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10 09 2010 |
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State of play
Quanti sono i giornalisti che “alzano il culo” e vanno sul campo per un’inchiesta “pericolosa”? E quanti sono i cittadini che possono vivere sicuri della buona fede dei servizi segreti del proprio paese? O che sanno con chiarezza a chi vanno i vantaggi delle guerre sostenute e controllate dalla Difesa? Domande non nuove, stereotipe addirittura. Ma è spesso nel consueto che si annida un senso in più, qualche volta decisivo per comprendere le cose, lo stato in cui sono, i ruoli nel gioco degli eventi, il peso dei parametri di giudizio a cui riferirsi dai diversi punti di vista. Questo nella realtà . Il problema si complica ancor più quando siamo nella finzione. L’influenza del cinema e delle comunicazioni di massa non è tanto nei contenuti intesi nella loro forma quanto piuttosto intesi nella loro sostanza. E d’altra parte, la trasmissione dei modelli di comportamento avviene sul piano “inferiore” dell’espressione, intesa nelle sue ricorrenze più frequenti, apparentemente meno incisive, meno dominanti. Insomma, quasi mai il messaggio del film, il più importante, il più informativo, il più ricco di senso, è rintracciabile al primo livello interpretativo. Lo scozzese MacDonald, mentre in superficie, anche sotto specie espressiva, carica il film di connotazioni “documentarie” facendoci partecipi di “cronache” di vita vissuta - vita di giornalisti, di politici, di killer (il primo omicidio lo vediamo proprio all’avvio e ne vediamo pure in faccia l’autore) - apre via via nella narrazione spiragli tematici al di là dei “fatti”. Progressivamente siamo coinvolti in un complesso intrigo di giornalismo, politica, affari, amicizia, amore. E man mano, le diverse chiavi del thriller si sovrappongono, si fondono, si sostituiscono l’un l’altra, portandoci non più soltanto a seguire gli eventi per intuirne la soluzione ma soprattutto a riflettere sulla qualità dei personaggi, qualità “umana”, culturale. Russell Crowe, sempre più specializzato in ruoli di complessa definizione (Nessuna verità , American gangster), è nei panni del reporter Cal McCaffrey, del Washington Globe. Deve rispondere alla direttrice Cameron Lynne (Helen Mirren), per la quale «i bravi giornalisti non hanno amici ma solo fonti». Cal un amico lo ha e ne conosce bene anche la moglie Anne (Robin Wright Penn). Però da qualche tempo, essendo successe delle cose non chiare, Stephen Collins (Ben Affleck) si è un po’ allontanato da Cal. L’occasione in cui il giornalista ritrova l’amico è alquanto imbarazzante. Stephen è un politico con “le mani in pasta”, chiamato a controllare possibili deviazioni affaristiche (milioni di dollari in ballo) relative ai rapporti della Difesa con il mondo delle società paramilitari private - l’orizzonte si allarga fino all’Afghanistan. Nel bel mezzo dei lavori arriva la notizia che la più stretta collaboratrice di Collins è stata assassinata. Non ci vuole molto a scoprire che la donna era divenuta l’amante del suo capo. Qui è il nodo in cui il senso della vicenda si allarga e si offre a letture che possono andare al di là degli stereotipi d’osservanza. E ciò proprio perché è lo stesso gioco degli stereotipi a farsi quasi personaggio, interprete delle ragioni intrinseche al sistema massmediologico. Per rafforzare un certo aspetto conflittuale interno alla tematica, The Washington Globe è colto in un momento di crisi delle vendite e di passaggio dal vecchio giornalismo d’inchiesta al giornalismo elettronico, praticato dai blogger in Internet; e dunque la direttrice spinge il reporter più esperto a lavorare insieme alla giovane Della Frye (Rachel McDadams), più portata all’uso del computer. Occorre una drastica riduzione della vicenda in forma di gossip: il politico, l’amante segreta, l’omicidio, la probabile interruzione di una brillante carriera. Il “privato”, la sostanza umana dei fatti e dei personaggi devono passare in sottordine, triturati nello stereotipo. Ed è a questo livello che si coglie meglio la bravura del regista nell’articolare i contrasti