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09 09 2010 |
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Scrat, una valanga di ghiandeL’era glaciale 3 record di incassi nel primo weekend Uscito in Italia nel weekend di fine Agosto 2009, L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri, con Scrat, Diego, Manny e Sid, ha battuto ogni precedente record per i film di animazione, realizzando in tre giorni (con le sole 806 copie monitorate da Cinetel) la cifra record di 6.839.643 euro, con una media per copia di 8.486 euro. Il precedente record per un film di animazione apparteneva sempre alla Fox per I Simpson – Il film, che aveva realizzato nel primo weekend 6.091.600 euro con 621 copie e una media per copia di 9.809 euro, seguito da Shrek 3 che aveva incassato nel primo weekend 5.981.734 euro con una media per copia di 8.308 euro. In termini di incassi assoluti L’era glaciale 3 ha realizzato il terzo miglior weekend di tutti i tempi, preceduto soltanto da Il Codice Da Vinci con (8.163.303 euro) e da Pinocchio con (7.035.146 euro). 31 agosto 2009
L’era glaciale 3
Terzo capitolo della serie Fox/Bue Sky, apertasi nel 2002 (regia di Chris Wedge) e continuata nel 2006 (Carlos Saldanha). Ora Saldanha è affiancato alla regia da Mike Thurmeier, ma la filosofia del prodotto non cambia e anzi si consolida nel mimetismo accentuato della società degli uomini e delle donne. La similitudine con la vita degli umani si fa sempre più ravvicinata, fino a sfiorare l’identificazione piatta. Meno male che c’è l’effetto 3D (250 copie su 900 distribuite in Italia) a “indicare”, al contrario di ciò che ci si aspetterebbe, la distanza immaginaria dalla realtà . La pre-visione del terribile futuro, il riscaldamento definitivo del Pianeta, si attenua e quasi si scioglie nella grafica digitale, riproponendoci - sembra all’infinito e comunque in una serie che ha l’aria di voler decisamente funzionare - un immaginario “voluminoso” e perciò, si direbbe, più convincente. Come dire che più un fiore finto somiglia al vero più si rafforza, paradossalmente, la prova di una differenza incolmabile - così almeno sperano gli “umanisti” inguaribili. La sensazione che le avventure dei protagonisti animali, sempre gli stessi più la new entry Buck - furetto solitario, utilizzino argutamente e furbescamente le loro simpatie e le loro somiglianze per veicolare, in sostanza, un’idea tranquillizzante del mondo, un mondo dove, ghiaccio o non ghiaccio, la famiglia (branco) accoglie i più diversi componenti, offrendo buoni sentimenti in quantità inesauribili. Quasi perfetta la macchina dell’umorismo, affinata e aggiornata la tecnica artistica, l’animazione procede come se, in fondo, la distanza dai dinosauri ad oggi non fosse poi così enorme. La prova? È nella piccola ghianda che lo scoiattolo Scrat (gli autori sono passibili dell’accusa più feroce, di… approfittatori della simpatia!) continua ad inseguire. E per chi fosse stato in pericolo di astrazione troppo spiccata - e si fosse detto: simpatico il siparietto, ma perché tanta insistenza? -, ecco ora spuntare Scrattina, scoiattolina che ricorda più da vicino sensazioni… naturali. Nessun mistero dunque. Franco Pecori 28 agosto 2009
Chéri
Parigi 1906. La Belle Époque sarà presto un ricordo, spazzata via dalla guerra mondiale. Ma Léa de Lonval (Pfeiffer) non sembra avvertire alcun segnale. Come lei anche la sua vecchia “collega” nel mestiere più vecchio del mondo, Madame Peloux (Bates), la quale pensa soprattutto al proprio figlio diciannovenne viziato, Chéri (Friend), ché finalmente possa diventare un uomo. Le due ricche cortigiane si accordano. Léa ha ormai una certa età ed ha deciso di “smettere”, tuttavia è ancora piacente e accetta il compito di svelare tutti i segreti dell’amore a Chéri. Ma l’affascinante ragazzo con gli occhi a forma di sogliola colpisce al cuore la sua “maestra” e s’innamora egli stesso. Saranno sei anni felici. Sicché il matrimonio combinato per Chéri dalla madre con la giovanissima Edmée (Jones) non potrà che essere un fallimento. Dopo un periodo di sofferta lontananza Chéri tornerà a Léa, ma niente potrà essere come