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09 09 2010
 
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FFF 2010, The Hole in 3D

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The Hole in 3D di Joe Dante

Martedì 26 gennaio 2010 alle 21,30 presso il Teatro Duse l’anteprima di The Hole in 3D di Joe Dante, thriller che esplora le paure e i segreti nascosti nei meandri della mente umana, apre il festival. Dopo essersi trasferiti in una nuova città, i fratelli Dane & Lucas e la loro vicina Julie trovano una voragine senza fondo nel seminterrato della loro casa. Una volta scoperto, il “buco†libererà le forze del male in essa nascoste. Joe Dante, autore di Gremlins, ritorna con un thriller in 3D che rivela ancora una volta il suo gusto per un “cinema delle attrazioni†simile ad un luna park, in cui il 3D viene usato unicamente come effetto speciale per meravigliare, come   nella golden age del cinema stereoscopico.

Il film sarà riproposto al pubblico del FFF in occasione del 3dDAY, sabato 30 gennaio alle 20 presso il Teatro Duse. Nelll’ambito del 3dDAY, oltre all’anteprima di film in stereoscopia, si terrà un panel con i protagonisti del settore (distributori, esercenti, produttori) per svelare i segreti della tecnologia stereoscopica per il cinema ma anche per la tv e i videogames. The Hole è distribuito in Italia da Medusa.

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La dodicesima edizione di Future Film Festival, il festival internazionale di cinema d’animazione e nuove tecnologie applicate all’immagine, si svolgerà a Bologna dal 26 al 31 gennaio 2010 presso il Teatro Duse (Via Cartoleria 42) e presso Palazzo Re Enzo (Piazza del Nettuno) che da quest’anno oltre ad essere la sede del Future Village (conferenze stampa, ritiro accrediti, workshop, spazio cocktail, spazio kids, aperitivi e relax) sarà, con il Teatro Duse, anche sede di proiezioni.

Il programma del Future Film Festival 2010, diretto da Giulietta Fara e Oscar Cosulich, sempre incentrato sulla definizione e l’aggiornamento del nuovo immaginario cinematografico, propone un focus sulla stop-motion e uno sulla Motion Graphics, per fare il punto sugli utilizzi contemporanei di queste tecniche, senza tralasciare un omaggio a Saul Bass, precursore della grafica in movimento.

Il 3dDAY, dopo il successo dello scorso gennaio, torna per svelare i segreti della tecnologia stereoscopica con i protagonisti (distributori, esercenti, produttori) e i prodotti non solo per il cinema ma anche per la tv e i videogames.

Evento speciale della dodicesima edizione del Future Film Festival, sarà il Keynote Speech affidato a Joe Letteri, Visual Effects Supervisor di Avatar e Director di Weta Digital, che presenterà in anteprima mondiale il making of dell’ultimo spettacolare film di James Cameron, (mercoledì 27 gennaio ore 19).

Altri ospiti importanti di Future Film Festival 2010: Mischa Rozema, cofondatore della casa di produzione olandese Post Panic, l’artista inglese Rob Chiu (alias The Ronin), il designer Kai Christmann di Design Films, il cofondantore di Aardman Animations, David Sproxton, l’animatore Aardman Merlin Crossingham, lo stop-motion artist inglese Osbert Parker, la Producer Allison Abbate, gli artisti Ufo5 e Stefano Ricci.

Quest’anno l’eccezionale contemporaneità di Future Film Festival con ArteFiera - ArtFirst Bologna (29-31 gennaio) ha permesso inoltre a molte iniziative del Festival di confluire nel programma della Fiera, dalla sezione ArteFiera OFF fino agli incontri della manifestazione dedicata all’arte contemporanea.

Il Future Film Festival sarà anche l’occasione per vedere in anteprima il meglio della produzione cinematografica d’animazione o con effetti speciali applicati all’immagine provenienti da tutto il mondo. Dieci delle anteprime al FFF concorreranno al Platinum Grand Prize, il concorso per lungometraggi d’animazione e/o con effetti speciali. Una giuria di esperti, composta quest’anno dall’illustratrice Francesca Ghermandi, dal musicista e scrittore Emidio Clementi e dal giornalista Nick Vivarelli, assegnerà il premio al miglior lungometraggio.

Future Film Short presenterà al pubblico del FFF2010 cortometraggi in gara provenienti da tutto il mondo e che lo stesso pubblico potrà votare. Il Future Film Short, che da sempre propone due premi del pubblico Groupama Assicurazioni, per il secondo anno consecutivo, grazie al contributo della Provincia di Bologna, può contare anche su una giuria di esperti che assegnerà il premio al miglior corto dell’anno, e sarà composta dal fumettista Vittorio Giardino, dal giornalista Franco Giubilei e dal cartoonist e regista Matteo Stanzani.

ll Future Film Festival 2010 è orgoglioso inoltre di presentare la prima edizione del Premio Franco La Polla. Dopo la prematura e improvvisa scomparsa del Professor La Polla, che tanto ha collaborato con il Festival fino allo scorso gennaio, quando è stato giurato del Platinum Grand Prize, il Festival ha deciso di istituire, in collaborazione con l’Università di Bologna, il “Premio Franco La Polla†per la migliore tesi di laurea sul cinema di fantascienza dell’anno 2010. Fanno parte della giuria del premio: Silvia Albertazzi, Professore Ordinario di Letteratura Inglese e Coordinatrice Dottorato in Letterature moderne, comparate e postcoloniali; Michele Fadda,  ricercatore confermato presso l’Università di Bologna; Leonardo Gandini, Professore Associato di Storia del Cinema presso l’università di Modena e Reggio-Emilia; Giacomo Manzoli, Presidente del Corso di Laurea DAMS Università di Bologna e Docente di Storia del Cinema Università di Bologna; Roy Menarini, Critico cinematografico e docente di Storia del cinema presso l’Università di Udine/Dams Gorizia; Massimiliano Spanu, Ricercatore confermato presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste e Professore aggregato di Semiologia del cinema e degli audiovisivi; Enrico Terrone, Docente di Storia e critica del cinema presso l’Università del Piemonte Orientale e redattore di Segnocinema; Giulietta Fara e Oscar Cusulich, direttori del FFF.

25 gennaio 2010

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La giuria composta dall’illustratrice Francesca Ghermandi, dal musicista e scrittore Emidio Clementi e dal giornalista Nick Vivarelli, ha assegnato il Platinum Grand Prize, premio del Future Film Festival per il miglior lungometraggio d’animazione o con effetti speciali, a Panique au village di Stéphane Aubier e Vincent Patar (Belgio) «Un film fresco che è un’esplosione di energia creativa dal punto di vista visivo, drammaturgico, e anche musicale. Con gran coraggio, convinzione e una cura appassionata nell’uso della stop-motion animation, i registi hanno saputo dimostrare che non servono sofisticate, e talvolta meccaniche, tecniche al computer per creare un mondo fantastico capace di sorprenderci, di stupire, e di farci riscoprire l’immaginario sconfinato, l’innocenza, la crudeltà, e sopratutto l’irriverenza dell’infanzia».

Una menzione speciale è stata assegnata a Edison & Leo di Neil Burns (Canada) «per l’originalità del racconto, la complessita dei personaggi, e gli alti valori produttivi di un film che ci offre un punto di vista indubbiamente inusuale su un personaggio storico, mescolando un tipo di estetica generalmente associata con film per bambini a delle tematiche assolutamente adulte».

Tra i cortometraggi in concorso per Future Film Short i più votati dal pubblico del FFF, che si sono aggiudicati il Premio del Pubblico Groupama sono: Fard di David Alapont e Luis Briceno (1000 euro) e The Man is the Only Bird that Carries his own Cage di Claude Weiss (500 euro).

Una giuria composta dal fumettista Vittorio Giardino, dal giornalista Franco Giubilei e dal cartoonist e regista Matteo Stanzani ha inoltre assegnato il Premio della Giuria – Provincia di Bologna (1000 euro) per il miglior corto a The Lighthouse Keeper di David Francois, Rony Hotin, Heremie Moreau, Baptiste Rogron, Gaëlle Thierry, Maïlys Vallade «straordinario racconto dell’avventura di un guardiano del faro imbattutosi in una lucciola di dimensioni colossali». Sottolineando l’alta qualità dei concorrenti, la Giuria ha inoltre deciso di assegnare una menzione speciale a De si près di Remi Durin «per la finezza della grafica e la forza delle immagini che alternano una semplice e serena realtà quotidiana fatta di segni leggeri e immagini chiare ai tragici ricordi della Grande Guerra, espressi con uno sconvolgente e violento bianco e nero».

Come già sottolineato nella conferenza stampa d’apertura del Festival, quest’anno la manifestazione ha sofferto molto del taglio dei fondi delle istituzioni, in particolare del Comune e di alcune fondazioni, tanto che la realizzazione della dodicesima edizione è stata in forse fino al 30 dicembre. «Questo festival - dicono i direttori del FFF - temevamo di non poterlo fare e alla fine abbiamo deciso di andare comunque avanti solo per rispetto nei confronti del pubblico e dei nostri collaboratori. Il budget drasticamente ridimensionato, ci ha costretto a rinunciare a prestigiosi appuntamenti, ospiti e anteprime.  Ciò nonostante siamo riusciti a mantenere alto il livello della programmazione. Siamo dunque particolarmente soddisfatti dell’apprezzamento dimostrato dal pubblico che ha gremito le sale e ci ha confermato la bontà delle nostre scelte. Anche le due giurie sono state concordi nel considerare ottima la selezione dei titoli in programma».

Dal premio Oscar Joe Letteri con il making di Avatar in anteprima mondiale, al prestigioso focus sul maestro Saul Bass e fino agli esclusivi eventi sul cinema 3D stereoscopico, Bologna è stata la sede del futuro del cinema per 6 intensi giorni. Ora si apre una riflessione seria sul futuro del festival. «Ovviamente i miracoli si fanno una volta sola - continuano i direttori - e non è pensabile di trovarci nuovamente in una simile situazione di emergenza. Ci auguriamo quindi di avere al più presto le dovute garanzie da parte delle istituzioni che ci consentano di lavorare serenamente con la qualità che ci ha sempre contraddistinto… sempre che si creda nel progetto Future Film Festival e lo si voglia mantenere nella città in cui è nato».

31 gennaio 2010

Bifest, Cinema e Fiction

Prima edizione del Bari International Film&Tv Festival diretto da Felice Laudadio

Bari, Teatro Petruzzelli 23 - 30 gennaio 2010
In concorso 14 film italiani selezionati tra quelli usciti in sala nel 2009.
La giuria è presieduta da Margarethe von Trotta.

In programma 11 anteprime, tra cui il film inaugurale The Lovely Bones (Amabili resti), diretto da Peter Jackson e il candidato all’Oscar come miglior film straniero Un Prophète (Il profeta) di Jacques Audiard. E ancora, Away we go di Sam Mendes, An education di Lone Scherfig, Cedres et sang di Fanny Ardant, al suo debutto alla regia, il film di Jane Campion Bright Stars, e il documentario di Sebastian Doggart su Condoleeza Rice, American Faust: from Condi to Neo-Condi.

