oltre lo schermo film musica poesia filosofia
09 09 2010
 
Home | News | Festival | Cinema | Film | Mondo | Dicono | Filosofia | Scienza | Musica | Poesia | Chi

Scrat, una valanga di ghiande

cinema_scrat

L’era glaciale 3 record di incassi nel primo weekend

Uscito in Italia nel weekend di fine Agosto 2009, L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri, con Scrat, Diego, Manny e Sid, ha battuto ogni precedente record per i film di animazione, realizzando in tre giorni (con le sole 806 copie monitorate da Cinetel) la cifra record di  6.839.643 euro, con una media per copia di 8.486 euro.

Il precedente record per un film di animazione apparteneva sempre alla Fox per I Simpson – Il film, che aveva realizzato nel primo weekend 6.091.600 euro con 621 copie e una media per copia di 9.809 euro, seguito da Shrek 3 che aveva incassato nel primo weekend 5.981.734 euro con una media per copia di 8.308 euro.

In termini di incassi assoluti L’era glaciale 3 ha realizzato il terzo miglior weekend di tutti i tempi, preceduto soltanto da Il Codice Da Vinci con (8.163.303 euro) e da Pinocchio con (7.035.146 euro).

31 agosto 2009

L’era glaciale 3

film_leraglaciale3Ice Age: Dawn of the Dinosaurs
Carlos Saldanha, Mike Thurmeier, 2009
Animazione

Terzo capitolo della serie Fox/Bue Sky, apertasi nel 2002 (regia di Chris Wedge) e continuata nel 2006 (Carlos Saldanha). Ora Saldanha è affiancato alla regia da Mike Thurmeier, ma la filosofia del prodotto non cambia e anzi si consolida nel mimetismo accentuato della società degli uomini e delle donne. La similitudine con la vita degli umani si fa sempre più ravvicinata, fino a sfiorare l’identificazione piatta. Meno male che c’è l’effetto 3D (250 copie su 900 distribuite in Italia) a “indicare”, al contrario di ciò che ci si aspetterebbe, la distanza immaginaria dalla realtà. La pre-visione del terribile futuro, il riscaldamento definitivo del Pianeta, si attenua e quasi si scioglie nella grafica digitale, riproponendoci - sembra all’infinito e comunque in una serie che ha l’aria di voler decisamente funzionare - un immaginario “voluminoso” e perciò, si direbbe, più convincente. Come dire che più un fiore finto somiglia al vero più si rafforza, paradossalmente, la prova di una differenza incolmabile - così almeno sperano gli “umanisti” inguaribili. La sensazione che le avventure dei protagonisti animali, sempre gli stessi più la new entry Buck - furetto solitario, utilizzino argutamente e furbescamente le loro simpatie e le loro somiglianze per veicolare, in sostanza, un’idea tranquillizzante del mondo, un mondo dove, ghiaccio o non ghiaccio, la famiglia (branco) accoglie i più diversi componenti, offrendo buoni sentimenti in quantità inesauribili. Quasi perfetta la macchina dell’umorismo, affinata e aggiornata la tecnica artistica, l’animazione procede come se, in fondo, la distanza dai dinosauri ad oggi non fosse poi così enorme. La prova? È nella piccola ghianda che lo scoiattolo Scrat (gli autori sono passibili dell’accusa più feroce, di… approfittatori della simpatia!) continua ad inseguire. E per chi fosse stato in pericolo di astrazione troppo spiccata - e si fosse detto: simpatico il siparietto, ma perché tanta insistenza? -, ecco ora spuntare Scrattina, scoiattolina che ricorda più da vicino sensazioni… naturali. Nessun mistero dunque.

Franco Pecori

28 agosto 2009

Chéri

film_cheriChéri
Stephen Frears, 2009
Fotografia Darius Khondji
Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Iben Hjejle, Frances Tomelty, Anita Pallenberg, Harriet Walter, Rollo Weeks, Tom Burke.
Berlino 2009, concorso.

