giapponese Miyazaki (Tokio,1941) nutre il nostro immaginario di figure che il mondo non è capace nemmeno di rispecchiare, immagini che vivono di una loro vita fantastica, frutto di un genio visionario, immerso nella realtà contemporanea e insieme transmigrante verso mondi ideali, generatori di utopie estetiche. Certo, la prima lettura di Ponyo può essere anche referenziale: dalla Sirenetta di Andersen è nata Ponyo, la pesciolina che entra in sintonia col bambino Sosuke e trova dal mare il sogno umano di un equilibrio ecologico. Ma la visione di Miyazaki (La città incantata, 2001, Il castello errante di Howl, 2004), lascia al sogno la piena libertà di godere dei colori, in una “trasparenza” magica che sa placare ogni angoscia del male. Meravigliosa la lunga sequenza dello tsunami, provocato dallo stregone ex uomo. Colori nuovi rispetto ai capolavori precedenti, toni che indicano anzitutto la spettacolare duttilità dell’autore nell’aderire a materie diverse e nel disegnarne altrettanto diversi destini artistici. È anche una nobile lezione di antivolgarità, considerato il diffuso e triste spettacolo di animazioni unite spesso ad effetti digitali che tendono ad esaltare le peggiori propensioni al superomismo, in un’ansia inquinata di futuro grigio, nero, “medievale”.
Franco Pecori
20 marzo 2009
Diverso da chi?
Diverso da chi?
Umberto Carteni, 2008
Fotografia Marcello Montarsi
Luca Argentero, Claudia Gerini, Filippo Nigro, Francesco Pannofino, Antonio Catania, Giuseppe Cederna, Rinaldo Rocco, Antonio Bazza.
Si fa presto a dire la famiglia. Certi valori vanno messi in pratica. Prendiamo un momento di vita pubblica in una città italiana (si riconosce Trieste). Si deve eleggere il sindaco, la campagna elettorale è difficile per il centrosinistra. I sondaggi danno a Galeazzo (Pannofino), sindaco uscente, un vantaggio che sembra incolmabile. L’Unione Democratica, senza molta convinzione, sceglie di candidare Piero Bonutti (Argentero). Un sindaco gay in una città di destra? A Piero viene affiancata la cattolica Adele Ferri (Gerini), ”estremista di centro”, implacabile sostenitrice del matrimonio in chiesa. Ad Adele, lasciata dal marito per la sua difficoltà ad avere figli, irrigidita e sessualmente repressa, la posizione subalterna a Piero, da 14 anni “sposato” con Remo (Nigro) e convinto sostenitore della libertà in amore, appare subito insostenibile. Si profila uno scontro interno che porterà al disastro elettorale. Tutto questo, per il regista debuttante Carteni e per lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, fa già commedia. Gli ingredienti della politica sono dosati con ironia e vanno a formare quadretti di un certo rilievo riflessivo. Si sorride e si ri-conosce una realtà alla quale, forse, ci si è un po’ troppo assuefatti. La commedia politica diventa presto, però, anche commedia di sentimenti. Remo consiglia Piero di prendere Adele con le buone. E l’effetto c’è. Le gentilezze e le attenzioni di Piero risvegliano nella donna una sensibilità sopita. Il candidato gay, bell’uomo e anche un po’ “farfallone” (ha tradito qualche volta il compagno), la attrae e se ne innamora. Qui, in alcuni passaggi, la bravura della Gerini salta in primo piano, l’attrice recita da protagonista, ben oltre i limiti macchiettistici e caratteriali in cui eravamo abituati a vederla confinata (film di Verdone compresi). La “trasformazione” di Adele è talmente convincente che anche Piero finisce per innamorarsi. E Remo? Non accadrà come nella canzone di Povia. La commedia accentua ora l’andamento paradossale. Adele rimane incinta. Piero non se la sente di rinunciare al suo lato gay. Sembrerebbe la crisi. Ma l’arrivo di un figlio risolve la situazione. Ancora una volta è Remo ad accendere la lampadina. Il bambino avrà due padri, crescerà in una famiglia così. Perfino Adele se ne convince. Verità e paradosso si coniugano in vista di un futuro diverso? Diverso da che? Con una certa insistenza, la commedia italiana prova a reagire al piattume che generalmente la soffoca. Restando agli ultimi anni, questo buon esordio di Carteni va ad aggiungersi a prove non dissimili, per quanto diverse, come Due partite, Amore, bugie e calcetto, Tutta la vita davanti, Solo un padre, Notturno bus, Non pensarci, Lezioni di cioccolato, Uno su due, L’amico di famiglia, Lascia perdere, Johnny!
Franco Pecori
20 marzo 2009
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