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10 09 2010
 
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Immagina un vagito cosmico

 

Il buio, il fuoco, il desiderio

Ode in morte della musica

Il libro di Gino Castaldo

 

 

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John Cage

 

Dice Gino Castaldo: «Il rock di oggi copia il futuro di ieri e lo rende passato». Parole sante. E Castaldo non è solo «tra i più noti giornalisti e critici musicali italiani», è tra i più consapevoli. Se oggi sente il bisogno di scrivere un’accorata Ode in morte della musica, la cosa di per sé merita attenzione. Perfino «l’area pop», osserva l’autore del prezioso volumetto Il buio, il fuoco, il desiderio (Einaudi, 2008), è diventata per alcuni «più ambiziosa, sperimentalmente più spregiudicata». La delusione per l’affievolirsi e lo sfibrarsi della carica musicale traspira da tutta la prima parte del saggio, presa in un’articolata e approfondita analisi delle ragioni anche filosofiche di una crisi (ma non è poi questo il termine per comprendere una certa evoluzione della materia) che riguarda ormai da decenni il mondo dei suoni inteso nel suo insieme, diacronico e sincronico. I Beatles e le loro invenzioni, John Cage e il suo “silenzio”, la nuova coscienza delle radici del jazz (Ornette Coleman), la poesia cantata oltre la lirica (Bob Dylan) e via via non una serie di figure ma un ventaglio universale di possibilità e di novità. Poi il tragico ripiegamento, il manierismo, una insopportabile cappa che soffoca ormai il desiderio. Questo di Castaldo è un esempio, più unico che raro, di sublimazione dell’esperienza in discorso sincero, anche drammatico, nella ricerca di una via d’uscita, via che per trovarsi ha bisogno di uno sguardo sempre più largo, più ampio quanto più pertinente. Ecco la scommessa necessaria, il rischio inevitabile della riflessione. L’autore lo prende con tutto il coraggio, riconoscendo e proponendo la stretta parentela di diversità storiche e di comunioni metalinguistiche o, meglio, semiotiche (implicitamente semiotiche). Bach e Chaka Demus, per dire. Charlie Parker e Pink Floyd. Il libro è, forse soprattutto, un appassionato “invito all’ascolto”, per un’ultima chance di cattura del suono e delle sue combinazioni possibili nell’utopia di un piacere indispensabile, di un’arte del vivere, di un rifiuto del sopravvivere. La storia antica e le punte dell’avanguardia possono incrociarsi in un destino estetico imprescindibile, laddove anima e corpo esauriscano in sé la propria fortuna. Semplicemente, ci vuole orecchio. E memoria. Il disco aiuta? Una parte del libro di Castaldo è dedicata alla problematica della riproducibilità tecnica.  È vero che la storia dell’arte ci dice che ad ogni passaggio d’epoca, si è parlato della morte di forme espressive, trapassi legati in apparenza all’avvento di nuovi mezzi, dalla stampa alla fotografia al cinema. E per la musica, tutto sembrò mutare con il disco. Fissata nel supporto, la musica ha perso il proprio carattere di univocità d’esecuzione, per non parlare poi dell’improvvisazione. Ma se muta la forma non di meno muta la memoria, la quale non si immedesima propriamente con la “ripetizione”. È per questo che, in ogni caso, l’ascoltatore è anche musicista e prosegue a modo suo il discorso musicale. In questo senso l’orecchio umano può impadronirsi della tecnologia e trasformarla in nuova creatività. Castaldo richiama all’importanza dell’uso della registrazione multitraccia. Crescendo, la tecnica moltiplica le proprie possibilità, cresce il paradosso d’una restrizione del campo creativo e la «spirale del revival» fa gridare: «Bisogna ricominciare a inventare pezzi originali. Non sottovalutiamo l’incapacità della nostra epoca di inventare il Nuovo». Dicevamo la scommessa della pertinenza. È qui che ci viene in mente la relazione d’apertura che ci fu commissionata per un convegno su Musica e rumori, ordine e disordine al Goethe Institut di Roma, nel giugno 1998. Nelle relazioni sonore, la componente intervallo è un punto coinvolgente nella definizione della circostanza, della convenzione musicale. Allargato così il raggio, si delinea una prosecuzione del senso, che è il cuore del problema. E non solo della musica. Del resto la musica non potrà certo essere separata in assoluto dall’universo, come nota lo stesso Castaldo nelle prime pagine del libro. Se non dovesse rimanerci altro che un intervallo, saremo comunque nella musica, o la musica sarà con/in noi. Non pare poco. Al paragone, la “libertà” del free jazz non sarà che un archetipo inusuale. Ecco che allora tutto il discorso dovrà essere recuperato nel senso del bello, concetto estremamente mobile, come la storia e la vita di ciascun musicista/ascoltatore/musicista. Al di là del disco e degli altri possibili simulacri. Una volta entrati nella dimensione estetica, percepiremo anche il silenzio in un modo diverso, lo sentiremo insieme alla musica e la natura sarà insieme cultura.

Qui entriamo nella parte più creativa del libro. In senso stretto, ogni parola, ogni segno è una metafora, ma Castaldo ne costruisce una specifica, articolata in tre rimandi: il buio, il fuoco, il desiderio. E la chiama ode, Ode in morte della musica. La forma cantata, pur conservando il canto le sue radici classiche, dei greci e dei latini, assume ora una “metrica” complessa, consonante diremmo con i nostri giorni e soprattutto col sentimento che la materia suscita. La seconda parte del libro è una bellissima poesia sulla musica che, morta, vive in un libro di musica. Dice: «Probabilmente la musica è nata da un vagito cosmico [...].  Di sicuro a vigilare sul parto c’era la notte dello spazio». Una magia. È Armstrong che canta Black and Blue. Dalle ninne nanne alla musica notturna di Thelonious Monk, a Miles Davis, a Mingus e, dal jazz al rock finanche a Springsteen, l’«uragano nero che ha invaso il mondo della musica»: tutto un mondo dark e misterioso. Le due connotazioni sono simbiotiche. Non si finirà mai di evocare «verità impronunciabili» come il Lover Man di Parker del 29 luglio 1946. Dal buio al fuoco non c’è cesura. La musica tiene accesa una fiamma, «stregata» da lampi di luce più caldi e più freddi. Sempre acceso il fuoco di New Orleans (Preservation Hall Jazz Band) e non solo jazz. Stravinskij, per esempio (L’uccello di fuoco), anche se la musica classica è soprattutto negazione del fuoco, piuttosto lo controlla, lo reprime. E però, come il fuoco, la musica è anche utile: pregare, danzare, celebrare (la musica di origine africana e il rock che ne eredita il valore del vivere insieme). Seguendo il fuoco si percorre una via incendiaria, s’incontrano Presley, Hendrix, Bowie, Strummer. E tutti quei musicisti, pur fuori dalla lista dei mostri sacri, alcuni meno “bravi” ma immersi nella musica oltre i limiti tecnici. In agguato c’è sempre un diavolo che non ama finzioni, un diavolo instancabile cacciatore che brucia i manierismi, le sue copie di cartapesta (metallari e soci).