prima. «Tu torna pure a dormire e lascia fare a me», suggerisce la donna scoprendo troppo il proprio ruolo “materno”. Chéri non è più un ragazzo, un destino drammatico lo attende. Adeguata e coerente l’ambientazione, un po’ fredda l’interpretazione della protagonista, il film si svolge sul filo di un difficile equilibrio tra impulsi “romantici”, piaceri e sfrenatezze “novecentesche” e rilettura ironica (cosciente) dei testi (Chéri, 1920, La fin de Chéri, 1926) di Colette (Sidonie-Gabrielle Colette, 1873-1954), scrittrice francese “scandalosa”, tipica esponente della sua epoca. L’inglese Frears, dimenticato ormai da tempo il piglio del film di denuncia (Piccoli affari sporchi, 2002), ritorna all’ispirazione letteraria, incontrando dopo 20 anni la Pfeiffer delle Relazioni pericolose e attenuando lo stile brillante e provocatorio di Lady Henderson presenta (2005). Il regista conferma la capacità di farci viaggiare in epoche diverse dalla nostra, ma qui con minore spessore storico rispetto a The Queen (2006). In Chéri la ricerca tende un po’ troppo all’esercizio, prevale lo stile e non c’è traccia del “proibito” originale. Franco Pecori 28 agosto 2009
Fa’ la cosa sbagliata
La semplificazione è pericolosa? Dipende da cosa s’intende. Nella musica, la riduzione sistematica delle possibilità di scansione a ritmo binario può portare dallo slow al duinato (tà tta-tà tta) e poi all’esclusivo tum-tum-tum-tum della discoteca e dell’automobile “coatta”. Quantitativamente, la semplificazione - rispetto non solo al 4/4 ma anche al 3/4 e a tutti gli altri tempi dispari - orizzontalizza la fruizione (è storia), ma soltanto nelle società “evolute”. I “primitivi” non semplificano, spesso battono ritmi tutt’altro che semplici, arrivando a sovrapporne sei o sette nella stessa esecuzione. In mezzo a tutto questo, il trionfo di fenomeni come l’hip-hop produce confusione, attraversando diverse fasce sociali e mescolando istanze giovanili con “rivoluzioni” culturali il cui esito, a tutt’oggi, risulta tutt’altro che chiarissimo. La forma dell’hip-hop è centrale nell’ambientazione del quarto film di Levine (i tre precedenti non sono arrivati in Italia: Shards, Love Bytes, All the Boys Love Mandy Lane): lega le scene. Siamo nella New York del 1994 e la “semplificazione” impera su opposti versanti. Il sindaco Giuliani va giù duro nella repressione, terapeuta e pusher provano un rimescolamento sussidiario post-post-Woodstock, in una gestione ironica (o cinica?) della cooperazione esistenziale. Quello che sembra un rimescolamento arguto di vecchie cognizioni e di nuove disperazioni in un contesto difficile, data l’ovvietà degli elementi figurativi - personaggi e situazioni - risulta appunto una sorta di semplificazione a posteriori non richiesta (e forse per questo facile da applaudire, per esempio al Sundance Film Festival, dove il film ha avuto il premio del pubblico). In sostanza, il giovane spacciatore Luke Shapiro (Peck) offre droga al terapeuta tossico Jeffrey Squires (Kingsley) in cambio di un po’ di terapia. C’entra anche il ruolo di Stephanie (Thirlby), figliastra del dottore, solo per l’accenno ad una possibilità di rapporto autentico. Ma si apprezza soprattutto la bravura di Kingsley nel reggere un ruolo così “semplicemente” simbolico. Il resto è seppia. Nel colore indeciso si confondono quelli che non credevano più a niente con quelli che di nuovo credono a tutto pur di non cercare le cause non superficiali. «Ti spacca, tanto che ti cambia la vita», si diceva. Tanto per dire, «il Rap non è tutto». Franco Pecori 28 agosto 2009