Premio Fellini 8 1/2 per l’eccellenza cinematografica a Margarethe von Trotta, Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Francesco Maselli, Valerio de Paolis, Giuliano Montaldo, Francesco Rosi e Armando Trovajoli, i quali saranno anche protagonisti di una serie di incontri con il pubblico sotto forma di lezioni di cinema.

Il BIF&ST è anche l’occasione per presentare in anteprima un fitto programma di fiction in arrivo nei prossimi mesi. Ad inaugurare la sezione dedicata alla televisione saranno due serie targate Fox Channels Italy, l’italianissimo Boris di cui saranno presentati i primi due episodi della 3a stagione e Dexter in cui ritroveremo il patologo legale interpretato da Michael C. Hall vincitore del Golden Globe 2010. Presentata nella sezione Anteprime la fiction RAI C’era una volta la città dei matti di Marco Turco. Racconta la vita del rivoluzionario psichiatra Franco Basaglia.

PREMI DELLA GIURIA INTERNAZIONALE
PRESIEDUTA DA MARGARETHE VON TROTTA
E COMPOSTA DA CEDOMIR KOLAR, MORITZ DE HADELN, KLAUS EDER ED EVA ZAORALOVA

Premio Mario Monicelli per la migliore regia
a Marco Bellocchio per Vincere di Marco Bellocchio

Premio Tonino Guerra per il miglior soggetto
a Valeria Parrella e Francesca Comencini per Lo spazio bianco di Francesca Comencini

Premio Suso Cecchi D’Amico per la migliore sceneggiatura
a Francesca Archibugi per Questione di cuore di Francesca Archibugi

Premio Anna Magnani per la migliore attrice protagonista
a Margherita Buy per Lo spazio bianco di Francesca Comencini

Premio Gian Maria Volonté per il miglior attore protagonista
a Riccardo Scamarcio per La prima linea di Renato De Maria, Il grande sogno di Michele Placido e L’uomo nero di Sergio Rubini

Premio Ennio Morricone per il miglior compositore delle musiche
a Marco Biscarini e Daniele Furlati per L’uomo che verrà di Giorgio Diritti

Premio Giuseppe Rotunno per il miglior direttore della fotografia
a Luca Bigazzi per Lo spazio bianco di Francesca Comencini

Premio Roberto Perpignani per il miglior montatore
a Francesca Calvelli per Vincere di Marco Bellocchio

Premio Dante Ferretti per il miglior scenografo
a Luca Gobbi per L’uomo nero di Sergio Rubini

Premio Piero Tosi per il miglior costumista
a Claudio Cordaro per Il grande sogno di Michele Placido

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PREMI DELLA GIURIA DEL PUBBLICO PRESIEDUTA DA ZEUDI ARAYA

Premio Franco Cristaldi per il produttore del miglior film
a Mario Gianani per Vincere di Marco Bellocchio

Premio Alida Valli per una giovane attrice rivelazione
a Greta Zuccheri Montanari per L’uomo che verrà di Giorgio Diritti

Premio Vittorio Gassman per un giovane attore rivelazione
a Giulio Beranek per Marpiccolo di Alessandro Di Robilant

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La giuria del pubblico, composta da 30 spettatori e presieduta dalla regista Enrica Fico Antonioni, ha attribuito il Premio Michelangelo Antonioni per il miglior regista di film di cortometraggio a Pippo Mezzapesa per L’Altra Metà

La giuria del pubblico, composta da 30 spettatori, presieduta da Carlo di Carlo, ha attribuito il Premio Vittorio De Seta per il miglior regista di film documentario a Pietro Marcello per La Bocca del Lupo

30 gennaio 2010

Patò di Camilleri al cinema

 

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Neri Marcorè nella parte di Patò

Lunedì 1° febbraio 2010, primo ciak in Sicilia di La scomparsa di Patò
regia di Rocco Mortelliti, tratto dal grande successo letterario (oltre un milione di copie)
firmato da Andrea Camilleri. Le riprese avranno luogo nella ormai celebre “Vigata†dello scrittore
tra Naro, Agrigento, la Valle dei Templi e la Scala dei Turchi di Porto Empedocle.

Il film, scritto da Rocco Mortelliti, Maurizio Nichetti e Andrea Camilleri, è la prima trasposizione cinematografica di un romanzo di Camilleri.  È interpretato da Nino Frassica, Maurizio Casagrande, Neri Marcoré (nel ruolo di Patò), Alessandra Mortelliti, Gilberto Idonea, Flavio Bucci, Simona Marchini, Danilo Formaggia e con la partecipazione di Roberto Herlitzka. La fotografia è di Tommaso Borgstrom, le scene di Biagio Fersini, i costumi di Paola Marchesin, il  montaggio di Marzia Mete, le musiche di Paola Ghigo. Prodotto da 13 Dicembre con  EMME cinematografica e S.Ti.C. con il determinante contributo della Regione Sicilia attraverso il fondo APQ Sensi Contemporanei gestito dal Dipartimento dei Beni Culturali e della Identità Siciliana e da Sicilia Film Commission e da Cinesicilia,  si avvale anche del contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Sicilia. Vigata 1890, Venerdì Santo, nella piazza del paese viene messo in scena il “Mortorio” ossia la Passione di Cristo, nella quale l’integerrimo e irreprensibile ragioniere di banca Antonio Patò, interpreta la parte di Giuda. La rappresentazione giunge all’acme con l’impiccagione di Giuda-Patò che, accompagnato dagli improperi degli spettatori, cade in una apposita botola. Ma alla fine della spettacolo Patò sembra scomparso. Nel suo camerino non si trovano né i suoi abiti né il costume di scena. Su un muro di Vigata qualche giorno dopo compare una scritta “Murì Patò o s’ammucciò (si nascose)?”. La Pubblica Sicurezza nella figura del delegato Ernesto Bellavia e i Reali Carabinieri nella figura del maresciallo Paolo Giummaro entrano in competizione e si ostacolono nelle indagini. Si insinuano ipotesi: una qualche irregolarità nella conduzione della banca? Una perdita di memoria dovuta alla caduta nella botola? Un qualche complotto mafioso?Attraverso le indagini, gli interrogatori e una serie di flashback che danno vita a un caleidoscopo di personaggi, costumi e malcostumi estremamente attuali, esce fuori un quadro sorprendente e inaspettato della Sicilia e dell’Italia tutta. 

 

 

29 gennaio 2010

CSC, Retrospettiva Antonioni

 

 

Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale

Roma, Cinema Trevi  2 – 10 febbraio 2010

 

Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni

 

retrospettiva completa

 

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A poco più di due anni dalla scomparsa di Michelangelo Antonioni,
la Cineteca Nazionale intende ricordare l’arte del grande Maestro.
L’omaggio ad Antonioni prevede  inoltre due occasioni di riflessione,
entrambe moderate dal conservatore della Cineteca Nazionale Enrico Magrelli:
Giovedì 4 febbraio ore 21.00: incontro con Enrica Fico Antonioni
Mercoledì 10 febbraio ore 20. 30: incontro con Carlo di Carlo

 

La retrospettiva intende ripercorrere l’intera carriera di Antonioni partendo dai primi cortometraggi: Gente del Po, N.U. (Nettezza Urbana), L’amorosa menzogna, Superstizione, Sette canne un vestito (ritrovato nel ’95), La villa dei mostri, Vertigine. Saranno riproposti inoltre tutti i suoi lungometraggi da Cronaca di un amore  a  Identificazione di una donna fino alla collaborazione con Wenders in Al di là delle nuvole, per arrivare ai poco conosciuti cortometraggi degli anni ’90 e oltre come Kumbha Mela, Roma, Noto Mandorli Vulcano Stromboli Carnevale, Sicilia, Lo sguardo di Michelangelo.

 Il programma, che ripropone in 35 mm le tre produzioni americane Professione reporter,  Blow up e Zabriskie Point  in versione originale inglese con sottotitoli in italiano, non manca di raccogliere altri materiali sul Maestro, come l’intervista televisiva realizzata da Lino Miccichè nel ’78, i documentari di Gianfranco Mingozzi, Enrica Fico, Stefano Landini, Luca Verdone e Carlo di Carlo.

La retrospettiva Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni è un progetto del Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Si ringraziano per la collaborazione Carlo di Carlo e Enrica Fico Antonioni. Si ringraziano, inoltre, Luca Verdone e Rai International.

 

Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici - M. Antonioni

 

 

 

PROGRAMMA DELLE PROIEZIONI

 

martedì 2 febbraio ore 17.00

 

Gente del Po (1943-1947)

Regia: Michelangelo Antonioni; fotografia: Piero Portalupi; musica: Mario Labroca; montaggio: Carlo Alberto Chiesa; origine: Italia; produzione: Artisti Associati per ICET; durata: 9’

Primo documentario di Michelangelo Antonioni sulla dura vita degli abitanti di Porto Tolle sul Po. Pescatori, contadini, donne e uomini colti nelle loro azioni quotidiane con grande attenzione all’ambiente che essi vivono. Uno sguardo nuovo per il cinema italiano del periodo, un’anticipazione di alcuni elementi del neorealismo ma anche di topoi tipici del cinema antonioniano successivo. «Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato Gente del Po. Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte di lì» (Antonioni).

 

a seguire

N.U. (Nettezza Urbana) (1948)

Regia: Michelangelo Antonioni; fotografia: Giovanni Ventimiglia; consulenza musicale: Giovanni Fusco; montaggio: M. Antonioni; organizzazione: Vieri Bigazzi; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’

Una giornata a Roma vista attraverso il lavoro degli spazzini. Scorci di città, microazioni, storie appena accennate, musica jazz a contrappuntare il ritmo delle immagini, sono le marche che caratterizzano questo lavoro. «Per quel che riguarda la forma del documentario, e soprattutto di N.U., io sentivo il bisogno di eludere certi schemi che si erano venuti formando e che pure erano allora validissimi […]. Cercai di fare un montaggio assolutamente libero» (Antonioni).

 

a seguire

L’amorosa menzogna (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Renato Del Frate; montaggio: M. Antonioni; assistente alla regia: Francesco Maselli; musica: Giovanni Fusco; organizzazione: Mirto Mondei; interpreti: Anna Viat, Annie O’Hara, Sergio Raimondi, Sandro Roberti; origine: Italia; produzione: Warner Bros., Produzione Associata Filmus; durata: 10’

La vita delle star del mondo dei fumetti. Nastro d’argento per il miglior documentario.

 

a seguire

Superstizione (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; commento: Gerardo Guerrieri; fotografia: Giovanni Ventimiglia; musica: Giovanni Fusco; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’

Il documentario nasce da un progetto più ampio che Antonioni non ha potuto realizzare e che si presenta come un’indagine sulla superstizione e i riti ad essa legati, a Camerino, nelle Marche.. «Il rito come difesa (la morte, il malocchio, ecc.), che rimane tutto in superficie, e suona falso. Ma forse c’è qualcosa di più e di diverso: il senso delle cose caricate di significati ulteriori per un’abitudine inveterata al simbolo. Tutti temi, comunque, che si sviluppano compiutamente solo nel soggetto originale» (Tinazzi).