Infine il desiderio. Si può fare un elenco di canzoni immortali, di melodie sublimi. Per Castaldo non è un puro esercizio, è una sapiente evocazione di modelli fantastici incarnati in sogni sonori i più diversi. Ellington, Porter, Trenet, Nina Simone, Marley e via puntualizzando soprattutto le diverse sensibilità provenienti da ambiti extraeuropei dove l’«intonazione immobile» classica è sentita come un’intralcio all’espressività. Billie Hiliday, Ray Charles. Il problema è la qualità del desiderio, cioè la consapevolezza. A questo livello la musica pop porta in sé il pericolo di un’autonomia ingannevole, tende a creare il desiderio e a soddisfarlo, come fosse un bonbon, dice Castaldo citando Madonna. Tentazioni antiche, da Sinatra a Little Richard e compresi i Beatles e i Rolling Stones (Satisfaction). In questa chiave, per il «genuino piacere dell’ascolto», Castaldo pensa anche a Mozart, la cui musica «sconfina nel terapeutico». Al contrario, una certa musica d’avanguardia sembra negare il piacere dell’orecchio. Arnold Schoenberg, Anthony Braxton, Derek Bailey, Evan Parker. «Uno strappo irrisolto»? Castaldo propone: il desiderio originario ha un suono, il suono della rivoluzione.

C’è anche un epilogo. Dimentica di sé, la musica torna bambina ma senza ritrovare l’innocenza. Infatti, sottolinea l’autore, non si parla più di futuro. Già, alla musica sembra sfuggire proprio l’elemento suo costitutivo, il tempo. Forse la moderna fisica potrebbe aiutare la Nuova Musica nella ricerca del senso dell’esistenza? Siamo in una fase incerta, conclude Castaldo. I musicisti ci sono, «è la musica che muore». Non ci resta che cercare tra le ceneri, o,  «tornare a passeggiare nei boschi». All’autore viene in mente Sun Ra, «uno dei tanti musicisti che hanno declinato il linguaggio dell’utopia». Claude Debussy, Hector Berlioz. Misha Mengelberg e Han Bennink, il loro dialogare col merlo. Sta arrivando qualcuno? Forse «una musica che nessuno ha mai suonato»? L’appello finale è all’immaginazione. Diciamo anche noi: immagina… immagina intanto la musica di questo libro. Anche solo semplicemente la raccolta dei pezzi citati fa un’audioteca che ci restituisce umanità. Poi vedremo.

 

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Sun Ra

 

Franco Pecori

 

31 ottobre 2009

Haneke: Idealismo pericoloso

 

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Michael Haneke

 

Il regista austriaco Michael Haneke
(Funny games, La pianistaIl tempo dei lupi, Niente da nascondere)
ha parlato dei pericoli dell’idealismo
nella conferenza stampa per il suo film in bianco&nero
vincitore della Palma d’Oro a Cannes.

Das weisse band (Il nastro bianco)
è ambientato nella Germania pre-nazista.
In un villaggio protestante del Nord,
i componenti di un coro, bambini e adulti,
sembrano partecipare ad uno strano rituale.

Dice Haneke: «Se ai bambini si inculcano ideali assoluti
il rischio è la perdita di umanità
e si può arrivare fino al terrorismo.
I bambini del film applicano alla lettera gli ideali appresi.
Secondo loro, chi non condivide va punito.
Fascismo? Il mio film va oltre,
tratta del problema più generale dell’ideale deviato».

30 ottobre 2009

Il nastro bianco

film_ilnastrobiancoDas weisse Band - Eine deutsche Kindergeschichte
Michael Haneke, 2009
Fotografia Christian Berger
Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Fion Mutert, Michael Kranz, Burghart Klaussner, Steffi Kühnert, Leonard Proxauf, Levin Henning, Johanna Busse, Yuma Amecke, Thibault Sérié, Josef Bierbichler, Gabriela Maria Schmeide, Enno Trebs, Theo Trebs, Janina Fautz, Rainer Bock, Susanne Lothar, Roxane Duran, Brando Samarovski, Detlev Buck, Anne-Kathrin Gummich
Cannes 2009: Palma d’Oro. Efa 2009: film, regia, sceneggiatura (Haneke).

Una differenza tra cronaca e storia è nella capacità di guardare al “prima”. Haneke guarda al 1913-14 e ci fornisce alcuni elementi per capire il futuro a cui andava incontro la Germania prenazista. Oggi molte scuole conducono lodevolmente e doverosamente gli studenti a visitare Auschwitz Birkenau. Speriamo che gli insegnanti sappiano anche far loro osservare i piccoli dettagli della vita quotidiana da cui spesso possono emergere indicazioni sui pericoli nascosti nei “buoni ideali”. Nessuno dice, certo, di voler fare ancora Auschwitz, non lo dice nemmeno mentre lo fa. Ma di giorno in giorno magari senza “saperlo” si comporta come se un altro nazismo potesse esservi. In questo senso Il nastro bianco di Haneke (Funny games, 1997-2008, La pianista, 2001, Il tempo dei lupi, 2003, Niente da nascondere, 2005) va ben oltre il cliché, troppo alla moda e troppo spesso intriso di falso realismo e falsamente risarcitorio, del film “tratto da una storia vera”. Premiato con la Palma d’Oro a Cannes, oltre che bellissimo, Il nastro bianco è preziosissimo. Fuori campo, nella forma del diario di chi oggi ricorda, la voce ormai anziana dell’allora giovane maestro del villaggio, racconta la strana vicenda di perversioni sotterranee in uno sperduto paesino di contadini del nord. Brava gente di cui man mano scopriamo raccapriccianti tendenze, tutte riconducibili, in sostanza, ad una radice culturale, l’idealismo. Non quello di Immanuel Kant, ma quello che, partendo da un’istanza anche inconscia di “assoluto”, la devia per utlilizzarla a giustificazione di spregevoli convenienze. Il pericolo maggiore è al livello dell’infanzia. I bambini tendono ad assolutizzare gli insegnamenti ricevuti dagli adulti e ad applicarli in concreto, senza preoccuparsi di verificarne le conseguenze pratiche. In agguato c’è sempre la voglia di avere il contatto diretto con la fonte ideale, con Dio stesso, e in suo nome comportarsi con rigida determinazione e con intenti punitivi verso chi si ritenga non “benedetto”. Una scena chiarisce bene questo rischio. Il maestro (Friedel) sta pescando trote al fiume e si accorge che Martin (Proxauf), uno dei suoi piccoli allievi, cammina pericolosamente lungo il ponticello un po’ più in alto rischiando di cadere e morire. Il ragazzino dirà che voleva verificare la volontà di Dio di lasciarlo in vita. Dal superamento della prova avrebbe dedotto il giudizio positivo sul proprio comportamento.  Tra pochi anni quel bambino sarà in età militare. Una strana situazione, con un susseguirsi di “incidenti” di cui non si trova il colpevole, si sta dispiegando nel villaggio. Haneke la racconta in un bianco & nero opprimente, scuro e quasi minaccioso. Di momento in momento la suspense assume i tratti del giallo e/o dell’horror senza minimamente vestire i connotati manieristici dei due generi, mantenendo invece altissima la tensione intellettuale derivata dalle sequenze, misteriose e insieme rivelatrici di una tendenza che appare, dato il contesto, ineluttabile. Il Pastore protestante (Klaussner) e sua moglie Anna (Kühnert), l’Intendente (Bierbichler) e sua moglie Emma (Schmeide), il medico (Bock), il contadino (Samarovski) e la sua famiglia, il Barone (Tukur) e la Baronessa (Lardi), il Precettore (Kranz), la comunità nel suo complesso si rivela responsabile degli errori dei figli, i quali formano l’orribile scolaresca premonitrice del tremendo destino di un popolo e dell’umanità. Il film non esplode però in “dramma”, lasciando sempre in primo piano l’interrogativo filosofico della responsabilità culturale. Il segno è nel nastro bianco che ai bambini ritenuti “cattivi” viene fatto indossare per il tempo necessario alla loro “purificazione”. Nelle mani di chi è, oggi, quel nastro? A chi l’attribuzione del merito nel villaggio elettronico che tutti ci fa sembrare “fratelli” in diretta?