Parigi 1906. La Belle Époque sarà presto un ricordo, spazzata via dalla guerra mondiale. Ma Léa de Lonval (Pfeiffer) non sembra avvertire alcun segnale. Come lei anche la sua vecchia “collega” nel mestiere più vecchio del mondo, Madame Peloux (Bates), la quale pensa soprattutto al proprio figlio diciannovenne viziato, Chéri (Friend), ché finalmente possa diventare un uomo. Le due ricche cortigiane si accordano. Léa ha ormai una certa età ed ha deciso di “smettere”, tuttavia è ancora piacente e accetta il compito di svelare tutti i segreti dell’amore a Chéri. Ma l’affascinante ragazzo con gli occhi a forma di sogliola colpisce al cuore la sua “maestra” e s’innamora egli stesso. Saranno sei anni felici. Sicché il matrimonio combinato per Chéri dalla madre con la giovanissima Edmée (Jones) non potrà che essere un fallimento. Dopo un periodo di sofferta lontananza Chéri tornerà a Léa, ma niente potrà essere come prima. «Tu torna pure a dormire e lascia fare a me», suggerisce la donna scoprendo troppo il proprio ruolo “materno”. Chéri non è più un ragazzo, un destino drammatico lo attende. Adeguata e coerente l’ambientazione, un po’ fredda l’interpretazione della protagonista, il film si svolge sul filo di un difficile equilibrio tra impulsi “romantici”, piaceri e sfrenatezze “novecentesche” e rilettura ironica (cosciente) dei testi (Chéri, 1920, La fin de Chéri, 1926) di Colette (Sidonie-Gabrielle Colette, 1873-1954), scrittrice francese “scandalosa”, tipica esponente della sua epoca. L’inglese Frears, dimenticato ormai da tempo il piglio del film di denuncia (Piccoli affari sporchi, 2002), ritorna all’ispirazione letteraria, incontrando dopo 20 anni la Pfeiffer delle Relazioni pericolose e attenuando lo stile brillante e provocatorio di Lady Henderson presenta (2005). Il regista conferma la capacità di farci viaggiare in epoche diverse dalla nostra, ma qui con minore spessore storico rispetto a The Queen (2006). In Chéri la ricerca tende un po’ troppo all’esercizio, prevale lo stile e non c’è traccia del “proibito” originale.

Franco Pecori

28 agosto 2009

Fa’ la cosa sbagliata

film_falacosasbagliataThe Wackness
Jonathan Levine, 2008
Fotografia Petra Korner
Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo, Talia Balsam, David Wohl, Bob Dishy, Joanna Merlin, Ken Marks, Robert Armstrong, Nick Schutt.

La semplificazione è pericolosa? Dipende da cosa s’intende. Nella musica, la riduzione sistematica delle possibilità di scansione a ritmo binario può portare dallo slow al duinato (tàtta-tàtta) e poi all’esclusivo tum-tum-tum-tum della discoteca e dell’automobile “coatta”. Quantitativamente, la semplificazione - rispetto non solo al 4/4 ma anche al 3/4 e a tutti gli altri tempi dispari - orizzontalizza la fruizione (è storia), ma soltanto nelle società “evolute”. I “primitivi” non semplificano, spesso battono ritmi tutt’altro che semplici, arrivando a sovrapporne sei o sette nella stessa esecuzione. In mezzo a tutto questo, il trionfo di fenomeni come l’hip-hop produce confusione, attraversando diverse fasce sociali e mescolando istanze giovanili con “rivoluzioni” culturali il cui esito, a tutt’oggi, risulta tutt’altro che chiarissimo. La forma dell’hip-hop è centrale nell’ambientazione del quarto film di Levine (i tre precedenti non sono arrivati in Italia: Shards, Love Bytes, All the Boys Love Mandy Lane): lega le scene. Siamo nella New York del 1994 e la “semplificazione” impera su opposti versanti. Il sindaco Giuliani va giù duro nella repressione, terapeuta e pusher provano un rimescolamento sussidiario post-post-Woodstock, in una gestione ironica (o cinica?) della cooperazione esistenziale. Quello che sembra un rimescolamento arguto di vecchie cognizioni e di nuove disperazioni in un contesto difficile, data l’ovvietà degli elementi figurativi - personaggi e situazioni - risulta appunto una sorta di semplificazione a posteriori non richiesta (e forse per questo facile da applaudire, per esempio al Sundance Film Festival, dove il film ha avuto il premio del pubblico). In sostanza, il giovane spacciatore Luke Shapiro (Peck) offre droga al terapeuta tossico Jeffrey Squires (Kingsley) in cambio di un po’ di terapia. C’entra anche il ruolo di Stephanie (Thirlby), figliastra del dottore, solo per l’accenno ad una possibilità di rapporto autentico. Ma si apprezza soprattutto la bravura di Kingsley nel reggere un ruolo così “semplicemente” simbolico. Il resto è seppia. Nel colore indeciso si confondono quelli che non credevano più a niente con quelli che di nuovo credono a tutto pur di non cercare le cause non superficiali. «Ti spacca, tanto che ti cambia la vita», si diceva. Tanto per dire, «il Rap non è tutto».