Francesco Maselli e Laura Chiatti premiati dai giornalisti Va a Citto Maselli quest’anno il Premio Pietro Bianchi dei giornalisti cinematografici. Per Laura Chiatti, l’attrice rivelazione del 2009, è invece il Premio Biraghi destinato a partire dal 2001 ad una “sorpresa†dell’anno tra le attrici e gli attori più giovani. La consegna nel corso della Mostra Internazionale del cinema di Venezia il 3 Settembre, con una premiazione in Sala Grande per Citto Maselli, in occasione della prima veneziana di Le ombre rosse, il suo nuovo film in sala dal 4, e una festa per Laura Chiatti la sera, per inaugurare la Terrazza del Nastro Azzurro Club, di fronte al Casinò. Nato il 9 dicembre 1930 a Roma, Francesco Maselli, si è diplomato nel 1949 al Centro Sperimentale di Cinematografia dov’è stato assistente di Luigi Chiarini, lavorando alle sceneggiature di alcuni film, tanto per cominciare, di Michelangelo Antonioni. Il suo esordio alla regia con i documentari, poi, nel 1953, ha girato, insieme a Cesare Zavattini, Storia di Caterina (un episodio di Amori in città ) e due anni dopo ha firmato il suo primo film, Gli sbandati. Tra i film di Maselli più noti: Gli indifferenti, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia; Fai in fretta ad uccidermi…ho freddo del 1968; Ruba al prossimo tuo (1969); Lettera aperta a un giornale della sera del 1970 e Il sospetto (1975). Nel 1986 con Storia d’amore si aggiudica il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il premio per la migliore interpretazione femminile, assegnato a Valeria Golino. Laura Chiatti è nata a Castiglione del Lago, vicino a Perugia, nel 1982. L’attrice, protagonista del nuovo film di Carlo Verdone Io, lei e Lara, è appena volata anche sul set internazionale di Milano Somewhere, diretta da Sofia Coppola, accanto a Benicio Del Toro e Stephen Dorff. Il 2009, quindi, le offre ancora un’occasione importante, dopo ben tre film usciti in sala: Il caso dell’infedele Klara di Roberto Faenza, Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati, Iago di Volfango De Biasi e Baà ria di Tornatore, il film d’apertura della 66.ma Mostra di Venezia. In realtà il cinema ha “rivelato†da tempo la Chiatti, dal successo arrivato nel 2006 con L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino.  27 agosto 2009
Il messaggero
Un figlio con un tumore? Una casa «da riportare in vita», nel Connecticut, vicino all’ospedale. I genitori di Matt faranno dei sacrifici purché la cura sia giusta. Tutto sembra vero all’inizio (”tratto da una storia vera”), ma poi Matt (Gallner) comincia a fare “brutti sogni” e ad avere allucinazioni, squarci sonori colpiscono lo spettatore nella maniera più usuale, come in simili horror: casa con strane presenze. Ogni normale gesto diventa un possibile ingresso nel mondo altro. «Tutto bene? Tutto a posto? Sì, tutto a posto». Ma la cinepresa si muove più lentamente e il ragazzo sente accentuarsi i propri disturbi. Altro che tumore. Per non rischiare la confusione, le visioni, nelle quali entrano nuovi personaggi, assumono a tratti tonalità di seppia. Pillole blu contro la nausea? Ma possibile che i medici non capiscano? Noi siamo facilitati, il regista ci fa entrare direttamente nella stanza degli orrori. Il luogo, un’ex camera mortuaria, coincide con gli eventi “nascosti” vissuti sempre più spesso da Matt, il quale, da testimone, diventa protagonista, utilizzato come veicolo di un messaggio che sembra molto antipatico: via gli intrusi dalla casa. Tra psicoanalisi e “realismo” horror, l’inserimento del reverendo Popescu (Koteas) sembra offrire la chiave più probabile per una soluzione “spirituale”. Troppo difficile da vincere, infatti, la partita del cinema (inteso come realismo/verità delle immagini) per la rappresentazione diretta di realtà “interiori”. Prima o poi arriva il punto che sappiamo troppo bene come i nemici di Matt non possano essere reali, persone in carne ed ossa. A sua madre (Madsen) che disperata tenta di rassicurarlo e gli dice: «Non morirai», il ragazzo risponde sussurrando tra sé e sé: «A volte l’amore fa male». La visione rischia di distorcersi. Al cinema, “presenze”, “materializzazioni”, contatti medianici, apparizioni di ectoplasmi, non consistono che in immagini della realtà fotografica. Resta l’autorevolezza della parola (Popescu) e la “spiegazione”, necessaria al film, non può che venire da una “verità ” non fotografabile. In tale impossibile dialettica si relativizza il fascino del primo lungometraggio di Cromwell, pur dignitoso nella forma, non volgare nella costruzione degli eventi. Al dunque, la bravura degli attori è l’aspetto più attraente. Franco Pecori 21 agosto 2009