Franco Pecori

 

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in psicologia

I bambini non sono ancora soggetti maturi, in essi le componenti della personalità, l’Io, l’Es e il Superio, non sono integrate e altrettanto disarmoniche sono le difese contro i conflitti interni e le angosce derivanti da questi ultimi. Il Superio si instaura precocemente, è un Superio crudele, il cui contenuto principale è costituito dalle proibizioni e dalle imposizioni impartite dai genitori. I bambini le introiettano e in parte nascondono nell’Es come braci sotto la cenere, pronte a divampare. L’Io è l’istanza razionale, cosciente e consapevole della personalità che nel bambino è ancora fragile, anch’essa in formazione, non è in grado tra l’altro di elaborare le norme imposte, di scegliere, di tenere a bada il Superio da cui a causa della sua fragilità è dominato. La mancanza di armonia nello sviluppo della personalità e la conseguente incapacità di elaborare e difendersi può generare mostri, se l’ottusità dell’ambiente è tale da spegnere l’amore che solo potrebbe sopperire all’ignoranza. Il nastro bianco ci mostra una piccola comunità agricola della Germania del Nord, di religione luterana, ligia alle regole imposte dal signor barone e dal pastore, isolata dal mondo esterno da un bianco & nero sfumato, impalpabile come la nebbia che nasconde e separa. Il medico che si occupa della salute della comunità, affiancato dalla levatrice di cui è l’amante, un giorno è vittima di uno strano incidente. Accorrono in molti e specialmente i bambini sembrano interessati all’accaduto. Sono numerosi e tra questi i figli del pastore. Il religioso è solito infliggere alla sua prole punizioni corporali per trasgressioni insignificanti e li costringe a portare un nastro bianco perché ricordino in ogni momento la purezza a cui sono obbligati. All’incidente del dottore seguiranno altri delitti misteriosi, a danno del “figlio del peccato” della levatrice e del figlioletto del signor barone, colpevole tra l’altro della morte sul lavoro di un’operaia. Viene trovato un biglietto in cui si promettono punizioni fino alla terza generazione dei peccatori. Il sospetto che ai bambini è da attribuire la colpa che va appalesandosi è respinto dagli adulti i quali, forse oscuramente, sentono di essere i veri responsabili: l’ideale rigido, disumano che hanno trasmesso ai bambini impone a questi di punire coloro che trasgrediscono le regole. Non esiste confessione, non esiste perdono nella religione luterana e i bambini lo hanno imparato sulla loro pelle, hanno introiettato le leggi che ora sono il loro Superio intransigente e sadico. Non è un caso che a questo punto esplode la prima guerra mondiale e nel lasso di tempo che la separa dalla seconda ci stanno comode tre generazioni. Accade a volte che dal comportamento di una piccola comunità isolata traspaia l’umanità intera.

Vera Di Maio

30 ottobre 2009

Cinema, critica, psicoanalisi

 

Uno sguardo nel buio

Il libro di Enzo Natta

 

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Le voyage dans la lune -  Georges Méliès, 1902

 

Nell’introduzione al suo Uno sguardo nel buio - Cinema, critica, psicoanalisi (Effetà Editrice, 2005, ristampa 2009), Enzo Natta si domanda se sia «opportuno» che la critica cinematografica «si spinga su un terreno non propriamente congeniale ai suoi criteri e ai suoi metodi di analisi». E trova un primo «conforto» in Benedetto Croce: «Se anche si fosse spinto - dice Natta - a fare considerazioni sulla missilistica nucleare avrebbe dato dei punti a chiunque». Per quanto paradossale, l’affermazione racchiude già in sé una tale complessità da giustificare senz’altro la pubblicazione del libro. Fu lo stesso Croce ad affermare, in una lettera a Luigi Chiarini, che «Un film, se si sente e si giudica bello, ha il suo pieno diritto e non c’è altro da dire» (Bianco e Nero, dic. 1948), tuttavia l’istanza analitica, cacciata per così dire dalla porta, rientra dalla finestra ogni volta che, di fronte ad un testo, si renda inevitabile l’applicazione del doppio parametro, ineludibile, di pertinenza e circostanza. Nel suo interessante studio Natta cita Immanuel Kant, Agostino d’Ippona, Gabriel Marcel, Jacques Lacan, Christian Metz, Platone, Sainte-Beuve, Wilhelm Jensen, Carl Gustav Jung, Sigmund Freud, Salvador Dalì, Michael Walker, Giorgio Montefoschi, Eschilo, Lucio Apuleio, Antonio D’Orrico, Pietro Citati, Don DeLillo, Cecil B. De Mille e molti altri. Quindi arriva a stabilire che nella critica «l’unica regola sicura è che non ci sono regole». E parzialmente corregge con Umberto Eco e con la sua idea della «doppia codifica», in cui entra nientemeno che il concetto di codice.