Franco Pecori

28 agosto 2009

Francesco Maselli e Laura Chiatti premiati dai giornalisti

 

Va a Citto Maselli quest’anno il Premio Pietro Bianchi dei giornalisti cinematografici. Per Laura Chiatti, l’attrice rivelazione del 2009, è invece il Premio Biraghi destinato a partire dal 2001 ad una “sorpresa†dell’anno tra le attrici e gli attori più giovani. La consegna nel corso della Mostra Internazionale del cinema di Venezia il 3 Settembre, con una premiazione in Sala Grande per Citto Maselli, in occasione della prima veneziana di Le ombre rosse, il suo nuovo film in sala dal 4, e una festa per Laura Chiatti la sera, per inaugurare la Terrazza del Nastro Azzurro Club, di fronte al Casinò.

cinema_cittomaselli

Nato il 9 dicembre 1930 a Roma, Francesco Maselli, si è diplomato nel 1949 al Centro Sperimentale di Cinematografia dov’è stato assistente di Luigi Chiarini, lavorando alle sceneggiature di alcuni film, tanto per cominciare, di Michelangelo Antonioni. Il suo esordio alla regia con i documentari, poi, nel 1953, ha girato, insieme a Cesare Zavattini, Storia di Caterina (un episodio di Amori in città) e due anni dopo ha firmato il suo primo film, Gli sbandati. Tra i film di Maselli più noti: Gli indifferenti, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia; Fai in fretta ad uccidermi…ho freddo del 1968; Ruba al prossimo tuo (1969);  Lettera aperta a un giornale della sera del 1970 e Il sospetto (1975). Nel 1986 con Storia d’amore si aggiudica il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il premio per la migliore interpretazione femminile, assegnato a Valeria Golino.

cinema_laurachiatti

Laura Chiatti è nata a Castiglione del Lago, vicino a Perugia, nel 1982. L’attrice, protagonista del nuovo film di Carlo Verdone Io, lei e Lara, è appena volata anche sul set internazionale di Milano Somewhere, diretta da Sofia Coppola, accanto a Benicio Del Toro e Stephen Dorff. Il 2009, quindi, le offre ancora un’occasione importante, dopo ben tre film usciti in sala: Il caso dell’infedele Klara di Roberto Faenza, Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati, Iago di Volfango De Biasi e Baària di Tornatore, il film d’apertura della 66.ma Mostra di Venezia.  In realtà il cinema ha “rivelato†da tempo la Chiatti, dal successo arrivato nel 2006 con L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino.

 

27 agosto 2009

Il messaggero

film_ilmessaggeroThe Haunting in Connecticut
Peter  Cornwell, 2009
Fotografia Adam Swica
Virginia Madsen, Kyle Gallner, Elias Koteas, Amanda Crew, Martin Donovan, Sophi Knight, Ty Wood, Erik J. Berg, John Bluethner, D.W. Brown, John B. Lowe.

Un figlio con un tumore? Una casa «da riportare in vita», nel Connecticut, vicino all’ospedale. I genitori di Matt faranno dei sacrifici purché la cura sia giusta. Tutto sembra vero all’inizio (”tratto da una storia vera”), ma poi Matt (Gallner) comincia a fare “brutti sogni” e ad avere allucinazioni, squarci sonori colpiscono lo spettatore nella maniera più usuale, come in simili horror: casa con strane presenze. Ogni normale gesto diventa un possibile ingresso nel mondo altro. «Tutto bene? Tutto a posto? Sì, tutto a posto». Ma la cinepresa si muove più lentamente e il ragazzo sente accentuarsi i propri disturbi. Altro che tumore. Per non rischiare la confusione, le visioni, nelle quali entrano nuovi personaggi, assumono a tratti tonalità di seppia. Pillole blu contro la nausea? Ma possibile che i medici non capiscano? Noi siamo facilitati, il regista ci fa entrare direttamente nella stanza degli orrori. Il luogo, un’ex camera mortuaria, coincide con gli eventi “nascosti” vissuti sempre più spesso da Matt, il quale, da testimone, diventa protagonista, utilizzato come veicolo di un messaggio che sembra molto antipatico: via gli intrusi dalla casa. Tra psicoanalisi e “realismo” horror, l’inserimento del reverendo Popescu (Koteas) sembra offrire la chiave più probabile per una soluzione “spirituale”. Troppo difficile da vincere, infatti, la partita del cinema (inteso come realismo/verità delle immagini) per la rappresentazione diretta di realtà “interiori”. Prima o poi arriva il punto che sappiamo troppo bene come i nemici di Matt non possano essere reali, persone in carne ed ossa. A sua madre (Madsen) che disperata tenta di rassicurarlo e gli dice: «Non morirai», il ragazzo risponde sussurrando tra sé e sé: «A volte l’amore fa male». La visione rischia di distorcersi. Al cinema, “presenze”, “materializzazioni”, contatti medianici, apparizioni di ectoplasmi, non consistono che in immagini della realtà fotografica. Resta l’autorevolezza della parola (Popescu) e la “spiegazione”, necessaria al film, non può che venire da una “verità” non fotografabile. In tale impossibile dialettica si relativizza il fascino del primo lungometraggio di Cromwell, pur dignitoso nella forma, non volgare nella costruzione degli eventi. Al dunque, la bravura degli attori è l’aspetto più attraente.

