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10 09 2010 |
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Baarìa per l’OscarBaarìa di Giuseppe Tornatore è il film italiano candidato all’Oscar 2010. Lo ha deciso la commissione istituita dall’Anica, preferendolo a Il grande sogno (Michele Placido), Vincere (Marco Bellocchio), Fortapasc (Marco Risi), Si può fare (Giulio Manfredonia). Nel fine settimana di uscita Baarìa ha conquistato il primo posto nella classifica degli incassi (2 milioni 105000 euro). E al recente festival di Toronto ha ottenuto un vero trionfo. Tornatore si è dichiarato «contento» e «intimidito», consapevole della responsabilità di rappresentare l’Italia, se il film entrerà nelle nomination. Carlo Rossella e Giampaolo Letta, rispettivamente presidente e AD di Medusa (società coproduttrice e distributrice del film), si sono detti «orgogliosi» per la scelta della commissione. Le “cinquine” delle nomination agli Oscar verranno annunciate il 2 febbraio 2010. La cerimonia della consegna dei premi si svolgerà a Los Angeles il 7 marzo.
29 settembre 2009
Roma, I Volturi al Festival
FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA
IL CAST DI THE TWILIGHT SAGA: NEW MOON incontrerà il pubblico
I Volturi, l’antica e potente famiglia di vampiri nati dalla fantasia di Stephenie Meyer, autrice della saga Twilight, saranno i protagonisti dell’incontro tra il pubblico e il cast in occasione dell’evento The Twilight Saga: New Moon, il prossimo 22 ottobre all’Auditorium Parco della Musica. Il Volturo più atteso sarà l’astro nascente Jamie Campbell Bower. L’attore inglese, che ha partecipato a grandi produzioni come Sweeney Todd, Rocknrolla e Harry Potter e i doni della morte: parte 1, è anche uno dei protagonisti di Winter in Wartime di Martin Koolhoven . Quest’ultimo film, in concorso nella sezione ragazzi del Festival “Alice nella città”, è candidato agli European Film Awards (EFA) ed inserito nella rosa dei film olandesi che concorreranno all’Oscar. Gli altri due Volturi che sfileranno sul tappeto rosso del Festival e incontreranno il pubblico saranno Charlie Brewer e Cameron Bright (Io sono sean, Uktra Violet, X Men, Juno). All’incontro con il cast parteciperà anche la sceneggiatrice Melissa Rosenberg. L’evento The Twilight Saga: New Moon prevede inoltre la proiezione in anteprima esclusiva di alcune sequenze del film diretto da Chris Weitz e la lettura di brani del libro firmato da Stephenie Meyer. 29 settembre 2009
Baarìa
Un kolossal da 25 milioni, oltre 160 mila euro per ogni minuto dei 150 montati, grandi masse, grandi scene, una lista impressionante di “partecipazioni” importanti (a fronte della “modestia” dei due bravi protagonisti, Francesco Scianna e Margareth Madè). Uno strano kolossal per una “Piccola Sicilia Antica”, mondo a parte, la lingua della cui gente necessita di doppiaggio per la distribuzione in Italia (Medusa), eppure mondo di tipicità buone ancor oggi, pare, per una lezione di storia italiana del Novecento (non pensate a Bertolucci). Piccolo mondo, trasognato con occhi di bambino, bambino che corre a perdifiato in un ricordo iniziale e finale, chiudendo il film in una parentesi onirica molto comprensiva di possibili attualità. Ma una strana storia, ricostruita e rivissuta per linee interne (interiori) e secondo scansioni brevi - scene, scenette, bozzetti, mai sequenze di lungo respiro - capaci di assorbire il peso di una vaghezza di senso, voluta o non voluta, che sembra cercare giustificazioni morali e ideali nel tratto poetico, nella pennellata istantanea. Diremmo quasi un colossale instant movie, che blocca in voluminoso paradosso il peso di una composizione digestiva, scaricandone i punti critici nel cinema-paradiso di un’utopia tangenziale, complementare alla “bontà” dell’avversario che dicesse a Peppino: «Ah, se tutti i comunisti fossero come