tra istanze generali, politiche, e relative, individuali. Tensioni verso la “verità ” e verso il successo vanno a confluire in un incrocio culturale intriso di storia. Il problema della falsa opposizione “articolo/indagine” si spiega per forza di cose nel suo continuo e “infinito” risolversi ai successivi e intrecciati gradi del vivere che ciascuno sperimenta quotidianamente - non solo da giornalista o da scrittore, ma da “narratore” della propria vita, indagata e rivissuta ad ogni momento seguendo l’istanza della coscienza. Il bello è che il film non perde la sua quota di suspence, pur mantenendo un sobrio equilibrio tra sfumature “gialle” e momenti di azione. Per ovvie ragioni non possiamo entrare nei particolari, ma diciamo che MacDonald è riuscito non solo a condensare in 125 minuti le sei ore della miniserie televisiva Bbc da cui viene il soggetto, ma ha trasformato il teleracconto in un film. A pari merito, l’importante lavoro degli attori e la cura scenografica degli ambienti (Mark Friedberg), fotografati da Rodrigo Prieto ciascuno con ottica specificamente dedicata. Franco Pecori 30 aprile 2009
Riunione di famiglia - Festen: Il lato comico
«Le famiglie perfette non esistono», dice Vinterberg. E neppure il cinema “perfetto”. Il regista danese, fondatore con Lars von Trier del movimento Dogma 95, percorre strade di un altro mondo rispetto alla “perfezione” standardizzata dallo star system (non è una parolaccia) hollywoodiano e quindi rispetto alle procedure narrative spettacolari che quel firmamento produce. Ciò non vuol dire, come qualcuno ha pure scritto, che le leggi del famoso Dogma consistano in una messa in scena  «priva di qualsiasi artificio». Oltre che impossibile teoricamente (il cinema non si trova in natura), tale condizione non si riscontra comunque nei testi concreti, quali Festen - Festa in famiglia (1998), Le forze del destino (2003), Dear Wendy (2005). E neppure in quest’ultima riunione, per la quale parlare di commedia è un esplicito vezzo culturale. La famiglia è ancora presa di mira, con un sarcasmo atroce e scoperto, trasparente non tanto per le situazioni e le battute quanto per il gioco dichiarato dei ruoli e dei personaggi, sempre sul filo di un’oscillazione programmatica tra “esposizione” brechtiana e “vissuto” recitativo (vita sul set) che rende il film difficilmente riconoscibile allo specchio del cinema di genere. Certe “disfunzioni” familiari di cui tratta Vinterberg, pur stravolgenti il senso comune, possono essere tuttavia utili chiavi di lettura del contesto contemporaneo. E non è detto che anche nelle più “pazze” e disturbate persone non sia rintracciabile il sentiero stretto che porti a quel sentimento grossolanamente chiamato amore. Al giovane Sebastian (Møller Knauer) ne capitano di tutti i colori. Si porta dietro fin da bambino lo shock del suicidio del padre («sotto un treno», gli ha sempre raccontato la madre sporgendosi dal letto frequentato da compagnia femminile) e perciò balbetta di continuo. Mentre fervono i preparativi per l’accoglienza al famoso cantante lirico Karl Kristian Schmidt (Larsen) che ritorna nella piccola città natia dove si celebrano i 750 anni dalla fondazione, Sebastian rivede Maria (Mannov Olesen), la ragazza di cui è stato innamorato. Peccato che stia per sposare Claudia (Reingaard Neumann) e che lei non sia contenta neanche un po’ della nuova fiammata del fidanzato. Il ragazzo, cuoco in un équipe culinaria più che pittoresca, è sempre più confuso. Nella baraonda generale, finisce per essere travolto dall’emozione e per piangere sulla spalla di Karl, il quale, tanto bizzarro, si rivela affettuoso e comprensivo, quasi che Sebastian gli risvegliasse l’istinto paterno. Non stiamo a raccontare tutto. Sebastian dovrà sopportarne. Per caso, nella stanza di Karl capita anche Maria. Balbuziente sì, ma forse il meno “pazzo” della scombinata compagnia, il giovane cuoco saprà recuperare la ricetta del vivere in pace, con Maria in un giardinetto dove possano giocare i loro bimbi. Potrebbe finire in dramma, si risolve invece in Traviata, con Karl nella parte di Germont che canta al figlio Alfredo i versi di Francesco Maria Piave: «Ah il tuo vecchio genitor tu non sai quanto soffrì…». Artificio forse, ma certo un modo non “naturale” e nemmeno “perfetto” di raccontare il malessere dei nostri giorni. (Passato al Festival Internazionale del Film di Roma 2008 nella sezione “L’altro cinema - Extra”). Franco Pecori 30 aprile 2009