Franco Pecori

21 agosto 2009

La morte di Tullio Kezich

cinema_tulliokezich

L’esperienza di Tullio Kezich, nato a Trieste il 17 settembre del 1928 e morto a Roma il 17 agosto 2009, si è divisa tra cinema, teatro e critica cinematografica su giornali e riviste.  L’esordio da giornalista avvenne il 2 agosto 1946, come recensore per l’emittente radiofonica Radio Trieste, con la quale collaborò fino agli inizi degli anni Cinquanta, occupandosi dal primo dopoguerra del Festival cinematografico di Venezia. Nel 1950 cominciò la collaborazione con la rivista Sipario, di cui divenne direttore dal 1971 al 1974. Nel corso della sua carriera Kezich ha collaborato con la Settimana Incom, con il settimanale Panorama, con i quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera. Raccolse poi le sue recensioni nei volumi “Il Millefilm” (Ed. Il Formichiere) e “Cento film” (Ed. Laterza). Nel cinema Kezich esordì direttamente come segretario di produzione nel 1949 per il film Cuori senza frontiere, di Luigi Zampa. Nel 1961 collaborò alla stesura de Il posto di Ermanno Olmi, e contribuì alla fondazione della casa di produzione cinematografica “22 dicembre”, che diresse artisticamente fino alla cessazione dell’attività nel 1965, producendo film quali I basilischi di Lina Wertmueller e L’età del ferro di Roberto Rossellini. Fu sceneggiatore in diversi film, tra cui La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, Leone d’Oro al Festival di Venezia. Per il teatro Kezich ha curato una cinquantina di spettacoli come autore traduttore e adattatore. Fece conoscere il teatro di Pirandello e Svevo. Tra i suoi lavori, La coscienza di Zeno di Svevo fece da base per le trasposizioni tv interpretate da Alberto Lionello. Nel 2008 è stata la volta de Il romanzo di Ferrara, omaggio a Giorgio Bassani. (Fonte Ansa)

 

Sergio Leone? Ha la pedalata lenta

Del Kezich critico cinematografico ci piace riprodurre qui la recensione di C’era una volta il West, tratta da “Il Millefilm”, in cui si dimostra quanto egli s’intendesse di western in particolare.

«C’era una volta il West: poi arrivò Bob Robertson e l’antico panorama cambiò di colpo. Accadde una domenica a Firenze, nell’autunno del ‘64, quando Per un pugno di dollari incassò a sopresa una cifra che i tecnici definirono abnorme. Sono passati solo quattro anni: Sergio Leone, che da tempo ha ripreso il suo vero nome, è sempre il regista italiano di maggior prestigio commerciale. Puntuale all’appuntamento natalizio, ecco il suo quarto western, che forse sarà l’ultimo, perché da tempo l’autore ha maturato altre ambizioni. Il buono, il brutto e il cattivo sono stavolta Charles Bronson, Jason Robards e Henry Fonda. Ogni traccia di dolcezza è scomparsa dal volto del mite sceriffo di John Ford: tutto vestito di nero, l’eroe di Sfida infernale comincia massacrando un’intera famiglia, bambini compresi, e prosegue in maniera altrettanto efferata. Naturalmente, c’è un vendicatore pronto a fare giustizia, ma chi sarà e perché? Accanto a un forte senso dell’immagine e un gusto aggressivo dell’effetto sonoro e musicale, Sergio Leone ha il difetto di avere la pedalata lenta. Nel tempo che lui ci mette a fare i titoli, un western dell’epoca d’oro sarebbe già a metà dell’avventura. Eppure, nonostante le tre ore di proiezione, molti nessi sfuggono, le ellissi risultano acrobatiche e le motivazioni dei personaggi appaiono evidenti solo riferendosi ai loro cliché. La ricostruzione ambientale, in Spagna rigenerata da rapide iniezioni di Monument Valley (Utah-Arizona), non aggiunge verità ai pistoleri che si perseguitano nella fosca vicenda. L’elemento nuovo del film è costituito, se mai, da una donna finalmente promossa da pretesto a personaggio: e Claudia Cardinale ha sguardi e atteggiamenti adeguati all’ambigua parte dell’ex prostituta che vuol sopravvivere a ogni costo. Ma che lungo viaggio, quanto zoccolare di cavalli e sferragliare di treni, per arrivare alla sparatoria finale, con una rivelazione sproporzionata rispetto all’attesa; e quanti finali, l’uno dopo l’altro, prima di veder spuntare i titoli di coda». (1969)