 

a seguire

Sette canne un vestito (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni; fotografia: Giovanni Ventimiglia; montaggio: M. Antonioni; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’

«Questo documentario, considerato perduto, dopo numerose ricerche venne ritrovato nel 1995 dalla Cineteca del Friuli e acquisito dal “Progetto Antonioniâ€. Era stato amorevolmente conservato e gelosamente custodito da Enea Baldassi, Presidente dell’Associazione “Primi†di Tor Viscosa assieme a tutti i documenti cinematografici, fotografici e sonori nell’archivio storico della Snia Viscosa, oggi Chimica del Friuli. Girato per raccontare la fabbricazione della novità tessile di allora, prodotta a Torviscosa (Trieste). Antonioni dichiara di mostrare “la favola del rayonâ€, e cioè i vari processi e le progressive trasformazioni delle canne, materia prima della fibra. Guarda caso, un suo famoso articolo sul n. 68 di “Cinema†dell’aprile 1939 Per un film sul fiume Po, che precede la realizzazione di Gente del Po, aveva al centro del discorso e delle fotografie da lui scattate proprio le canne.

In Sette canne un vestito, il taglio figurativo delle inquadrature e dei movimenti di macchina ripropongono l’inconfondibile stile documentaristico di Antonioni. Un processo industriale diventa un vero piccolo racconto: la trasformazione delle canne in cellulosa, poi in fogli di cartone che viene tagliato, imballato e pressato fino a farlo precipitare in disintegratori che lo mutano in segatura. Ed ecco “la tempesta chimica che realizzerà il miracoloâ€: un liquido, il solfuro di carbonio, trasforma il prodotto in viscosa e infine in filo di cellulosa. La cellulosa, lavata e sbiancata, “è diventata morbida e leggera come neveâ€. Bastano sette canne per un vestito: e qui Antonioni non può evitare di mostrare alcune inquadrature di una passerella dove sfilano le modelle cinte da vestiti inebrianti, per quei tempi: è forse l’atelier delle famose sorelle Fontana che vestiranno Lucia Bosè in Cronaca di un amore? E quei vestiti non sembrano proprio quelli che lei andrà, di lì a poco ad indossare?» (di Carlo).

Copia proveniente dalla Cineteca del Friuli

 

a seguire

La villa dei mostri (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Giovanni De Paoli: montaggio: M. Antonioni; musica: Giovanni Fusco; produzione: Filmus; durata: 10’

I mostri di pietra che affollano il parco del Castello degli Orsini a Bomarzo (Viterbo).

 

a seguire

Vertigine (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Goffredo Bellisario, Ghedina; montaggio: M. Antonioni; musica: Theo Usuelli; produzione: T. Usuelli; durata: 4’

«Vertigine è il titolo originale di un frammento di circa 4’, firmato da Michelangelo Antonioni, che è stato ritrovato. Si tratta di una parte degli otto minuti del documentario La funivia del Faloria. La modifica del titolo in La funivia del Faloria avvenne successivamente perché giudicato più efficace al fine di accedere al premio governativo della programmazione obbligatoria (la lunghezza minima di legge era allora di otto minuti). Vertigine venne girato nel 1949 con l’operatore Bellisario, autore della fotografia di numerosi documentari dell’epoca, ma fu montato solo alla fine del 1950, dopo che Antonioni aveva realizzato il suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore. Mentre Gente del Po, N.U. (Nettezza Urbana), L’amorosa menzogna e Superstizione costituiscono il corpus centrale dell’Antonioni documentarista, i successivi tre (Sette canne un vestito, 1949, e gli altri due del 1950, La villa dei mostri e Vertigine - La funivia del Faloria) sono da considerarsi occasioni di lavoro: ovvero esercitazioni, in attesa di poter realizzare finalmente il primo lungometraggio. Ma anche qui lo sguardo di Antonioni è evidentemente riconoscibilissimo. Proprio in Vertigine, un documentario “turistico†che intende illustrare il percorso della funivia dalla vallata alle cime del Faloria, Antonioni riesce con il proprio “occhio†ad annullare la retorica del commento parlato.

E mi pare curiosa e singolare la scelta, ancora una volta stilistica e linguistica, del punto di vista. Che è quello della funivia, la quale, radente o lontana, vede e legge il percorso “in soggettiva†con brevi stacchi fissi o panoramiche. E Antonioni, che ha sempre amato la spericolatezza, conferma la mia ipotesi, ricordandomi che fece fissare sopra il tetto della funivia una piccola piattaforma per sé e per la mdp onde essere facilitato nelle inquadrature e sentirsi più libero nei movimenti.

La funivia, mentre procede accarezzando prima la vegetazione, poi le rocce, osserva perfino la propria ombra ed è comunque, per così dire, attenta a guardarsi intorno e a cogliere le immagini più suggestive del paesaggio circostante. Ma mentre si inerpica verso le cime in attesa di visioni che mantengano ciò che dovrebbero promettere (e cioè un senso di vertigine), “il viaggio – sottolinea il testo – sembra dolcemente smentire questa vertigineâ€Â» (di Carlo).

 

a seguire

Cronaca di un amore (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Daniele D’Anza, Piero Tellini, Silvio Giovaninetti, Francesco Maselli; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Piero Filippone; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Massimo Girotti, Lucia Bosé, Gino Rossi, Marika Rowsky, Ferdinando Sarmi, Rubi D’Alma; origine: Italia; produzione: Franco Villani e Stefano Caretta, Fincine; durata: 102’

Milano. Paola ha abbandonato la natale Ravenna ed ha sposato un ricco industriale Enrico Fontana. Questi incarica un detective di indagare sul passato della donna per scoprirne eventuali macchie. Queste indagini sono l’occasione per far incontrare Paola e Guido, suo ex amante. I due riallacciano la vecchia relazione e progettano di liberarsi di Fontana. «Analizzavo la condizione di aridità spirituale e anche un certo tipo di freddezza morale di talune persone dell’alta borghesia milanese. Proprio perché mi sembrava che in questa assenza di interessi al di fuori di loro, in questo essere tutti rivolti verso se stessi, senza un preciso contrappunto morale, senza una molle che facesse scattare in loro ancora il senso della validità di certi valori, in questo vuoto interiore vi fosse materia sufficientemente importante da prendere in esame» (Antonioni).

 

ore 20.00

I vinti (1952)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni, Suso Cecchi D’Amico, Diego Fabbri, Turiu Vasile; sceneggiatura: S. Cecchi D’Amico, M. Antonioni, D. Fabbri, T. Vasile, Giorgio Bassani, Roger Nimier; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Gianni Polidori, Roland Berthon; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Jean Pierre Mocky, Etchika Choureau, Franco Interlenghi, Anna Maria Ferrero, Peter Reylonds, Patrick Barr; origine: Italia; produzione: Film Costellazione; durata: 113’

Film a episodi ambientati rispettivamente in Francia, Italia e Gran Bretagna e incentrati su atti criminali commessi da giovani. Il primo vede un gruppo di ragazzi e ragazze che durante una gita in campagna uccide uno di loro, pensando che abbia molti soldi con sé; l’episodio italiano ha come protagonista un giovane di buona famiglia che si dà al contrabbando più per spirito d’avventura che per bisogno. Nell’episodio inglese un giovane uccide una donna, sicuro di rimanere impunito, ma per eccessivo protagonismo viene arrestato. Il film fece molto scalpore alla presentazione al Festival di Venezia del 1953 e l’episodio italiano, incentrato inizialmente sui giovani neofascisti, venne censurato e rimontato. «Antonioni esamina l’ambiente, fin quasi a rilevarne un “documento†sociologico, ma non trascura l’elaborazione stilistica: due atteggiamenti che, convivendo nel film, rivelano la costante bipolarità di interessi del regista» (Tinazzi).

 

ore 22.00

La signora senza camelie (1953)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: S. Cecchi D’Amico, M. Antonioni, Francesco Maselli, Pier Maria Pasinetti; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Gianni Polidori; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Lucia Bosè, Gino Cervi, Andrea Checchi, Ivan Desny, Monica Clay, Oscar Andriani; origine: Italia; produzione: Domenico Forges Davanzati, Enic; durata: 102’

Film sulle illusioni tradite della fabbrica dei sogni. Dopo Bellissima di Visconti, Antonioni realizza un film sull’ambiente dei cinematografari romani. Ada Manni è una giovane e bella commessa, che viene lanciata nel mondo del cinema. Raggiunta una certa notorietà, sposa un produttore che realizza per lei un film “impegnatoâ€, che però è un flop. Neanche la relazione clandestina con un altro uomo riesce a colmare il vuoto in cui vive. «Stilisticamente La signora senza camelie si snoda attorno a uno schema melodrammatico, ma anche in questo caso sono le decantazioni e le diramazioni che ci interessano, le scansioni delle sequenze, i contrappunti delle storie parallele (quella di Renata, l’amica), certi moduli di costruzione o di impostazione dell’inquadratura» (Tinazzi).

 

mercoledì 3 ore 17.00

 

L’amore in città (1953)

Regia: Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Francesco Maselli, Alberto Lattuada; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, Aldo Buzzi, Luigi Chiarini, Luigi Malerba, Tullio Pinelli, Vittorio Veltroni, M. Antonioni, Marco Ferreri, A. Lattuada; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Gianni Polidori; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Erando Da Roma; interpreti: Rita Josa, Rosanna Carta, Antonio Cifariello, Livia Venturelli, Mara Berni, Valeria Moriconi; origine: Italia; produzione: Faro Film; durata: 114’

Film ad episodi, ideato da Zavattini, si rifà alle sue idee sul cinema. Il film lampo, l’inchiesta, il richiamo alla cronaca come fonte di storie ben più interessanti di quelle partorite dagli sceneggiatori sono le forme attraverso cui i sei autori affrontano il tema dell’amore. Antonioni indaga sui (tentati) suicidi d’amore, raccontati dagli stessi protagonisti, che ricostruiscono l’evento. «Ci tenevano – tranne forse due casi veramente toccanti – a farmi credere che avevano proprio voluto morire, e avevano ripetuto il gesto più volte e che, tutto sommato, erano stati scalognati a non riuscirci. […] Ho cercato di suscitare nel pubblico la ripugnanza del suicidio attraverso lo squallore spirituale dei personaggi» (Antonioni).