Lezioni d’amore
Il professor David Kepesh (Kingsley) tiene all’università lezioni affascinanti, parla di letteratura, di arte, si muove con disinvoltura tra Roland Barthes e Philip Roth. È nell’età matura e non smette di essere lascivo. Con un cinismo di comodo, supportato dai colloqui amicali con l’ amico poeta George O’Hearn (Hopper) vincitore del Pulitzer, fa collezione di donne. Ha lasciato la moglie con “sincerità ”, abbandonandola con un figlio che ora non lo vede, quando lo vede, di buon occhio; ha conservato per anni l’agenda erotica aperta per gli appuntamenti più o meno fissi con Carolyn (Clarkson), matura anche lei ormai, con la quale è andato svolgendo il tema del più franco e consapevole interesse sessuale. Tra una discussione e l’altra, a tavolino con George o in televisione, su argomenti come la nascita dell’edonismo americano, quasi senza accorgersene, David incappa nella studentessa Consuela (Cruz). La becca in pieno master e la porta a letto. Si va avanti così per un bel pezzo, aspettando invano che il segno erotico divenga più nitido. I due sembrano frenati da una sorta di confusa perplessità . Tanto frenati che perfino la bravura dei protagonisti rischia di venir soffocata dal continuo “Stop and Go” delle sequenze erotiche, addolcite e tagliate dalla teoria delle ellissi che denunciano la propria natura spiccatamente letteraria. L’amore spregiudicato si ferma sulla soglia dell’elegia, invaso man mano dalla malinconia che diviene anche tristezza e poi dramma quando la ragazza scopre di avere un cancro proprio nel seno. Dovrà farsi operare. Per un’istanza di eternità mielata, Consuela chiede a David di fotografarla - lui ha in casa una “camera oscura” - prima che la bellezza venga recisa. Se il film finisse qui, magari sarebbe un po’ corto ma eviterebbe di spiattellare i risvolti “amari” di un rapporto non tanto “im-possibile” quanto piuttosto bugiardo, di un amore inconfessato e alla fine irrecuperabile, che non trova più, come nella prima parte, neanche l’appoggio letterario della narrazione fuori campo. Quando David sarà un “uomo finito”, il lavoro della Coixet si sarà fatto inutile da un bel pezzo, il romanzo breve di Roth, L’animale morente, da cui il film ha preso l’avvio, avrà lasciato sola la regista spagnola, sul set vuoto di poesia, bloccato nel fiacco tentativo di una tessitura metaforica che, passando per la Berlinale 2008, non ha trovato la strada di casa. Peccato, giacché in due precedenti prove (La mia vita senza di me e La vita segreta delle parole) Isabel Coixet aveva promesso ben altro seguito. Franco Pecori 30 aprile 2009
Generazione 1000 euro
Barcellona o Viterbo? Il marketing o la matematica? Matteo (Tiberi) dovrebbe scegliere. Ha 30 anni, all’università è stimato dal suo maestro (Villaggio) prossimo alla pensione ed è in attesa di un dottorato che non arriva (troppi “nipoti” nei concorsi). Intanto, tira avanti con i contratti a tempo in una società di marketing. È un lavoro che disdegna, ma quando su di lui cadono gli occhi di Angelica, una “capo” bionda e spregiudicata (Crescentini), qualche prospettiva di sistemazione Matteo comincia a intravederla. A Barcellona, per esempio. Sebbene l’azienda sia sull’orlo del crollo, Angelica, che non è un angelo, proprio dalla crisi saprà trarre il massimo vantaggio. Non solo per sé, se Matteo vorrà . La tentazione è forte. Il legame con Valentina (Inaudi), assorbita dal suo lavoro di medico, non funziona più. Squattrinato e incasinato su tutti fronti il trentenne vacilla. È stufo di dividere, come uno studente, l’appartamento che cade a pezzi con l’amico Francesco (Mandelli), spiritoso, appassionato di playstation e destinato forse a restare proiezionista al cinematografo. E però, da un po’ di tempo è capitata in casa da Todi un’inquilina inattesa e in attesa di