 

17 agosto 2009

Locarno, Vince She, a Chinese cinesi regista e attrice

festival_locarno2009

 

CONCORSO INTERNAZIONALE

Pardo d’oro
She, a Chinese di Xiaolu Guo, Regno Unito / Germania / Francia

cinema_sheachinese 
Huang Lu e Xiaolu Guo, attrice e regista di She, a Chinese

 

Premio speciale della giuria
Buben.Baraban di Alexei Mizgirev, Russia

Premio per la miglior regia
Alexei Mizgirev per Buben.Baraban, Russia

Pardo per la migliore interpretazione femminile
Lotte Verbeek per Nothing Personal di Urszula Antoniak, Paesi Bassi / Irlanda

Pardo per la migliore interpretazione maschile
Antonis Kafetzopoulos per Akadimia platonos di Filippos Tsitos, Grecia / Germania

CONCORSO CINEASTI DEL PRESENTE

Pardo d’oro - Cineasti del presente Città di Locarno
The Anchorage di C.W. Winter e Anders Edström, Stati Uniti / Svezia

Premio speciale della giuria Ciné Cinéma Cineasti del presente
Piombo fuso di Stefano Savona, Italia

PARDO PER LA MIGLIORE OPERA PRIMA

Nothing Personal di Urszula Antoniak, Paesi Bassi / Irlanda

PARDI DI DOMANI

Concorso internazionale

Pardino d’oro per il miglior cortometraggio
Believe di Paul Wright, Regno Unito (Scozia)

Pardino d’argento
Variaciok di Krisztina Esztergályos, Ungheria

Premio Film e Video per il sottotitolaggio
No Country For Chicken di Huang Huang, Cina

Menzione speciale
Edgar di Fabian Busch, Germania

Concorso nazionale

Pardino d’oro per il miglior cortometraggio svizzero
Las Pelotas di Chris Niemeyer, Svizzera

Pardino d’argento
Nachtspaziergang di Christof Wagner, Svizzera

Premio Action Light per la miglior speranza svizzera
Connie di Judith Kurmann, Svizzera

PREMIO “CINEMA E GIOVENTU’ 2009″ – Pardi di domani

Miglior cortometraggio concorso internazionale: Tuneles En El Rio di Igor Galuk, Argentina
Menzione speciale: Gjemsel di Aleksandra Niemczyk, Norvegia
Miglior cortometraggio concorso nazionale: Kitsch Panorama di Gilles Monnat, Svizzera

PREMIO GIURIA DEI GIOVANI

Urszula Antoniak per Nothing Personal, Paesi Bassi/Irlanda
Bernard Émond per La Donation, Canada
Filippos Tsitos per Akadimia Platonos, Grecia / Germania

Premio “L’ambiente è qualità di vita”
La Donation di Bernard Edmond, Canada
Menzione speciale: Buben.Baraban di Alexei Mizgirev, Russia

PRIX DU PUBLIC UBS

Giulias Verschwinden di Christoph Schaub, Svizzera

VARIETY PIAZZA GRANDE AWARD

Same Same But Different di Detlev Buck, Germania

PREMIO NETPAC
Per la promozione del cinema asiatico

Sham Moh (At the End of Daybreak) di Yuhang Ho, Malesia / Hong Kong / Corea del Sud

Mezione speciale: Ye Dian (One Night in Supermarket) di Qing Yang, Cina

PREMIO FIPRESCI

Nothing Personal di Urszula Antoniak, Paesi Bassi / Irlanda

PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA

Akadimia Platonos di Filippos Tsitos, Grecia / Germania

Menzione speciale: Nothing Personal di Urszula Antoniak, Paesi Bassi / Irlanda

PREMIO FICC/IFFS
(Cineclub)

La Donation di Bernard Émond, Canada

PREMIO ARTE & ESSAI CICAE

Nothing Personal di Urszula Antoniak, Paesi Bassi / Irlanda

SETTIMANA DELLA CRITICA

Pianomania di Robert Cibis e Lilian Franck, Austria / Germania

 