Dunque analizzare si può. Ed è per questo che il libro di Natta si articola poi in paragrafi e capitoli sempre più interessanti, che vanno dall’iniziale ricordo della ricerca (inutile, ora lo sappiamo) della «specificità» del linguaggio cinematografico all’elenco dei «diversi tipi di critica» e di «lettura». Un po’ sbrigativa pare la liquidazione dello Strutturalismo, giusta se riferita alla pretesa (Roland Barthes e successivi) di applicare direttamente al cinema i criteri della linguistica, ma non ancora giustificata se ipotizzante un linguaggio estraneo al doppio asse semiotico della selezione/combinazione (Roman Jakobson). Dopo il gustoso capitolo intitolato Varietà e intrecci di percorsi, da Croce a De Sanctis e a Gramsci, dalla psicologia sperimentale alla sociologia, fino ad un contatto tra Hegel e Lacan, «accomunati dalla ricerca della verità nella profondità dell’uomo», quasi preso da scoramento per il «vuoto teorico», Natta trova una soluzione in André Bazin, padre della Nouvelle Vague francese: «Andare al di là dell’immagine per arrivare alla coscienza della realtà stessa». E siamo d’accordo. Nella nostra Breve storia del cinema, inserita nel terzo volume di Letteratura e conoscenza, Storia e antologia della letteratura italiana per le scuole medie superiori, diretta da Riccardo Scrivano (G. D’Anna ed., 1988), dicevamo appunto:

Occorre prendere coscienza della non univocità del sapere (le scienze lo hanno già fatto da un pezzo) e affidarsi al concetto di relatività delle pertinenze. Una certa “bellezza” è giudicabile in rapporto a determinati parametri, l’interesse dei quali è determinato a sua volta da diverse circostanze. Purché circostanze e parametri siano resi espliciti. Insomma, la verità, anche la verità dell’arte cinematografica, non è mai immediata, dato che passa per il linguaggio (diciamo linguaggio sottintendendo che un atto comunicativo suppone, in ogni caso, un doppio processo, di selezione da una linea verticale di possibilità e di combinazione su una linea di concretezza orizzontale - è il “duplice carattere” di cui parlava Roman Jakobson nel 1942 e di cui si può leggere nei Saggi di linguistica generale, Feltrinelli ‘66 -. Altrimenti, dovremmo passare per valida la condizione inammissibile, almeno a partire da Kant, come ha scritto Emilio Garroni in un intervento sul tema Strutturalismo e critica del film; e cioè: «che i fenomeni con cui abbiamo a che fare, di qualsiasi tipo, possano essere contingenti, casuali e asistematici, in assoluto o in tutti i sensi; perché se così fosse, non potremmo avere la più piccola conoscenza, né addirittura una qualsiasi percezione del reale, e ogni impressione sensibile si mostrerebbe slegata, non interpretabile, non riconoscibile»  (Bianco e Nero, XXIII, 3/4, 1973).

Purtroppo, nota Natta, la critica cinematografica, dopo «il ruolo attivo» esercitato negli anni ‘60 e ‘70, ha esaurito la sua spinta propositiva. E concretamente, lo spazio diminuisce mentre il gossip avanza. È quel certo ondeggiare «fra estremismi metodologici e un nihilismo di fondo» che l’autore definisce «carenza vitaminica». In cerca di aiuto, Natta lo trova appunto nella psicoanalisi, cita Rudolf Arnheim («Il cinema ha abolito la Storia perché ha abolito il tempo. La realtà oggettiva non esiste più, esiste solo quella soggettiva e l’unico aiuto per interpretarla può venire dalla psicoanalisi») e parte dal principio che il cinema è il «sogno collettivo». Memoria, immaginario, vita fanno parte del «linguaggio universale». Il cinema non ne è certo estraneo e, anzi, si rende utile. Fenomeno diffuso in America è la cineterapia. Un film può aiutare a cambiare i comportamenti. «Misteriose alchimie» che Jung può insegnarci a capire, percezioni subliminali che il cinema può aiutarci a mettere nel «circuito collettivo». A questo punto, Natta si inoltra in esempi psicoanalitici con una stimolante rassegna di analisi di personaggi e situazioni anche cinematografiche, da Big Fish di Tim Burton a Fellini 8 e 1/2 di Federico Fellini, da Agata e la tempesta di Silvio Soldini a Primo amore di Matteo Garrone. E poi Evilenko di David Grieco, La ragazza dall’orecchio di perla di Peter Webber, Io ti salverò di Alfred Hitchcock, David e Lisa di Frank Perry e altri esempi per confermare, seguendo Christian Metz (autore non estraneo allo strutturalismo), l’ «equivalenza fra lo spettatore e il sognatore». «Rinunciando alle certezze della realtà per conferire credibilità all’illusione cinematografica, lo spettatore genera un suo doppio che ripropone la scissione fra il conscio e l’inconscio». Avrebbe dunque avuto ragione Méliès contro i Lumière? Resta pur sempre variabile e quindi presunto, secondo pertinenza e circostanza, il carattere «onirico e visionario» dell’uno e «realistico» dell’altro tipo di cinema. E se la luna di Méliès ci facesse pensare al treno dei Lumière? E se il treno ci facesse pensare alla luna? Il senso dell’immagine non potrà prescindere dal suo essere immagine.

 

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L’arrivée d’un train à La Ciotat - Louis e August Lumière, 1895

Franco Pecori

29 ottobre 2009

Cinema italiano a Villerupt

 
Festival del Film Italiano di Villerupt

32esima edizione

30 ottobre - 15 novembre 2009

 

Apertura Il 30 ottobre presso l’Hôtel de Ville de Villerupt, con la proiezione del documentario di Andrea Zambelli Di madre in figlia e con un concerto del Coro del Mondine di Novi di Modena. La manifestazione prevede inoltre le Mostre: Omaggio a Amilcar Zannoni, lo scultore italo-loreno creatore del premio del festival, e  Speciale Cinema Italia di Piergiorgio Baroldi, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Lussemburgo.

Oltre 40 i film in programma in cinque le sezioni: la Competizione, il Panorama, Portraits d’Ami dedicato a Valeria Solarino, Documentari e la Retrospettiva sul tema Quando la classe operaia andava in paradiso, con i film e due mostre fotografiche : Donne al lavoro, in collaborazione con la CGIL Bologna e Cinema italiano: il lavoro ieri e oggi a cura di Antonio Maraldi, Centro Cinema della Città di Cesena.

I film in competizione per il premio Amilcar

Albakiara di Stefeno Salvati, Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, Dieci inverni di Valerio Mieli, Il prossimo tuo di Anne Riitta Ciccone, La bella gente di Ivano de Matteo,  La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti e Viola di mare di Donatella Maiorca.

La Giuria: Wilma Labate (Presidente), Felice Farina (regista de La fisica dell’acqua), Charles Tordjman (direttore del Theâtre de la manufacture di Nancye e regista dello spettacolo La fabbrica di Ascanio Celestini), Andy Bausch (regista lussemburghese) e François Scippa-Kohn (distributore Chrysalis Films Paris).