 

ore 19.00

Le amiche (1955)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: dal racconto Tre donne sole di Cesare Pavese; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, M. Antonioni; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Gianni Polidori; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Eleonora Rossi Drago, Gabriele Ferzetti, Franco Fabrizi, Valentina Cortese, Yvonne Fourneaux, Madeleine Fischer; origine: Italia; produzione: Trionfalcine; durata: 104’

Clelia viene mandata a Torino da Roma per aprire un atelier di moda. Qui conosce un gruppo di amiche, ricche e ciniche. Quando una di loro si suicida per amore, Clelia entra in crisi, litiga con le altre e perde il posto. «Bellissima galleria di donne in amore tratta da Cesare Pavese e dipinta da Michelangelo Antonioni prima maniera, quando il Maestro non era stato ancora colto dall’irreversibile sindrome dell’incomunicabilità. Un ritratto amaro della buona borghesia, afflitta da cinismo e fame di carriera, che riunisce un gruppo di attrici sorprendentemente brave e molto, ma molto antipatiche» (Bertarelli). «Le amiche è un film di cui potendo rigirerei almeno un terzo. È stato realizzato nelle condizioni peggiori. Incominciato da una casa di produzione, è stato ripreso da un’altra dopo due mesi e mezzo di interruzione. […] È triste constatare de visu che una storia di personaggi, un conflitto di sentimenti e di psicologie, uno svolgersi di stati d’animo e di atmosfere diventano un affare» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14

 

ore 21.00

Il grido (1957)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Elio Bartolini, Ennio De Concini; fotografia: Gianni Di Venanzo; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo De Roma; interpreti: Alida Valli, Steve Cochran, Betsy Blair, Dorian Gray, Lyn Shaw, Gabriella Pallotta; origine: Italia; produzione: S.P.A. Cinematografica; durata: 115’

Abbandonato dalla compagna, l’operaio Aldo si mette in viaggio con la figlia per cercare un lavoro che non riesce a trovare. Vivrà brevi avventure sentimentali e proverà a tornare con la compagna che lo respinge di nuovo… «In questo film, in cui pure si ritrova la tematica che mi è cara, pongo il problema dei sentimenti in modo diverso. Mentre prima i miei personaggi spesso si compiacevano dei loro dispiaceri e delle loro crisi sentimentali, nel Grido abbiamo a che fare con un uomo che reagisce, che cerca di spezzare l’infelicità. Per questo ho usato più compassione nel tratteggiare il personaggio» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16

 

giovedì 4 ore 16.30

 

La notte (1961)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni, Ennio Flaiano, Tonino Guerra; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Piero Zuffi; musica: Giorgio Gaslini; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti, Bernhard Wicki, Rosy Mazzacurati, Maria Pia Luzi; origine: Italia/Francia; produzione: Nepi Film, Silver Film, Sofitedip; durata: 122’

Il tran tran quotidiano di una coppia, sposata da anni, è turbato dalla malattia di un amico di famiglia. Dopo essersi recati in visita dal malato, Giovanni e Lidia partecipano a una festa di un industriale, lasciandosi andare, ma solo per noia. «Antonioni nel cinema è unico: il suo linguaggio si avvicina più a quello di uno scrittore che a quello di un regista» (Patti). «Il soggetto de La notte l’ho scritto prima dell’Avventura, però non ne ero molto convinto. […] Questo soggetto aveva un personaggio centrale che era quello della donna, ma era la storia di una donna brutta alla quale succedeva più o meno quello che succede alla protagonista de La notte. Il fatto però che fosse brutta – e di questo me ne accorsi più tardi – cambiava tutti i rapporti con i personaggi, perché lasciava supporre che la caduta dei sentimenti nel marito trovasse la sua causa proprio nella bruttezza di lei» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16

 

ore 18.45

L’eclisse (1962)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra, con la collaborazione di Elio Bartolini, Ottiero Ottieri; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Piero Poletto; costumi: Bice Brichetto; musica: Giovanni Fusco; interpreti: Monica Vitti, Alain Delon, Francisco Rabal, Lilla Brignone, Rossana Rory, Mirella Ricciardi; origine: Italia/Francia; produzione: Interopa Film, Cineriz, Paris Film; durata: 125’

Vittoria conosce alla Borsa Piero, un giovane spregiudicato, completamente differente da lei. «Vittoria diventa […] la protagonista inquieta ed instabile di una ricerca vana e nostalgica di una condizione di vita autentica che sembra finita da molto tempo» (Ferrero). «Ero capitato in ambienti dove c’erano donne che giocavano in Borsa, come la madre della protagonista […] e mi sembravano dei personaggi così curiosi che ho sentito un certo interesse per loro. Ho cominciato quindi ad andare un po’ a fondo: ho chiesto un permesso per andare in Borsa e mi è stato concesso. Per quindici, venti giorni ho frequentato la Borsa […] e ho capito che era un ambiente, anche da un punto di vista visivo, straordinario» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16

 

ore 21.00

Incontro moderato da Enrico Magrelli con Enrica Fico Antonioni

 

a seguire

Fare un film per me è vivere (1996)

Regia: Enrica Antonioni; montaggio: Roberto Missiroli; origine: Francia/Italia; produzione: Arte, Titti Film; durata: 52’

Video-documentario girato da Enrica Antonioni sul set del film Al di là delle nuvole: i luoghi, i paesaggi, il rapporto artistico e intellettuale tra Antonioni e Wenders. Oltre ai due registi, compaiono Tonino Guerra e gli interpreti del film: Fanny Ardant, Irène Jacob, John Malkovich, Sophie Marceau, Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Vincent Perez, Jean Reno, Kim Rossi Stuart, Inés Sastre.

Ingresso gratuito

 

a seguire

Il filo pericoloso delle cose (ep. di Eros, 2004)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: da Quel bowling sul Tevere di M. Antonioni; sceneggiatura: Tonino Guerra, M. Antonioni; collaborazione artistica: Enrica Antonioni; fotografia: Marco Pontecorvo; scenografia: Stefano Luci; costumi: Carin Berger; musica: E. Antonioni, Vinicio Milani; montaggio: Claudio Di Mauro; interpreti: Christopher Buchholz, Regina Nemni, Luisa Ranieri; origine: Italia/Francia/Lussemburgo/Hong Kong; produzione: Fandango, Solaris, Roissy Films, Cité Films Productions, Delux, Ipso Facto, Block 2Pictures; durata: 35’

«Il filo pericoloso delle cose chiude il film nel paesaggio aperto di Michelangelo Antonioni, colline e orizzonti toscani, ondulati contorni di una donna virtuale. [...] L’eros qui è messo a soqquadro, preso d’assalto, vinto dallo sguardo di Antonioni più esperto di Cupido. Ed è il piacere massimo del cinema vittorioso che impone alle due donne di incontrarsi, una specchio dell’altro, doppio di carne che capovolge la normalità dei sessi, e grida il suo trionfo» (Ciotta). Gli altri episodi sono diretti da Wong Kar-Wai e da Steven Soderbergh.

Ingresso gratuito

 

venerdì 5 ore 17.00

 

I tre volti (1965)

Il provino. Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: Tullio Pinelli; fotografia: Carlo Di Palma; art director: Piero Tosi; scenografia: Franco Bottari; musica: Piero Piccioni; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Soraya, Ivano Davoli, Giorgio Santarelli.

Gli amanti celebri. Regia: Mauro Bolognini; soggetto e sceneggiatura: Clive Exton, T. Pinelli; fotografia: Otello Martelli; art director: P. Tosi; scenografia: F. Bottari; musica: P. Piccioni; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Soraya, Richard Harris, Esmeralda Ruspoli.

Latin Lover. Regia: Franco Indovina; soggetto e sceneggiatura: Alberto Sordi, Rodolfo Sonego, F. Indovina; fotografia: O. Martelli; art director: P. Tosi; scenografia: F. Bottari; musica: P. Piccioni; montaggio: N. Baragli; interpreti: Soraya, A. Sordi, Goffredo Alessandrini.

Origine: Italia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 115’

«La “prefazione†di Antonioni è la cronaca di come un nostro simpatico collega di “Paese Seraâ€, Ivano Davoli, riuscì a scoprire il segreto dei provino notturno di Soraya diretto da De Laurentiis in persona. Ma il produttore ha voluto figurare solo di spalle e da lontano, come Garibaldi in 1860, sicché, intimiditi dall’atteggiamento prudenziale del “bossâ€, i suoi collaboratori fanno capolino nei film sommessi e in punta di piedi: Alfredo De Laurentiis, l’avvocato Bruno Todini, l’operatore Otello Martelli e il suo assistente Arturo Zavattini [...]. Sono cineasti da cinema piuttosto che inclusioni della realtà; e lo stesso Davoli, nel rivivere la sua avventura, assomiglia più all’eroe malsicuro di un film come L’eclisse che a un intraprendente cronista. Ce n’è abbastanza per cominciare a dire che Antonioni rivela anche in uno “short†su ordinazione una personalità determinante. Né Soraya né De Laurentiis né Davoli sono i protagonisti di questa prefazione, che ha un unico mattatore: Michelangelo Antonioni. Forte dell’esperienza acquisita con Deserto rosso, Antonioni inserisce il volto di Soraya in un contesto di forme e colori assai vicino a certe ricerche della pittura attuale» (Kezich).

 

a seguire

Michelangelo Antonioni, storia di un autore (1966)

Regia: Gianfranco Mingozzi; testo: Tommaso Chiaretti; fotografia: Jean Claude Lebreque, Ugo Piccone; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Domenico Gorgolini; fonici: Raffaele De Luca, Emore Galeassi, Manlio Magara; origine: Italia; produzione: National Film Board of Canada, IDI Cinematografica; durata: 45’

Ritratto del regista Michelangelo Antonioni reso attraverso le testimonianze di coloro che hanno lavorato con lui, il film è il primo che Mingozzi dedicò al mondo del cinema, accostandosi a un autore che già allora era di culto e che, in quell’epoca, stava girando il suo episodio del film I tre volti, dedicato al lancio come attrice della principessa Soraya. Il film alterna interviste (ad Antonioni, Monica Vitti) con un testo “critico†fuori campo di Tommaso Chiaretti.

 

ore 20.00

Antonioni visto da Antonioni (1978)

Intervista di Lino Miccichè; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 25’

“Nel 1978, la Rai presentò per la prima (e ancora unica) volta in Rai un ciclo di film di Antonioni dal titolo “Gli anni cinquanta visti da Antonioni†(da Gente del Po a Il grido), su iniziativa di Piero Pintus, responsabile del cinema di Raidue che rimane a tutt’oggi un evento. In questa occasione Lino Miccichè realizzò una lunga intervista “Antonioni visto da Antonioni†in cui Antonioni per la prima volta si raccontò liberamente sulla sua opera. Una testimonianza storica di grande importanza†(di Carlo).

 

a seguire

Appunti per la rinascita di un film (2002)

Regia: Stefano Landini; montaggio: Erika Manoni; suono: Alessandro Bianch; aiuto regia: Andrea Marinari; origine: Italia; produzione: Scuola Nazionale di Cinema-Centro Sperimentale di Cinematografia, Mediaset Cinema Forever, in collaborazione con Compass Film, Sociètè Cinématographique Lyre; durata: 5’

Breve documentario sul restauro del film di Antonioni con dichiarazioni, fra gli altri, di Carlo Di Carlo e Vincenzo Verzini, uno dei massimi esperti di restauro.