 

 

Piazza Grande

Erano 13 i lungometraggi scelti per il cartellone 2009 della Piazza Grande, di cui 10 prime mondiali. Quest’anno spazio privilegiato all’animazione e al Giappone, Manga Impact oblige. Il resto della selezione aveva una forte impronta europea, con tre produzioni maggioritarie tedesche, tre svizzere e due francesi. Il 5 agosto ha inaugurato il programma 2009 della Piazza, una commedia romantica americana, 500 Days of Summer di Marc Webb, con Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt. Stati Uniti sul megaschermo qualche giorno dopo con My Sister’s Keeper di Nick Cassavetes (Le pagine della nostra vita) con Cameron Diaz e Jason Patric, un intreccio di emozioni e drammi famigliari. Un avvincente viaggio musicale sulle orme della cultura mongola, guidato dalla celebre cantante Urna, ha concluso la manifestazione con The Two Horses of Genghis Khan di Byambasuren Davaa (La storia del cammello che piange).

cinema_locarnopiazza

Piazza Grande, a Locarno, non è soltanto una sezione del festival, è il festival nella più grande sala di proiezione all’aperto d’Europa. La cabina di proiezione, Black Box3, è a 80 metri dallo schermo di 26×14 metri. Gli spettatori, quest’anno, sono stati in tutto più di 50 mila. In quel cubo magico in fondo alla piazza, un uomo appassionato di cinema proietta film ormai da 30 anni. Mario Pini, il proiezionista “storico” di Locarno,  racconta la sua esperienza.

Come si diventa proiezionista?
Bisogna avere la passione per il cinema. Se non lo fai davanti all’obiettivo, lo fai dietro. Cominciai per hobby quando avevo 18 anni, un po’ sulla suggestione tipo “Nuovo cinema Paradiso”. Lavoravo in una vecchia sala di Locarno che oggi non esiste più, il cinema Pax. Poi è stata la volta del Festival internazionale. E sono qui da una vita.

Quali sono le difficoltà che incontra?
Se si ha una buona preparazione tecnica, non ci sono problemi. Qualche seccatura può venire da registi un po’ rompiscatole, quando vengono a chiederti «più luce, più suono» e immagini più grandi, anche a scapito del formato. Ma io non posso tirare fuori quello che non c’è. Devo aggiungere che queste pressioni vengono di solito dai meno bravi.

Le nuove tecnologie cambiano il suo mestiere?
In senso stretto, il digitale non crea problemi. Tuttavia, c’è il rischio che questo possa portare alla fine del nostro lavoro. Un domani basterà che qualcuno prema un bottone per far partire il Dvd e il nostro ruolo non servirà più. Siamo quasi una razza in via di estinzione. Circa il formato, il 35 esiste ancora, mentre il 16 è ormai sparito.

Quali sono le differenze tra le proiezioni in piazza e quelle in sala?
In piazza devo fare un po’ la regia di tutto, dalle luci ai video proiettati sui palazzi, dal suono alla proiezione vera e propria. Tecnicamente, invece, i proiettori sono identici. Quella attuale è la terza cabina in piazza utilizzata per il Festival. La prima era molto semplice, quasi due gusci messi insieme e un amplificatore mono. La successiva ci ha regalato l’aria condizionata, mentre quella odierna, inaugurata due anni fa, ha una tecnologia molto avanzata, con due video proiettori e un server per l’alta definizione. (Intervista di Giovanni Casa)

 

Storie europee

Les derniers jours du monde, ultima commedia dei cineasti francesi Arnaud e Jean-Marie Larrieu (Incontri d’amore), è un’odissea amorosa su uno sfondo apocalittico che confronta con ironia Mathieu Amalric alla fine del mondo. Il regista svizzero Christoph Schaub (Happy New Year) predilige un tono malinconico per Giulias Verschwinden, commedia corale sulla vecchiaia e sulla giovinezza, ispirata a una sceneggiatura originale dello scrittore Martin Suter (Un amico perfetto). Totale cambio di scena per l’altro film elvetico della selezione, La valle delle ombre (The Valley), primo lungometraggio di finzione di Mihály Györik. Magia e superstizione sono gli ingredienti di questo racconto cupo e inquietante girato fra le montagne della Svizzera italiana, con Teco Celio e Jean-François Balmer. Sul fronte germanofono, Unter Bauern - Retter in der Nacht di Ludi Boeken racconta la storia vera di una famiglia di ebrei rimasti nascosti per quasi tre anni presso una famiglia di contadini in Vestfalia, in piena seconda guerra mondiale. Infine, il cineasta catalano Marc Recha (Dies d’Agost) è tornato a Locarno per ricevere per la prima volta gli onori della Piazza Grande con Petit Indi, «romanzo di formazione» con Sergi Lopez e Eduardo Noriega.