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Altre giurie per tre riconoscimenti: una composta da studenti di cinema francesi e lussemburghesi per l’Opera prima o seconda di un autore esordiente, una composta da giornalisti francesi e lussemburghesi per il migliore tra i film in Anteprima. E la novità di quest’anno è rappresentata dall’Amilcar degli esercenti. In collaborazione con l’Istituto italiano di Cultura di Parigi e la rivista Côté Cinémauna, una giuria di esercenti di tutta la Francia sceglie un film con potenziale di uscita in Francia e che sarà poi presentato a Parigi ai distributori francesi. Tra i candidati Fortapàsc di Marco Risi, Giulia non esce la sera di Giuseppe Piccioni, Tris di donne e abiti nuziali di Vincenzo Terracciano.

Nella Sezione Panorama, film di autori affermati come Gli amici del bar Margherita di Avati, Come Dio comanda di Salvatores e Italians di Giovanni Veronesi e di giovani registi come Generazione mille euro di  Massimo Venier, La siciliana ribelle di Marco Amenta e Good morning Aman dell’esordiente Claudio Noce.

Tra i Documentari,  Di madre in figlia di Andrea Zambelli, In fabbrica di Francesca Comencini, Parole Sante di Ascanio Celestini, Gli anni Falck di Francesco Gatti e Giusi Castelli, La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, Videocracy di Erik Gandini.

Tra gli ospiti di quest’anno, Wilma Labate, Cristiana Capotondi, Ivano De Matteo, Felice Farina, Victoria Larchenko, Anne Riita Ciccone, Francesco Torelli, Jean-Hugues Anglade, Federica Lucisano, Valerio Mieli, Mimmo Calopresti, Valeria Solarino, Susanna Nicchiarelli, Claudio Giovannesi.

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I PREMI

AmilcarDieci inverni di Valerio Mieli. Menzione speciale a La bella a gente di Ivano De Matteo.

Amilcar della Giuria degli studenti a La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi.

Amilcar del pubblico a Si può fare di Giulio Manfredonia.

Amilcar della stampa a Vincere di Marco Bellocchio.

Amilcar della città di Villerupt a Wilma Labate.

Amilcar degli esercenti a Si può fare di Giulio Manfredonia. Menzione speciale a La bella gente di Ivano De Matteo.

(19 novembre 2009)

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Il Festival del Film italiano di Villerupt (Lorena, Francia) è una delle più longeve manifestazioni cinematografiche dedicate al Cinema italiano all’estero e costituisce anche, per gran parte della popolazione locale, un ponte culturale tra il paese natale e la patria adottiva. Dalla sua fondazione nel 1976, il Festival del Film Italiano di Villerupt ospita regolarmente più di 40.000 spettatori. Questa manifestazione è stata la prima e una delle poche in Francia a presentare ogni anno al pubblico il miglior cinema italiano di ieri e di oggi. Sostenuta in Francia e in Italia dalle istituzioni pubbliche, la manifestazione ha sempre avuto ospiti d’eccezione come Ettore Scola, Luigi Comencini, Ugo Tognazzi, Nanni Moretti, Philippe Noiret, Mario Monicelli, Annie Girardot, Dino Risi, Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Carlo Verdone, Aldo Giovanni e Giacomo, Riccardo Milani, Gabriele e Silvio Muccino, Luigi Magni, Francesca Archibugi, Michele Placido, Nicola Piovani, Luca Lucini, Alba Rohrwacher e Marco Tullio Giordana.

 

29 ottobre 2009

Micheal Jackson’s This Is It

film_michaeljacksonsthisisitMicheal Jackson’s This Is It
Kenny Ortega, 2009
Documentario: Michael Jackson, Judith Hill, Dorian Holley, Darryl Phinnessee, Ken Stacey (vocalist), Devin Jamieson, Orianthi (lead guitar),  Tommy Organ (guitar), Alex Al (electric and Synth Bass), Mo Pleasure (keybords, trumpet), Michael Bearden (keyboards), Jonathan Moffett (drums), Bashiri Johnson (percussion), Nick Bass, Daniel Celebre, Mekia Cox, Misha Gabriel, Chris Grant, Shannon Holtzapffel, Charles Klapow, Devin Jamieson, Dres Reid,  Tyne Stecklein, Timor Steffens (dancer).

La musica c’è. Ed è importante, perché prima del mito viene il musicista, l’artista. Michael Jackson, si dice a più riprese tra uno spezzone e l’altro del documentario, «conosce la sua musica». Nel Pop non è da tutti. Per chi non conoscesse l’arte di MJ o l’avesse finora consumata superficialmente nelle forme rituali dei concerti (vale anche per le riproduzioni su supporto) Ortega (Hocus Pocus, 1993,  High School Musical, 2006, High School Musical 2, 2007, High School Musical 3 Senior Year, 2008) la documenta nella sua fase ultima. Ed è questo: le riprese dei due mesi di prove (aprile-giugno 2009) di quello che sarebbe dovuto essere, all’Arena 02 di Londra, il concerto d’addio del Re del Pop. Il materiale girato, oltre cento ore, è montato come in un unico colossale show, con le più spettacolari invenzioni di Jackson. L’interessante è che non vediamo il prodotto finito ma la sua “nascita”, ne possiamo cogliere la logica interna, le difficoltà tecniche, le intenzioni espressive. Il leader, cinquantenne ma eterno miracolo infantile, guida la graduale realizzazione, passo passo indicando i punti critici e i momenti di maggiore valenza, sempre guidato dal proprio straordinario istinto musicale, fissato nell’atto scenico con una precisione strabiliante. Vanno a formare un’unica scena diversi elementi narrativo/coreografici, che fondono nella visione composita tracce di successi travolgenti (Thriller, 1982) e assonanze ardite con generi cinematografici indicati in immagini folgoranti (la Rita  Hayworth/Gilda del 1946). MJ entra nello spettacolo come figura viva facendone un tutto “miracoloso”. E specialmente restandone il protagonista assoluto. Corpo-non-corpo misteriosamente eterodiretto (da chi? da un dio dei massmedia?) o immedesimato per fatalità, Jackson lascia il messaggio finale più povero e più ricco: «Poter credere in qualcosa». L’insistenza con cui professa il suo amore, verso la Natura («Abbiamo ancora 4 anni prima del punto di non ritorno») e verso i fans e i collaboratori («Vi amo, Dio vi benedica», ripete durante le prove) può anche sembrare frutto di una tragica solitudine, una solitudine paradossale: di molti, di moltissimi.  Ma la musica c’è. Ed è questo.

Franco Pecori

28 ottobre 2009

Michael Jackson: Non sono io

 

musica_michaeljackson

Michael Jackson è morto il 25 giugno 2009 a Los Angeles. Era nato il 29 agosto 1958 a Gary (Indiana). La sua voce, angelica e diabolica, risuona nella mente dei fans, milioni di persone che piangono imbambolate in una sterminata catena umana, masmediologica. Resta la sua immagine, il suo sound. I grandi dello spettacolo hanno pianto, il grande spettacolo continua. Quel corpicino trasparente non è di Elvis, non ha volume, è un nervo scoperto, è una scossa nel display, un cenno ritmico, un tic dei nuovi nati e dei prossimi cellulari. Un’apparizione.