te!». Peppino/Scianna è il giovane che, cresciuto nella povera provincia di Palermo (Bagheria), diventa comunista conservando in sé i buoni sentimenti dell’infanzia, a contrasto con la vecchia tracotanza dei fascisti, con la spietatezza mafiosa e con l’opportunismo della nuova politica degli anni Cinquanta e Sessanta. Gli episodi anche drammatici della vita italiana, visti dal profondo sud, ci sono: la guerra, le lotte contadine per la terra, la monarchia, la repubblica, i comizi per le elezioni, la Democrazia Cristiana di Tambroni, il dissidio Pci-Psi, lo “spaesamento” finale di fronte all’incognita di un futuro nebbioso. Mentre il piccolo mondo passato sfuma nel presente incerto, ci resta il volto buono di Peppino, il suo sentimento del vissuto e il “lancio” ottimistico del figlio, spedito su un treno verso una vita migliore. Nonni e donne, famiglia e altri figli, riposano sul fondo del quadro affollato. Resta la poesia di Tornatore, bravo nella regià in senso stretto, discreto nel dettato simbolico. Un pizzico di Fellini non guasta: è soprattutto nella forma del sogno, in qualche accenno a mostri dell’immaginario, nella traslucida sensazione di memoria e anche nel tentativo di avvolgere in una musica argentata (ma Ennio Morricone non è Nino Rota) il dono della composizione estetica. Franco Pecori 25 settembre 2009
District 9
“Area risarvata ai non umani”: District 9 è il campo di concentramento in cui sono stati racchiusi gli alieni provenienti da un mondo forse non molto lontano. Hanno forma di grossi gamberoni che camminano su due “arti” e si muovono più o meno come gli umani. Sconosciuto il motivo del loro arrivo sulla Terra. L’astronave che li ha portati è rimasta sospesa a mezz’aria sui grattacieli di Johannesburg. Sembrano poveri derelitti, e il loro veicolo è altrettanto malandato. Profughi? Di questi tempi, può venire in mente. Sono molti, un milione di gamberoni misteriosi che la Multi-National United ha deciso di trasferire in un campo più grande, il District 10. Deve sembrare una semplice operazione umanitaria, regolare e non aggressiva e per questo viene incaricato un modesto “operativo” sul campo, Wikus (Copley). La verità è che gli alieni hanno delle armi molto potenti ma inutilizzabili senza il loro Dna. La vicenda prende sempre più la forma di un reality televisivo, l’esperienza che Wikus si trova a vivere in mezzo ai gamberoni sale in primo piano negli schermi casalinghi e finalmente sembra vera. Il regista è al suo primo film, ma ha una sostanziosa esperienza di video musicali, di pubblicità e sa come trattare gli effetti visivi. Mescolando la finzione fantascientifica col realismo da telegiornale, Blomkamp ci fa sentire a casa nostra, seduti in poltrona. Quando Wikus viene assalito dal virus alieno che sta per trasformarlo in alieno, quasi non abbiamo elementi per stabilire la distanza dall’evento. O forse così dovremmo preferire che sia. Di sicuro, xenofobia e miscuglio di contrastanti dinamiche culturali trovano un loro ambiente ideale nella baraccopoli della città sudafricana in cui è ambientato il film; e sono elementi stereotipi dell’attualità, tali da essere confrontabili senza sforzo nell’immaginario del realismo elettronico. Tutto sembra ancor più vero perché la disavventura del contatto con i gamberoni capita a un Fantozzi qualunque, il quale improvvisamente diventa l’uomo più importante del mondo. Tanto che gli alieni finiscono per averne pietà. Franco pecori 25 settembre 2009
La ragazza che giocava con il fuoco