supplenza. Innamorata del greco antico, votata all’insegnamento, Beatrice (Lodovini) è già contenta di ottenere un incarico di qualche mese a Viterbo. Per Matteo la scelta si presenta davvero dura. Far sembrare vere le bugie dei professionisti del marketing oppure inseguire il sogno della matematica e l’amore sincero di una brava ragazza? Venier (Chiedimi se sono felice, Tu la conosci Claudia?) insiste sulla strada della commedia di situazione approfondendo progressivamente le sue capacità di osservazione e di sintesi. Coglie bene alcuni aspetti della vita attuale senza limitarsi alla macchietta o alla metafora facile, osserva i caratteri e con tocchi rapidi costruisce i personaggi. Nel film ciascun ruolo, anche il più piccolo, ha una sua complessità ed offre un qualche spiraglio alla riflessione. Uno per tutti il “professor” Villaggio, con l’attore bravissimo a dare tutto se stesso in una sorta di “messaggio finale” (faccia pure gli scongiuri) racchiuso in poche essenziali inquadrature. Tutto bene, ma per favore bisognerà decidersi a fare a meno della fastidiosa “voce narrante” che spiega e tematizza. Non è necessaria e rischia, con la riduzione del racconto a tipicità televisiva (il pubblico va guidato, assistito, gli va suggerita l’interpretazione più semplice, più vicina all’ovvio!) di uccidere il senso del film, la sua probabile ricchezza artistica. Lasciate stare la “generazione” e godetevi i personaggi non per ciò che “rappresenta” ma per ciò che ciascuno di essi è. Franco Pecori 24 aprile 2009
Tulpan
Dopo il bel documentario di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni (La storia del cammello che piange, candidato all’Oscar 2005), dopo Il matrimonio di Tuya, forzato e doloroso, del cinese Quan’an Wang (Orso d’oro a Berlino 2007); e dopo il Genghis Khan di Sergei Bodrov (Mongol, 2007), questo ”matrimonio” rifiutato da Tulpan al marinaio kazako Asa (Kucinnchirekov) tornato tra i pastori nomadi dopo il servizio militare, sembra chiudere un curioso e interessante viaggio nella sterminata Mongolia e nelle regioni attigue. Ondas (Besikbasov), marito di Samal (Esljamova), sorella di Asa, accoglie con durezza il giovane non ancora iniziato alla cura del gregge: la condizione perché Asa possa considerarsi della famiglia è che prenda moglie. Purtroppo, l’unica ragazza disponibile, Tulpan, si nasconde (non la vediamo mai) e non accetta il pretendente a causa delle sue orecchie troppo larghe. La commedia (con elementi seri, documentari e anche drammatici) si svolge nella polvere della steppa, tra le pecore e sotto la tenda dove vivono Samal, Ondas e i loro due figli. La civiltà moderna s’intuisce soltanto, rappresentata dal trattore sobbalzante di un altro giovane che va e viene dalla città , la lontananza della quale è proprio il cuore del film, del suo senso culturale. Ancor più che nei titoli succitati, dove tra antichità e attualità si poteva misurare una distanza prospettica, un’armonia consequenziale, Tulpan è intriso di un’ansia e di un’inquietudine che sfiorano il dramma. Asa, mentre vorrebbe reintegrarsi nella pastorizia, è continuamente tentato di fuggire in città e tuffarsi nella vita che il periodo da marinaio gli ha fatto intravedere. Ma il passo si dimostra - e soprattutto s’immagina - troppo lungo, tanto che, soffrendo l’inesperienza e superando persino il disgusto del contatto con gli animali (catartico, a suo modo, è il parto difficile della pecora “smarrita” che il ragazzo si ferma ad aiutare quando egli già sembrava aver dato l’addio alla steppa), Asa desiste, si “convince” a rimanere. Quel viaggio forse troppo lungo è forse anche un ritorno, un rientro, o magari ancora una sosta, prima che la “città ” arrivi a trasformare perfino la steppa. Un gregge e la Tv satellitare - 900 canali! promette ad Asa il suo amico sbarazzino - saranno presto conciliabili anche là nell’infinita tempesta di polvere. O forse non presto o non così direttamente. Conosciuto in Europa per i suoi corti e mediometraggi, Sergey Dvortsevoy, kazako 47enne, è qui al suo primo film lungo. L’impressione, buona, è che il contatto con la “realtà semplice” rappresentata si traduca in poesia senza bisogno di artifici o “aggiornamenti” tecnici, effetti o simili. Il regista coglie la magia del cinema nel suo stadio, per così dire, nascente, primitivo. Con risultati non primitivi. Franco Pecori 24 aprile 2009