 

Dice:  
Non sono io, sono un altro.
Non sono nero, sono bianco.
Non sono adulto, sono bambino.
Faccio musica nera, no bianca,
no pop, no soul, non so.
Non posso stare fermo,
non accetto la mia faccia,
cambio maschera,
ricambio maschera,
mi calmo con le sostanze,
mi eccito con le sostanze,
canto,
no ballo,
no grido,
sono dolce,
no sono timido,
no non mi fermo.
 

 

 

L’ultima traccia
nel documentario di Kenny Ortega
Micheal Jackson’s This Is It
uscito in tutto il mondo il 28 ottobre 2009.

Franco Pecori

 

28 ottobre 2009

Roma, Nicolo Donato: Brotherskab, storia nazi-gay

festival_roma09logo

Premiata la Fratellanza

cinema_brotherskab3
Thure Lindhardt e David Dencik in Broderskab (Fratellanza)

Premi della Selezione Ufficiale

cinema_brotherskab21 Marc’Aurelio d’Oro della Giuria al miglior film
Giuria: Milos Forman (presidente)
Gabriele Muccini, Gae Aulenti, Jean-Loup Dabadie, Pavel Lungin, Senta Berger
Brotherskab di Nicolo Donato (Danimarca)
cinema_luomocheverra1 Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento
L’uomo che verrà di Giorgio Diritti (Italia)
cinema_luomocheverra21 Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film
(A ciascun possessore di biglietto una scheda per votare)
L’uomo che verrà di Giorgio Diritti (Italia)
cinema_lastride Premio Alice nella città sotto i 12 anni al miglior film
(Giuria di ragazzi di 8-13 anni, scelti nelle scuole)
Last Ride di Glendyn Ivin (Australia)
cinema_oorlogogswinter Premio Alice nella città sopra i 12 anni al miglior film
(Giuria di ragazzi di 14-17 anni, scelti nelle scuole)
Oorlogswinter di Martin Koolhoven (Olanda)
cinema_helenmirren1 Marc’Aurelio d’Argento alla migliore attrice
Helen Mirren (The Last Station di Michael Hoffman, Germania/Russia)
cinema_alzalatesta22 Marc’Aurelio d’Argento al miglior attore
Sergio Castellitto (Alza la testa di Alessandro Angelini, Italia)
cinema_sonsofcuba Marc’Aurelio d’argento al miglior documentario - L’Altro Cinema | Extra
Sons of Cuba di Andrew Lang (Regno Unito)
cinema_juliejulia3 Marc’Aurelio d’oro alla carriera
Meryl Streep

LE RECENSIONI

A Serious Man
After
Alza la testa
Brotherskab
Chaque jour est une fête
Dawson Isla 10
Io, Don Giovanni
Julie & Julia
The Last Station
Plan B
Qingnian
Les Regrets
Triage
L’uomo che verrà
Up In The Air
Viola di mare
Vision

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Consuntivo

«Abbiamo avuto grandissima affluenza di pubblico [600.000 visitatori], dei film molto importanti, una partecipazione di attori e attrici, tanto nei film quanto negli incontri con il pubblico» (Gian Luigi Rondi). «L’affluenza nelle sale ha avuto un incremento del 15% [dall'89 al 92%]» (Francesca Via). «Abbiamo rappresentato un cinema che ha raccontato in presa diretta l’attualità. I numeri di quanti hanno partecipato [102.000 biglietti per 560 proiezioni, 10.400 alunni da 188 scuole] ci hanno confortato» (Piera Detassis).  «Nella Fabbrica dei progetti sono intervenuti 125 produttori per 900 incontri» (Roberto Cicutto).

Commento

Cercasi identità. Il Festival Internazionale del Film di Roma conferma la sua doppia vocazione, di rassegna cinematografica e di festa. Proprio in tale double face sarebbe la sua diversità? Mentre le proiezioni della Selezione Ufficiale e i momenti del Red Carpet si susseguono e si alternano, aumenta la partecipazione del pubblico e specialmente dei giovani e giovanissimi, per lo più interessati alle sezioni Alice nella città e Extra. Anche gli incontri con registi e attori hanno il loro successo e farebbero pensare ad una crescita, ad un avvicinamento dello spettatore alla “materia vivente”. Speriamo che tutto questo sia vero nella sostanza e non vada verso un’omologazione nel generico divismo. Certo è che i due film vincitori dell’edizione 2008, Opium War dell’afghano Sddiq Barmak (Marc’Aurelio d’Oro della critica) e Resolution 819 di Giacomo Battiato (premiato dal pubblico), non hanno ancora avuto l’onore del circuito. Quest’anno, la Giuria predieduta dal regista Milos Forman e composta da personalità del cinema e della cultura (Gabriele Muccino, Gae Aulenti, Jean-Loup Dabadie, Pavel Lungin, Senta Berger) ha assegnato il Marc’Aurelio d’Oro a Brotherskab (Fratellanza) dell’italo-danese Nicolo Donato. È un film molto “crudo”, sul fenomeno del neonazismo e in particolare su una storia d’amore nazi-gay. Le virgolette intendono indicare un certo compiacimento nello stile, che rischia di attenuare la valenza critica del film. Comunque, il premio non sembra rivolgersi alla folla di alunni né alla marea festaiola dell’Auditorium romano, specialmente quella del centrale week end 17-18 ottobre, quando l’impressione era di essere più a Euroma2 (amici, parenti e mamme con il bambino nella carrozzina) che al Festival Internazionale del Film di Roma. L’abito double face tende a scomporsi? Il doppio riconoscimento (soprattutto dal pubblico e, in second’ordine, dalla giuria) andato a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto sembra confermare. (Franco Pecori)

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Film in concorso

SELEZIONE  UFFICIALE

After
Alberto Rodríguez Spagna
Guillermo Toledo, Tristán Ulloa

Alza la testa
Alessandro Angelini Italia
Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Anita Kravos, Giorgio Colangeli

Broderskab
Nicolo Donato Danimarca
Thure Lindhardt, David Dencik, Signe Egholm Olsen

Chaque jour est une fête / Every Day Is A Holiday
Dima El-Horr Francia-Libano-Germania
Hiam Abbass, Manal Khader, Raïa Haïdar

Dawson Isla 10 / Dawson, Island 10
Miguel Littin Cile-Brasile-Venezuela
Benjamín Vicuña, Cristian De La Fuente, Pablo Krog

The Last Station
Michael Hoffman Germania
Helen Mirren, Christopher Plummer, James McAvoy, Anne-Marie Duff, Kerry Condon