 

a seguire

L’avventura (1960)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Elio Bartolini, Tonino Guerra; fotografia: Aldo Scavarda; scenografia: Piero Poletto; costumi: Adriana Berselli; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interprete: Gabriele Ferzetti, Monica Vitti, Lea Massari, Dominique Blanchar, Renzo Ricci, James Addams; origine: Italia/Francia; produzione: Cino Del Duca, Societé Cinématographique Lyre; durata: 140’

Durante una crociera in Sicilia, una donna scompare misteriosamente. Il fidanzato e l’amica la cercano, sempre meno disperatamente… «Inedita l’utilizzazione del paesaggio siciliano come protagonista implicito: inospitale per i personaggi, esso costituì una notevole fonte di problemi anche per le riprese, avvenute su uno scoglio delle isole Eolie con il mare in tempesta» (Mereghetti). «Ci sono dei film gradevoli e dei film amari, dei film leggeri e dei film dolorosi. L’avventura è un film amaro, spesso doloroso. Il dolore dei sentimenti che finiscono o dei quali si intravvede la fine nel momento stesso in cui nascono. Tutto questo raccontato con un linguaggio che ho cercato di mantenere spoglio di effetti» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14

 

sabato 6 ore 16.30

 

Il mistero di Oberwald (1980)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: da L’aigle à deux têtes di Jean Cocteau; sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Mischa Scandella; costumi: Vittoria Guaita; montaggio: M. Antonioni, Francesco Grandoni; interpreti: Monica Vitti, Franco Branciaroli, Luigi Diberti, Elisabetta Pozzi, Paolo Bonacelli, Amad Saha Alan; origine: Italia; produzione: Rai, Polytel International; durata: 129’

«Cocteau aveva già messo in cinema il suo dramma, Antonioni non ne fa un remake, ma un pretesto di genere, un’occasione fortunata delle “forti tinteâ€, una prova per svelare e studiare la metafora. I riferimenti storici al personaggio dell’imperatrice Sissi d’Austria, che erano pallidi in Cocteau, sono stati accantonati da Antonioni in favore della stilizzazione, della favola, come suggerisce l’inizio tempestoso e un poco ironico. In una notte di tempesta, la regina Monica Vitti arriva al castello di Oberwald e cena da sola davanti al ritratto del marito ucciso in un attentato. Non ha mai cessato d’amarlo, si sente finita con lui. Da un passaggio segreto cade svenuto in camera sua il rivoluzionario anarchico Franco Branciaroli, ferito; era venuto per ucciderla. La Vitti vede in Branciaroli il sosia del re, Branciaroli nella Vitti una donna prigioniera del suo potere» (Reggiani). «Per quanto mi riguarda, penso di avere appena incominciato a scalfire la gamma ricchissima di possibilità che l’elettronica offre. Altri potranno fare di più. Una cosa posso dire e cioè che il nastro magnetico ha tutte le carte in regola per sostituire la tradizionale pellicola» (Antonioni).

 

ore 19.00

Blow-up (1966)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: dal racconto La bava del diavolo di Julio Cortazar; sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia: Assheton Gordon; costumi: Jocelyn Rickards; musica: Herbert Hanckock; montaggio: Frank Clarke; interpreti: David Hemmings, Vanessa Redgrave, Peter Bowles, Sara Miles, John Castle, Jane Birkin, Gillian Hills; origine: Italia/Gran Bretagna; produzione: Carlo Ponti/ Bridge Film; durata: 111’

Thomas è un fotografo di moda nella ricca, colorata e eccessiva swinging London. Un giorno in un parco fotografa da lontano una coppia. La donna, vistolo, lo insegue e fa di tutto per farsi dare il rullino. Thomas riesce a ingannarla e a non darle le fotografie, che sviluppa e ingrandisce alla ricerca di quel qualcosa che non ha visto o notato a occhio nudo. Gli ingrandimenti gli rivelano la presenza di una mano che tiene una pistola e di un’ombra sull’erba. Tornato nel parco di notte trova – in effetti – un cadavere, che però non è più lì la mattina dopo. «Ma in evidenza è messo il carattere dell’ambiguità (la scoperta di un delitto attraverso l’ingrandimento di una fotografia è una vera scoperta? E il delitto è un vero delitto? Ecc.) non come punto di arrivo di una falsa neutralità, di una sospensione falsamente fenomenologia, quanto proprio di una “riduzione†che vuol eliminare gli aloni semantici per ricondurre l’attenzione ai momenti primi, recuperando le zone ritenute marginali della realtà» (Tinazzi). «Questo film, forse, è come lo Zen: nel momento in cui lo si spiega lo si tradisce. Voglio dire che un film che si può spiegare a parole non è un vero film» (Antonioni).

Per gentile concessione di Hollywood Classic - Copia proveniente da British Film Institute

Vietato ai minori di anni 14

 

ore 21.00

Professione: reporter (1975)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: Mark People; sceneggiatura: M. People, Peter Wollen, M. Antonioni; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Piero Poletto; costumi: Louise Stjensward; musica: Ivan Vandor; montaggio: Franco Arcalli, M. Antonioni; interpreti: Jack Nicholson, Maria Schneider, Jenny Runacre, Jan Hendry, Stephen Berkoff, Ambroise Bea; origine: Italia/Spagna; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, C.I.P.I. Cinematográfica, Films Concordia; durata: 125’

«È la storia di un uomo che ha per mestiere il guardare. Ma lui a questo mestiere non crede più, [...] vuole abbandonare il guardare per il “fare†e per questo [...] quando ne ha l’occasione decide di cambiare vita, come Il fu Mattia Pascal di Pirandello: si china sul cadavere di Robertson, l’amico sconosciuto, e, fin dall’inizio forse, come dice lo stesso Antonioni, ne assorbe il destino di morte» (di Carlo). «Quando mi proposero il soggetto, in un primo tempo rimasi un po’ sconcertato. Poi, d’istinto, decisi di accettare. Cominciai le riprese prima di avere ultimato la stesura della sceneggiatura perché gli obblighi professionali di Jack Nicholson ci lasciavano poco tempo. Sono partito quindi con un certo sentimento di distanza nei confronti del film. Per la prima volta, mi trovavo a lavorare più con la testa che, diciamo, con il “ventreâ€. Ma durante le riprese delle prime scene la vicenda cominciò a interessarmi. [...] Il film durava due ore e dieci, per essere raccontata bene, la vicenda esigeva quel metraggio. Il contratto con la Metro prevedeva però una durata di due ore, non un minuto di più. Lottai tre mesi come un pazzo furioso contro la Metro, ma alla fine dovetti piegarmi: l’alternativa era tagliare o non lasciare uscire il film. Le due scene che ho dovuto tagliare davanti un senso assai diverso al film. Se avessi potuto montare tutte le sequenze che avevo girato, Professione: reporter sarebbe il mio miglior film» (Antonioni). «Nella penultima inquadratura del film, l’occhio di Antonioni è sospeso nello spazio (la mdp sorretta da una gru alta trenta metri) per essere libero di raccontare dal di fuori ciò che avviene con un’ottica di osservazione sdoppiata: l’ottica di lontananza e l’ottica della prossimità che gli permettono di esplorare minuziosamente ogni dettaglio di senso dell’immagine. Nel suo ultimo movimento, totalizzante, la mdp è come se planasse sul mondo, ad afferrare le ultime immagini e forse a indicare l’inevitabilità della morte. Professione reporter è un film che nel suo farsi è entrato nella Modernità» (di Carlo).

 

Per gentile concessione di Hollywood Classic

 

domenica 7 ore 16.30

 

L’avventura (replica)

Vietato ai minori di anni 14

 

a seguire

Ritorno a Lisca bianca (1983)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni; fotografia: Carlo Di Palma; operatore alla macchina: Massimo Di Venanzo; montaggio: M. Antonioni; suono: Jeti Grigioni; origine: Italia; produzione: Gianni Massironi per Rai Tre; durata: 9’

«Realizzato per il programma tv di Enrico Ghezzi e Michele Mancini Falsi ritorni (per un’archeologia del set) e ancora non terminato. Presentato la prima volta al Festival di Cannes 1989 dal Progetto Antonioni. È il ritorno di Antonioni sui luoghi di L’avventura, ventiquattro anni dopo» (di Carlo).

 

ore 19.15

Identificazione di una donna (1982)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Gérard Brach, con la collaborazione di Tonino Guerra; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Paola Comencini; musica: John Foxx; montaggio: M. Antonioni; interpreti: Tomas Milian, Daniela Silverio, Christine Boisson, Lara Wendel, Veronica Lazar, Enrica Fico; origine: Italia-Francia; produzione: Iter Film, Rai, Gaumont; durata: 129’
Regista alla ricerca di un personaggio femminile per un suo film conosce due giovani donne con le quali, a distanza di poco tempo, vive travagliate storie d’amore. Il film gli sfugge di mano e, con esso, la sua esistenza. Antonioni gira attorno al vuoto cercando di colmarlo con le emozioni, ma i sentimenti si negano al suo alter ego. Premio per il 35° anniversario del Festival di Cannes nel 1982. «La novità di Identificazione rispetto ai miei film precedenti sta nel fatto che non ci sono crisi nei personaggi, ma conflitti. Nel momento in cui scoppiano, tali conflitti trovano una soluzione» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14

 

ore 21.30

Zabriskie Point (1970)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: Fred Gardner, Sam Shepard, Tonino Guerra, M. Antonioni; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Dean Tavoularis; costumi: Ray Summers; interpreti: Mark Frechette, Daria Halprin, Paula Fix, G. D. Spradlin, Bill Garaway, Rod Taylor; origine: Italia; produzione: Carlo Ponti; durata: 105’

Mark, accusato di aver ucciso un poliziotto durante una manifestazione, ruba un piccolo aereo e atterra nella valle della morte, dove incontra una ragazza con cui fa l’amore a Zabriskie Point. «Il senso misterioso della storia prevale sul giudizio sociale e politico, l’ansia di rinascere purgati dall’innocenza, alberi e acqua, sulla cupa violenza della morte» (Grazzini). «I miei personaggi e le loro storie sono il tentativo di dipanare un filo attraverso alcune cose aggrovigliate che accadono oggi e che è difficile capire, nell’insieme, benché queste cose abbiano per tutti, o stiano per avere, una grande importanza. Forse il mio film è la storia di una ricerca, d’un tentativo di liberazione. In un senso interiore e privato. Ma a confronto con la realtà provocatoria dell’America intera» (Antonioni).

Per gentile concessione di Hollywood Classic - Copia proveniente da British Film Institute

Vietato ai minori di anni 18

 

lunedì 8

chiuso

 

martedì 9 ore 17.00

 

Chung Kuo - Cina (1972)

Regia: Michelangelo Antonioni; collaborazione artistica e testo: Andrea Barbato; fotografia: Luciano Tovoli; consulenza musicale: Luciano Berio; montaggio: Franco Arcalli; origine: Italia; produzione: Rai, Sacis; durata: 217’

«È un documentario sulla Cina diviso in tre parti. La prima è stata girata nella zona vecchia della città di Pechino. La seconda in una fabbrica dell’Henan e nella parte vecchia della città di Suzhou. L’ultima parte mostra il porto e le industrie di Shanghai» (www.cinematografo.it). «Antonioni si accosta alla Cina con il metodo dell’osservazione e basta: un limite ma anche una scelta. Ne viene fuori una Cina vista da un “visitatore†discretamente attento, incline e costretto all’impressione, alla frantumazione: un occhio dilatato ma anche parziale, frammentario, senza capacità (e volontà, probabilmente) di analisi» (Tinazzi). «Il film si intitola Chung Kuo, che vuol dire Cina. In realtà non è un film sulla Cina quello che ho girato, ma sui cinesi. Ricordo di aver chiesto, il primo giorno della discussione, cos’era secondo loro ciò che simboleggiava più chiaramente il cambiamento avvenuto nel paese dopo la Liberazione. “L’uomoâ€, mi avevano risposto. I nostri interessi dunque almeno in questo coincidevano. [...] Che cosa, precisamente, mi ha colpito nei cinesi? Il loro candore, la loro onestà, il rispetto reciproco» (Antonioni).