Fuori menù - Fuera de carta
I temi dell’omosessualità hanno preso spazio progressivo e forma esplicita nel cinema del terzo millennio. Qualche titolo uscito in Italia: Una lei tra di noi, The Iron Ladies, I segreti di Brokeback Mountain, Infamous - Una pessima reputazione, XXY Uomini-donne o tutti e due?, Riparo, Milk, Diverso da chi? Ora dallo spagnolo Velilla, noto nel suo Paese per i successi televisivi, questo Fuori Menù che nello specifico affronta, anche se a prima vista non sembrerebbe, proprio il tema della famiglia nelle sue implicazioni omosessuali. Siamo a Madrid. Nel quartiere gay di La Chueca lo chef Maxi (Javier Camara: Parla con lei, Lucia y el sexo, La mala educacion, La vita segreta delle parole) conduce brillantemente il suo ristorante e vive con libertà la sua vita di omosessuale. Ha due figli, Edu (Junio Valverde) e Alba (Alejandra Lorenzo), «fatti con poca voglia», ma dopo la separazione dalla moglie la sua vera famiglia è stata la squadra dei collaboratori, prima fra tutti la maitre Alex (Lola Dueñas), le cui cure verso Maxi, come del resto verso tutti gli altri uomini, risultano inutili. Tutto funzionerebbe se non ci fosse un “fuori menù”. Muore la madre dei due figli e Maxi, proprio mentre viene attratto dal nuovo vicino di casa, Horacio (BenjamÃn Vicuña), ex calciatore argentino, deve ricordarsi di essere padre. La commedia che finora viaggiava sul filo di una fine ironia trasgressiva, con una buona capacità del regista di “condire” la ricetta in maniera digeribile per quanto gustosa, assume una trasparenza moralistica che attenua il divertimento e concede peso alla tesi di moda, del diritto/dovere del gay alla vera paternità . La “conversione ad U” di Maxi, il suo ritorno ai figli e alla vera felicità lascia il senso sospeso a mezz’aria, come se l’autore sperasse nel dibattito successivo alla visione e affidasse il successo del film all’attualità del tema. Franco Pecori 24 aprile 2009
Silvio & Fabrizio festeggiano Il Presidente                   23 aprile 2009
Earth - La nostra Terra
Il Sole, la Terra. I continenti, le stagioni, le piante, gli animali. Curato da BBC Natural History Unit con il sostegno del Federal Film board tedesco, girato in 19 mesi da 40 troupe specializzate, esce in Italia, il 22 aprile 2009 in coincidenza con la Giornata mondiale della Terra celebrata dal WWF insieme a Disneynature, il bellissimo documentario dedicato al nostro pianeta nel suo stato attuale, di fragile sopravvivenza, minacciata dal riscaldamento del globo. «Per difendere la natura - ricorda Fulco Pratesi, presidente onorario del WWF Italia - bisogna prima conoscerla». Il film di Fothergill e Linfield contribuisce a tale conoscenza attraverso una qualità estetica eccellente, che non sopravanza l’informazione ma se ne serve per raffigurare un’immagine della Terra quantomai realistica e affascinante. Dal Polo Nord all’Antartide, dall’inverno glaciale all’estate torrida, l’occhio del cinema traccia un viaggio “epico” seguendo con particolare attenzione i destini di una famiglia di orsi polari, di un branco di elefanti e di una balena megattera col suo neonato. Questi e molti altri animali si muovono attraverso paesaggi dall’aspetto incredibilmente spettacolare. La fotografia è degna del compito. La tecnologia (riprese aeree cineflex, definizione HD, foto time lapse, nessun effetto digitale)  non è usata in senso “espressivo” ma in funzione di una rappresentazione quanto più precisa anche dei particolari. Il senso del tempo, del trascorrere delle stagioni, si compone complessivamente attraverso un montaggio rispettoso della scansione delle riprese, curate con maestria non disgiunta da passione verso i contenuti. La voce fuori campo di Paolo Bonolis (Patrick Stewart nell’originale) ha l’arduo compito di misurarsi con la magnifica scena evitando di andare sopra le righe o di trasformare in “favola” il racconto della nostra Terra. Solo a tratti il testo cede alla tentazione del paragone più o meno esplicito tra vita naturale e umana. E si possono perdonare impertinenze espressive del tipo: «Uno più esotico dell’altro» per definire gli Uccelli del Paradiso. Franco Pecori 22 aprile 2009