Una Piazza animata

In omaggio al progetto Manga Impact, l’animazione giapponese ha fatto il suo ingresso in Piazza grande con tutti gli onori del caso. Tre gli appuntamenti per scoprire le diverse sfaccettature di questa immensa produzione e assistere a veri e propri eventi in prima fila. Spettacolo garantito con la presentazione, in prima mondiale, di un film atteso da tutti i fan del genere: Redline di Takeshi Koike, animazione concitata e virtuosa di una corsa automobilistica apocalittica. Il menu della «notte manga» ha proposto, tra gli altri titoli Mobile Suit Gundam I (1981), adattamento cinematografico, mai distribuito in Europa, di una mitica serie televisiva che ha rivoluzionato il genere «robot».  Ultimo evento d’eccezione, genere animali e umani: Isao Takahata (Una tomba per le lucciole), fondatore con Hayao Miyazaki del celebre Studio Ghibli, ha presentato la proiezione del suo capolavoro Pom Poko(1994), campione d’incassi all’epoca in Giappone. 

 

Il Concorso internazionale

18 i film proposti dal Concorso internazionale, provenienti da 15 paesi. Sulla scia delle edizioni precedenti, la selezione 2009 era contrassegnata dalla scoperta e dalla novità, annoverando 14 prime mondiali e 4 prime internazionali, fra cui 7 opere prime. E per la prima volta, un film d’animazione giapponese ha partecipato al Concorso: la favola futurista di Mamoru Hosoda Summer Wars.

Esilio e radici

I temi dell’esilio e delle radici hanno dominato la selezione di quest’anno. She, a Chinese, il secondo atteso film della regista e scrittrice Xiaolu Guo (How is Your Fish Today), percorre il periplo di una giovane cinese che abbandona la sua provincia alla volta della Gran Bretagna, dove l’attende una vita di sradicamento. In Akadimia Platonos di Filippos Tsitos, commedia sull’attuale Grecia multiculturale, un ateniese nazionalista vede vacillare le proprie certezze nello scoprire le sue radici albanesi. Mentre Frontier Blues di Babak Jalali, nuova promessa del cinema iraniano, descrive con ironia e poesia la vita quotidiana fuori dal mondo di un paesino alla frontiera con il Turkmenistan.

Solitudini

Ma la selezione 2009 era anche dominata dall’intimità di relazioni familiari dolorose, personaggi solitari o rapporti di coppia complessi. Shirley Adams del sudafricano Oliver Hermanus narra la disperazione quotidiana di una madre e del proprio figlio invalido. L’Insurgée del francese Laurent Perreau mette a confronto un’adolescente ribelle e un nonno tormentato (Michel Piccoli); duegenerazioni e due solitudini si trovano anche in Nothing Personal dell’olandese Urszula Antoniak, mentre La Invencion de la carne dell’argentino Santiago Loza (Extraño) intesse un racconto onirico e angosciante sul rapporto incerto tra un uomo e una donna.

Ritorni

Grazie alla selezione 2009 si sono avute notizie recenti di tre autori cari al Festival di Locarno. In Wakaranai del giapponese Masahiro Kobayashi, Pardo d’oro 2007 con Ai no yokan, un adolescente deve confrontarsi con i temi della perdita e della solitudine; il canadese Bernard Emond (La Neuvaine, Contre toute espérance) conclude la sua trilogia sulle virtù teologali con La Donation, mentre il francese Eugène Green (Le Pont des arts) compone con A Religiosa Portuguesa un inno al fado e a Lisbona, città in cui il film è stato interamente girato.

 

Il Concorso Cineasti del presente

La selezione 2009 vantava 9 prime mondiali e 8 prime internazionali, di cui 6 opere prime. Fedele allo spirito di ricerca della sezione, la selezione ha offerto l’avvincente resoconto di un cinema che si muove, esplora, inventa e osa. Forte la presenza latino-americana e scandinava, e di nuovi talenti giapponesi, turchi e senegalesi.