 

a seguire

Kumbha Mela (1989)

Regia: Michelangelo Antonioni; origine: Italia; produzione: Enrica Fico Antonioni; durata: 18’

La Kumbha Mela è la più importante festa religiosa indiana che si svolge ogni dodici anni in un luogo considerato sacro, vicino alla città di Allahabad alla confluenza del Gange con i fiumi Jamuna e Saraswati che è sotterraneo o immanifesto – come dicono gli indiani – a rappresentare l’Assoluto. Quando si svolge la festa, il Gange non è in piena e allora il suo enorme letto può ospitare milioni di persone, di uomini religiosi, di fedeli provenienti da ogni parte dell’India che si fermano giorni interi a pregare per poi recarsi per un bagno purificatore al fangum, il punto esatto in cui i tre fiumi s’incontrano. Antonioni, invitato nel 1977 in India da Indira Gandhi chiede di partecipare e gira egli stesso con una Bell & Howell 16/mm la cerimonia. Il materiale rimane nel cassetto fino al 1989, quando Antonioni si convince a montare il materiale e a presentarlo a Cannes nel 1989 all’interno del “Progetto Antonioni†(1988/1993), curato da Carlo di Carlo.

 

ore 21.15

Il deserto rosso (1964)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: Tonino Guerra, M. Antonioni; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia: Piero Poletto; costumi: Gitt Magrini; interpreti: Monica Vitti, Richard Harris, Carlo Chionetti, Xenia Valderi, Rita Renoir, Lili Rheims; origine: Italia/Francia; produzione: Film Duemila, Cinematografica Federiz, Francoriz Production; durata: 117’

«A Ravenna, ridotta a deserto industriale, una giovane borghese nevrotica, moglie di un ingegnere, cerca vanamente un equilibrio, si fa un amante e vaga senza trovare soluzione alla sua crisi. 9° film di Antonioni, e il suo primo a colori, in funzione soggettiva (fotografia di Carlo Di Palma, Nastro d’argento) come espressione di una realtà dissociata e con ambizione di trasformarlo esso stesso in racconto come “mito della sostanziale e angosciosa bellezza autonoma delle coseâ€. Come nei 3 precedenti film con Monica Vitti, la donna è l’antenna più sensibile di una nevrosi comune nel contesto della società dei consumi e della natura inquinata. Leone d’oro alla Mostra di Venezia» (Morandini). «Questo è [...] il meno autobiografico dei miei film. È quello per il quale ho tenuto di più l’occhio rivolto all’esterno. Ho raccontato una storia come se la vedessi accadere sotto i miei occhi. Se c’è ancora dell’autobiografia, è proprio nel colore che si può trovarla. I colori mi hanno sempre entusiasmato. Io vedo sempre a colori. Voglio dire: mi accorgo che ci sono, sempre. Sogno, le rare volte che sogno, a colori» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14

 

mercoledì 10 ore 17.00

 

Roma (1990)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; collaborazione artistica: Giulio Carlo Argan, Maurizio Fagiolo; fotografia: Carlo Di Palma; montaggio: Fiorenza Müller; aiuto regia: Enrica Fico Antonioni; collaborazione per la musica: Roman Vlad; origine: Italia; produzione: Recta Film per Istituto Luce e Ministero del Turismo e dello Spettacolo; durata: 9’

Cortometraggio realizzato nell’ambito di 12 autori per 12 città, all’interno della serie prodotta in occasione dei Mondiali di calcio del 1990.

 

a seguire

Lo sguardo di Michelangelo (2004)

Regia: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni; fotografia: Maurizio Dell’Orco; montaggio: Roberto Missiroli; origine: Italia; produzione: Istituto Luce, Lottomatico; durata: 15’

Dopo molti anni Antonioni torna a S. Pietro in Vincoli e attraversa in silenzio la navata della chiesa immersa nella penombra, attratto dalla forza ancestrale del marmo scolpito. Nei quindici minuti d’immagini che seguono, il grande maestro del cinema italiano ci coinvolge nel turbamento assorto che pervade il genio nel momento del distacco dalla sua opera. Il progetto di questo film, realizzato grazie al contributo dell’Istituto Luce, rappresenta la fase culminante di un progetto di comunicazione interdisciplinare, ideato e condotto da Lottomatica, dedicato alle fasi di restauro della sepoltura monumentale di Papa Giulio II, di cui il Mosè è l’elemento più famoso e prezioso. «Di fronte alla forza del Mosé, forse cogliendo subito la sua “terribilità†e la luce che emana e sprigiona e che colpisce, Antonioni ha deciso di mettersi in gioco, di autorappresentarsi (per la prima volta, lui così schivo e riservato). Autorappresentarsi per rappresentare questo incontro, per trovarsi di fronte a questa grandezza con tutto se stesso, per cercare i tanti sguardi possibili e anche impossibili del Mosè, e donarci, col suo occhio, la bellezza restituita allo splendore della sua enigmaticità, lui giovane di novantadue anni di fronte al cinquantenne Mosè» (di Carlo).

 

a seguire

Noto Mandorli Vulcano Stromboli Carnevale (1992)

Regia: Michelangelo Antonioni; fotografia: Felice De Maria; musica: Nicola Sani; montaggio: Claudio Di Mauro; aiuto regia: Enrica Fico Antonioni; direttore di produzione: Fiore De Rienzo; produzione: Franco Gonella (Colourart) per Enel; durata: 8’

«Realizzato dall’ENEL (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica) per il padiglione italiano dell’EXPO di Siviglia. Sono cinque momenti, cinque sguardi di Antonioni sulla Sicilia: un ritorno a Noto, uno dei luoghi di L’avventura; una visione inquietante dei vulcani Stromboli e Vulcano; le immagini dolci e riposanti dei mandorli fioriti sulle colline di Noto; il carnevale di Acireale» (di Carlo).

 

a seguire

Sicilia (1997)

Regia: Michelangelo Antonioni; assistente alla regia: Rita Gari; fotografia: Maurizio Dell’Orco; musica: Lucio Dalla; montaggio: Claudio Di Mauro; origine: Italia; produzione: M. Antonioni, Enrica Fico Antonioni; durata: 9’

«La Sicilia vista da Antonioni per un documentario della Regione Siciliana» (di Carlo).

 

a seguire

Al di là delle nuvole (1995)

Regia: Michelangelo Antonioni e Wim Wenders; soggetto: tratto dal libro di appunti Quel bowling sul Tevere di M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, W. Wenders, Tonino Guerra; fotografia: Alfio Contini, Robby Miller; scenografia: Thierry Flamand; costumi: Esther Walz; musica: Lucio Dalla, Van Morrison, Laurent Petitgang; montaggio: Claudio Di Mauro, Peter Przygodda, Luciano Segure; interpreti: Kim Rossi Stuart, Ines Sastre, John Malkovich, Sophie Marceau, Peter Weller, Jean Reno, Fanny Ardant, Vincent Perez, Irène Jacob; origine: Francia/Italia/Germania; produzione: Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica, Sunshine, Cine B., France 3 Cinema, Road Movies Zweite Produktionen, Canal Plus, Degeto Film, ADR; durata: 109’

«Le storie d’amore difficile, tratte dai racconti di Antonioni pubblicati nel 1983 da Einaudi col titolo Quel bowling sul Tevere, fanno parte del diario mentale d’un regista che, accompagnato da una voce interiore, immagina vicende, personaggi, incontri, interpreti: alla perenne ricerca di quanto sta oltre le cose e la loro apparenza, “l’assoluta misteriosa realtà che nessuno vedrà maiâ€. Il film con cui l’amato Antonioni torna al cinema a ottantatré anni, tredici anni dopo Identificazione di una donna, è un’impresa unica, irripetibile e memorabile. Si sa che, dopo la malattia che lo colpì nel 1985, il regista non è in grado di parlare né di leggere né di scrivere. Wim Wenders ha accettato con grande generosità quel ruolo di stand by director, di secondo regista pronto a intervenire se necessario, preteso in un caso simile dalle società di produzione e di assicurazioni, e ha diretto il prologo, l’epilogo, due brevi intervalli, un quarto d’ora di film, mentre è di un’ora e mezzo la parte diretta da Antonioni. Tonino Guerra è il primo tra gli sceneggiatori, Enrica Antonioni è stata come sempre in questi anni assistente, voce, interprete, coraggio e sostegno del marito. Il risultato è imperfetto [...] ma le immagini sono potenti e affascinanti, i piani-sequenza straordinari, gli stili diversi benissimo armonizzati, la bellezza visuale è grande» (Tornabuoni).

 

ore 20.30

Incontro moderato da Enrico Magrelli con Carlo di Carlo

 

a seguire

Antonioni su Antonioni (2008)

Regia: Carlo di Carlo; origine: Italia; produzione: Cineteca del Comune di Bologna, in collaborazione con Rai Teche, Rai Trade, Mediaset; durata: 55’

«È da tempo che mi riproponevo di realizzare quest’opera costituita da immagini di repertorio, registrate im Lauf der Zeit, nel corso del tempo, rubate durante la loro messa in onda, raccolte e conservate nel mio archivio. Molti suoi significativi interventi a programmi e trasmissioni televisive in grado di fornire nell’insieme un ritratto inedito di Michelangelo Antonioni. Interventi che coprono un arco di vent’anni, visti di sfuggita in servizi speciali o in finestre di programmi della RAI e da due estratti della penultima sua apparizione pubblica (nel dicembre 1985) al Maurizio Costanzo Show e dell’ultima intervista concessa a Gian Luigi Rondi, in occasione dei novant’anni del cinema, un giorno prima della malattia. E allora, con la complicità del Dipartimento per il Cinema del Ministero per i Beni e per le Attività Culturali e della Cineteca di Bologna – il cui sindaco Renato Zangheri gli attribuì nel 1980 il suo massimo premio, l’Archiginnasio d’oro, relatore Roland Barthes con la sua celebre orazione Caro Antonioni… – ho pensato che questo film, dopo più di quarant’anni di sodalizio con Michelangelo, fosse per me il miglior modo di ricordarlo e di consegnarlo con affetto alla moglie Enrica. Scoprire e/o riscoprire le parole, i pensieri, le argomentazioni di Antonioni, e ascoltare oggi la sua voce dall’immutato accento emiliano, viva ma da lungo tempo lontana, è un’emozione forte e intensa. Una rara testimonianza di un autore che dimostra, pur avendo consentito raramente di raccontarsi, di non essere mai reticente, nemmeno verso se stesso» (di Carlo).