Medio. Quindi ottimo, diranno i lettori del libro (Marsilio Ed.), il secondo, dopo Uomini che odiano le donne, della trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson, morto prematuramente. La ragazza è ancora lei, Lisbeth Salander (Rapace). Ha conservato le sue caratteristiche, chiusa, dura e sensibile, tatuata sul corpo e piena di piercing in volto, sguardo pungente, bravissima col computer e nella difesa di sé. Millennium è la solita rivista. Il direttore, Mikael Blomqvist (Nyqvist) e i suoi redattori sono disposti a rischiare la pelle pur di scrivere la verità su certi affari sporchi (sesso, droga e non solo) che coinvolgono personaggi importanti anche della politica. Questa volta un paio di giornalisti ci lasciano realmente le penne. Sappiamo che la “cattiveria” di Lisbeth è dovuta alla sua infanzia in un istituto psichiatrico e alla successiva “prigionia” dovuta al regime di tutela, deciso dalla “giustizia” su di lei, giudicata incapace al 18 anno di età. Sulla sua famiglia verremo a sapere particolari decisivi, orribili, che andranno a formate un tutt’uno nel quadro di corruzione e violenza sempre più dettagliato attorno alla giovane eroina. Ma c’è un uomo che ha fiducia in lei, Mikael, il quale si batterà contro ogni apparenza per dimostrare che Lisbeth, accusata di omicidio, è innocente e per salvarla dalle aggressioni persecutorie di mostri la cui identità si rivelerà solo nel finale. Alfredson la tira un po’ per le lunghe, con qualche tratto di pedanteria e qualche amnesia sul versante della necessità interna al racconto. La sceneggiatura tralascia a volte il conto delle motivazioni per seguire più diligentemente lo sviluppo dell’azione. E nonostante ciò abbiamo l’impressione che per arrivare alla fine non sia così neccessario attardarsi nell’accumulo degli “incidenti”. Ma Lisbeth vive e sarà ancora tra noi, questo sembra l’importante. Franco Pecori 25 settembre 2009
Vincere di Marco Bellocchio piace al pubblico americano
L’unico italiano in concorso al New York Film FestivalLa proiezione di Vincere è in programma il 26 settembre 2009). Continua con successo il viaggio americano del film, dopo l’accoglienza straordinaria della critica e del pubblico ai Festival di Telluride e di Toronto. La storia della moglie e del figlio segreti di Mussolini ha evidentemente colpito gli americani: Vincere parteciperà ad altri cinque festival da qui a gennaio: Chicago, Philadelphia, Santa Barbara, American Film Institute di Los Angeles, LACMA di Los Angeles, NICE di San Francisco. Dopodiché il film sarà distribuito in America dalla IFC - la stessa distribuzione di Gomorra. L’uscita è prevista per i primi giorni di febbraio. Vincere è già stato venduto in 27 paesi in tutto il mondo e sono in corso altre trattative dopo la presentazione del film a Toronto. 24 settembre 2009
Pelham 1-2-3: Ostaggi in metropolitana
Dieci milioni di dollari. Un’ora di tempo. Poi i passeggeri del vagone dirottato moriranno, uccisi uno ogni minuto. La minaccia si chiama Ryder ed ha il volto di John Travolta. L’uomo ha l’aria di fare sul serio, di sapere ciò che vuole e perché lo vuole. Dall’altra parte del telefono gli tiene testa Denzel Washington nei panni di Zachary “Z” Garber, dipendente della metro, declassato dopo un’irregolarità commessa (tangenti per l’acquisto di convogli) ed ora in cerca di riscatto. Siamo a New York, il treno bloccato è il “Pelham 1 2 3″. Tony Scott (Déjà vu - Corsa contro il tempo, 2006, Man on Fire - Il fuoco della vendetta, 2004, Allarme rosso, 1995, Top Gun, 1986, Miriam si sveglia a mezzanotte, 1983) riprende il romanzo di John Godey, Il colpo della matropolitana (Mondadori, 1973), già portato sullo schermo due volte. Nel 1974 (stesso titolo del libro, regia di Joseph Sargent), Robert Shaw era Ryder e Walter Matthau era Garber; nel 1998 (Un ostaggio al minuto, versione televisiva, regia di Félix Enríquez Alcalá), il dirottatore era una donna, Lorraine Bracco. Scott va oltre il remake, sia nei contenuti sia nell’ambientazione. Ha girato le scene sotterranee nei veri tunnel della metro newyorkese mostrando anche l’attuale livello tecnologico di controllo della circolazione, ha attualizzato le “ragioni” della vicenda, approfondendo i caratteri dei