Montalcini: La cultura ci salvaÂ
17 aprile 2009
Questione di cuore
Il “cuore”, cioè un certo modo di fare attenzione e di dare valore ai sentimenti, è stato nel cinema di Francesca Archibugi, fin dagli inizi - Mignon è partita (1988) Verso sera (1989) e fino a Lezioni di Volo (2006), il filo di sostanza umana dei personaggi e delle loro storie. Anche qui il tocco resta delicato e si può apprezzare la capacità di cogliere dal “misto” del mondo circostante il segno di una sensibilità non rinunciataria, persino rischiosa. Si parte dal cuore inteso come malattia di cuore, l’infarto, e si arriva ad una configurazione di una metafora complessa, realistica e surreale, tutta incarnata nei destini scenici di Alberto (Albanese) e di Angelo (Rossi Stuart). Il primo risponde meglio al ruolo di scrittore per il cinema, sceneggiatore un po’ in crisi, svogliato e spaesato a Roma (ha un accento del nord) eppure vivo e focoso, se si accende di curiosità - un Albanese così autentico che in certi momenti sembra voglia uscir fuori dallo schermo; il secondo, romano, carrozziere e meccanico che “mette da parte”, froda il fisco, compra case, costruisce famiglia, giovane ardente con la moglie incinta (Ramazzotti brava, “semplice” e intelligente) ma di carattere malinconico e riflessivo, si lascia un po’ andare nell’appoggio della recitazione (lo faceva anche Nino Manfredi, a volte), approfittando proprio del mal di cuore che, lo sa, gli lascia poco da vivere. I due sono capitati l’uno accanto all’altro all’ospedale per via dell’infarto. Hanno chiacchierato, hanno avuto voglia di conoscersi meglio. Per Angelo, Alberto rappresenta un mondo ancora da scoprire, dove ci si può guadagnare la vita senza sporcarsi le mani di grasso, e nello stesso tempo il meccanico avverte dentro di sé una specie di dubbio: vuoi vedere che lo scrittore divertente, affermato, spiritoso, ha un sacco di problemi pure lui? Rovescio della medaglia: Alberto sente che è arrivato il momento della concretezza e che quel suo istinto di osservazione con cui va avanti a scrivere storie deve forse provare a indirizzarlo verso la propria vita, non più soltanto immaginata. È un incrocio che si capisce bene e che Archibugi riesce a mantenere fuori dallo schema. Personaggi e dettagli si armonizzano in forma di commedia lasciando appena intravedere, come dev’essere nella commedia, risvolti esistenziali impegnativi. Tutto questo va ottimamente nella zona centrale del film, che purtroppo non è un film perfetto per via dell’avvio esageratamente lungo nella “presentazione” di personaggi e situazioni e nei richiami ambientali, con un’eccessiva preoccupazione di dire tutto, di spiegare tutto (come in Tv?); e per via del tratto finale, dove il morbido andamento della “conclusione” risulta ridondante rispetto a ciò che si era già intuito. La sostanza del lavoro resta comunque apprezzabile per la tendenza ad arricchire il senso, andando oltre il suggerimento primario, un po’ ovvio, del “rinascere a nuova vita” e simili. Nel rapporto di Alberto e Angelo la regista sa cogliere pezzi di realtà che riguardano i due personaggi e che rappresentano anche un contesto vivente, amorevolmente indagato, ripescato dalla confusa stratificazione dell’attuale. Per esempio Roma. In Questione di cuore c’è una Roma non smemorata, che non è dato vedere nel cinema dei nostri anni. Il discorso vale pure, in un tutt’uno, per la conduzione degli attori, guidati per mano e insieme liberi di trovare la propria autenticità , cosa rarissima di questi tempi. E non vale solo per i protagonisti. Basti vedere i ruoli di Francesca Inaudi (Carla, la donna che sa lasciare “libero” Alberto) o di Chiara Noschese (Loredana, la caposala in ospedale) e le apparizioni di Villaggio e Verdone, curate come fossero da primo piano. Franco Pecori 17 aprile 2009
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