Ingresso gratuito

 

a seguire

Le immagini e il tempo: Michelangelo Antonioni (2005)

Regia: Luca Verdone; fotografia: Maurizio Manduzio; montaggio: Cesare Simoncelli; origine: Italia; produzione: Rai International; durata: 52’

Il tema del documentario dedicato ad Antonioni è l’analisi del linguaggio dei suoi film. Le varie tappe della sua carriera sono descritte attraverso la riproposizione di molti documenti filmati di proprietà dell’Archivio Rai, a partire dagli anni Cinquanta, e delle sequenze più significative dei suoi film. Il ritratto di uno dei più famosi registi italiani è arricchito dalle numerose testimonianze degli amici e dei collaboratori, come sua moglie Enrica Fico Antonioni, Francesco Maselli, Carlo di Carlo, Tonino Guerra, Lucia Bosè, Sam Shepard, David Hemmings, Alfio Contini, Chiara Caselli, Regina Nemni, attrice del suo ultimo film, Eros.

Per gentile concessione di Rai International - Ingresso gratuito

 

29 gennaio 2010

Baciami ancora

film_baciamiancoraBaciami ancora
Gabriele Muccino, 2009
Fotografia Arnaldo Catinari
Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Sara Girolami, Andrea Calligari.

Uno di quei film di cui si dice: fatto bene. Vi sono registi che il cinema lo sanno fare e registi che sul set stentano persino a trovare un posto alla macchina da presa. Muccino il cinema lo sa fare. Sa risolvere al meglio dell’attrazione emotiva la dinamica della sequenza e, ancor prima, il taglio dell’inquadratura; e sa che gli stacchi, visto il dominio circostante del consumo pubblicitario, non devono durare che una manciata di secondi. Ritmo, ritmo. E trattandosi di commedia, ritmo situazionale. Il resto lo fanno le parole: frasi brevi, tensione ripetitiva, argomenti strozzati in gola, attinti dall’usato o dall’outlet degli sceneggiati di qualità. È la cucina degli avanzi per un mondo che digerisce con forza acida anche il più indigesto dei menu. Si sa che viviamo in un contesto aggressivo, che respiriamo inquinamenti molteplici, non ultimo quello dei toni aspri, segnali equivoci di sopravvivenza nella finzione per lo più televisiva - teleschermo come finestra - del contrasto “necessario”. Guai a raccontare una storia per filo e per segno. Meglio spezzarla e intrecciarla, moltiplicarla come in una stanza degli specchi. Invenzione come meccanismo tattico, filosofia forte (rigida) vestita da sincerità trasparente e opportuna riconoscibilità. Tutto chiaro. Ma fermiamoci a riflettere. Baciami ancora ha un evidente carattere di sequel (da Ultimo bacio, i trentenni dieci anni dopo), struttura oggi - ma non da oggi - ultrapresente tanto da sembrare imprescindibile nella progettazione e nella produzione cinematografica. È quella sorta di ansia del pieno che il cinema ha avuto fin dagli inizi, quando si è trattato di colmare, illusoriamente, i vuoti della vita “reale” appunto con la sua rappresentazione cine-fotografica. Il mito della riproduzione piena della realtà. È il lato Lumière del cinema. Méliès è sull’altra faccia della luna. Quando il mito si è fatto ripetizione, è nato il genere. L’illusione del pieno si è raddoppiata, alla riproduzione è subentrata la sequenza, sorta di garante di veridicità. Il tranello è tuttora insito. Mentre a vedere il già visto ci rassicuriamo, lo autorizziamo a sostituire la realtà con la tipicità, giacché in effetti il mantenimento della nostra tranquillità è affidato alla ricorrenza delle aspettative. In sintesi, non ci sentiamo diversi, il rispecchiamento funziona da tranquillante. In questo senso il genere commedia, più degli altri generi, serve da riparo. Muccino ha insistito, nelle dichiarazioni per presentare Baciami ancora, sulla portata esaustiva dell’impianto narrativo: «È un film - ha detto - sul ritorno alle radici, sul ripartire, sul rimettersi in gioco, sulla capacità di sognare, sull’amore per la vita, per i propri figli e per quello che sappiamo di poter essere». È palpabile come ciascuna di tali de-finizioni chiami ad una scomposizione della pertinenza, ripetto alle diversissime situazioni di vita e di storia entro cui può essere collocabile. E allora Muccino taglia corto e conclude: «È un film sul senso della vita». Un po’ troppo e un po’ poco, ma sufficiente e anzi esaustivo dentro al taglio di genere, dove la tipicità intervenga sulla serialità con mano pesante. Qui bisognerebbe entrare nella sceneggiatura e verificare le scene anche nella loro resa espressiva. Ma lo spettatore accorto non troverà difficoltà a seguire secondo competenza le storie di Carlo, Giulia e Anna, di Marco e Veronica, di Paolo e Livia, di Adriano, di Adele, di Alberto, di Simone. Gli attori sono bravi. La fotografia di Arnaldo Catinari è all’altezza delle ultime sue prove premiate (Parlami d’amore, L’aria salata, La felicità non costa niente),  la musica è ben scelta (si va da Jacques Brel a Stevie Wonder, da Doris Day a Mina, a Ornella Vanoni e, chicca finale, alla canzone di Jovanotti sui titoli di coda). Insomma il prodotto c’è. Al di là delle stressanti apparenze di inesauribili intrecci e sovrapposizioni, le storie sono semplici semplici: somigliano alle storie che il quotidiano ci ripropone con tutti i mezzi (di comunicazione). Se ai personaggi manca di continuo il fiato, se respirano con affanno, è perché la griglia ferrea della sceneggiatura li tiene intrappolati in un continuo singulto di frasi accennate, di urla contrapposte, di introspezioni mancate, di didascalie non rischieste, di libertà impossibili da sognare. Però il ferro serve, dà sicurezza. Tranquilli. La macchina da presa tutto questo lo sa e s’ingegna come meglio può (Muccino il cinema lo sa fare) a rispettare la sofferenza di un ciak atroce, la nostalgia (il pubblico il cinema lo sa guardare) d’un romanzone infinito, l’apparenza d’un dolore artefatto, aprospettico, smerigliato e smerlettato. «Baciami ancora» è la giusta espressione raccogliticcia che lega con un nastro di raso il romanticismo riassuntivo d’un mazzo di fiori finti (non è parola cattiva, sono così belli da sembrare veri). Dopo tanto urlare e soffiare - un paio di ore e una ventina di minuti - nell’apparenza di questioni private ma tanto decisive da rimandare implicitamente al tema sociologico più generale, il bicarbonato liberatorio si rivela efficace. Uno del gruppo la fa finita (ma poco male, fin dall’inizio si poteva intuire) e  uno se ne va in Brasile a coltivare il caffè. Se a lui sta bene, va bene. Ma gli altri restano e superano tutti i dolori.  Per loro c’è la consolazione dei figli, da ritrovare, da fare, da riutilizzare in sequenza, appunto. Per la pace della famiglia, per l’amore ritrovato, per la trasgressione negata, per il pentimento recuperato, per la speranza di un nulla nella felicità del tutto svanito. Svanito e ritrovato, riavvolto, spento e riacceso, rappreso, rigoduto prima di perderlo ancora con un altro bacio che prima o poi arriverà.

Franco Pecori

29 gennaio 2010

Alvin Superstar 2

film_alvinsuperstar2Alvin and the Chipmunks: The Squeakquel
Betty Thomas, 2010
Fotografia Anthony B. Richmond
Jason Lee, David Cross, Zachary Levi, Bridgit Mendler, Kevin G. Schmidt, Brando Eaton, Kathryn Joosten, Charice Pempengco, Aimee Carrero, Anjelah N. Johnson, Skoti Collins, Lauren Cornell.

La preside della scuola ha tutti i loro CD. Utilizzerà l’eccezionale attrattiva di Alvin, Simon e Theodore sui ragazzi per vincere il concorso musicale e incassare i soldi che serviranno a rifinanziare il corso di musica. Lo scopo è ottimo, Alvin Superstar è l’ideale per realizzarlo. Sì, lo scoiattolo e i suoi due fratelli sono tornati e vanno a scuola. Niente paura, la musica è sempre la stessa e c’è da divertirsi. La situazione è facile, ai Chipmunks, scoiattolini a immagine dell’Uomo (ma sono veri o di peluche?) capita tutto ciò che capita ai ragazzi: ambizioni, invidie, rivalità, amori, competizioni. Giocano perfino a football. La cosa strana è che, minuscoli come sono, riescono a fare tutto come fossero veri ragazzi. La dismisura è il lato più sfizioso. Con la loro dinamicità risultano fatalmente vincenti, una manna per le frustrazioni di tutti, piccini e grandi. I Chipmunks non cambiano, sono gli stessi della prima puntata (diciamo puntata perché vengono dalla serie televisiva animata creata da Ross Bagdasarian) e sono intenzionati a non deludere i loro ammiratori. In più ci sono tre scoiattoline, le Chipettes. Il malvagio impresario di Alvin gliele vorrebbe mettere contro quando realizza che i Chipmunks hanno capito di che pasta è fatto, ma le “ragazze” (si fa per dire), brave a cantare e ancheggiare come vere soubrettes, si lasceranno attrarre dall’irresistibile terzetto. Il pubblico americano ha già mostrato di gradire molto sia il comportamento degli scoiattoli canterini sia lo speciale suono pop delle loro voci, ottenuto con un semplice trucco di missaggio.

Franco Pecori

29 gennaio 2010

Tff, Retrospettiva John Huston

 

festival_torino

26 novembre – 4 dicembre 2010

DEDICATA A JOHN HUSTON LA RETROSPETTIVA PRINCIPALE DELLA 28^ EDIZIONE

 

La 28° edizione del Torino Film Festival (26 novembre - 4 dicembre 2010) – la seconda diretta da Gianni Amelio - dedicherà la retrospettiva principale a uno dei più prolifici registi americani della seconda metà del Novecento: John Huston. La retrospettiva – curata da Emanuela Martini e corredata da un ampio volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro – comprenderà più di quarantacinque titoli, tra cui i film e i documentari bellici diretti dall’autore, una selezione delle sue sceneggiature e interpretazioni. Per l’occasione è prevista a Torino la presenza di componenti della famiglia Huston.

cinema_johnhuston

Figlio d’arte (suo padre, Walter, era un famoso attore teatrale e cinematografico e vinse un Oscar nel 1948 interpretando per il figlio Il tesoro della Sierra Madre), nato nel 1906 e morto nel 1987, attore, giornalista, pittore (un’attività sulla quale si concentrò in vecchiaia) e sceneggiatore, John Huston è stato uno degli autori più sfaccettati e contraddittori della Hollywood tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta. Con un esordio folgorante alla regia nel 1941 - Il mistero del falco da Hammett, dove Humphrey Bogart è l’investigatore Sam Spade - è tra gli “inventori†del noir, un genere nel quale è maestro e al quale ritorna nel 1948 con L’isola di corallo, con la coppia Bogart-Bacall, nel 1950 con Giungla d’asfalto, nel 1973 con L’agente speciale Mackintosh, con Paul Newman. Ma in realtà Huston inizia fin dalla fine della guerra un personale viaggio nei generi classici, realizzando soprattutto film drammatici, di guerra e d’avventura, sempre venati di caustico pessimismo, incentrati su piccoli o grandi gruppi umani nei quali ognuno è nemico degli altri o addirittura di se stesso, fino alla tragica autodistruzione dei protagonisti de Gli spostati (Marilyn Monroe, Clark Gable, Montgomery Clift, alla loro ultima apparizione). Egli stesso è un personaggio “più grande della vitaâ€: bevitore, cacciatore, innamorato del rapporto con gli animali e con la natura, perciò del Messico, dell’Irlanda e dell’Africa, ebbe cinque mogli e cinque figli, diresse più di quaranta film e molti altri ne sceneggiò e interpretò. Democratico, si oppose apertamente alle liste nere del macchartismo alla fine degli anni Quaranta; accettò invece i compromessi dell’industria hollywoodiana in crisi, diresse alcuni drammi di cassetta e blockbuster poco riusciti, ed ebbe una seconda giovinezza creativa negli anni Settanta, quando agganciò gli umori e il disincanto del nuovo cinema con film come Fat City, L’uomo dai sette capestri, La saggezza nel sangue, L’uomo che volle farsi re, L’onore dei Prizzi (Oscar alla figlia Anjelica). L’ultimo film, The Dead da Joyce, terminato pochi mesi prima di morire, è un capolavoro.