Plan B
Marco Berger Argentina
Manuel Vignau, Lucas Ferraro, Mercedes Quinteros, Damian Canduci, Ana Lucia Antony

Qingnian / Youth / Gioventù
Geng Jun Cina
Xu Gang, Yuan Liguo, Li Zhengmin

Les Regrets / Regrets
Cédric Kahn Francia
Yvan Attal, Valeria Bruni Tedeschi

Triage
Danis Tanovíc Francia-Irlanda-Spagna
Colin Farrell, Paz Vega, Christopher Lee, Kelly Reilly, Jamie Sives, Branko Djuric

L’uomo che verrà / The Man Who Will Come
Giorgio Diritti Italia
Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio

Up In The Air / Tra le nuvole
Jason Reitman Usa
George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman

Viola di mare / Sea Purple
Donatella Maiorca Italia
Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Ennio Fantastichini, Maria Grazia Cucinotta

Vision
Margarethe Von Trotta Germania
Barbara Sukowa, Heino Ferch

Film fuori concorso

SELEZIONE UFFICIALE

A Serious Man
Joel e Ethan Coen Usa
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin

Christine Cristina / Christine
Stefania Sandrelli Italia
Amanda Sandrelli, Alessio Boni, Alessandro Haber

The City Of Your Final Destination
James Ivory Usa
Anthony Hopkins, Laura Linney, Charlotte Gainsbourg, Alexandra Maria Lara

Le Concert / The Concert / Il Concerto
Radu Mihaileanu Francia-Romania-Belgio-Italia
Alexei Guskov, Dmitry Nazarov, Mélanie Laurent, François Berléand, Miou Miou, Valeri Barinov

Io Don Giovanni / I, Don Giovanni
Carlos Saura Italia-Spagna
Lorenzo Balducci, Lino Guanciale, Tobias Moretti, Ennio Fantastichini

Julie & Julia
Ephron Usa
Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci

Lang Zai Ji / The Warrior And The Wolf
Zhuangzhuang Tian Cina
Joe Odagiri, Maggie Q, Tou Chung Hua

Oggi Sposi / Just Married
Luca Lucini Italia
Luca Argentero, Michele Placido, Isabella Ragonese, Carolina Crescentini, Filippo Nigro, Renato Pozzetto, Dario Bandiera, Gabriella Pession, Francesco Montanari

L’ALTRO CINEMA

The Afterlight
Alexei Kaleina, Craig Macneill Usa

Bancs publics (Versailles rive droite) / Park Benches
Bruno Podalydès Francia

Bunny and the Bull
Paul King Gran Bretagna

Corked!
Paul Hawley, Ross Clendenen Usa

Het Leven uit een Dag / Life in One Day
Mark De Cloe Olanda

Juryoku Pierrot / Gravity’s Clowns
Jun-ichi Mori Giappone

Moja Krew / My Flesh My Blood
Marcin Wrona Polonia

Rewizyta / Revisited
Krzysztof Zanussi Polonia

Simon Konianski
Micha Wald Francia-Belgio-Canada

Tokyo Ningen Kigeki / Human Comedy in Tokyo
Koji Fukada Giappone

Paulo Coelho’s The Experimental Witch
AA.VV. Italia

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ALICE NELLA CITTÀ


The Be All And End All

Bruce Webb Inghilterra
Eugene Byrne, Josh Bolt, Connor McIntyre

A Boy Called Dad
Brian Percival Inghilterra
Kyle Ward, Ian Hart, Charlene McKenna, Sacha Parkinson

Dear Lemon Lima
Suzi Yoonessi Usa
Meaghan Jette Martin, Zane Huett, Sahyne Topp, Melissa Leo

Last Ride
Glendyn Ivin Australia
Hugo Weaving, Tom Russell, Anita Hegh, John Brumpton, Sonya Suares, Kelton Pell

Marpiccolo
Alessandro di Robilant Italia
Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Michele Riondino, Nicola Rignanese, Roberto Bovenga, Giorgio Colangeli, Valentina Carnelutti

Mille neuf cent quatre-vingt-un
Ricardo Trogi Canada
Jean-Carl Boucher, Claudio Colangelo, Sandrine Bisson

Nat e il segreto di Eleonora
DominiqueMonféry Italia-Francia
Animazione

Oorlogswinter - Winter in Wartime
MartinKoolhoven Olanda

Prinsessa - Starring Maja
Teresa Fabik Svezia
Zandra Andersson, Moa Silén, Maria Lundqvist, Anastasios Soulis

La Regate
Bernard Bellefroid Belgio-Lussemburgo-Francia
Joffrey Verbruggen, Thierry Hancisse, Sergi López, Penelope Leveque, David Murgia, Hervé Sogne, Stephanie Blanchoud

Skellig
Annabel Jankel Regno Unito

Vegas
Gunnar Vikene Norvegia

DOCUMENTARI (L’ALTRO CINEMA)


American Boy: A Profile Of Steven Prince / American Prince
Martin Scorsese / Tommy Pallotta Usa

Con Artist
Michael Sladek Usa

Fratelli d’Italia
Claudio Giovannesi Italia

Garbo, the Man Who Saved the World
Edmon Roch Spagna

I Knew It Was You
Richard Shepard Usa

L’Italia del nostro scontento
Elisa Fuksas, Francesca Muci, Lucrezia Le Moli Italia

Latta e Cafè - Riccardo Dalisi, Napoli e il teatro della decrescita
Antonello Matarazzo, in collaborazione con Bruno Di Marino Italia

Mamachas del Ring / Mamachas of the Ring
Betty M. Park Bolivia

PIN2011 - Erinnerung an die Strasse / PIN2011 - Recollection of the Street
Torsten König Germania

The One Man Beatles
Cosimo Messeri Italia

Severe Clear
Kristian Fraga Usa

Sons of Cuba
Andrew Lang Gran Bretagna

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** Il 13 ottobre,  Concerto di pre-apertura del Festival dedicato a Nino Rota: Avion Travel e Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia all’Auditorium di via della Conciliazione.

** Il 15 ottobre, alle 19.30 Apertura ufficiale del Concorso del Festival: Triage di Danis Tanovic con Colin Farrell, Paz Vega e Christopher Lee. Madrina della serata Margherita Buy.

** Il 23 ottobre, alle 18,30, presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, la cerimonia per l’assegnazione dei premi ufficiali. Conduttrice Vanessa Incontrada. Fra gli ospiti Giuseppe Tornatore, per consegnare a Meryl Streep il Marc’Aurelio d’Oro alla carriera, e Carlo Verdone per premiare il film più votato dagli spettatori con il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film.