Sguardi documentari

La striscia di Gaza al quotidiano, lo scorso gennaio, durante gli attacchi israeliani: è il tema di Piombo Fuso di Stefano Savona (Primavera in Kurdistan), un documento al flusso dei notiziari televisivi. In October Country, il giovane fotografo Donald Mosher affianca il regista Michael Palmieri nelle riprese, durante un intero anno, della vita quotidiana della sua famiglia; povertà, violenza, ferite intime sono i temi centrali di questa dolorosa rappresentazione della classe operaia americana. Cambio scena radicale con Greetings From the Woods di Mikel Cee Karlsson. Frutto di quattro anni di riprese, questo film intenso ci immerge nell’atmosfera e la realtà sociale di un paesello nel cuore della foresta svedese. Il documentarista svizzero Richard Dindo (Ni olvido ni perdon, Genet à Chatila) ci offre il suo primo film «americano», The Marsdreamers –
ritratto spiritoso di alcuni utopisti di un nuovo genere, convinti della pressante necessità di conquistare Marte.

Nuovi talenti, nuove forme, nuovi racconti

La selezione 2009 ha puntato i riflettori sui registi emergenti argentini e brasiliani. Alejo Mogouillansky crea, con Castro, un’esaltante fantasia sui temi della ricerca, del ritmo e del movimento, mentre con Todos Mienten Matias Piñeiro si cimenta in un abile divertissement sul racconto e la parola. Lo stesso spirito ludico abita A Fuga da mulher gorila, road movie musicale girato in otto giorni e opera prima autoprodotta di due autori brasiliani di 28 anni Felipe Bragança e Marina Meliande. Segno incoraggiante dal continente africano, la produzione francese Un transport en commun di Dyana Gaye reinventa un viaggio in taxi-brousse da Dakar a Saint-Louis, durante il quale i passeggeri raccontano se stessi… cantando; proprio come in Sogno il mondo il venerdì di Pasquale Marrazzo, film corale e musicale che incrocia, a Milano, i destini di sei
personaggi in cerca di un futuro migliore. Per il suo primo lungometraggio da regista, la giovane attrice francese Valérie Donzelli opta invece per una commedia sentimentale personale e ironica ne La Reine des pommes. Del britannico Andrew Kötting, nella coproduzione franco-svizzera Ivul, la favola eccentrica sulla disgregazione di una famiglia.

 

 

15 agosto 2009

Roma, Katyn di Wajda all’Isola del Cinema

 

cinema_katyn 
Katyn

Capolavori di Wajda all’Isola Tiberina

Roma 10-12 agosto

Per il ciclo Isola Mondo, serate dedicate alle culture e alle cinematografie di tutto il mondo, il 10 agosto alle 21.30 nella Sala Fellini, il Direttore dell’Istituto di Cultura Polacco, Jaroslaw Mikolajeski, alla presenza dell’Ambasciatore in Italia Jerzy Chiemlewski, presenta Katyn di Andrzej Wajda, film sul genocidio da parte dell’ex Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale taciuto dalla storia. Katyn (nomination agli Oscar 2008) inaugura l’appuntamento con la Polonia e i capolavori del regista, insignito nel 2000 con l’Oscar alla carriera e nel 2006, a Berlino, con l’Orso d’Oro alla carriera.

La mini rassegna sulle opere del maestro prosegue nella Sala Leone con L’uomo di ferro (11 agosto), Palma d’oro al Festival del cinema di Cannes nel 1981, e L’uomo di marmo (12 agosto). Le due proiezioni sono gratuite.

 

9 agosto 2009

Torino Film Festival, Amelio istituisce il Premio 8½

 

festival_torino

13-21 novembre 2009

In occasione della 27.a edizione, il Torino Film Festival istituisce il Premio 8½ che prende il nome dal mitico titolo felliniano. Il neodirettore Gianni Amelio ha deciso di istituire un riconoscimento ai registi che, dall’emergere delle Nouvelles Vagues degli anni ‘60 in poi, hanno contribuito al rinnovamento del linguaggio cinematografico e alla diffusione di nuove tendenze.

Il Premio 8½ sarà assegnato a Emir Kusturica all’apertura del festival, nel corso del quale saranno presentati materiali inediti di Arizona Dream e Il tempo dei gitani, nonché la versione integrale di Underground, inedita in Italia, della durata di oltre otto ore.

Un secondo Premio 8½ verrà attribuito alla società cinematografica American Zoetrope di Francis Ford Coppola, per il contributo al rinnovamento dell’industria filmica negli Stati Uniti. Coppola sarà presente a Torino per ritirare il premio e per l’anteprima italiana del suo ultimo film, Tetro. In onore di Coppola, il TFF presenterà inoltre Rusty il selvaggio e la versione restaurata di Scarpette rosse, il capolavoro di Powell e Pressburger al quale Tetro rende omaggio.

 

4 agosto 2009
Avanti »