 

26 gennaio 2010

L’uomo che verrà

film_luomocheverraL’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009
Fotografia Roberto Cimatti
Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Germano Maccioni, Taddhaeus Meilinger, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani, Frank Schmalz, Tom Sommerlatte, Raffaele Zabban
Roma 2009, concorso. Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento, Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film. David Donatello: miglior film.

La fredda indifferenza con cui le SS tedesche mettono in atto la rappresaglia e uccidono 770 civili, il 29 settembre 1944 a Marzabotto - Monte Sole (Bologna), è il dato storico da cui parte Giorgio Diritti (Il vento fa il suo giro, 2005) per tenere accesa la memoria e anche per cogliere i sentimenti e le impressioni che la storia non può restituire senza l’aiuto dell’arte. Uno dei nazisti, mentre negli occhi abbiamo l’atroce carneficina, commenta: «Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere, dipende dall’educazione». Si spera che il vento non torni a fare il suo giro e che l’uomo che verrà non sia più così cattivo. Il regista ha scelto lo sguardo di una bambina di 8 anni, Martina (la bravissima Greta Zuccheri Montanari), per raccontare l’orribile episodio. Muta da quando ha visto morire il fratello nato da pochi giorni, Martina osserva e seleziona per noi la realtà in cui vive. La casa contadina, la stalla, il campo, il bosco, la mamma Lena (Sanza) che aspetta un altro figlio, la zia Beniamina (Rohrwacher) e insomma il normale svolgersi delle giornate. Noi impariamo a conoscere i personaggi ascoltando il loro dialetto, che il regista ha mantenuto non per “verismo” ma per amore di verità. L’ambiente è ricostruito con una verosimiglianza impressionante (viene in mente Olmi), ogni particolare diventa personaggio e ciascun personaggio si fonde in un tutto che è appunto la vita a Marzabotto in quei giorni. Poi arrivano i tedeschi e vengono attaccati dai “ribelli” (così si chiamavano allora i partigiani). E arriva la rappresaglia feroce. Diritti affronta la difficoltà di tagliare via dalla rappresentazione lo stereotipo incombente, gira le scene con occhio “vergine” e insieme consapevole di essere tutt’altro che il primo a portare sullo schermo figure viste e riviste, soprattutto i soldati nazisti, i partigiani e via dicendo. L’idea di affidarsi a Martina funziona e testimonia anche l’istanza poetica dell’autore verso la materia. Molto coinvolgente, senza per altro scadere nel “dolcificante”, la parte in cui la bambina, rimasta sola tra i cadaveri, si rialza e, ancora muta, con movimenti naturali, essenziali, va a recuperare il fratellino neonato e lo salva. I bambini ci guardano ancora.

Franco Pecori

22 gennaio 2010

Tra le nuvole

film_tralenuvoleUp in the air
Jason Reitman, 2009
Fotografia Eric Steelberg
George Clooney (Ryan Bingham), Vera Farmiga (Alex), Anna Kendrick (Natalie), Jason Bateman (Craig Gregory), Danny McBridge, Melanie Lynskey, Steve Eastin, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony, Dave Engfer, Lauren Mae Shafer, Doug Fesler.
Roma 2009, concorso.

Dieci milioni di miglia in volo è un traguardo che Ryan (Clooney) ha atteso di raggiungere da quando ha intrapreso la carriera di “tagliatore di teste”, un mestiere antipatico, si deve andare nelle aziende a licenziare le persone. I singoli colloqui richiedono una tecnica professionale per niente facile. Per questo Ryan tiene anche conferenze e lezioni spostandosi di hotel in hotel da un punto all’altro degli Stati Uniti. È una vita che egli ha scelto, avendo capito che le normali attività degli altri, comprese quelle che riguardano la famiglia e i rapporti interpersonali, sono niente altro che un bagaglio troppo ingombrante, costrizioni che impediscono di sentirsi liberi e “leggeri”. La rappresentazione di tutto questo è affidata ad una sceneggiatura “di ferro” (Jason Reitman, Sheldon Turner), una macchina perfettamente funzionante che riproduce con spirito (fino alla risata) particolari e dettagli ricorrenti e significativi, stimolando la curiosità dello spettatore nello scoprire di attimo in attimo le eccezioni, le novità rispetto alla condizione “frequentativa”. In seconda lettura, Tra le nuvole si può considerare come un film sul frequentativo, un invito a vedere ciò a cui normalmente non facciamo caso. E seguendo le lezioni e le prestazioni di Ryan ci viene voglia di svuotare anche il nostro zaino, il bagaglio “inutile” che ci portiamo sulle spalle ogni giorno. Poi, la sorpresa. In azienda arriva una donna giovane e rigida, una di quelle persone che, non essendosi ancora misurate con la realtà credono di avere il metodo finalmente giusto. Natalie (Kendrick) è destinata a sperimentare le difficoltà del ruolo, accanto ad un “maestro” come Ryan, il quale nel frattempo non perde il gusto della frequentazione erotica, agganciando con aria casuale la bella viaggiatrice Alex (Farmiga), anche lei, in apparenza, vagolante tra le nuvole. Si va profilando in maniera sempre più netta la funzionalità del doppio incontro, molto diverso quanto a fisicità e simpatia, ma risolutivo per il senso che Ryan  potrà dare alla propria vita. Il tagliatore di teste comincia ad avere i primi sintomi di stanchezza e invita Alex, così per compagnia, perfino al matrimonio della sorella che non vede da tempo immemorabile. È un accenno di rientro in famiglia (con la irresistibile scena dello sposo pentito, che Ryan è chiamato a convincere di rinunciare alla sua improvvisa rinuncia), che poi si preciserà meglio quando la novizia Natalie subirà il trauma del suicidio (preannunciato durante il colloquio e quindi eseguito) di una donna da lei appena licenziata. Il cinico professionista, nel bel mezzo della solita lezione dello zaino da svuotare, si blocca e fugge dal palco. Lo vediamo correre da lei, da Alex. Bussa alla sua porta. Le dirà che la ama e che la vuole con sé? La porta si apre, dietro alla donna bambini corrono giocando per le scale. Una voce maschile chiede: “Alex, chi è?”. “Niente, uno che ha sbagliato indirizzo”, risponde decisa Alex. Diritto e rovescio della vita tra le nuvole. Molto divertente. Attuale in tempo di crisi. Attori tutti bravissimi.

Franco Pecori

22 gennaio 2010

Nine

film_nine1Nine
Rob Marshall, 2009
Fotografia Dion Beebe
Daniel Day-Lewis, Sandro Dori, Nicole Kidman, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Judi Dench, Sophia Loren, Kate Hudson, Stacy Ferguson, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna, Elio Germano, Roberto Nobile, Valerio Mastandrea, Remo Remotti, Martina Stella, Monica Scattini, Roberto Citran, Andrea Di Stefano, Giuseppe Spitaleri, Vincent Riotta.

La distanza pare incolmabile. Non la distanza di Nine dal Fellini 8 e 1/2 cui si ispira Marshall attingendo al musical di Arthur L. Kopi e Maury Yeston (1982), ma del cinema americano internazionale dal cinema italiano, quello che Kate Hudson nei panni della Stephanie di Vogue, ancheggiando strepitosamente in una scena di defilée coreografico, chiama, con l’aria di esaltare il genere, «neorealismo italiano», «cinema italiano», «italian style». Non intendiamo distanza artistica, ma proprio quella sorta di incomunicabilità - concetto strano - che aveva già colpito Antonioni (L’avventura, La notte, L’eclisse) quando Fellini, sulla scia dei trionfi polemici de La dolce vita, si apprestava a realizzare il suo film-testamento (parliamo della poetica). Capolavoro del dolore creativo, della menzogna estetica, della consapevolezza angosciosa della necessaria separazione arte-vita, 8 e 1/2 aveva definitivamente smascherato l’equivoco dell’”affresco”, cavalcato dalla critica anche la più benevola, nella lettura del film-scandalo del 1960; e aveva spazzato via ogni indebito accostamento della poetica felliniana al cosiddetto Neorealismo, termine di comodo estraneo, del resto, alle intenzioni dei maggiori autori italiani operanti dal dopoguerra ai primi anni Sessanta. La visione di Nine, spinge quasi il pensiero a ritrovare lo spirito di Fellini, a consolidare una sorta di immedesimazione con quella che, ancora oggi appunto, possiamo immaginare  come la disperata coscienza di una difficoltà forse insormontabile. La distanza di cui sopra. Non è tanto il senso autobiografico, la vita di un artista, quanto il vuoto di senso che la caduta di un mito può procurare: è qui il punto d’appoggio mancante. Ci viene in mente la sbigottita delusione di una ragazza americana, la quale, risalendo giorni fa con i genitori per il serpentone di Via Veneto, esclamava: «That’s all?». Nel musical di Marshall vediamo il contrario della rappresentazione di una crisi autoriale. Le apparenze referenziali sono quelle, il tormentone del vuoto ispirativo, la mancanza del “copione”, la preoccupazione del produttore (pazientemente interpretato da un Ricky Tognazzi come rassegnato alla debolezza della parte), le visioni interiori di Guido, il regista che ha perso la vena, tutto sembra combaciare con l’originale. Ma è la traduzione del gusto a tradire il senso. La “bugia” artistica di Fellini, la chiave psicoanalitica dell’estetica di sé, trovava nell’esito schermico una verità, un’autenticità omogenea alla propria radice umana, culturale. Spettacolo e intimità del racconto si fondevano in un’abbagliante malinconia. E la musica di Nino Rota era parte essenziale della fusione. In Nine, la presenza di un sempre grande Daniel Day-Lewis (ce la mette tutta, lontanissimo da Matroianni) e delle attrici (cast superbo) che, bellissime e bravissime, si prestano alla rievocazione del mito non basta a togliere il senso un po’ sgradevole di una specie di Colosseo di gesso, accattato dal Grande Cinema per un ingenuo omaggio al genio italiano. Restano le apprezzabilissime coreografie, alle quali ci inchiniamo deferenti, male abituati come siamo ai nostri balletti televisivi.

Franco Pecori

22 gennaio 2010
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