personaggi. Nei suoi spunti di lucida ironia, Ryder (un Travolta calato perfettamente nello spirito del ruolo) confessa anche i motivi “tecnici” di ciò che sta facendo: ex broker a Wall Street, è stato in carcere e cerca vendetta contro quel mondo di «brutti tipi» e contro lo Stato che li ha tenuti a galla. I milioni per gli ostaggi? «Sarà niente in confronto a quello che si guadagna in borsa!». Garber, da parte sua, sente il peso delle passate responsabilità e prende ora su di sé il carico della trattativa con Ryder. Nessuno dei due protagonisti è “puro”, le due morali si intrecciano in una situazione umana complessa. Non estraneo alla vicenda il personaggio violenza, che traspare in forma di tensione nel ritmo secco e implacabile del montaggio, scandito dall’efficace conteggio del tempo. E non tutto finisce bene. Franco Pecori 18 settembre 2009
Basta che funzioni
Allen torna a casa. Si veste da Boris Yellnikoff, ex professore di meccanica quantistica alla Columbia University e si piazza nel cuore di New York, sproloquiando nei tempi morti con i suoi amici al bar. Le sue incursioni in Europa, tipo Vicky Cristina Barcelona pare si siano rivelate inutili. La gente gli sembra sempre più stupida e la vita non merita di essere vissuta. Di tanto in tanto si getta dalla finestra (non lui, il suo personaggio), ma si salva miracolosamente e deve rassegnarsi al proprio destino. La moglie bella e ricca (McCormick), stufa del suo inguaribile pessimismo, lo ha abbandonato. Lui adesso si rivolge direttamente allo spettatore - un po’ alla Brecht, ma con rispetto - e non nasconde dietro giri di parole le proprie intenzioni. Non proprio lui con la sua faccia: ci mette quella di Larry David, il quale nei panni di Boris si sdoppia a tratti per rivolgersi alla sala con l’aria di saperla lunga sulla qualità della visione (non si dice «Buona Visione»?), cioè senza farsi troppe illusioni sull’autenticità della cosa. Non a caso l’attore scelto dal regista deve le sue origini artistiche al cabaret e soprattutto alla serie televisiva Fridays (1979), nonché alla collaborazione al Saturday Night Live (1982) in qualità di autore. La Tv non entra direttamente nel discorso, ma non è male che l’alter ego dell’autore conosca l’essenza del referente, la scatola che traccia il nostro cammino quotidiano suggerendo clonazioni di comportamento e mentalità. Come definire altrimenti le insulsaggini degli altri, bambini e mamme comprese? E anche ragazzotte del sud (Mississippi), ingenue come l’acqua di fonte, che lasciano casa per avventurarsi nella grande mela. Una, Melody St. Ann Celestine (Wood), Boris se la trova una sera, rannicchiata sotto un cartone. Impietosito suo malgrado, il “genio” della fisica la ospita. La tratta da straccio per un bel po’, finché quasi se ne innamora. Per fortuna, i genitori di Melody (Clarkson e Begley Jr.) accorrono con grande disagio di tutti. Disagio non per molto: Marietta e John avranno modo di prendere confidenza con la metropoli, rinnovando a fondo la propria vita. E intanto anche Melody vedrà affermarsi la sua “innocenza” nel pieno giro della ruota insensata che non vuole “pensieri”. Sicché, una volta di più, a Boris non resta che il gesto estremo. Non facciamoci illusioni, però. Il finale non è tragico e tutto ridiventa accettabile (e divertente), perfino il pessimismo del professor Yellnikoff. Profondo senza disturbare, leggero senza ovvietà, Allen usa le sue battute come pallottole di una mitragliatrice a salve. La musica che sceglie per i passaggi di scena ha il sapore del jazz tradizionale. Revival più che altro. Franco Pecori 18 settembre 2009
EFA, Ken Loach ospite d’onoreNel corso della 22a edizione degli European Film Awards l’European Film Academy renderà omaggio a Ken Loach
17 settembre 2009
Giuseppe Cruciani: Umberto D? Non lo conosco
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