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Gian Luigi Rondi - presidente Fondazione Cinema per Roma
Francesca Via - direttore generale
Piera Detassis - direttore artistico Festival Internazionale del Film di Roma
Mario Sesti - curatore sezione L’Altro Cinema
Gianluca Giannelli - curatore sezione Alice nella città
Gaia Morrione - curatrice sezione Occhio sul Mondo
Roberto Cicutto -  direttore Mercato Internazionale del Film di Roma e La Fabbrica dei Progetti
Ufficio Stampa - Cristiana Caimmi

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23 ottobre 2009

Corti Arcipelago, i vincitori

 

Corto.Web 9.0: “And the Winner Is…”

Annunciati al “IV Festival Internazionale del Film di Roma”

i due corti vincitori del Concorso Online di ARCIPELAGO 2009

 

Blackboard  e  Notte sento

sono i due cortometraggi – entrambi italiani – più votati dal pubblico di Internet sul portale fastweb.it.

Il primo, diretto da Stefano Bertelli, è un videoclip animato in stop motion con musiche degli Arctic Monkeys;

l’altro, una fiaba metropolitana ambientata in una Roma notturna, è firmato da Daniele Napolitano

 

È l’italiano Blackboard, diretto da Stefano Bertelli, il cortometraggio al quale sono andati i maggiori consensi degli utenti di fastweb.it che hanno votato i film di Corto.Web 9.0, il concorso online di Arcipelago – 17° Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini.

Dopo quattro mesi di permanenza sul portale fastweb.it, che dal 12 Giugno all’11 Ottobre ha ospitato i 34 cortometraggi internazionali in gara (circa 60.000 gli utenti unici), Blackboard si è classificato infatti al primo posto con 1.551 punti su un totale di 25.812 preferenze espresse dal popolo della Rete (7.166 i votanti totali), seguito a brevissima distanza da Notte sento di Daniele Napolitano, anch’esso italiano, che con 1.524 punti si è classificato al secondo posto, spuntandola a sua volta per un soffio sull’animazione francese Allons-y! Alonzo! di Camille Moulin-Dupré (1.470 punti). I due film giunti in vetta alla classifica si sono così divisi il titolo di Miglior Cortometraggio Online, che consiste in un premio in denaro – 1.500 Euro per Blackboard, 1.000 Euro per Notte sento – offerto da Fastweb.

28enne di Rovigo, attivo nella produzione video dal 1999 (firmando, tra gli altri, vari videoclip per i Marlene Kuntz, Caparezza e Cristina Donà), Stefano Bertelli ha realizzato con Blackboard un incalzante music video ispirato ad un brano della band inglese Arctic Monkeys e animato con la tradizionale ma sempre efficace tecnica dello stop motion. Di origine beneventana, Daniele Napolitano, 25 anni, è un filmmaker e motion designer impegnato trasversalmente nel mondo della comunicazione, in tv e nella pubblicità: il suo Notte sento è il terzo di quattro cortometraggi finora diretti e racconta – con i toni di una fiaba urbana e ambientandolo in una Roma trasfigurata – il casuale incontro sentimentale “tutto-in-una-notte” tra un ragazzo e una bella coetanea muta in attesa del primo treno.

I due cortometraggi vincitori sono stati riproposti al Festival Internazionale del Film di Roma, nello Spazio Roma Lazio Film Commission (Auditorium Parco della Musica, Greenhouse), al termine dell’annuncio ufficiale dei premi, che ha avuto luogo alla presenza dei rispettivi registi, del direttore del Festival Arcipelago Stefano Martina e di Alessandro Schintu, IPTv Content Director di Fastweb. A conferma del proprio intento di dare visibilità ad autori emergenti del cinema e di porsi come piattaforma di distribuzione alternativa, oltre che sul portale web, Fastweb ha ospitato sulla propria Tv – in contemporanea con il Festival, lo scorso giugno – 4 dei cortometraggi vincitori dell’edizione 2008 di Arcipelago.

 

23 ottobre 2009

Lebanon

film_lebanonLebanon
Samuel Maoz, 2009
Fotografia Giora Bejach
Yoav Donat, Itay Tiran, Qshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Dudu Tasa, Ashraf Barhom, Reymonde Amsellem.
Venezia 2009, Leone d’oro.

Il regista israeliano (Tel Aviv, 1962), al suo primo lungometraggio, ci tiene, giustamente dal suo punto di vista, a far sapere che il film deriva dall’esperienza diretta, terribile, avuta nel giugno 1982 nella cosiddetta guerra del Libano. Maoz, che allora evava 20 anni, racconta di aver ucciso per la prima volta un uomo, «non per scelta» ma per istinto di sopravvivenza, «di fronte a una tangibile minaccia di morte». Dopo 25 anni, digeriti a stento i giorni della guerra, ha potuto finalmente mettersi a scrivere Lebanon, trasmettendo, «di pancia» egli dice, il grumo di sentimenti e sensazioni che gli  era rimasto dentro. Ma tutto questo ci direbbe semplicemente che il film che ne è nato è “tratto da una storia vera”, nulla aggiungendo o togliendo al valore dell’opera, né all’idea che possiamo avere della guerra, o di quella guerra in particolare. E invece, il film di Maoz è bellissimo proprio per il suo valore estetico, perché sembra quasi che sia il frutto specifico di un’invenzione del cinema. Anche se verrebbe da pensare ai movimenti artistici che negli anni Venti si chiamarono Kammerpiel  - per via soprattutto dello spazio ristretto della scena - ed Espressionismo - per l’uso emotivo del primo piano -, la novità sta nello sguardo costrittivo della cinepresa, limitato al mirino del carro armato dal quale vediamo ciò che accade fuori mentre siamo compressi nella ferraglia interna del mezzo («L’uomo è d’acciaio, il carro è una ferraglia» si legge sulla parete semibuia). È uno sguardo che il regista sembra mettere in atto «non per scelta» né, questa volta, «di fronte a una tangibile minaccia di morte», bensì per la ragione inversa, per una sorta di necessaria nascita, nascita del cinema a misura di una tecnica, di quella particolare tecnica richiesta da quegli impulsi/sentimenti legati all’esperienza diretta acquisita precisamente il 6 giugno 1982 a partire dalle 6:15 del mattino e nei giorni seguenti. Una volta immersi nell’atmosfera «fosca e untuosa» del carro armato, non è più nemmeno necessario chiederci che cosa sia stata, per quali ragioni si sia combattuta quella guerra: siamo in una “camera” infernale, la morte sul collo e questo basta per averne orrore. Non di quella, di tutte le guerre. Chiusi nel carro con i quattro militari, ci sentiamo aggrediti, violentati dal fuoco nemico e da quello amico, spariamo controvoglia, vomitando, frastornati dal fracasso e dai sobbalzi della macchina; non sappiamo quasi nulla di ciò che veramente accade là fuori, abbiamo contatti tecnici via telefono, sentiamo l’odore del sangue e, alla fine, ci ritroviamo in un campo di girasoli, chissà come, chissà perché.

Franco Pecori

23 ottobre 2009
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