La morte di Tullio KezichL’esperienza di Tullio Kezich, nato a Trieste il 17 settembre del 1928 e morto a Roma il 17 agosto 2009, si è divisa tra cinema, teatro e critica cinematografica su giornali e riviste. L’esordio da giornalista avvenne il 2 agosto 1946, come recensore per l’emittente radiofonica Radio Trieste, con la quale collaborò fino agli inizi degli anni Cinquanta, occupandosi dal primo dopoguerra del Festival cinematografico di Venezia. Nel 1950 cominciò la collaborazione con la rivista Sipario, di cui divenne direttore dal 1971 al 1974. Nel corso della sua carriera Kezich ha collaborato con la Settimana Incom, con il settimanale Panorama, con i quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera. Raccolse poi le sue recensioni nei volumi “Il Millefilm” (Ed. Il Formichiere) e “Cento film” (Ed. Laterza). Nel cinema Kezich esordì direttamente come segretario di produzione nel 1949 per il film Cuori senza frontiere, di Luigi Zampa. Nel 1961 collaborò alla stesura de Il posto di Ermanno Olmi, e contribuì alla fondazione della casa di produzione cinematografica “22 dicembre”, che diresse artisticamente fino alla cessazione dell’attività nel 1965, producendo film quali I basilischi di Lina Wertmueller e L’età del ferro di Roberto Rossellini. Fu sceneggiatore in diversi film, tra cui La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, Leone d’Oro al Festival di Venezia. Per il teatro Kezich ha curato una cinquantina di spettacoli come autore traduttore e adattatore. Fece conoscere il teatro di Pirandello e Svevo. Tra i suoi lavori, La coscienza di Zeno di Svevo fece da base per le trasposizioni tv interpretate da Alberto Lionello. Nel 2008 è stata la volta de Il romanzo di Ferrara, omaggio a Giorgio Bassani. (Fonte Ansa)  Sergio Leone? Ha la pedalata lentaDel Kezich critico cinematografico ci piace riprodurre qui la recensione di C’era una volta il West, tratta da “Il Millefilm”, in cui si dimostra quanto egli s’intendesse di western in particolare. «C’era una volta il West: poi arrivò Bob Robertson e l’antico panorama cambiò di colpo. Accadde una domenica a Firenze, nell’autunno del ‘64, quando Per un pugno di dollari incassò a sopresa una cifra che i tecnici definirono abnorme. Sono passati solo quattro anni: Sergio Leone, che da tempo ha ripreso il suo vero nome, è sempre il regista italiano di maggior prestigio commerciale. Puntuale all’appuntamento natalizio, ecco il suo quarto western, che forse sarà l’ultimo, perché da tempo l’autore ha maturato altre ambizioni. Il buono, il brutto e il cattivo sono stavolta Charles Bronson, Jason Robards e Henry Fonda. Ogni traccia di dolcezza è scomparsa dal volto del mite sceriffo di John Ford: tutto vestito di nero, l’eroe di Sfida infernale comincia massacrando un’intera famiglia, bambini compresi, e prosegue in maniera altrettanto efferata. Naturalmente, c’è un vendicatore pronto a fare giustizia, ma chi sarà e perché? Accanto a un forte senso dell’immagine e un gusto aggressivo dell’effetto sonoro e musicale, Sergio Leone ha il difetto di avere la pedalata lenta. Nel tempo che lui ci mette a fare i titoli, un western dell’epoca d’oro sarebbe già a metà dell’avventura. Eppure, nonostante le tre ore di proiezione, molti nessi sfuggono, le ellissi risultano acrobatiche e le motivazioni dei personaggi appaiono evidenti solo riferendosi ai loro cliché. La ricostruzione ambientale, in Spagna rigenerata da rapide iniezioni di Monument Valley (Utah-Arizona), non aggiunge verità ai pistoleri che si perseguitano nella fosca vicenda. L’elemento nuovo del film è costituito, se mai, da una donna finalmente promossa da pretesto a personaggio: e Claudia Cardinale ha sguardi e atteggiamenti adeguati all’ambigua parte dell’ex prostituta che vuol sopravvivere a ogni costo. Ma che lungo viaggio, quanto zoccolare di cavalli e sferragliare di treni, per arrivare alla sparatoria finale, con una rivelazione sproporzionata rispetto all’attesa; e quanti finali, l’uno dopo l’altro, prima di veder spuntare i titoli di coda». (1969)  17 agosto 2009
Locarno, Vince She, a Chinese cinesi regista e attrice CONCORSO INTERNAZIONALE Pardo d’oro
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