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04 09 2010 |
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Elizabethtown
Un funerale da cui nasce, o rinasce, lavita. Vita scomposta, fatta a pezzi e ricucita con ago e filo strutturali; e bagnata con colori vivaci. Ne vien fuori un abitino allegro, arguto, divertente. E’ morto il padre di Drew/Bloom e lui deve interrompere il suicidio (disegna scarpe e ha sbagliato un progetto) per correre dai suoi, alla cerimonia funebre, a Elizabethtown. Claire/Dunst, la hostess in aereo, più che una donna si rivelerà un grumo di concetti, come quello che, a volte, si vive una ”vita da supplenti”. Passato a Venezia fuori concorso, il film di Crowe, è l’esempio di come si possa praticare oggi un genere classsico del cinema americano, la commedia, con linguaggio perfettamente aggiornato, cioè colto. “Dimmi che mi ami, almeno la facciamo finita” - dice Claire, stremata dal tira e molla. Drew vede andare a posto i pezzi della sua vita durante la “festa” funebre, segnata dal grande “a solo” della madre (Sarandon); e poi, seguendo, in auto, il dettagliato percorso di ritorno a casa, preparatogli da Claire: “Vai a  goderti la profonda, meravigliosa malinconia per tutto quello che è successo”. E, ovviamente, non è un addio. Franco Pecori 4 novembre 2005
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